Intro.
Anno 1988, Akira, di Katsuhiro
Otomo. Anno 2000, La Principessa Mononoke, di Hayao
Miyazaki. Anno 2002, Metropolis,
di Rin Taro. Sono gli unici lungometraggi
animati di produzione giapponese distribuiti nelle sale italiane (se si escludono
i vari Pokemon e Digimon) negli ultimi venti anni. Tre
capolavori indiscussi (e indiscutibili) della cinematografia mondiale, che
trascendono la semplice e semplicistica classificazione di film di animazione
per elevarsi al medesimo livello (almeno quello...) delle pellicole realizzate
con attori in carne e ossa, ed assurgere a pieno diritto alla diginità
che spetta a un'opera d'arte. Gli unici che sono stati capaci, grazie alla
loro assoluta e conturbante bellezza, ma anche perché supportati dalla
gloria e i riconoscimenti raccolti in tutto il resto del mondo, di abbattere
l'inspiegabile e infrangibile muraglia del pregiudizio, del discredito e della
indifferenza che continuano a imperversare nella coscienza e nell'opinione
pubblica popolare italiana, massificata e pilotata da mode massmediate tanto
effimere quanto insulse nella sostanza.
Tanti, troppi, sono gli anime (i disegni
animati nipponici) che meriterebbero un passaggio cinematografico anche nelle
nostre sale e che invece vengono sistematicamente ignorati e lasciati nell'oblio.
Spesso, l'unica possibilità di ammirare queste produzione è
relegata ai piccoli circoli culturali, alle piccole iniziative private o ai
festival del settore, sia fantastico che animato, in salette improvvisate
e con pellicole originali, e bisogna essere davvero degli appassionati fanatici
per riuscire a rintracciare con successo simili iniziative. Per questo l'arrivo
di Metropolis in Italia è un evento tanto eccezionale quanto
raro, che lascia filtrare uno spiraglio di luce nel buio totale che circonda
il "ghetto" dei cultori di anime e animazione in generale;
e che ci lascia sperare (non costa nulla, in fondo) in un futuro più
roseo per questa forma di espressione unica, con uno spazio finalmente degno
e adeguato a quello che ormai, nonostante gli alti papaveri della nostrana
distribuzione cinematografica fingano di non accorgersene, è un mercato
non più di nicchia, ma ben sviluppato, ricco e ampio.
Il
film. Metropolis nasce come adattamento del manga di Osamu
Tezuka, uno dei primi del Maestro per eccellenza, il padre di tutti
gli autori giapponesi (meglio conosciuto in patria come Manga no kamisama,
"Il dio dei manga"), ed è datato addirittura settembre
1949. All'interno del soggetto originale è possibile rintracciare
tutti gli elementi divenuti stereotipi tipici, e poi dei classici per tutti,
della straordinaria arte per immagini dello stesso autore, e poi conseguentemente
del media fumetto in generale e ovunque nel mondo. Ed è evidente anche
agli occhi di un non esperto, il tentativo degli autori della pellicola di
mantenere intatta e pura l'anima della creatura di Tezuka, il devoto
rispetto col quale hanno curato personaggi, ambienti, scenografie, cercando
di "ricalcarli" il più fedelmente possibile sul segno originale
lasciato su carta dal Maestro. Nel corso della visione del film si avverte
questo senso indefinito di "lasciato
in
sospeso" che permea ogni aspetto dell'opera, e che io credo dovuto proprio
al "timore" reverenziale con cui i vari illustri autori si sono
dovuti confrontare, la loro paura di intaccare in un qualche modo che potesse
essere visto come oltraggioso lo spirito del manga e quello ben più
ampio e complesso del suo autore, sia sotto l'aspetto puramente fisico che
dal punto di vista delle sensazioni emozionali che avrebbe potuto suscitare
il film. Hanno tralasciato di lavorare magari troppo su aspetti essenziali
come protagonisti e trama che, proprio per la loro peculiarità e la
loro storicità, il loro essere archetipi di un mezzo di comunicazione
e di un genere narrativo, dovevano essere lasciati intatti, tentando di avvicinarsi
il più fedelmente possibile alla versione originale senza per questo
macchiarla della loro impronta, che pure, volenti o nolenti, è ben
riconoscibile.
Ed è per questo che Metropolis non
si distingue per la particolare originalità della trama, per lo spiccato
coinvolgimento emotivo o per l'affascinante caratterizzazione dei personaggi:
il lungometraggio è un "semplice" omaggio a Papà
Tezuka e per essere tale doveva essergli fedele in tutti i suoi aspetti,
a costo anche di risultare "banale" e già visto, retrò
e superato nella trama come nelle tematiche affrontate.
Ecco cos'è Metropolis: uno spettacolare giro di giostra sulle gambe del nonno (in questo caso, nonno Tezuka), alla ri-scoperta di mondi fantastici e avveniristici, e di quel mai troppo rimpianto (e quando riesumato spesso disprezzato) "senso di meraviglia" che era una parte essenziale della vita d'ogni giorno, in quegli anni colmi di dolore e sofferenza, ma anche di visioni e speranze nel futuro, e in cui non c'era modo o tempo per piangersi addosso ma solo la voglia cocente di rimboccarsi le maniche per cambiare il destino proprio e quello altrui. Ed è pure una voluta ricerca di quell'indimenticabile e nostalgico spirito per la pura avventura che cova in tutti noi e che è costantemente scacciato dal frustrante e irritante desiderio moderno di complessità e ricercatezza, di credibilità verosimiglianza, laddove invece ci si augurerebbe di trovare solo sano e rilassante divertimento. In poche parole: un semplice spettacolo per gli occhi.
Perché tutto ciò? Be', perché
alla fin fine Metropolis in un certo senso vorrebbe poter essere un
manifesto e una testimonianza di storia, un depliant illustrativo di
storia del cinema d'animazione giapponese. E null'altro. Vi pare poco?
La
trama. Metropolis è una splendida e
luccicante città dall'aspetto dicharatamente ispirato alle ardite e
avveniristiche architetture del primo Metropolis,
il capolavoro di Fritz Lang del 1926 (che
Tezuka non aveva visto e a cui pare si sia ispirato solamente
per ciò che concerne l'osservazione di una foto che ritraeva la scena
della nascita della donna-robot). Qui i suoi cittadini vivono beati nell'agiatezza,
cullati dal benessere che si manifesta appariscente in ogni angolo, crogiolati
dal tiepido e benefico calore dell'Utopia virtuale di cui sono parte, e a
cui voglio credere nonostante la realtà si distacchi in modo netto
dalle false apparenze, tutto affinché non sorgano in loro malumori
o pensieri disdicevoli, magari forieri di disordine e ribellione. Sotto tutta
questa scintillante apparenza infatti, dove l'occhio non può arrivare
(e il cuore "dolersi"), vive e si trascina nel tentativo di sfuggire
al suo triste destino, tutta un'intera cittadinanza a se stante; quella dei
disadattati, degli emarginati, tutta la casta più sofferente e più
povera della popolazione relegata nei sotterranei delle zone inferiori per
non turbare le coscienze del tranquillo ed efficiente tran tran quotidiano
della classe "superiore". Sfogo principale delle loro frustrazioni,
e principale obiettivo della loro voglia di rivalsa verso il mondo che li
discrimina, sono i robot, sfruttati come dei veri e propri schiavi al fine
di mantenere perfettamente funzionante la complessa società, i quali
hanno sostituito gli uomini nei lavori più umili e pesanti, privandoli
della manodopera operaia, e riducendo nella maggioranza dei casi alla completa
inutilità il bisogno di affidare agli uomini i più svariati
servizi, svolti con ben altra efficienza e diligenza dalle macchine.
La
cittadinanza intera si ritrova così a celebrare il completamento della
più grande e magnifica impresa tecnico-architettonica, la Ziggurat,
un'immensa, sfavillante struttura a più torri che si erge maestosa
sopra a tutti gli altri grattacieli fino a toccare le nuvole e a sfiorare
il cielo: una evidente metafora con ben più alti poteri, a dimostrazione
dell'onnipotenza che può vantare la prepotente dirigenza politica di
Metropolis. Nessuno però tra la folla, né tra il presidente
Boone o il sindaco Leon, festeggiati dalla moltitudine che li
acclama tra brindisi e felicitazioni, è cosciente dell'atroce realtà
che si nasconde nel cuore stesso della torre: una terribile arma di distruzione
escogitata dal suo stesso creatore, il diabolico Duca
Red, il magnate della città, al fine di rovesciare l'apparato
statale vigente e impossessarsi del potere assoluto.
Nel
frattempo Shunsaku Ban, uno scaltro investigatore
giapponese (ritratto con la fisionomia di quello che uno dei personaggi-maschera
caratteristici di Tezuka, di quelli alla Black Jack per intendersi,
e che "il Dio" era solito usare a mò di veri e propri attori),
e il suo nipote Kenichi, che lo coadiuva
nelle indagini, giungono in città seguendo le tracce di uno psicotico
scienziato, il dottor Lawton ricercato come pericolosissimo criminale.
Quest'ultimo, grazie alla sua folle genialità, viene ingaggiato dal
Duca Red con lo scopo di costruire un essere artificiale superiore,
a immagine e somiglianza della sua defunta e adorata figlia Tima,
destinato ad assumere, per conto del Duca, il controllo totale di Metropolis
e dei suoi cittadini.
Ad aiutare la coppia di intestigatori si aggiunge
anche il detective robot Pero, vivida
e toccante testimonianza "vivente" della meschina e bisfrattata
condizione in cui versano tutti gli altri esseri meccanici senzienti della
città. A complicare le cose e a infittire la trama ci si mette poi
Rock, il figlio adottivo del Duca Red,
che invidioso del ruolo privilegiato a cui vede destinato un semplice automa
e che invece desidererebbe, come è naturale che sia, ardentemente per
se stesso, decide di passare all'azione e di eliminare il suo diretto concorrente
allo "scettro" cittadino. Così, grazie anche al prezioso
supporto investigativo di Pero, l'investigatore-robot, la piccola comitiva
giunge fin nei meandri più degradati dei sotterranei, nella Zona 1,
dove scova finalmente il rifugio segreto di Lawton. Mentre sono sul
punto di acciuffarlo, un incendio furioso, scatenato da Rock per rimuovere
ogni minima traccia della creatura artificiale rivale, separa il gruppo; Kenichi
e Tima scompaiono assieme nei labirintici e tetri strati inferiori
della metropoli. Così Ban e Pero, insieme al tentativo
di far luce sulla sorte di Lawton e su quali fossero i suoi progetti,
si ritrovano anche a dovere condurre un'indagine parallela per ritrovare Kenichi,
e ardua e tortuosa sarà la strada da percorrere prima che i due riescano
a trovare una degna risposta a tutte le domande e i misteri irrisolti.
Le
considerazioni. La città, Metropolis, è la
protagonista indiscussa della pellicola. Non lascia spazio ai personaggi che
per tutta la durata di quest'ultima rimangono in secondo piano, in disparte
e trascurati nella loro crescita personale psicologica ed emotiva, quasi nascosti
o offuscati dalla stupefacente, incantevole rappresentazione grafica della
metropoli. Non si può non rimanere affascinati dallo spettacolo visivo
"imbandito" a beneficio dello spettatore dagli scenografi e dagli
animatori tutti, dalla cura maniacale per il più trascurabile dettaglio,
la certosina attenzione al più piccolo particolare, ad ogni angolo
di strada o per ogni vicolo, gli straordinari effetti di luce accompagnati
e contrastati dall'altrettanto spettacolare messa in scena di una gamma di
colori, per lo più vivaci e caldi, come poche se n'erano vista prima
(forse solo Akira può degnarsi di competere agli stessi livelli);
dalla magnificenza, la ricchezza barocca con cui è stata progettata
e costruita la torre-fortezza in un tutta la sua invalicabile onnipotenza
(sebbene l'integrazione tra animazione analogica e digitale, tutt'altro che
impeccabile, soprattutto nella riproduzione della Ziggurat, lasci spesso
perplessi).
Non
che manchino le idee all'interno del film, che spaziano dalla lotta per la
difesa dei diritti fondamentali delle masse meno agiate, alle rivendicazioni
lavorative, dalla crisi generazionale tra genitori e figli a tutti i problemi
connessi alle intelligenze artificiali: i loro diritti, la loro proprietà,
il loro ruolo, ecc. Non ci troviamo di fronte a un'opera in cui autori, ritrovatisi
privi della fondamentale e vitale scintilla creativa, hanno tentato di barare
accecando lo spettatore. Qui la scelta è stata fatta con cognizione
di causa, una scelta di stile, di "veduta", una scelta semplice,
ben identificabile, criticabile forse, ma precisa e diretta. Visivamente:
Metropolis doveva lasciare a bocca aperta per la sua ambientazione,
per i suoi scenari vertiginosi e per le sue architetture futuristico-avveniristiche,
per la generale complessità da dare a uno scenario che doveva sembrare
credibile, in tutta quella sua spaventosa, febbrile caoticità mista
a splendore ordinato, e, be'... guardare per credere, ci sono riusciti. Ed
è così fin dalla primissima sequenza: il turbinio di luci e
fari, la musica jazz a conferire il ritmo che accompagnerà tutto il
lungometraggio, e un'inquadratura angolata dal basso su di una enorme nave
fluttuante tra i grattacieli, a enfatizzare che la città, solo lei
e non i singoli personaggi, è la vera protagonista del film.
Tutto Osamu Tezuka su Internet: http://en.tezuka.co.jp/