Memorie

Il futuro di Katsuhiro Otomo


di Andrea Iovinelli

In principio: fu Akira. Correva l'anno del Signore 1988. Una nuova stella cometa solcò i cieli della nostra penisola mafurono in pochi ad accorgersene. Quella fugace cometa annunciava l'avvento di un nuovo, stravolgente modo di concepire il cartone animato. Una concezione che era propria, fino ad allora, della sola cultura popolare nipponica, e completamente estraneo all'approccio mentale, alla "filosofia", al modo di vedere e assorbire i disegni animati, frutto di un retaggio e di una educazione post bellica tutta occidentale, filo americana e quindi come diretta conseguenza meglio riconoscibile in tutto e per tutto come una "cultura Disneyana".
Quasi nessuno se ne accorse, ma i pochi, impavidi avventurieri che si lasciarono catturare dalla curiosità (o ne ebbero l'opportunità) di andare a vedere quel cartone, rimasero semplicemente a bocca aperta. Scioccati; incantati; sbalorditi; senza più alcun punto di riferimento su cui poter fare affidamento, perché quello non era più il cartone animato come lo conoscevano loro. No. No, no, no. Quello, quella cosa in movimento continuo, tra colori vivi, caldi e sfolgoranti, tra luci al neon e sfondi talmente realistici da lasciare senza fiato, con gli inseguimenti a rotta di collo sulle strade di Neo Tokyo a cavallo di motociclette tanto belle e avveniristiche da desiderare di starci sopra, e quei grattacieli che si alternavano danzanti sul profilo notturno della città e s'innalzavano infiniti fino al cielo mentre poco più in là il degrado più oscuro e la deliquenza sguzzavano nelle vie periferiche, dominio incontrastrato di bikers con la faccia da pagliaccio, e la lotta tra i due ragazzini Kaneda e Tetsuo, magnifica, grandiosa e talmente avvincente, con quell'oscena fusione di sangue, carne e macchina a creare mostri dalle sembianze tanto inedite quanto raggelanti. No, quello non era più un cartone e come avrebbe mai potuto esservi paragonato.
Quello era Akira. La rivoluzione, che sembrava dovesse essere destinata a travolgere tutto e tutti.
E fu solo silenzio. E buio in quelle sale che speravamo si animassero di altre simili magnifiche creazioni.