Liebe Macht Frei

Domenico Gallo

Novara, carcere a regime speciale

Sonia è morta. Ha chiuso i suoi giorni nella luce gialla di un vicolo; per terra, scomposta, le calze scure smagliate in più punti. Indossa una minigonna a quadretti; cadendo, forse è caduta, il tessuto le si è raggruppato e le si scorgono le mutandine bianche. Sotto balugina il pube, sembra gonfio, quasi che spinga il tessuto. Ha i capelli sul viso, le ciocche sporche, i capelli lucidi, forse bagnati. Il braccio destro è piegato dietro la schiena. Un maglione rosso, una giacca di pelle marrone.

Oggi è il giorno dedicato a pensare a Sonia. Come ogni domenica.

La domenica i rumori del carcere sono ovattati. Si chiudono le pesanti porte metalliche, gracchiano i transistor dalle pile scariche intervallando musica ai soliloqui delle partite. Lontano, oltre il muro di cinta, si sentono transitare le auto, raramente l'urlo doppler di una sirena. Qualche urlo di gioia, effimera, taglia i corridoi, segnalando a tutti l'avvicendarsi dei risultati. Alla fine qualche frase di scherno rimbalza da una cella all'altra.

Domenica non è, per me, il giorno del campionato di calcio o dei maccheroni al forno, freddi e gommosi; ma il giorno di Sonia. La domenica allontano tutti i pensieri a lei estranei, mi concentro su di lei. Posso sviscerare i ricordi, come creare fantasie, storie, avvenimenti che non sono mai accaduti. Posso creare un passato diverso, che sia un tessuto fitto di realtà e d'invenzione. Tutto è concesso, purché Sonia sia inerente a questi pensieri.

La domenica si può partecipare alla funzione religiosa. Il frate non è un cattivo tipo, ogni tanto passa, anche se sei in isolamento, chiede se vuoi fare due chiacchiere. Ti chiede se vuoi un libro, un libro qualsiasi, se può te lo porta.

Sonia è morta, l'hanno portata via con una barella, giù per il vicolo, coperta da un lenzuolo bianco. La sirena ammutolita fende i muri colorandoli rapidamente di blu. Un poliziotto segue i ragazzi dell'autoambulanza tenendo in mano la sua borsa, un cestello di cuoio scuro. Sul fondo del vicolo, in strada, ci sono poche persone, qualche sguardo distratto dei passanti.

Sonia è viva, mi rincorre ridendo sulla spiaggia, cerca di prendermi e di buttarmi a terra, è molto forte, può farcela. Il sole è caldo, anche se siamo in inverno; quando cadiamo a terra sfiniti, ansimanti, ci crogioliamo nel tepore che si irradia sulla pelle. La lingua scorre sui denti bianchi, puliti, le percorro le gengive, la cerco in un bacio convulso, ci manca il respiro per la corsa appena finita, la saliva mi cola calda lungo la guancia.

Non sono mai stato sulla spiaggia con Sonia, la nostra storia si è sviluppata troppo velocemente per vivere cose come queste. Qualche volta, durante l'attesa, ho osservato il mare e gli scogli, ma una volta arrivata non c'era più tempo per questo. Era inverno, nel periodo delle giornate più corte dell'anno, e lei arrivava al crepuscolo; il cielo di ponente era ancora chiaro, mentre a levante era cupo, già gravido di notte. Altre volte l'ho attesa fino oltre il buio, nel freddo, rinserrato nel mio giubbotto, ormai cosciente che non sarebbe venuta, ma fremendo per ogni automobile che sembrava intenzionata a svoltare verso di me.

Ci sono giornate in cui, per la nebbia, non distinguo il braccio di fronte, non vedo le finestrelle né le braccia penzolanti dei reclusi. Il mese scorso uno del terzo piano chiamava ininterrottamente, e quando riceveva attenzione salutava a pugno chiuso. Poi il tam tam tra le celle l'ha segnalato come un comune, una spia, che aveva ucciso un recluso nell'ora d'aria. Sui muri dell'isolamento non c'è niente, non si può appendere nulla. Solo graffi, un unico gigantesco graffito che sale, diradando, verso il soffitto: righe, frasi ormai indistinguibili, date, macchie di sperma.

Sonia è morta. L'ho saputo qui, in carcere; Nino, l'avvocato, mi ha portato questa notizia. Senza particolari, solo queste parole. Poi non gli ho chiesto altro, e lui, anche durante le visite successive, non ha più riaccennato a lei.

Il vicolo è sporco, male illuminato. Giornali spaginati, sacchetti di rifiuti rovesciati, rovistati dagli animali, limoni asciugati sono rotolati giù per le scale, più in basso. Siringhe da insulina con le loro confezioni di plastica sono ammucchiate contro il muro. Una è infilzata tra due mattonelle rosse, nella terra degli interstizi. La barella ondeggia sulle scalette, e con lei il lenzuolo; un braccio è scivolato, e la mano sinistra, piccola, spunta fuori, saluta la folla.

Sonia era dolce, allegra, ma la sua allegria nascondeva, come una maschera della tragedia greca, una profonda malinconia, forse una cosciente tristezza. La nascondeva come fosse la sua cosa più segreta, qualcosa di cui solo lei voleva avere coscienza. Io avevo intuito questa sua interiorità, questo movimento interno e sotterraneo, e immediatamente questo segreto che detenevo mi permetteva di cogliere il suo vero stato d'animo. Lei non confessò mai se stessa e l'ultima volta che la vidi mi disse che mi avrebbe parlato di lei, di come era, di ciò che non sapevo; mi avrebbe concesso qualcosa che capivo essere raro, se non unico. L'attesi. L'attesi fino a morire d'attesa, stremato, stanco, rimandando ogni giorno come se l'indomani dovesse essere decisamente il giorno atteso. Mi spensi vedendola fluttuare davanti a me, come in una danza, leggera come una brezza, imprendibile, come in un sogno o in un gioco. La sentivo triste e lontana, come un uccello migratore che attraversa regioni senza arrestarsi, che attraversa il mare, che diventa un punto lontano all'orizzonte, destinato a sparire.

Il frate mi ha portato da leggere "La Peste", come gli avevo chiesto. L'ha preso alla biblioteca comunale, come testimonia il timbro blu sul frontespizio. La copertina è gialla e bianca, sporca, il dorso è sdrucito, consunto; le pagine sono state piegate sull'angolo superiore dall'uso di troppi lettori. Il libro è per terra, vicino alla branda, l'ho preso in mano più volte, come fosse un avvenimento, con calma, ma non sono riuscito a leggere più di qualche pagina distratta. Qui ogni azione quotidiana diventa un avvenimento. Levarsi dalla branda al mattino, lavarsi, insaponarsi il viso con la schiuma, guardare il tempo dal finestrino, attendere le guardie, lo spegnersi e l'accendersi delle luci: tutti avvenimenti. L'arrivo dell'avvocato è un avvenimento straordinario. Nino è alto, grasso, con i capelli bianchi e lunghi, molto curati, la sua andatura da orso. Colto, umano; forse troppo.

Sonia grava sopra di me, nuda, stagliata contro la finestra chiusa da cui si dipartiva un debole e soffuso chiarore; quel chiarore le attraversava i capelli lunghi, quasi fosse lei l'origine di questa luce. Si muove lenta, tenendomi le braccia per non farmi alzare; entro in lei piano, e altrettanto lentamente ne esco, seguendo il suo ritmo, i suoi movimenti. Aspiro il suo odore, inebriandomi. Questo odore idiscernibile di profumo, sudore, sapone che pervade la cella 2-A-16. Quando la mattina mi alzo lo sento sulla branda, come se avesse dormito con me.

Sonia morta, in un giorno di febbraio, con le collant smagliate, tra le ipodermiche e i limoni, le mutandine bianche tese dal pube, lo sguardo triste e gli occhi aperti. E' caduta all'indietro, forse cercando un appoggio insperato. Una scarpa, un mocassino di pelle nera viene, raccolta poco lontano, a un paio di metri. Mentre Sonia moriva la città intorno scivolava indifferente alla sua tristezza, ai suoi segreti, sbirciava in fondo al vicolo, forse commentava una vecchia foto sui quotidiani. Gli animali del vicolo tornano a disputarsi i rifiuti. I gatti, forse, giocano coi limoni gettandoli in strada.

Andai da Sonia in ospedale, dopo un'operazione; la vidi dolce e morbida in quella tenue camicia da notte, calda per la febbre, con le labbra appena umettate di saliva. L'abbracciai piano, temendo per le sue probabili ferite, cercando di non farle male, ma sperando in un contatto. Era stanca e desiderai baciarla, appoggiare le mie labbra contro le sue, respirare la sua aria, cercare la sua lingua ruvida, sentirla muovere nella mia bocca, stringerla contro di me e poi guardarla nel viso, vedere gli occhi agitarsi. Non lo feci, le strinsi la mano e la carezzai, come si fa per assistere un malato. Poi me ne andai, incontro alla domenica solitaria.

Il giorno dell'arresto ero ormai sfinito, sfibrato dall'attenderla, ormai incapace di reagire, corrotto internamente dal dipendere da lei anche solo per una parola. Rispondevo automaticamente alle domande di rito, come se stessi ripetendo un dialogo concordato da un tempo infinito. Mi chiesero se ero anche tossicomane, e se me ne fregasse qualcosa di tutto questo.

Sonia viveva oltre a me, oltre quelle poche volte che siamo stati assieme, errava in un suo mondo completamente estraneo, un mondo che attendevo di penetrare con lei, per averla. Potevo solo immaginarla, quando non riuscivo a vederla, proprio come in questi momenti, qui a Novara, nella cameretta 2-A-16.

Il tam tam porta cattive notizie. Un compagno di Mestre si è impiccato con le lenzuola, stava nella cella in fondo al corridoio, l'ultima. I volti si affacciano alle grate per assistere al corteo delle guardie con il corpo esanime. "Assassini", grida un volto da una cella, qualcuno intona l'Internazionale, poi rumori, calci, urla, disperazione. Il feretro passa tra le ali di folla rinchiusa, le guardie mute, commosse, veloci, trascinano il carrello oltre la gabbia, verso l'infermeria.

Domenica è il giorno di Sonia; seduto sulla branda rifatta, con la mia tuta da ginnastica verde e un paio di adidas. In alto, nell'esatto punto d'incrocio delle diagonali del soffitto, tremola il neon acceso sin dalla mattina. I wish you were here, rimbomba continuamente da una cella del lato opposto, ormai indistinguibile dai rumori dell'edificio. Ogni domenica è il giorno di Sonia. Non ho una sua foto che mi fissi i ricordi, che risolva i dubbi che talvolta mi vengono sul suo volto. Mi devo concentrare per rivire i momenti in cui la osservavo; chiudo gli occhi, mi distendo, i passi lungo il corridoio scivolano via, gli accordi della chitarra elettrica sfumano, si dissolvono. Il neon smette di tremare oltre le palpebre socchiuse, il mio corpo si rilascia, debole, inerte. Sonia è viva. Il volto tirato, duro, i capelli raccolti dietro trattenuti da un fiocco. Sembra triste, ed è triste. La mia presenza la imbarazza, la costringe a esprimere qualcosa che le pesa dirmi, qualcosa che preferirebbe capissi da solo o ignorassi completamente. Non può parlarmi, le necessita più tempo di quello a disposizione, preferisce rimandare. Dice che le riesce difficile parlarmi, che ha un'altra storia, una storia complicata. Sonia svanisce nell'insolito caldo invernale.

Sonia è morta, e la sua morte la posso solo immaginare. Non ho potuto toccarla, sentirla fredda, premere il palmo della mano contro le costole, tra i seni, e non avvertire nulla. Il sangue fermo nelle arterie, la bocca aperta, i denti non lavati che sanno ancora di caffè, gli occhi che fissano immobili una striscia di cielo sopra il vicolo. Il poliziotto fruga nella borsa che hai a fianco, scuote un pacchetto di sigarette, lo apre, poi lo getta sul cofano della volante. Tira fuori tutto, il mazzo di chiavi, la busta di stoffa con le tue cose, fazzoletti di carta, l'agenda. Ti guarda ritratta sulla patente, poi alza il lenzuolo e scuote la testa. Rimette tutto dentro, alla rinfusa, e pensa a quanto sei bella.

La giornata si sta stirando verso la fine, il sole è calato, e il rombo di cielo che mi spetta è nero d'inferno. Cala, a quest'ora, un silenzio innaturale sul carcere, quasi una coltre pesante che schiaccia i detenuti, li rattrappisce negli angoli delle celle, come selvaggina braccata nelle tane. La musica tace, sembra che nessuno si muova, perfino le guardie, forse intimidite da questa atmosfera, sembrano essersi dissolte. Nel carcere non si ode neppure lo scarico di uno sciacquone. La domenica sta per morire, tutte le possibilità sono state accese e si sono ormai combuste completamente, poi arriverà un passato di verdura, una fetta di pane mollo e due formaggini. La sigaretta è stata fumata quasi fino alla fine. Sonia, tra poco dovrai andare, è giunta inesorabile l'ora in cui torni nel tuo mondo. Rimane sempre qualcosa di inespresso nei nostri incontri, qualcosa che rimane in aria, sospeso sopra di noi, come una nuvola leggera nata dalla calura, qualcosa che, inesorabilmente, ci attira verso un altro incontro. Sonia, sta arrivando la guardia, la sua presenza scocca come le lancette dell'orologio. Baciami, Sonia, un ultima volta, apri le labbra, cercami, carezzami i capelli.

Sonia morta si allontana nel traffico dentro l'autoambulanza; senza sirena. Lento il furgone attraversa la città, senza fretta, sostando agli incroci, incanalandosi verso l'ospedale. I due giovani seduti davanti, con i camici bianchi aperti, stanno senza parlare.

Sonia, un attimo ancora, ho scritto una poesia...