
| Traduzione
e realizzazione: Andrea Iovinelli |
Story | Column | Intervista | Interview (english) |
Il
testo originale può essere letto sul sito ufficiale della
Production I.G.
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| LE RIVELAZIONI ORBITALI DI UNO SCRITTORE FANTASMA |
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All'interno di questa sezione, Yoshiki Sakurai, uno degli scrittori di GHOST IN THE SHELL: STAND ALONE COMPLEX, esplora la natura più filosofica della serie, affrontandone i temi, gli argomenti e le questioni che la caratterizzano. |
Crociate di Robot 02::10::02
Un volo sulla Macchina Turing 18::9::02
Qualcosa che hai sempre desiderato sapere sullo "Spirito"
(Ma che avevi paura di chiedere a Hiromatsu) 31::8::02
Guscio e/o Macchina 23::7::02
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Qual è la differenza cruciale tra il "Guscio" e la "Macchina"? All'interno della scienza (fanta o meno), potrebbe apparire quasi superfluo discutere nuovamente su dove risieda lo spirito, ed è orami divenuto un cliché cercarlo dove sembrerebbe più improbabile trovarlo, cioè nelle macchine. La scelta del termine "Guscio" è degna di analisi, perché capace di suscitare due immagini contrastanti, e cioè di solido e fragile allo stesso tempo. Si aggiunga anche che la parola è capace di attirare attenzione sia all'interno che all'esterno di se stessa, del suo significato. Infatti, fino al momento in cui il guscio si rompe, ciò che risiede all'interno, sempre che vi sia qualcosa, rimane indefinito e misterioso e continua ad attirare l'attenzione dell'osservatore esterno. Ma quando avviene la collisione, si ha l'istantaneo capovolgimento del punto di vista; il mondo esterno è osservato dall'interno e lo schiacciante impatto di un mondo del tutto sconosciuto è sperimentato da una nuova forma di vita che emerge da uno stato di confinamento. Questo abbagliante capovolgimento, la sua tensione e il
suo sforzo, è efficacemente espresso quindi semplicemente con una
sola parola, "Guscio". Poiché un singolo strato può
essere di spessore infinito, o d'illimitata sottigliezza. |
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Se un hacker di "menti" rapisse lo spirito del cervello cibernetico di qualcun altro e riuscisse nel tentativo di controllare il comportamento di quella stessa persona, che tipo di scenario mentale potrebbe vivere quell'hacker? Percepirebbe forse il corpo fisico del "derubato" come una parte fisica di se stesso controllata a distanza, proprio come avrebbe suggerito Hiromatsu? Se ciò si verificasse, potremmo tracciare due ipotesi. Primo, il Soggetto non corrisponde necessariamente a una sua unica controparte fisica. Secondo, in conseguenza della prima ipotesi, non vi sarebbe una base per riconoscere che un Soggetto debba essere formato su di una propria corporalità, visto che un qualunque Soggetto è in grado di espandersi/contrarsi liberamente oltre i limiti materiali corporei. E' qui che inizia esattamente ad avere un senso il concetto di "Spirito". Questi è il luogo migliore ove relegare le intenzionalità instabili e fluttuanti nel ciberspazio. All'interno delle reti di sistema digitali, dove ogni cosa può essere riscritta, controllata, relativizzata, lo Spirito ha bisogno di essere là, senza ombra dubbio, perché qualcosa di totalmente incontrollabile e indescrivibile è richiesto per conservare l'unità e l'unicità dell'universo. In altri termini, lo "Spirito" è una
fede. Un nuovo credo religioso che si oppone alla totale riduzione dell'essere
umano a semplice impulso del ciberspazio. |
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Se un giorno, un computer sostenesse o addirittura pretendesse di considerarsi come una reale forma di vita "umana", dicendo che egli è un Soggetto individuale, e che è capace di formulare pensieri creativi, come potremmo convincerlo che non è altro che una mera macchina programmata? Al giorno d'oggi ci ritroviamo a osservare ogni genere di virus informatici, capace di modificare persino i loro stessi programmi prima di procedere alla loro moltiplicazione, o "riproduzione". In pratica essi possiedono quasi tutte le condizioni che noi riteniamo natuale considerare come quelle necessarie per definire una qualsiasi comune forma di vita. Pensiamo al famoso Test di Turing, andando a rileggere le parole di Wittgenstein di sopra. L'idea di Turing è tuttora un semplice ed efficace criterio per rispondere alla tradizionale domanda se le macchine possano essere create per essere in grado di svilluppare un pensiero creativo o meno (o se debbano avere uno Spirito). Egli ha così trasformato la domanda originaria: e se un giorno le macchine iniziassero a pensare coscientemente, come ce ne accorgerremmo? Secondo il pensiero di Turing, se osservassimo le risposte date da una macchina a certe domande da noi poste, e non potessimo distinguere se quelle stesse risposte siano date da un essere umano o da una macchina, dovremmo considerare che questa macchina stia realmente "pensando", poiché perdiamo ogni ragione per poter credere il contrario. Concentrandosi sull'osservazione dell'output, Turing ha così evitato di dare una definizione di cosa un "pensiero creativo" possa davvero significare. Di fatto, ritroviamo lo stesso problema anche mentre ci
troviamo a parlare con un altro essere umano. Noi possiamo solo scommettere,
senza alcun motivo fondato, sulla possibilità che quell'essere
umano stia pensando (o che abbia uno Spirito). In un certo senso quindi,
non c'è alcuna sostanziale differenza nel trovarsi faccia a faccia
con un umano o con una macchina. |
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E' ben risaputo che il termine "robot" ora diffuso in ogni angolo del mondo, fu coniato da Karel Capek in questa sua opera. Come lì proposto, le organizzazioni per la slavaguardia dei robot quasi inevitabilmente esisteranno anche nel nostro futuro. E ciò che può essere descritto come una morale comune contro i maltrattamenti subiti dai robot nascerà nei pensieri e nell'opinione della gente. Nel lavoro di Capek, possiamo notare come l'associazione di difesa dei robot venga chiamata "Lega dell'Umanità", e non "Lega dei Robot". La logica che sostiene la loro motivazione dev'essere in un certo modo simile a quella che possiamo osservare oggi nella protezione della vita selvaggia animale; questa è "umanità" estesa a qualcos'altro che non sia un essere umano. A dimostrazione che una simile deduzione non è solo pura speculazione fantascientifica, potrebbe essere molto interessante soffermarsi sul seguente fatto. Un acquirente giapponese del cane-robot AIBO, di recente ha promosso un'azione legale contro la Sony, il produttore del giocattolo in questione, poiché la nuova versione dello stesso modello, l'ERS-210, dotato di senso uditivo, non avrebbe potuto giocare con il suo più vecchio prototipo ERS-111, non accessoriato invece del senso uditivo. Egli sosterrebbe che è "crudele" e "pietoso" far giocare il suo AIBO sordo con gli altri nuovi AIBO che sono invece in grado di ascoltare e rispondere alla voce del loro padrone. Per questo compratore, è dunque un fatto naturale rivendicare i diritti fondamentali per il suo robot domestico. Se sorridere o meno a questo fanatico del suo AIBO, dipende dai punti di vista personali, ma non dimentichiamoci che non molto tempo fa la protezione degli animali selvaggi e dell'ambiente non sfioravano nemmeno lontanamente i pensieri della gente. Maggiori dettagli sulla questione riguardante AIBO
possono essere trovati qui (solo in giapponese, purtroppo). |
| © Shirow Masamune-Production I.G/Kodansha |