La mutilazione epistemologica di Alberta Vinci

Valeria Colombo

"Davvero lei è la moglie del vescovo Albesiano?" le domandò l'uomo inaspettatamente, guardandole le gambe.

Alberta Vinci si sfilò il senseglove studiando il cliente. "Sì, sono sua moglie" rispose "conosce il vescovo?"

Lui sorrise. Era un uomo maturo, con il fascino maschile della mezza età, entrato nella galleria d'arte per cercare un work in progress di qualche giovane artista; Alberta gli aveva subito mostrato alcuni lavori non molto impegnativi di Eugenia Marx.

"Ho avuto modo di incontrare il vescovo" rispose l'uomo come per chiudere il discorso "dunque, mi consiglia qualcuno di questi lavori in particolare?"

Alberta distolse lo sguardo, ma non così in fretta da non notare che il cliente la considerava soprattutto dalla vita in giù. "Eugenia Marx è sicuramente un nome destinato a essere conosciuto" rispose "lo prenda come un investimento."

Non avrebbe mai potuto dirgli che il principale pregio di Eugenia Marx consisteva nel fatto di essere stata sua compagna di corso all’università.

"E com'è, mi dica, essere sposata a un vescovo?" insisté l'uomo riavvolgendo il discorso su se stesso "Mi perdoni, ma quando ero ragazzo io gli uomini di chiesa non potevano sposarsi."

Ma quanti anni potrà avere? pensò Alberta inserendo nel caricatore il microchip del visualizzatore full-immersion, Cinquantacinque anni? Sessanta?

L'interfono sulla scrivania lampeggiò. Scusandosi, Alberta rispose.

"Sei ancora impegnata con il cliente di prima?" le domandò il direttore della maison d'art.

Alberta consultò l'ora. "Puoi andare, chiuderò io" gli rispose togliendo il collegamento.

"Abbiamo fatto tardi?" domandò affabile il cliente con la sua voce baritonale.

"Non si preoccupi. Se vuole infilare il senseglove, potrò condurla in immersione in qualcuna delle opere di Eugenia Marx."

L’uomo annuì, ma senza raccogliere il guanto. Seduto al suo fianco, le osservava con insistenza le gambe nude. Alberta sentì chiaramente chiudersi la porta sulla strada: erano rimasti soli.

"Mi scusi solo un attimo" disse il cliente alzandosi. Si diresse verso il cappotto lasciato sull’attaccapanni sagomato a totem che il direttore aveva trovato a Vancouver salvandolo da un potchlach.

Alberta ruotò sulla sedia girevole verso la finestra panoramica. La collina stava cominciando ad assumere un colore cupo, senza contrasti, mentre il Po dolente di smantellanti enzimici assorbiva poco alla volta il chiaro del cielo.

Pensò che quella sera le sarebbe toccato di rimanere in casa: suo marito Federico, il vescovo Albesiano, era a Friburgo per un viaggio pastorale; sicuramente avrebbe chiamato per salutarla, passata l’ora di cena: se non l’avesse trovata in casa, le sarebbe toccato di sopportare le sue recriminazioni al ritorno.

Alberta si voltò, udendo un rumore.

Il suo cliente le stava puntando contro una grossa pistola di materiale plastico. "I metal detector sono una fregatura" disse sardonico "consiglio al suo datore di lavoro di installare qualcosa di meglio: l’ideale sarebbe riuscire a captare le onde cerebrali. Ha idea della quantità di perturbazioni bioelettriche che produce un cervello in turbolenza?"

Alberta era rimasta a bocca aperta. "Cosa… chi è lei?" balbettò, impallidendo di fronte alla bocca dell’arma puntata al suo seno "cosa vuole?"

L’uomo si portò davanti alla finestra, facendo cenno a Alberta di scostarsi. Scurì al massimo i vetri polarizzati, e la luce in trasparenza dietro le pareti si regolò automaticamente. "Devo mostrarle una cosa" disse senza abbassare l'arma "lei non mi conosce, ma sono tenuto a farle questo favore."

"Favore?" disse Alberta tremando "senta, mi lasci andare."

"Non faccia la bambina" rispose lui con un gesto minaccioso dell'arma spianata "si volti verso la finestra."

"Ma cosa fa?" esclamò Alberta vedendo che l'uomo si slacciava la cintura.

"Non si agiti, non voglio farle del male" rispose pacato, sfilando con un ampio gesto della mano sinistra la cinghia di materiale flessibile.

"Se ne vada immediatamente o chiamerò aiuto" replicò Alberta con voce rauca.

"Ho un inibitore di segnale" sospirò lui "in questo momento la galleria è isolata."

"Metta via quella pistola, per favore" lo scongiurò Alberta.

Afferrandola per una spalla, l'uomo la fece ruotare verso la finestra. "Ora metta le mani dietro la schiena" ordinò.

Alberta sentì un tuffo al cuore; ma prima che potesse opporsi l'uomo le prese i polsi, spingendola contro il cristallo polarizzato della finestra. "No!" protestò Alberta, ma l'uomo aveva braccia robuste da lavoratore manuale, malgrado gli abiti ricercati. Le immobilizzò con la cintura i polsi dietro la schiena.

Quando le lasciò andare la braccia, Alberta sentì mancare le ginocchia; ma l'uomo la sostenne. "Andiamo alla sua console" disse mostrandole un CD che teneva in tasca.

"Per favore..." si lamentò Alberta. Si diede dell'ingenua per essere rimasta da sola con quel cliente che non conosceva.

"Si tranquillizzi" la zittì lui, costringendola a sedere sulla girevole davanti alla scrivania. Inserì il CD nel caricatore, ma senza avviarlo.

Alberta aveva appena il coraggio di guardarlo in viso: temeva che avrebbe potuto pensare di ucciderla per non essere riconosciuto e denunciato.

L’uomo sedette sul taglio della scrivania, levando qualcosa dal taschino in cui teneva arrotolata una pochette dai disegni in movimento. "Mi rincresce davvero, ma non vorrei che si agitasse per quello che le mostrerò" disse levando la pellicola di un grosso cerotto adesivo metallizzato che le applicò sulla bocca, imbavagliandola.

Alberta si lamentò, atterrita. L'uomo accese con un gesto rilassato la console, quindi tornò a sedere sulla scrivania in modo da poterle tenere l'occhio le gambe.

Alberta indossava un corto abito color cacao; non si sarebbe potuto definire il completo più consono per la moglie di un vescovo, ma Alberta approfittava quando Federico era fuori città per vestirsi in modo meno sobrio.

Terrorizzata dalla situazione, Alberta vide apparire delle immagini sullo schermo della console: era la ripresa di un interno di camera d'albergo, come filmata da dietro un falso specchio. Si sentì raggelare: suo marito Federico entrò dalla porta, conducendo con sé una donna che lei non conosceva.

"Il vescovo Albesiano si reca in un motel molto discreto della periferia due volte la settimana" commentò l'uomo a voce bassa "il martedì e il venerdì; il CD che le ho preparato contiene in sequenza le registrazioni degli ultimi quattro appuntamenti."

Alberta fremette, sforzando i polsi contro la cintura che la legava. La donna sulle schermo era una rossa sui quaranta anni, almeno dieci più di lei. Girò intorno al letto a baldacchino levandosi i sandali con il tacco.

"A ogni appuntamento, il vescovo trascorre due ore circa con questa donna" proseguì il cliente, sollevando un piede da terra e cominciando a sfilarsi un laccio dalla scarpa. "Sempre la stessa donna, sempre gli stessi giorni della settimana, sempre alla stessa ora."

La rossa si stava sfilando gli abiti; Federico uscì dal bagno sbottonandosi i polsini della camicia. Alberta strinse gli occhi, gemendo per non vedere, ma l'uomo la strattonò per i capelli costringendola a riaprirli.

La rossa era sdraiata carponi sul letto. Federico le si accomodò dietro senza finire di svestirsi.

"Si accorgerà che il vescovo è metodico, quasi ossessivo nelle sue prestazioni sessuali" proseguì l'uomo con voce incolore; si era sfilato entrambi i lacci e li stava annodando insieme. "Non so di che qualità siano i vostri rapporti intimi" proseguì spietato "mi auguro comunque che siano più fantasiosi di questi squallidi appuntamenti in motel."

L'orrore tenne gli occhi di Alberta incollati allo schermo. Suo marito si era sdraiato sul corpo nudo della donna, la telecamera riusciva a riprendere solo le loro membra.

L'uomo si chinò ai piedi di Alberta, ancora seduta. Le legò le caviglie strettamente unite con i lacci delle scarpe. "Lei è una donna superba" disse "credo che il vescovo sia da condannare anche solo per il fatto di trascurare lei per vedersi con una donna come quella."

Si alzò con un movimento agile che tradiva un allenamento di palestra. Alberta abbassò gli occhi pieni di lacrime per non vederlo camminarle intorno, appena impacciato dalle scarpe slacciate. Tornò al soprabito sull’attaccapanni a totem, prese qualcosa e raggiunse Alberta da dietro, sollevandole il mento con un mano come per costringerla a guardare lo schermo.

"Spero di avere ancora occasione di incontrarla quando avremo più tempo a disposizione per conoscerci" aggiunse "le regalo il CD: lo accetti come un omaggio alla sua bellezza."

Così dicendo, le tenne spalancato l’occhio destro passandole qualcosa sulla palpebra, appena sotto l’arcata sopracciliare. Alberta sentì un dolore lancinante, insopportabile all’occhio, e tentò di gridare contro il bavaglio.

Udì i passi dell’uomo allontanarsi attraverso il dolore alla palpebra. Rimase sola, legata e imbavagliata davanti allo schermo che trasmetteva impietoso le immagini del tradimento di suo marito, il sangue che le colava in lacrime dolorose sulle guance.

===oooOooo===

"Ti prego, lascia perdere la polizia per ora" disse Alberta al suo direttore, tremando di freddo.

Lui guardò la finestra, come accorgendosi solo allora che era oscurata. "Mi dispiace" sospirò, "ma non posso soprassedere quando ne va di mezzo la tua incolumità."

Alberta si strinse nelle spalle; il direttore le aveva dato uno scialle di lana quechua come coperta per riscaldarla: era rimasta legata oltre due ore, il sangue che filtrava adagio dalla palpebra recisa dal rasoio, prima che il direttore ripassasse casualmente davanti alla maison d'art notando la luce accesa.

"Mi rincresce per quello che è accaduto qui" gemette l’uomo "se sei preoccupata per il vescovo, posso spiegargli tutto io. Dirò che è colpa mia, non avrei dovuto lasciarti sola."

Alberta non rispose. L'ultima preoccupazione in quel momento era la reazione di suo marito; aveva ancora davanti agli occhi il posteriore nudo e osceno della rossa sotto il baldacchino del letto d'albergo. Al confronto, persino la mutilazione sulla palpebra passava in secondo piano. "Riaccompagnami a casa" lo pregò passandosi un dito sul derma sottile incollato fra le ciglia e le sopracciglia, all’occhio destro. "Vuoi? Non mi sento di tornare sola."

Il direttore la aiutò a rialzarsi. L'occhio di Alberta cadde sulla cinghia e i lacci con cui era stata legata. "Mettili in una busta e dammeli" disse "li porterò con me, Federico non deve sapere nulla: prometti."

Il direttore sospirò. "Sei sicura di quello che fai? Decidi tu, mi atterrò ai tuoi desideri."

Sette minuti dopo Alberta si fece lasciare al NoStopShop del suo quartiere, dove acquistò una scheda registrata con l'olografia della propria retina. Sentì uno spillo di dolore nell’accostare la palpebra ferita all’obbiettivo elettronico.

Alle 21,30 era a casa. Senza neppure cambiarsi riprogrammò la memoria dell'impianto di sicurezza dell'appartamento; sostituì la scheda di riconoscimento sua e del marito con quella nuova, nell’evenienza improbabile che il taglio sulla palpebra avesse modificato la sua impronta retinale. Poi cominciò ad ammucchiare tutti gli effetti personali del vescovo in un grosso baule che era appartenuto alla sua famiglia.

Ammucchiò vestiti alla rinfusa, due o tre edizioni della bibbia, su carta e su CD, diversi oggetti e biancheria intima. Alle ventidue trascinò a fatica il baule attraverso il portone delle scale.

"Serve aiuto?" domandò una voce maschile alle sue spalle.

Alberta si voltò di scatto: l'inquilino dell'appartamento di fronte stava uscendo dalla porta con l'impermeabile sul braccio. "Non importa" rispose con il cuore in gola per lo spavento "me la cavo."

L'uomo, che Alberta conosceva per il cognome Derossi sulla porta, posò il trench sulla ringhiera. "Non sia mai detto. Dove vuole portarlo?"

La aiutò a trascinare il baule con gli effetti di suo marito nella tromba delle scale, dove lo abbandonarono sotto la finestra dagli alti vetri colorati a piombo. "Si sente bene?" domandò poi Derossi vedendo che era sconvolta. Alberta temette che lui potesse farle domande sul derma della palpebra destra.

"Certo, perché?"

L'uomo cercò di sbirciare in casa. "Il vescovo è fuori città?"

Alberta si rese conto che non sapeva neppure chi fosse Derossi. "Tornerà domani. Buonanotte."

Anche senza voltarsi, sentì i suoi occhi sulle gambe fino a che richiuse la porta.

===oooOooo===

"Credimi, Alberta, non sai quanto mi spiaccia."

Alberta Vinci si morse le labbra, pensierosa. Avrei dovuto aspettarmelo, pensò. Il vescovo Albesiano, in quanto amministratore dei beni della Curia, controllava anche la proprietà della maison d'art.

"Alberta, tu sai quanto ti sono affezionato" proseguì il direttore, con evidente imbarazzo. "Penso che dovrei rassegnare le mie dimissioni per solidarietà."

Alberta passò lo sguardo sulle pareti del suo ufficio per l'ultima volta. "No, non farlo" disse, stupita della dolcezza nella propria voce; "sarebbe inutile."

Il direttore tacque qualche minuto imbarazzato. "Hai..." si schiarì la voce "hai bisogno di credito...?"

Alberta sorrise. Caro, caro direttore. "Ti ringrazio. Ieri sera ho provveduto a trasferire tutti i fondi dal conto privato di Federico a uno intestato solo a me."

L'uomo alzò un sopracciglio, accennò a sorridere ma si trattenne. "Alberta, sei rimasta con noi per cinque anni..."

Alberta si alzò. "Niente sentimentalismi. Non sono una sprovveduta: ho due lauree, troverò un altro lavoro." Si voltò per andarsene. Non voleva, di proposito, salutare il suo direttore: poteva significare che contavano di non vedersi mai più.

"Alberta..."

Si arrestò. Tornò indietro e lo baciò su una guancia, poi uscì.

Eccomi a spasso per Torino, pensò. Non era urgente trovare un lavoro, il saldo che aveva prelevato dal conto di suo marito le permetteva di cercare con comodo. Tuttavia, pensava che per dimenticare il più in fretta possibile quanto accaduto era necessario occupare la mente, e il metodo migliore era un nuovo lavoro.

Stava cominciando a piovere; mentre camminava senza meta fissa, osservando la gente e le poche vetrine dei negozi che ancora non disponevano di un sistema di acquisti a distanza, sentì suonare il suo palmtop.

"La signora Vinci?" disse il volto di un sconosciuto sullo schermo da 4 pollici "sono stato incaricato di proporle l'esclusiva della storia della sua separazione dal vescovo per conto di una primaria rete 3-V. Possiamo incontrarci?"

Alberta sentì tremare le gambe. Come possono già sapere...? "Lasciatemi in pace" sussurrò indignata, mentre avrebbe voluto urlare.

Chiuse lo schermo e chiamò un taxi per tornare a casa, correndo sotto la pioggia; ma c'era un imbottigliamento all'incrocio con via Roma, e la vettura non riuscì a muoversi. Spazientita, pagò l'autista e scese a piedi, bagnandosi scarpe e capelli. Temette che la sottile ferita all’occhio destro potesse infettarsi per l’inquinamento contenuto nella pioggia.

L'aria era satura di gas atmosferici trattenuti dal maltempo; si incamminò a passo veloce sul salvagente del traffico, ma dopo pochi passi un microfono libellula le sbarrò il passo. "TeleTre, signora Vinci" disse una voce da rattus norvegicus, "non ceda alla concorrenza, dottoressa: sono stato incaricato di offrirle una cifra più alta di qualsiasi altro. Se preferisce non avere contatti diretti possiamo intervistarla via Euronet."

Alberta strillò di disappunto, infilandosi fra i paraurti di gomma delle vetture. Scivolò al riparo sotto i portici, passando il controllo dei metal detector che le ricordarono la disavventura della sera prima. Strisciò a contatto della gente, ma vide al di sopra delle teste le ali frollanti della libellula meccanica.

Svoltò verso i giardini, abbassandosi sotto la rete anti-piccioni. "Eccola!" gridò qualcuno dalla strada. Alberta fece in tempo a leggere TÉLÉNOS sul furgone, poi allungò il passo, uscendo dai portici malgrado la pioggia insistente.

Un'auto si fermò in inchiodata accanto al marciapiede. "Sparisca!" sibilò agitando la borsa, ma si accorse che al volante c'era Derossi, il suo vicino di casa.

"Immagino abbia bisogno di un passaggio."

Saltò quasi attraverso la portiera aperta. Evitando una collisione con gli inviati stereovisivi, Derossi accelerò verso una strada laterale alzando un fendente d'acqua piovana.

Il furgone degli inseguitori rimase imprigionato nel traffico; Alberta colse un'immagine del microfono-libellula catturato dalla rete dei portici, poi espirò tutto il fiato. "Mi ha salvata..." disse.

"Ma cosa è successo?" domandò Derossi.

Alberta lo studiò: era un uomo sui quaranta anni, che aveva incontrato cinque, forse sei volte nel palazzo. Non sapeva la sua professione né il suo nome di battesimo, ma sembrava una persona seria. Inoltre, vestiva con distinzione ed era un uomo piacevole.

Sembrava l'uomo di cui potersi fidare, e Alberta in quel momento di collasso aveva estremo bisogno di dare fiducia.

Decise di investire su di lui. "Mi sono separata da mio marito" confessò seccamente.

Derossi quasi sbandò. Senza fermarsi a un semaforo, scatenò l'allarme acustico del mult-o-matic. "Il vescovo?" esclamò.

Alberta sentì montare la rabbia agli occhi. "Sì, il vescovo. E allora? Non è pensabile che un vescovo meriti di essere lasciato dalla moglie?"

Derossi rallentò, ma erano oramai fuori dall'ingorgo. "Non mi fraintenda. Mi sembra così... eccezionale. Ma scusi, non sono affari miei."

Alberta si rilassò. "Mi rincresce: le sto bagnando tutto il sedile." disse per riconciliarsi. Polarizzò sullo scuro il cristallo del suo finestrino, controllando se Derossi le guardasse le gambe: lo faceva. Basta che un uomo sappia che non hai più il tuo uomo, e subito pensa di potersi prendere delle libertà, pensò. E' come se prima non osassero neppure guardarti, perché eri proprietà di un altro, e dopo se solo potessero ti metterebbero le mani sotto la gonna.

Appena giunti sotto casa, aspettando che il portellone automatico si aprisse per scendere nel parcheggio sotterraneo, Derossi si sporse a guardare dal parabrezza.

"Che succede?" domandò Alberta.

"Un elicottero. Deve essere la stereovisione." Il suo accompagnatore guidò con calma giù dalla rampa, identificandosi con il pass. Parcheggiò accanto agli ascensori.

"La ringrazio per il passaggio" disse Alberta sorridendogli; gli tese la mano e scese dall'auto.

Prima di prendere l'ascensore, pensò di contattare il sistema di sicurezza con il palmtop. "Ci sono nove persone in attesa fuori dalla porta" le comunicò il servomeccanismo.

Alberta si sentì cadere le braccia. E' la fine della mia privacy, pensò.

"Vuole che la accompagni ad un albergo?" si offrì Derossi, che aveva udito.

Alberta si morse le labbra. Era indecisa, abbattuta. Non mi avranno, pensò. "Le spiace se salgo da lei fino a che la marea cala?" domandò.

===oooOooo===

"E questo cosa sarebbe?" domandò Alberta impugnando l'oggetto.

Derossi si strinse nelle spalle. "Un asciugacapelli; non ne ha mai usati da bambina?"

"Asciuga... vuole dire che non ha un casco?"

L'uomo sedette, quasi divertito, di fronte a lei; "Non ha mai messo piede nella casa di un single, immagino" rispose "cosa dovrei farmene di un hairdryer?"

"Non mi farà male all’occhio, questo getto di aria calda?" disse Alberta mentre distoglieva lo sguardo lo sguardo per controllare spazientita i suoi vestiti stesi accanto al radiatore. "Vede, ho un taglietto, qui sulla palpebra" aggiunse "Ma deve proprio osservarmi così?"

Si era levata il tailleur rosa, la camicia di cotone e le scarpe per rimanere con la sola biancheria intima: un body bianco con orlo di pizzo e spalline. Sedeva su un pouf senza schienale accanto ai vestiti che rifiutavano di asciugarsi.

"Vuole una giacca per le spalle?" domandò l'uomo.

"Le rovinerei l'intrattenimento" rispose Alberta con una smorfia "Non ha piuttosto un pigiama?"

Derossi fece un ampio gesto. "Mi rincresce, dormo senza."

Alberta posò l'asciugacapelli. L'appartamento era arredato con gusto sobrio, moderno, senza sprechi né concessioni al frivolo, con parecchi particolari tipicamente maschili: olografie di nudi "artistici" accanto a interattivi impegnati, un liquore di marca sul tavolino di cristallo, la totale assenza di indumenti della taglia di Alberta.

"Può controllare se adesso posso tornare a casa mia?" domandò.

Derossi andò alla console del sistema di sicurezza. "Via libera" disse "anche se mi rincresce che debba lasciarmi proprio ora."

Alberta si alzò con un sospiro di sollievo, raccogliendo i vestiti umidi. "Posso portarlo con me?" domandò sollevando l'asciugacapelli "il mio casco è guasto da ieri sera."

Uscì in punta di piedi, ringraziando per l'ospitalità. Era buio nella tromba delle scale; non le andava di infilare i vestiti e le scarpe, quindi camminò in punta di piedi sino alla porta di casa. Mentre appoggiava il palmo della mano sulla piastra di riconoscimento sentì chiudersi la porta di Derossi. Accostò l'occhio destro all'obbiettivo, e quando la porta scattò udì un respiro alle spalle.

Un peso morto si gettò su di lei, facendola cadere attraverso la porta appena aperta. Cercò di gridare, ma una mano guantata le premette sulla bocca, serrandola; scalciò, colpendo il taglio della porta che si richiudeva. Un oggetto duro le affondò fra le costole. "Silenzio!" intimò una voce maschile.

Alberta era sdraiata in terra, con l'uomo coricato addosso. Non poteva assolutamente muoversi. Finalmente lui si raccolse e si rialzò; la afferrò con il gomito intorno al collo, strattonandola per sollevarla. L'arma dura era puntata contro la sua schiena.

La luce si era accesa automaticamente. Alberta non poteva vedere l'uomo ma sentiva il suo respiro pesante. Quasi la sollevò di peso, portandola senza esitazione verso la camera da letto. Alberta cercò di opporre resistenza, ma la strattonò soffocandola.

Si abbandonò inerte; dopo pochi passi, l'uomo la gettò malamente sul letto. Alberta si raccolse con il cuore in gola, pronta a scattare. L'uomo era robusto, vestito di nero e con una calza da donna sul viso. "So che l'appartamento del vescovo Albesiano è insonorizzato" disse "comunque, apprezzo il suo sangue freddo nel non gridare."

L'uomo della maison d'art! pensò Alberta riconoscendo la voce.

Lui si levò di tasca un paio di manette cromate, e con uno scatto le afferrò i polsi. "Mi rincresce di nuovo, signora Vinci" disse cingendole un polso "ma ho bisogno di prendere qualcosa di proprietà del vescovo."

La strattonò all'indietro, costringendola a coricarsi. Le ammanettò i polsi in alto sopra la testa, uniti contro la spalliera di ferro del letto. Alberta si aggrappò con tutte le sue forze sui braccialetti di metallo, senza effetto. "Cosa vuole da me?" ansimò.

L'uomo arretrò di un passo contemplandola. "Sa che la lingerie bianca le dona?" disse levandosi la calza dal viso "le dà un'aria irresistibilmente sexy."

Alberta arretrò verso la spalliera, cercando di farsi piccola, mentre la cicatrice sottile della palpebra cominciava improvvisamente a prudere. "Per l'amor di Dio, cosa vuole da me?" disse tremando "non si rende conto che ha rovinato la mia vita?"

L'uomo sedette accanto a lei. "Voglio gli archivi del vescovo Albesiano" disse senza fretta, "e tutto ciò che potrebbe contenere suoi appunti degli ultimi mesi."

"Lei è pazzo" sospirò Alberta. L'uomo seguiva con attenzione il respiro del suo seno.

"Mi dica solo questo: tutto il lavoro di suo marito è contenuto negli archivi della console?"

Alberta si agitò. "Aspetti prima di illudersi" sussurrò. "Il vescovo ha portato via le registrazioni di tutto il lavoro."

L'uomo cambiò espressione, irrigidendosi. "Non mi prenda in giro..."

Alberta si aggrappò alle manette che le rigavano i polsi. "E' la verità!"

Lo sguardo dell'uomo cadde su qualcosa in terra: in due balzi lo raccolse. "Un asciugacapelli!" esclamò quasi soddisfatto. "Erano anni che non ne vedevo."

Trovò una presa elettrica accanto al letto, e la sintonizzò sull'apparecchio che teneva in mano. Un sibilo rotante, e un fiotto di aria calda investì il viso di Alberta. "Meraviglioso!" insisté l'uomo "Sa cosa si può fare con questo?"

Alberta distolse il viso, infastidita.

"Ha idea dell'effetto di un getto di aria calda su un organo delicato come, diciamo, un orecchio?" Così dicendo, l'uomo le si sedette proprio accanto. Il motorino ronzava, il getto d'aria esplorava l'incavo dell'ascella di Alberta. "O su un occhio? E si immagini l'effetto all'interno del cavo orale..."

L'uomo lasciò le parole in sospeso nell'aria, insieme al mulinello caldo.

"Per l'amor di dio, la scongiuro..." supplicò Alberta "cosa vuole da me?"

"Vuole dirmi la verità sugli appunti del vescovo?"

"L'ho già detta! La supplico, non so niente del lavoro di mio marito!"

"Per tacere dell'effetto sulle zone erogene" proseguì l'uomo, come non interrotto "ha idea del risultato di trenta secondi a distanza ravvicinata su un capezzolo? O all'interno della vagina?"

"Basta! La scongiuro!"

In quel momento suonarono alla porta. L'uomo si irrigidì, poi agì fulmineamente. Afferrando con due mani il cuscino, ne sfilò la federa con cui imbavagliò strettamente Alberta. Estrasse di tasca la solita pistola di plastica, spense la luce e si incamminò verso la porta.

Dopo un'attesa che parve interminabile, Alberta sentì aprirsi la porta; seguì il rumore di una breve colluttazione, un urlo maschile e qualcuno che correva giù dalle scale. Alberta gemette, cercando di strillare contro il bavaglio; scalciò, trascinandosi al centro del letto.

La luce tornò ad accendersi: Derossi era in mezzo alla soglia, con la bocca sporca di sangue e i capelli spettinati. "Alberta!" esclamò vedendola "ma cosa sta succedendo?"

===oooOooo===

"Certo che la sua è una vita movimentata" disse Derossi. Seduto sul letto accanto ad Alberta, stava cercando di segare le manette con una lima elettrica.

"La prego, lasci perdere la polizia per ora" disse Alberta, rossa di vergogna per essere così svestita davanti a quel vicino di casa che conosceva appena.

Derossi rallentò il ritmo, respirando profondamente; Alberta, ancora incatenata alla spalliera, seguì il suo sguardo e vide che era incollato sul suo capezzolo scuro che si affacciava dall'orlo del body. Arrossendo fulmineamente, torse i polsi negli anelli delle manette per distrarlo.

"Le spiace dirmi chi era quell'uomo che l'ha aggredita?"

"Non lo so, glielo assicuro" rispose Alberta, mentendo solo in parte.

"Faremmo meglio a chiamare la polizia."

"Meglio di no, invece" rispose subito Alberta "Sa quanti episodi del genere capitano ogni giorno in una grande città? Solo il dieci per cento delle violazioni di domicilio sono perseguite."

Derossi si fermò un attimo a riposare. "Questa aggressione è collegata al fatto che lei si è separata dal vescovo, per caso?"

"Sono scomoda" disse Alberta "mi fanno male i polsi. Le spiace finire di liberarmi?"

Occorsero almeno altri venti minuti di lavoro per tagliare entrambi gli anelli. Finalmente, rassicurando Derossi sulla propria salute, Alberta dichiarò che poteva dormire da sola.

"Il mio asciugacapelli?" domandò l'uomo mentre Alberta si infilava in fretta un maglione, confusa per essere stata soccorsa dal suo vicino di casa quasi senza vestiti "mi ero dimenticato di avvertirla che se accosta troppo il getto di aria calda ai cuoio capelluto, rischia di scottarsi. Per questo ero venuto a suonare alla sua porta quando quel teppista l’ha aggredita."

Finalmente sola, Alberta ordinò al sistema di sicurezza di non passare nessuna chiamata. Fece un lungo bagno caldo, un lusso che poteva permettersi grazie alla debolezza del vescovo per le comodità antiche.

Questa sarà la mia vita d'ora in poi, pensò, io da sola. Ma non riuscì a immaginarle un senso compiuto senza un vero e proprio lavoro.

===oooOooo===

"Davvero lei è la moglie del vescovo Albesiano?" domandò il redattore capo.

Alberta Vinci si sentì smontare. "Ha importanza?" domandò, e poi pensò credo proprio di sì. A giudicare dal modo in cui le guardava le gambe, il redattore capo stava pensando cosa potesse spingere la moglie del vescovo di Torino a cercare lavoro presso una casa editrice minore.

Eppure per l'occasione Alberta aveva cercato di darsi un contegno culturale: indossava una maglia girocollo a trecce su una minigonna scozzese, e una sciarpa di lana negligentemente avvolta al collo. Malgrado ciò, e malgrado le due lauree che aveva esibito, l'attenzione dell'uomo si concentrava sulle sue gambe.

"Ho saputo dalla stereo3 che si è separata da suo marito" continuò l'uomo con tono rapace.

"Senta," rispose Alberta stizzita "sono venuta a cercare un lavoro, non per una seduta dall'analista" Fece per alzarsi, ma l'uomo la fermò con un cenno.

"Penso che potremo metterci d'accordo" rispose "le confesso che mi piacerebbe poterle dare un incarico esterno, magari come reporter. Però sarà meglio cominciare con un lavoro di routine fino a che le acque si saranno calmate..."

Alberta tornò a sedere, visibilmente sollevata. In quel momento il suo palmtop squillò.

"Mi scusi" disse imbarazzata all'uomo quando vide che la chiamata era di sua madre "possiamo continuare la conversazione più tardi?"

Due minuti dopo si trovava in una cabina videofonica; collegò il palmtop allo schermo. "Alberta, tesoro" dissero le labbra di sua madre con una piega preoccupata "cosa è accaduto? Ho saputo di te e del vescovo alla stereo3."

Alberta si sgonfiò. "Oh, mamma... Preferirei vederti di persona."

"Tuo padre non può rendersi libero per il fine settimana, ma io potrei prendere l'aereo fra qualche ora ed essere da te domattina."

"Non c’è fretta, mamma" rispose Alberta mordendosi le labbra; aveva scordato che i suoi genitori si trovavano a Montreal dal martedì precedente.

"Importa, eccome. Oramai è deciso, ho già prenotato il volo. Su con il morale, bambina, domattina ci vediamo a Torino."

"Mamma..." disse Alberta sentendo un nodo in gola "avevi ragione tu. Quell'uomo, il vescovo, era un mostro."

Uscì dalla cabina. Strinse la cinture del trench impermeabile perché aveva ripreso a piovere.

Non sono più sola, pensò euforica, mamma arriva domani e io adesso ho anche un lavoro.

Tornò alla casa editrice per validare il contratto, quindi entrò in un fast-food giapponese. Ordinò seitan alla piastra con alghe kombu e tofu saltato; il cameriere orientale continuò a passeggiare avanti e indietro diversi minuti per guardarle le gambe, fino a che l'arrivo dei clienti di mezzogiorno lo distrasse.

Il piccolo schermo sul tavolino trasmetteva uno dei videoclip più gettonati del momento, una ballata ritmata dei Motortunes; dopo qualche minuto, Alberta girò il terminale su videotel, sfogliando gli indici per curiosità. ESSERE BELLE AIUTA NEL LAVORO? diceva un titolo "Regole base per fare carriera in azienda. Siate compassate! Agitare le mani mentre si parla fa sembrare impacciati. Evviva la gestualità misurata! Viva anche la puntualità! Attente alle gonne: mai gonne troppo corte, il sexy per le donne in carriera non paga.

Non deve essere la mia settimana fortunata, pensò Alberta spegnendo il video, mi rendo conto delle cose sempre troppo tardi.

===oooOooo===

"Stava riposando?" domandò Derossi.

Alberta indossò in fretta un maglione prima di autorizzare il video. "Buongiorno" salutò "non si preoccupi, ascoltavo musica."

L'espressione del suo vicino di casa era irreprensibile. "Sono tornati quei giornalisti. Hanno detto che non riuscivano a trasmettere messaggi alla sua console, ma immagino che lei l'abbia spenta, giustamente. Hanno insistito che prendessi delle comunicazioni per lei, mi dica se devo trasmettergliele o se le posso cancellarle."

Alberta sospirò. "Mi domando quando finirà questa persecuzione."

Derossi sembrava sinceramente imbarazzato. "Mi rincresce. Quelli sono sciacalli, non hanno il minimo rispetto per la privacy."

Alberta guardò l'ora. "Devo andare. La ringrazio per il suo interessamento, e mi dispiace per la sua privacy. Distrugga pure quelle registrazioni."

"Alberta! Si sente bene? Dopo ieri sera, sono in pensiero per lei."

Non poté fare a meno di sorridergli. "E' gentile da parte sua. Non si preoccupi, mi guarderò le spalle."

"Se solo mi avesse autorizzato a chiamare la polizia..."

Per il primo giorno di lavoro, Alberta cercò di scegliere qualcosa di più sobrio: misurò un dolcevita nero insieme a una giacca floscia e una gonna con disegno scozzese sul grigio. Scelse anche un filo di perle naturali regalatole da mamma, sapendo che l'avrebbe vista quel giorno stesso. Si pettinò molto semplicemente, quindi scese di corsa a prendere un taxi.

Il suo nuovo principale, il redattore capo, la aspettava. "Le ho preparato una macchina sulla quale lavorerà in prova nei prossimi giorni" spiegò "se la riterremo adatta, vedrò di dislocarla direttamente a casa sua, come d'uso."

Alberta avrebbe preferito continuare a recarsi al lavoro fuori casa, in modo da essere costretta a uscire dall'asfissia delle quattro mura, ma non replicò. Le spiegò il lavoro un collega anziano con un tic nervoso e una serie di complessi che lo portavano a non guardarla mai direttamente negli occhi. Alberta non comprese quasi nulla.

Solo quando fu lasciata sola con il senseglove e la console si rese conto di essere stata assegnata alla revisione di materiale hard core.

Capì allora le spiegazioni vaghe, l'imbarazzo del collega, il sarcasmo sottile del redattore capo. Indignata, andò a passo veloce dal suo principale. "Per chi mi avete presa?" strillò furibonda "ho due lauree, non sono una frequentatrice di porno virtuale!"

"Non si scaldi così, signora Vinci!" rispose l'uomo alzandosi "non intendevo mancarle di rispetto. Il pornosoft è un genere che rende bene, potrà fare buoni guadagni. Le chiediamo solo di verificare le reazioni delle personalità artificiali nelle simulazioni."

Alberta posò le mani sulla scrivania. "Mi prende in giro! Sono la moglie del vescovo."

"Nessuno saprà che lei lavora qui" cercò di ammansirla l'uomo "i miei collaboratori, specialmente quelli dell'editoria minore, godono della massima discrezione."

Alberta uscì dall'ufficio. "Lei è pazzo!" strillava furiosa "non rimarrò un minuto di più a queste condizioni" Prese la borsetta e il palmtop che aveva poggiato sulla scrivania e uscì.

Come al solito pioveva. Sua madre sarebbe arrivata all'ora di pranzo; prese un caffè francese, fastidiosamente irritata, verificando al videotel la situazione del suo conto in banca. Trasmise alcuni ordini di vendita di azioni, notando che il capitale stornato dal conto di suo marito prima di chiuderlo fiori casa non sarebbe durato a lungo.

Le faceva rabbia il pensiero di Federico nella camera d’albergo con quella donna volgare, vistosamente truccata. Le faceva rabbia pensare alle menzogne di otto anni di matrimonio, al fatto che per sposare un vescovo si era alienata la stima di suo padre, un vecchio materialista che in gioventù era stato iscritto a un partito rivoluzionario. Si rinfacciò gli anni di fedeltà incondizionata al vescovo, le rinunce a una vita sociale a qualsiasi livello, lo sforzo di adattarsi alla sua visione del mondo, le serate passate a studiare insieme a lui su libri vecchi di duemila anni.

Due studentesse sedettero al tavolino accanto. "Che giorno è oggi?" domandò improvvisamente Alberta.

"Martedì."

Martedì. Federico a quest'ora sta andando in quel sudicio motel. Alberta prese una decisione. Uscì quasi di corsa dal caffè; prese un taxi e si fece portare a casa. Non c'erano reporter, per fortuna: riprese il CD che le aveva lasciato il suo persecutore, la sera in cui l'aveva legata e imbavagliata alla maison d'art, prima di tagliarle la palpebra con un rasoio, e vincendo la ripugnanza lo caricò alla console. L'uomo aveva predisposto tutto: un menu conteneva l'indirizzo del motel di periferia dove avvenivano gli incontri illeciti di suo marito.

Alberta rifletté qualche minuto; aveva tempo poche ore per il suo piano, prima che arrivasse mamma. Doveva cambiare aspetto; frugò negli abiti di suo marito che non aveva potuto cacciare nel baule: scelse una camicia bianca che il vescovo non indossava da anni, una cravatta nera e un soprabito di tweed. Non posso mascherarmi, ma posso cambiare decisamente look, decise. Indossò i vestiti del marito con stivali di cuoio, shorts neri e calze a rete di filo.

Prenotò un taxi con il videotel, e diciannove minuti più tardi era nella reception dell'albergo. A quel punto si presentava la fase più incerta del suo piano: esibì la carta di riconoscimento di una donna, membro della congregazione spirituale del vescovo, custodita temporaneamente da suo marito per una pratica di matrimonio. Se il portiere avesse confrontato le sua impronta retinale sarebbe stata smascherata: invece, l'uomo si limitò a registrare il documento.

Alberta salì in camera; attese alcuni minuti con l'orecchio incollato alla porta, quindi inserì il CD che aveva portato con sé nel terminale di rete della camera. Lo studiò, cercando di scoprire l'ubicazione dell’altra camera. A giudicare dalla disposizione delle finestre si trattava di una stanza d'angolo. Uscì in corridoio, cercando di orizzontarsi.

Il motel era su tre piani: la ricerca era dunque limitata a tre camere d’angolo. Passò da un piano all'altro, abbassando il capo e camminando con naturalezza quando incrociava qualcuno in corridoio.

Ebbe fortuna. Suo marito uscì dall'ascensore nel momento in cui lei arrivava dalle scale. Con il batticuore, si fermò dietro l'angolo per non farsi notare. Attese che la porta della camera si richiudesse (la donna vistosa era con lui), quindi sfilò in punta di piedi davanti alla stanza. Prese il numero della camera accanto, la 203, e ridiscese alla reception.

Uscì dall'albergo senza farsi vedere, in modo da non dover riconsegnare le chiavi.

===oooOooo===

"Se devo essere sincera, Alberta, non ti ho mai vista così bene da anni."

Alberta sorrise di cortesia. "Ti ringrazio mamma. Ma non devi sentirti obbligata a tenermi su di morale: sto bene, davvero."

"Ah, ma non lo faccio per dovere" spiegò sua madre prendendole la mano. Il nastro trasportatore decorato a stelle consegnò due caffè con panna al loro tavolino.

"Devi rassegnarti, ho fatto la cosa giusta" continuò Alberta, davvero contenta che mamma si trovasse lì con lei a Torino. "Avete sempre avuto ragione, tu e papà: il vescovo non era l'uomo per me."

"Non dire così, bambina. Non cancellare otto anni della tua vita: papà dimenticherà in un secondo tutto ciò che ti ha detto in questi anni, te lo assicuro."

Sullo schermo del videotel scorreva il menu del pranzo; ogni tanto un inserto aromatico illustrava le pietanze.

"Non è vero, mamma" continuò Alberta quasi vergognandosi "quell'uomo è un mostro. Mi aveva infatuata: ero giovane, come si fa a sapere cosa fare della propria vita a ventidue anni? Lui parlava da uomo sicuro, io ero una ragazzina viziata. Il fatto stesso che papà fosse contrario mi incapricciava di Federico."

"Poteva accadere con chiunque, Alberta. Accade ogni giorno: l'importante è che questo non fermi la tua vita."

"Pollo al curry va bene?" domandò Alberta spostando verso la madre la cannuccia del diffusore. Non sapeva se dire alla madre di quanto era successo alla maison d'art e a casa sua, quando l'uomo l'aveva aggredita. In un certo senso le dava fastidio che a conoscenza dei due avvenimenti fossero solo il direttore e il suo vicino di casa.

"Sei ancora nel fiore degli anni, Alberta" disse mamma carezzandola con gli occhi "devi solo riabituarti a vivere con gli altri."

"Me ne sono già accorta" rispose Alberta con un tentativo di smorfia. "Dappertutto dove vado c'è qualcuno che sembra considerarmi solo per il mio aspetto fisico. "Davvero lei è la moglie del vescovo Albesiano?" e intanto ti guardano dalla vita in giù."

"A ogni modo, non sei obbligata a vestirti appariscente" assentì mamma scuotendo il capo.

Alberta si dondolò sulla sedia girevole mentre i loro piatti arrivavano ruotando dal nastro. "No, mamma; ho passato troppi giorni sola in casa con il vescovo. Voglio lavorare per conto mio, mantenermi; voglio uscire, respirare la pioggia. Ne ho abbastanza di quella vita di studio e clausura."

"Sei bellissima, stellina" disse commossa mamma "voglio che tuo padre venga a trovarti, dovete rifare pace."

"Certo, mamma, certo" Guardando la pioggia che aveva ricominciato a rigare la cupola di vetro sul soffitto del ristorante, Alberta aveva preso una decisione.

===oooOooo===

"Sono contento che abbia deciso di tornare, signora Vinci" disse seriamente il redattore capo. "Non era assolutamente mia intenzione mancarle di rispetto: anzi, ritengo che le sue lauree possano essere una preziosa miniera di idee per le nostre simulazioni."

"E inoltre" proseguì per lui Alberta "lei pensa che io abbia le gambe lisce come una ragazzina di venti anni, vero?"

L'uomo si schiarì la gola, disorientato. "Ma veramente..."

"Su, via!" lo schernì Alberta con un gesto del polso "sappia piuttosto che per fare piacere a lei e ai suoi collaboratori ho messo la gonna più corta che avessi."

Il redattore capo deglutì. "Signora Vinci," disse alzandosi "se non ha intenzione di accettare questo lavoro, non c'è bisogno di prendermi in giro."

"Non voglio prenderla in giro" rispose Alberta, a sua volta seria. Accavallò le gambe seguendo il movimento dei suoi occhi. "La verità è che ho deciso di accettare la sfida di questa città. Me la caverò anche alle vostre regole. Si accorgerà anche lei che più sopra delle gambe c'è un cervello che funziona e anche bene."

"Sarà lei ad accorgersi che non c'è niente di sconveniente nella mia offerta" rispose l'uomo alzandosi a stringerle la mano "prima di lei, era già un'altra donna a fare lo stesso lavoro."

Alberta si arrestò sulla porta dell'ufficio, voltandosi. "A proposito, vuole farmi un piacere? Preferirei che quando lavoro non ci sia intorno quell'ipocondriaco del suo collaboratore. Vuole?"

L'uomo allargò le braccia con una smorfia, fingendo di sottomettersi.

===oooOooo===

Alberta lavorò di buon umore per tutta la giornata; il suo principale mantenne la promessa di levarle di torno il collaboratore, assegnandolo a un altro compito. Il mattino seguente, prima di tornare alla casa editrice, passò dal motel a riconsegnare le chiavi, fingendo di aver dormito in camera, e a pagare.

Due sere più tardi, il giovedì, si preparò per la seconda parte del suo piano. All'uscita dal lavoro passò da un negozio di abbigliamento cybertechno che aveva sempre ammirato di nascosto da suo marito. Non le si era mai presentata l'occasione di acquistare qualcosa, ma già da martedì, da quando aveva elaborato il piano per vendicarsi del vescovo, pregustava una visita: quale modo migliore per cambiare look di un abbigliamento così diverso dal suo solito?

Malgrado ciò non ebbe il coraggio di spingersi troppo in là: scelse un giubbotto pesante di cuoio nero, pieno di cerniere e borchie, con frammenti di lamette sotto il bavero e microchip obsoleti cuciti sui polsini. Comprò anche una minigonna di maglina rosso fuoco.

Stupì la proprietaria della boutique tenendo addosso i vestiti nuovi. Tornò all'albergo prendendo una camera al primo piano. Tutto era pronto per l'indomani mattina, quando Federico sarebbe tornato come sempre con la sua amante: Alberta contava di prendersi la soddisfazione personale di fargli una scenata davanti a testimoni.

Chiamò sua madre dalla camera, prendendo appuntamento per cena, poi prenotò un taxi per tornare a casa ad aspettarla.

===oooOooo===

Preferì passare dal parcheggio sotterraneo per controllare se fossero ancora in giro giornalisti: si fece lasciare dal tassista di fronte all'ascensore, ma quando fece per entrare vide un'ombra alle spalle.

Trasalì e stava per chiamare aiuto quando si accorse che era il suo vicino di casa.

"L'ho spaventata?" domandò Derossi, che stava probabilmente rientrando dal lavoro.

"Ho i nervi tesi" rispose Alberta precedendolo nella cabina. Teneva in una busta il giubbotto di cuoio e la gonna rossa: si era cambiata sul sedile posteriore del taxi, rischiando di far sbandare il veicolo perché l'autista guardava lo specchio panoramico retrovisore invece che il traffico.

"E' in partenza?" domandò Derossi.

"Stasera esco a cena con mia madre" rispose Alberta "lei fa qualcosa?"

"Purtroppo sono di turno al lavoro" precisò lui stringendosi nelle spalle. "Buona serata."

Al piano li attendeva un microfono libellula. "Signora Vinci!" gridò appena la vide. Alberta cacciò un urlo di rabbia; sveltissimo, Derossi arraffò con un balzo l'ordigno fracassandolo con prontezza contro il muro.

Alberta sospirò. "Spero non abbia fatto in tempo a riprenderci. Mi spiacerebbe se ci andasse di mezzo anche lei."

"Non si preoccupi minimamente. Sono io a tormentarmi per quanto è accaduto l'altra sera: una donna sola..."

Si trovavano vicini sulle scale; Derossi aveva gli occhi cerchiati di stanchezza, ma la sua giacca aveva profumo di cuoio stagionato, con una punta di muschio. Alberta sentiva appena freddo con le sue gambe nude nella tromba d'aria delle scale. Malgrado indossasse un minitrench, il vestitino era comunque così corto da scomparire sotto l'orlo: l'uomo avrebbe potuto sentirsi autorizzato a pensare che non portasse neppure la gonna sotto l'impermeabile. "Buon lavoro, allora" disse Alberta arrossendo .leggermente a quella intimità marginale con il suo vicino di casa.

Derossi le venne vicino; posandole una mano sulla spalle, piegò la testa di lato baciandola sulle labbra. Alberta batté le palpebre, colta di sorpresa. Il viso dell'uomo era troppo vicino al suo.

Di nuovo, Derossi la baciò cingendole le spalle. Alberta si stupì di non reagire. Sentì un brivido alle gambe, che attribuì al freddo, ma quando sentì la sua lingua si scostò. "Devo andare, buonanotte" balbettò sentendosi di fuoco. Non guardò più in viso Derossi mentre lasciava richiudere la porta.

===oooOooo===

"A cosa stai pensando, bambina mia?" domandò mamma.

Alberta si riprese. Le era sembrato di sentire sulle labbra il sapore del suo vicino di casa.

"Pezzo numero diciotto" disse la voce meccanica del banditore d'asta "composizione di Eugenia Marx, prezzo base 1.100 Euro."

"Ti spiace se prendiamo qualcosa al bar?" disse Alberta. si sentiva frastornata dalle pareti a specchi e dalla ridondanza di decorazioni dorate del salone delle aste.

Sua madre si collegò con il videotel alla console delle ordinazioni. "Un analcolico?"

"Una horchata de chufa" precisò Alberta.

"Sei ancora preoccupata per tuo marito?"

"Ho vissuto con quell'uomo per otto anni, mamma."

"Potresti avere tutti gli uomini che vuoi ai tuoi piedi" la canzonò la madre "guarda solo in questa sala, quante prede."

"Venduto per 1.650" batté il banditore. "Pezzo numero diciannove..."

Un microfono libellula passò accanto al loro tavolino, riprendendole per qualche secondo. Sembrava impossibile sfuggire agli occhi elettronici del jet-set.

"E com'era quella donna?" domandò la madre "non posso comprendere come il vescovo abbia rischiato il suo matrimonio per una donna da poco."

"Volgare" tagliò corto Alberta "una prostituta, credo."

"Sono sconcertata" concluse mamma; poi, chinandosi verso la figlia "ma... tuo marito ha mai manifestato tendenze... come dire, aveva vizietti? Ad esempio, ti ha mai chiesto prestazioni orali?"

"Ma mamma!" esclamò Alberta, arrossendo risentita "ero sposata con un vescovo!"

Sua madre si rialzò, schiarendo la gola. "Scusa, Alberta, non sono fatti miei. Forse è tardi, dovremmo tornare a casa."

Alberta riaccompagnò la madre al condominio dove vivevano i suoi genitori quando erano a Torino; tornò a casa in fretta, cambiandosi d'abito, inserì la segreteria videotel, e a mezzanotte era di nuovo in albergo.

"Buonasera signorina" la salutò il portiere consegnandole le chiavi. Alberta si infilò nei servizi igienici, poi estrasse il palmtop e lo collegò con il terminale videotel. "Stanza 106" disse cercando di alterare la voce "può portarmi un analgesico? Non sto bene."

Si affacciò dallo spiraglio della porta; appena il portiere si infilò in direzione delle camera, Alberta si levò le scarpe e saltellò in punta di piedi al pannello delle chiavi. Sfilò dalla custodia la carta magnetica della 203, quindi scomparve nell'ascensore prima che il ragazzo tornasse con il vassoio del medicinale ancora intatto.

Il primo piano era tranquillo. Alberta inserì la carta nella porta, che scivolò di lato sulla guida. Entrò, accendendo la luce. La telecamera che ha filmato Federico e la sua amante deve trovarsi in questa stanza, pensò, altrimenti lui l'avrebbe notata.

Addossato alla parete verso la stanza degli appuntamenti c'era un armadio a muro. Alberta lo aprì silenziosamente: nascosta dietro le lenzuola ripiegate c'era una tastiera. Si arrampicò su una sedia, trovando al piano superiore un apparecchio di registrazione puntato contro il muro: sulla parete dell'altra camera c'era probabilmente una decorazione a specchio, o qualcosa del genere, attraverso la quale l'obbiettivo spiava gli amplessi clandestini.

Non fece in tempo a scendere dalla sedia che la porta della stanza si aprì con un sibilo, contemporaneamente alla finestra a vetri del balcone: dalle due direzioni entrarono due uomini con grosse armi automatiche in pugno e il volto coperto da una grottesca maschera floscia. "Non si muova!" dissero "mani in alto, polizia!"

Alberta ubbidì. E adesso cosa accade? pensò turbata. La porta e la finestra si richiusero simultaneamente, gli uomini fecero cenno di scendere dalla sedia. Entrò dal corridoio un terzo individuo disarmato, sempre mascherato. "Non reagisca" le intimò "non cerchi di fuggire e non chiami aiuto."

La circondarono spingendola verso la parete. "C'è un equivoco" disse Alberta "forse cercate qualcun altro: questa non è la mia camera, ma posso spiegare."

"Vai a cercare nella sua camera" ordinò il poliziotto a uno dei due armati, gettandogli la carta magnetica della stanza di Alberta.

Lei passeggiò nervosamente, domandandosi come avrebbe potuto avvertire sua madre.

"Ecco quello che ho trovato nella stanza" disse l'uomo che era uscito, ritornando quasi subito con la sua borsa.

Il capo frugò trovando una carta di credito; la passò nel suo palmtop; fortunatamente per Alberta non aveva accesso alle generalità del proprietario: non ci teneva a far sapere che era la moglie del vescovo Albesiano. Non prima che mamma venisse a tirarla fuori d'impaccio.

"Cosa facciamo?" domandò un poliziotto.

"Chiamiamo il commissario" rispose il capo "credo che abbiamo messo le mani sulla persona giusta."

"Vi sbagliate" disse flebilmente Alberta.

"Selvaggia oca sette" disse il capo allo schermo del palmtop "abbiamo scoperto una tossica nella stanza accanto: stava armeggiando con l'impianto di registrazione." Posò poi una mano sul microfono del videotel. "Avvertiranno il commissario" disse piano ai due colleghi "stava dormendo in caserma."

Dopo una pausa riprese a parlare: "No, le generalità sono false: i documenti sono stati denunciati come smarriti da una seguace del vescovo Albesiano. Età?" il poliziotto Alberta "potrà avere venti anni, forse anche meno. E’ vestita con uno di quei giubbotti cybertechno."

Alberta sedette sul letto, abbandonandosi allo sconforto. Comprese di essersi cacciata in un guaio, e immaginò già i media scandalistici scatenati sulle sue tracce.

"Il commissario arriverà subito" disse il capo del commando, sedendosi accanto alla console per aspettare.

Alberta si sentì morire. Sentì le lacrime agli occhi, e sperò di non dovere mai spiegare a sua madre quanto era accaduto.

I minuti passarono lenti; uno dei poliziotti si accese una sigaretta, introducendola nella fessura intorno alle labbra della finta pelle della maschera. L'odore aspro del fumo arrivò fino a Alberta.

Gli uomini rimasero impassibili e in silenzio per tutto il tempo. Non poteva vedere con precisione i loro occhi, ma sentiva che la controllavano a vista.

Il tempo sembrava non passare mai. Finalmente la porta si aprì. "Il commissario" disse uno degli uomini.

Alberta rimase di stucco: scortato da due poliziotti in divisa era apparso Derossi, il suo vicino di casa.

===oooOooo===

"Le spiace dirmi come si è cacciata in questa situazione?" domandò Derossi appena ebbe provveduto a congedare gli agenti.

"Così lei... lei sarebbe un commissario..." riuscì a dire Alberta ancora imbarazzata dall’arrivo del suo vicino di casa.

"Mi rincresce, Alberta: stavamo tendendo un agguato a qualcuno che ha effettuato delle registrazioni clandestine da questa stanza."

"Lo so" lo interruppe Alberta, "hanno spiato mio marito, il vescovo."

Derossi si bloccò. "Lo sapeva già?"

Alberta annuì. "Se mi riaccompagna a casa le racconterò tutto"

L'uomo non reagì. "Forse è meglio se comincia a raccontare adesso." replicò.

Alberta sospirò. "Per favore!" disse "sono stanca morta. Cosa ho detto che non va?"

"Com'è che sapeva di queste registrazioni?" domandò Derossi con voce incolore, alzandosi in piedi ed estraendo un grosso sigaro dal taschino "le ha commissionate lei?"

Ecco fatto, pensò Alberta, mi sono cacciata in un altro guaio. "Sono in possesso di un CD con alcune registrazioni" rispose rassegnata, vergognandosi di alzare lo sguardo.

Derossi accese il sigaro. "Chi glielo ha fornito?"

"Un uomo, non so chi sia."

Il commissario sembrò riflettere. "L'uomo che l'ha aggredita l'altra notte a casa sua?"

Ecco fatto, pensò Alberta, è venuto fuori. Annuì, poi si voltò verso il muro cercando di nascondergli le lacrime.

"Qualcosa non mi convince" disse Derossi meditando "l'altra sera quando sono intervenuto, quell'uomo stava per torturarla perché voleva sapere qualcosa da lei: non dava l'idea di essere venuto per consegnarle qualcosa."

"Sono stanca" implorò Alberta sentendo arrivare davvero le lacrime "vuole riaccompagnarmi a casa?"

"Conosceva già quell'uomo?" proseguì Derossi come se non l’avesse ascoltata "Cosa cercava in casa sua?"

"Gli appunti del lavoro di mio marito."

"Ah, ecco! Lei ha cacciato di casa il vescovo prima della sera dell'aggressione, quindi deve essere successo qualcos'altro!"

"La sera prima, alla galleria d'arte dove lavoravo" confessò Alberta. "Mi ha consegnato un CD. E' ancora a casa mia, se vuole può controllare."

Inaspettatamente, Derossi sorrise. "Vede?" disse conciliante "ci voleva così poco..."

Alberta cercò di sorridere fra le lacrime; l'uomo le asciugò la guance con gentilezza, poi la accompagnò in strada dove era parcheggiata l’auto di servizio.

C'erano dei tetrapak di conforto nel cruscotto; le offrì un succo di frutta e un tranquillante che Alberta rifiutò. La trattò con cortesia e disponibilità. "Mi spiace di essere arrivato tardi" disse "se fossi stato presente al momento della sua cattura, i colleghi non l'avrebbero trattata a quel modo. Ma anche lei deve ammettere di avere delle colpe..."

Alberta si strinse nel giubbotto. "Volevo dire in faccia a mio marito ciò che pensavo di lui" rispose avvilita "non sapevo che il motel fosse sorvegliato dalla polizia."

"Farebbe meglio a tenersi in contatto con me prima di commettere altre imprudenze. " la sgridò l'uomo "mi hanno affidato il caso perché abito nello stesso palazzo del vescovo; chiederò di potere estendere a lei la protezione."

Alberta osservò demoralizzata il traffico notturno. Si sentiva completamente nelle mani di Derossi, dopo essere stata salvata da lui in quella stanza d'albergo.

Finalmente arrivarono. Derossi insisté per entrare a casa sua per assicurarsi che non ci fossero pericoli, quindi la lasciò sola. Alberta si coricò immediatamente, prostrata dalla stanchezza, tormentata dal pensiero che mancavano solo cinque ore al momento di presentarsi al lavoro.

===oooOooo===

La ballata dei Motortunes era insinuante in un modo quasi erotico. Alberta perse l’equilibrio inciampando in un invitato sdraiato sul parquet.

Sapeva che le canzoni dei Motortunes contenevano messaggi subliminali, e sospettava ci fosse qualcosa di illegale perché i messaggi non erano registrati sui CD ma provenivano da un satellite geostazionario che trasmetteva ai riproduttori laser ogni volta che suonavano un pezzo della band. In teoria, il contenuto dei testi subliminali poteva cambiare ad ogni riproduzione.

Due uomini si stavano baciando sulla bocca, semisdraiati su una poltrona. Sembravano esserci più fumo e incenso che ossigeno, nell’ampia sala da ballo dalla volta a cupola.

"Hai da accendere?" le domandò un giovane dallo sguardo fisso, senza sigaretta. Alberta lo ignorò, e scavalcando bicchieri rotti e invitati addormentati cercò di tornare dal suo nuovo principale.

Uno schermo girevole stava trasmettendo un videoclip di Fuck the Night, l’ultimo film di Lady Lee. Tre ragazze dai capelli rasati a zero fissavano le immagini, come prive di volontà.

Il redattore capo la vide avvicinarsi e le sorrise, facendole un cenno. "Si sta divertendo, Alberta?" domandò. Per non essere scortese, lei ricambiò il sorriso e annuì.

Uscirono sul largo terrazzo che dava verso Torino. La città era un tappeto di luci vicine, a ragnatela. Alberta calcolò che dovessero essere le due di notte, e si pentì di avere accettato l’invito del suo nuovo principale per la festa. "Dovrei chiamare mia madre" disse appena poté udire la propria voce al di sopra dei Motortunes.

Il principale la accompagnò cortesemente a un terminale di rete, in un piccolo studio ad uso biblioteca, ed andò a prenderle la borsetta al guardaroba. Appena ebbe in mano il suo palmtop, Alberta si collegò e chiamò il numero della madre.

"Oh, sei ancora in piedi a quest’ora?" le disse stupita mamma quando vide i suoi occhi.

"Il principale mi ha invitata a una festa" dispose Alberta "ma forse era meglio se rimanevo a dormire."

"Oh, no, cara!" rispose mamma, che in quel momento si trovava in volo per Montreal "è giusto che tu esca. Devi vedere gente, dimenticare questo brutto momento."

Alberta sorrise affettuosa. "Salutami caramente papà. Digli che gli voglio bene, e che appena avrò i soldi volerò da voi."

Mamma scosse il capo. "Eh, no, cara. Tuo padre ha già i soldi da parte. Fra due settimane al massimo ti farà trasmettere il biglietto a casa: mi ha chiamata pochi minuti fa per dirmelo."

Alberta trasalì. Aveva visto, attraverso la porta socchiusa dello studio, il profilo familiare dell’ispettore Derossi, suo vicino di casa. "Devo salutarti" sussurrò, interrompendo la comunicazione.

Uscì nella sala da ballo con la borsetta sottobraccio. Alzandosi in punta di piedi individuò Derossi e tagliò la folla come una corrente di elettroni eccitati raggiungendolo proprio mentre lui cercava di defilarsi.

"Si può sapere cosa fa qui, adesso?" gli domandò a voce alta.

Derossi roteò gli occhi. "Ci sono un sacco di invitati" rispose "sono venuto per..."

"È venuto per controllarmi, per tenermi d’occhio" gridò Alberta "lei spera che quell’uomo torni ad aggredirmi per catturarlo!"

Derossi si strinse nelle spalle. Gli invitati cominciavano a voltarsi verso di loro.

"Vuole smetterla di trattarmi come una cavia?" insisté Alberta, oramai infuriata, piantandoglisi davanti con le mani sui fianchi "io non sono né un suo ostaggio né una sua collaboratrice. Non ritiene che abbia già dovuto sopportare troppe cose, in questi giorni?" E senza attendere una sua risposta si girò sui tacchi allontanandosi, rossa di rabbia.

Il redattore capo aveva assistito alla scena perplesso. "Alberta...?"

"Mi riaccompagni a casa, per favore" gli disse sentendo la voce rauca, poi si ricordò che il produttore editoriale che lui aspettava non era ancora arrivato alla festa "Anzi, mi chiami un taxi. Ritorno a casa mia." Così dicendo, uscì dal salone.

Il principale le corse dietro, parlando nel suo cellulare, ma sulle scale incontrarono l’editore che arrivava in quel momento. "Non si preoccupi" disse Alberta sottovoce al suo datore di lavoro, che aveva preso ad agitarsi "posso tornare a casa da sola."

Il principale annuì, imbarazzato e al tempo stesso palesemente desideroso di corteggiare il nuovo editore. "Ti ho chiamato il taxi, l’appuntamento è in giardino" disse "ci vediamo lunedì al lavoro."

Alberta discese lo scalone della villa, sentendo un leggero freddo. Proprio in quel momento la vettura gialla arrivò lentamente dalla direzione della strada. "La signora Vinci?" disse l’autista sporgendosi dal finestrino.

Alberta salì, sedendosi. "Via Mazzini 16" disse rilassandosi e posando la borsetta sul sedile. Chiuse gli occhi, veramente stanca. Sbadigliò e si accorse che la vettura non partiva. Il taxista si era acceso un sigaro.

"Via Mazzini 16" ripeté Alberta "le spiace non fumare?"

Senza rispondere, l’autista ripose l’accendino a incandescenza. Alberta vide sopraggiungere dalle scale un uomo, e temette di essersi infilata in un taxi prenotato da un altro. Vide abbassarsi il finestrino elettrico e solo quando il nuovo arrivato si affacciò, si rese conto che era l’uomo che l’aveva legata alla maison d’art.

"È un vero piacere rivederla" disse beffardo puntandole alla gola una pistola automatica.

Alberta sentì incrociarsi la vista, e il cuore sembrò esploderle in seno. L’uomo aprì la portiera, mostrandole la corda arrotolata che teneva nell’altra mano. Alberta si ritrasse istintivamente verso la portiera opposta, allungandosi sul sedile per aprirla, ma si rese conto che era stata bloccata. L’uomo sedette accanto a lei, chiudendo.

"Chiami la polizia, per carità!" esclamò Alberta afferrando per una spalla l’autista "quest’uomo mi vuole fare del male!"

Il tassista invece ripartì senza fretta. L’uomo annuiva divertito puntando la pistola nello scollo del tailleur di Alberta, che si sentì quasi mancare. Una trappola, pensò sgonfiandosi.

"Stia tranquilla, ora andiamo a casa sua" disse con studiata lentezza l’uomo. Posò la corda sul sedile, vicino al Alberta. "Si volti verso il finestrino e metta le mani dietro la schiena" disse in tutta calma, raccogliendo la borsetta con il palmtop e posandola accanto ai propri piedi.

Alberta si strinse le braccia al seno. "Mi faccia scendere" disse fissando con ostinazione la nuca del falso taxista.

L’uomo tacque per qualche secondo, quindi le puntò con calma la pistola alla tempia. "Lei non crede che sia carica, vero?" disse mentre l’auto si infilava sulla provinciale, buia e deserta a quell’ora della notte. "sa che se le sparassi alla mandibola sarebbe problematico persino riconoscere il suo cadavere?"

Alberta cominciò a tremare, ma si impose di non piangere. Le si appannò la vista.

L’uomo le prese un polso. "Oppure potrei spararle a una mammella, così di lato, e poi gettarla a dissanguarsi in un fosso."

Alberta si morse le labbra. "Lei è pazzo" disse sentendosi impallidire. Il taxi svoltò verso il Po senza fretta, scendendo dalla collina di Cavoretto. L’uomo la prese per le spalle, voltandola verso la portiera. Alberta si aggrappò con le dita ai ginocchi nudi, ma lui le premette la canna dell’arma dietro l’orecchio.

La notte era scura come inchiostro e non mostrava compassione. Alberta non si sarebbe stupita se avesse cominciato a piovere in quel momento. Passò la mani dietro la schiena, senza guardare, e sentì il metallo scostarsi dal collo.

Le incrociò i polsi all’altezza della vita, legandoli strettamente. Alberta gemette dal male, inarcando la schiena e scivolando involontariamente sul sedile. L’uomo le tenne i polsi con una mano, tirando la corda verso di sé per stringere ancora più forte..

Alberta si morse le labbra per non dargli il gusto di lamentarsi. Le avvolse ancora una volta i polsi e finalmente la lasciò.

Allungò poi una mano verso l’autista, che gli passò l’ultimo tratto di sigaretta. Avevano raggiunto il Lungo Po, ma in quel momento i finestrini si polarizzarono di un colore bronzo che non lasciava uscire la luce.

Alberta si rannicchiò verso la portiera opposta, graffiando con le unghie lo schienale di vinile, ma l’uomo si piegò verso di lei slacciandole la sottile cintura dorata che le stringeva in vita il bolerino del tailleur.

"Lei è una bestia" disse a denti stretti Alberta. Lui si piegò afferrandole entrambe le caviglie, e sollevandole la costrinse a ruotare con i glutei sul sedile. Sbilanciata, Alberta si aggrappò con le dita alla maniglia della portiera, dietro la schiena; l’uomo le fletté i ginocchi verso il seno, costringendola ad appoggiare le spalle al cristallo del finestrino. Senza una parola, le tenne strette le caviglie unite con una mano, sfilandole le scarpe di raso che gettò sul sedile anteriore.

Il taxista si voltò a guardare le scarpe rimbalzare sul cruscotto, e Alberta lo vide sorridere nel retrovisore. Posandole le piante dei piedi nudi sul sedile, accanto a sé, l’uomo srotolò con un gesto della mano un’altra corda della lunghezza di un paio di metri che usò per legarle le caviglie a stretto contatto di malleolo.

Alberta tese la schiena, sentendo caldo. "Lei è un porco" disse furibonda.

Lui sorrise, e la lasciò andare, finalmente soddisfatto. "Accendimi un’altra sigaretta" disse all’autista. L’auto virò all’improvviso, e se l’uomo non l’avesse afferrata per la giacca trattenendola Alberta sarebbe scivolata fra i sedili. "Stiamo andando a casa sua, contenta?" disse l’uomo con il suo consueto sorriso sadico. "Ho bisogno della sua impronta retinale per aprire la porta. Invece, visto che le mani non le serviranno, ho pensato di liberarla dalla preoccupazione di tenerle occupate."

Alberta si agitò, impotente, perché lui le aveva posato una mano sul ginocchio. Ma proprio in quel momento l’auto si arrestò.

L’autista scese, girando intorno alla vettura, quindi aprì la portiera dal lato di Alberta. L’altro uomo le slegò finalmente le caviglie, e quasi la trascinarono giù dalla vettura.

Non c’era nessuno in strada. Alberta zoppicò in punta di piedi perché non le avevano neppure infilato le scarpe, ed entrarono nel palazzo dopo che l’uomo ebbe aperto il portone con la carta magnetica presa dalla sua borsetta.

L’autista la sorresse tenendola sottobraccio su per le due rampe di scale. L’odore di fumo faceva venire il vomito a Alberta.

La luce nelle scale si era accesa automaticamente al loro ingresso, ma il falso autista spruzzò un aerosol di plastica solidificante sul neon, precipitandoli in una luminosità bluastra e discreta.

Vedendo la porta dell’appartamento di Derossi, Alberta rimpianse amaramente di averlo trattato male alla festa. Il poliziotto aveva tutte le ragioni del mondo per seguirla e cercare di proteggerla.

Tenendola per i capelli, la costrinsero ad appoggiare l’occhio all’oculare del portone. Un secondo più tardi Alberta si trovò spinta brutalmente nell’appartamento. "Bentornata Alberta" disse il sistema domestico, mentre lei in ginocchio per terra lacrimava dal dolore di essere inciampata.

La sollevarono per le braccia, portandola nella camera da letto.

"In ginocchio" le intimò l’uomo, e l’autista la aiutò. Si ritrovò sotto tiro della pistola. "Non chieda aiuto, sarei velocissimo a spararle con il silenziatore. Voglio credere alla sua buona fede: mi ha detto che non sa dove il vescovo tiene i suoi archivi. Per questa ragione non le chiederò più di facilitarmi la ricerca, ma adesso lei starà qui buona buona mentre noi curiosiamo in casa, va bene?"

Alberta sentì di tremare. "Come fa a conoscere così bene la disposizione interna del mio appartamento? C’era già stato?" disse.

L’uomo si rabbuiò. "Non mi sembra in condizione di fare domande" rispose brusco "legala di nuovo" aggiunse poi rivolto all’autista.

Questi costrinse Alberta a sdraiarsi su un fianco, sul pavimento, e le avvolse le caviglie accostate. Quando le cacciò il fazzoletto appallottolato in bocca, Alberta urlò di rabbia cercando di mordergli le dita, ma il taxista fu rapido a imbavagliarla con un foulard, annodandoglielo dietro il collo. Controllò poi che le corde ai polsi fossero strette al massimo, tendendo la corda, e la lasciò lì a dimenarsi sdraiata.

L’uomo fece un cenno al falso autista. "Credo che il vescovo abbia fatto una copia dei documenti che ci interessano, nascondendoli da qualche parte in casa. Non si spiega altrimenti che non si trovi nulla sul suo personal."

L’autista annuì. Immediatamente dopo cominciarono a gettare tutto all’aria: levarono le lenzuola dal letto, perforarono il materasso con stiletti sottilissimi e taglienti, gettarono in terra i cassetti a rotelle dei mobili, squarciarono le imbottiture dei vestiti del vescovo che Alberta ancora non aveva provveduto a fargli recapitare.

Quando si spostarono a devastare un’altra stanza, Alberta si aiutò con colpi di reni e strisciando sul fianco per spostarsi verso il cellulare posato sul comodino alla testa del letto. Udiva i rumori dell’incursione: oggetti che cadevano, suoni di lacerazione, vetri infranti. Centimetro per centimetro si avvicinò al telefono, cercando di scostarsi i capelli dagli occhi. Appoggiò con precauzione la mani contro un cassetto del comodino, e con uno sforzo enorme riuscì a raddrizzare la schiena e mettersi seduta. Si fermò a respirare, trasalendo per un forte rumore di vetri infranti, poi con il mento spinse il cellulare giù dal piano del comodino fino sul pavimento, dove avrebbe potuto afferrarlo con le dita anche con le mani legate dietro la schiena.

Inspirò di nuovo, cercando di calmarsi, ma si accorse che la sensibilità delle dita era diminuita a causa della corda che le stringeva i polsi. Se anche il telefono non si fosse guastato nel cadere sul pavimento, rimaneva la difficoltà di comporre un numero tenendolo dietro la schiena.

Alberta si coricò con precauzione su un fianco, torcendosi per spostare le mani sull’anca e tendendo il collo per vedere la tastiera.

Disperò di riuscire a comporre il numero del suo principale, perché non aveva quasi più sensibilità nelle dita. Dopo sei o sette tentativi riuscì a comporre invece il numero di Derossi, ma le rispose una segreteria telefonica. Sconfortata si abbandonò sdraiata sul pavimento, senza lasciare il cellulare, respirando a fatica con gli occhi chiusi.

Quando li riaprì per continuare i tentativi, si accorse che il suo seviziatore era tornato in silenzio nella camera da letto. Inginocchiandosi rapidamente accanto a lei, le strappò l’apparecchio dalle mani gettandolo contro il vetro della finestra che si ruppe. Il cellulare si frantumò precipitando fuori. Alberta tese di scatto i muscoli delle gambe, con la forza della disperazione, per colpirlo al basso ventre, ma l’uomo le afferrò le caviglie bloccandola.

"Vieni un attimo!" gridò poi al suo complice. Sollevarono Alberta per le spalle e le gambe, in due, portandola nello studio devastato del Vescovo. La posarono in terra come un sacco, appoggiandola con la schiena all’olografia murale di una Maternità rinascimentale. La pistola ricomparve nella mano del suo seviziatore, che appoggiò la canna nello scollo del bolero di Alberta premendole contro un seno. "Adesso la controlleremo a vista" disse con la consueta, irritante flemma "e le prometto che se si muove le sparerò a un braccio."

Alberta deglutì, ripiegando le ginocchia a proteggere il ventre. Osservò impotente i due che sfogliavano uno per uno i preziosi libri del vescovo, gettandoli in una pila da rogo sul pavimento. Scostarono le librerie dal muro, passarono uno per uno i CD della discoteca sul visore, gettarono in terra i cassetti dei mobili.

Alberta si rassegnò. Sentì intorpidirsi i glutei e le gambe, e la stanchezza quasi la sopraffece.

Chiudo gli occhi per qualche secondo" pensò sentendosi il capo pesante. Chinò la testa sulle ginocchia, risollevandola di scatto quando sentì un tonfo.

L’autista era in ginocchio, non riusciva a tornare in piedi. Il suo seviziatore non era in vista. Che succede? pensò prima di richiudere gli occhi. Le sembrò di scivolare di fianco, ma non ricordò di toccare il pavimento.

===oooOooo===

Riprese conoscenza quando la sollevarono per trasportarla in braccio. Mise a fuoco la vista sul volto del commissario Derossi, ma stentò qualche secondo a riconoscerlo perché si sentiva stordita.

Derossi la portò in soggiorno, dove tutte le finestre erano spalancate, adagiandola sul divano di iuta, ancora legata mani e piedi e imbavagliata. Alberta vide con sollievo che l’uomo che l’aveva seviziata tre volte nel giro di pochi giorni giaceva incosciente sul tappeto acquistato a Samarcanda, ammanettato mani e piedi come un capretto.

Mugolò mordendo il foulard, e Derossi sciolse il nodo dietro la sua nuca, sfilandole anche il fazzoletto dalla bocca. Alberta respirò a bocca aperta, fragorosamente, deglutendo per cacciare il sapore di nylon del foulard sulle labbra. Si accorse di essere sudata malgrado la temperatura, e vide che Derossi le sbirciava le gambe.

"Le è andata bene che possiedo un tracciante radio per le chiamate al mio numero personale" disse il commissario "il sistema domestico mi ha avvertito della sua telefonata mentre ero quasi a casa, e vedendo che proveniva dal suo appartamento ho capito dalla luce schermata nelle scale che si trovava di nuovo in pericolo. Avevo ragione a seguirla, non trova?"

Alberta sospirò. "La prego di scusarmi" disse "sono stata ingiusta con lei. Naturalmente aveva ragione, ed è arrivato ancora una volta al momento giusto, a quanto pare."

Il commissario si portò dietro la sua schiena. Alberta si piegò verso i ginocchi, porgendogli i polsi con sollievo. Derossi impugnò la corda, ma invece di slegarla ne tirò le estremità serrando ancora più forte il nodo.

Alberta rimase interdetta, e si voltò a guardarlo. Derossi sedette con tranquillità sul divano, accanto ai suoi piedi, controllando che anche la corda alle caviglie fosse ben stretta.

"Questo cosa significa?" domandò ansimando Alberta con una voce che lei stessa stentò a riconoscere.

"Significa che lei mi deve una quantità di spiegazioni" rispose Derossi accomodandosi contro il cuscino del divano "non posso passare tutto il mio tempo a correre a salvarla dalle mani di quegli integralisti, così adesso mi permetto di non slegarla fino a che non mi darà spiegazioni soddisfacenti."

Alberta tacque, incredula. Strinse a pugno più volte le dita per riattivare la circolazione. "Posso darle tutte le spiegazioni che vuole" disse in fretta "glielo prometto; ma mi sleghi, questa corda è strettissima."

Derossi guardò l’uomo immobilizzato e incosciente sul pavimento. "Sì, un professionista" ammise con forzata nonchalance "forse un ex marinaio. Comunque, se i nodi sono stretti è una ragione di più per rispondere in fretta."

Alberta guardò la notte fuori dalla portafinestra del balcone. Il gas narcotico che Derossi aveva usato per addormentare lei e i due uomini si era completamente volatilizzato.

"Non vedo come potrei aiutarla" rispose "le ho già detto tutto quello che sapevo. Non crede fosse mio interesse la cattura di quell’uomo da parte della polizia?"

Derossi giocava con il posacenere del tavolino di alabastro. "Dipende. Sarà meglio che mi racconti tutto da capo. E senza tralasciare nessun particolare, anche se le corde sono strette."

Alberta appoggiò il fianco e la testa al cuscino per sistemarsi più comoda, nell’evenienza di rimanere a lungo legata mani e piedi. "Le ho già detto tutto, ripeto. Questa orribile vicenda è iniziata quando quell’uomo che lei ha immobilizzato sul tappeto mi ha sequestrata alla galleria d’arte, dopo l’orario di lavoro. Mi ha mostrato immagini dell’infedeltà di mio marito, il vescovo Albesiano, che hanno sconvolto la mia vita. Ma questo gliel’ho già raccontato quella notte, quando mi ha riaccompagnata a casa dall’albergo."

Derossi adagiò il posacenere sui piedi nudi di Alberta, e si chinò su di lei, afferrandole la testa per costringerla a guardare verso la luce. "Vede che non collabora? Il suo ex direttore mi ha già parlato del rasoio e della sua palpebra" le passò un dito sotto l’arcata sopracciliare, sulla sottile cicatrice quasi invisibile "Del resto, mi sono ricordato di avere visto un derma sul suo occhio, il giorno che l’ho aiutata a trascinare il baule sulle scale. Le sembra un particolare da trascurare nel raccontare tutto alla polizia?"

Alberta si divincolò, tirandosi i capelli negli occhi. Sentì cadere il posacenere sul tappeto, si piegò in due ma Derossi prese una sedia accomodandosi al contrario con gli avambracci appoggiati allo schienale.

"Facciamo un gioco" disse "associazioni di idee. Ha mai giocato a Rimandi incrociati con il computer, da piccola?"

"Questo è sequestro di persona" disse piano Alberta, agitando le dita dei piedi "si stroncherà la carriera da solo."

"Io proporrò alcune parole tra di loro in relazione, lei troverà il denominatore comune. Le va?"

Alberta arretrò leggermente con la schiena, appoggiando i gomiti al cuscino per sostenere il busto, sapendo che la gonna si sarebbe immancabilmente sollevata.

Derossi fece un gesto di noncuranza. "Non si preoccupi" disse "dopotutto, non ricorda che si è già spogliata una volta a casa mia?"

Alberta arrossì, sorpresa. "Lei è un maniaco" disse "coma ha fatto a entrare in polizia? Non vi fanno test psicoattitudinali?"

"Torniamo al nostro gioco. Ecco le parole: Chiesa. Arte. Occhio. Mutilazione. Sesso. Ora tocca a lei."

Alberta tacque, interdetta. Come poteva sapere... Non sarà facile che mi liberi tanto presto, pensò rassegnata. "La smetta con questa assurdità" rispose ostinatamente, chiudendo le dita delle mani a riccio per cercare di sfilare la corda con le unghie.

"Lei non collabora" disse Derossi con un sospiro di delusione, raccogliendo il posacenere dal tappeto. Senza scomporsi, colpì al capo l’uomo ammanettato che stava per riprendere i sensi, poi ritornò alla sedia.

"La smetta di guardarmi così" gli disse Alberta sentendo cedere di qualche millimetro la corda "lei è un vigliacco a torturare in questo modo una donna."

"Mutilazione epistemologica" disse Derossi sorridendo "questa è la risposta giusta."

Alberta roteò gli occhi.

"Quelle cinque parole sono come il riassunto della sua vita negli ultimi giorni, non trova?" proseguì Derossi senza fretta, apparentemente indifferente alle sevizie che Alberta subiva. "Chiesa. Arte. Occhio. Mutilazione. Sesso. La Chiesa è sempre stata importante nella sua vita, almeno dopo il matrimonio con il vescovo di Torino."

Alberta cercò di muovere il meno possibile le spalle, ma riuscì a sfilare un anello di corda dietro la schiena. Fece leva con il pollice e l’indice.

"L’Arte è stato il suo lavoro per diversi anni. Religione e arte, una miscela esplosiva. La commercializzazione dell’opera è la morte dell’arte, la religione è la morte della spiritualità."

"Ma che filosofo!" sbottò irritata Alberta. L’anello di corda era adesso largo come il suo pugno.

"Occhio e Mutilazione. Gli integralisti cristiani hanno ereditato alcune concezioni radicali delle sette riformate del secolo scorso, ad esempio dai Testimoni di Geova l’idea della necessaria integrità del corpo umano per affrontare il giudizio universale. Come corollario, un corpo mutilato di una sua parte è impossibilitato alla resurrezione della carne."

Alberta sbuffò. "E cosa avrebbe a che fare questo con il vescovo Albesiano?"

"Integralismo uguale moralismo" Derossi non sembrava essersi accorto della corda allentata "uguale fanatismo. Gli integralisti scoprono l’adulterio del vescovo di Torino, e per punirlo decidono di fare scoppiare uno scandalo nel modo più eclatante: attraverso una separazione dalla moglie."

"Per caso Sesso ha invece a che vedere con il modo in cui mi sta guardando in questo momento?" domandò con disprezzo Alberta per prendere tempo.

"Mutilazione. Gli integralisti portano a termine una doppia offensiva. Offensiva morale contro il vescovo, offensiva materiale contro la sua sposa. Ecco il perché della mutilazione sulla sua palpebra. Per loro il gesto ha un significato simbolico: la moglie del vescovo di Torino non è più degna della Resurrezione. Si tratta, probabilmente, di un movente politico interno dovuto a una supposta dissidenza nel seno stesso degli integralisti."

"Sesso" ripeté Alberta stupendosi del proprio stesso coraggio, sporgendosi verso il poliziotto. "Sesso, sesso, sesso sesso sesso sessosessosessosesso Sesso!"

Derossi arrossì, forse in colpa per il modo in cui la stava trattando. "Mu-mutilazione dell’occhio" balbettò, poi riprese in controllo della voce "la mutilazione epistemologica per eccellenza. Un taglio di rasoio che seziona il confine fra l’esterno e l’interno. Il soggetto viene invaso dalla verità. Oltre a condannarla alla non-resurrezione, gli integralisti intendevano dischiuderle brutalmente la visione alla Verità!" Le ultime parole erano quasi gridate. Con un balzo, Derossi scese dalla sedia e afferrando il gomito di Alberta lo torse costringendola a voltarsi.

"Ah!" strillò lei "mi fa male! È pazzo!"

Spingendola con il viso contro il cuscino, Derossi afferrò la corda allentata e tirò il lembo sciolto.

"No, la prego!" gridò Alberta, disperata per l’insuccesso "mi lascia andare! Mi sleghi subito!"

Derossi tese più che poté la corda; puntellandole i gomiti con il proprio ginocchio, strinse ancora più forte dell’autista.

Alberta rimase senza fiato, con la schiena inarcata. Temette di perdere i sensi, ma svuotando i polmoni rilassò i muscoli ricadendo sui cuscini. Sollevò poi le spalle torcendo il busto per guardare Derossi attraverso la frangia sugli occhi: non sembrava avesse la minima intenzione di slegarla. "Per favore!" gemette "cosa ho fatto che non va? La corda mi fa male!"

Derossi la prese per le braccia; la sollevò di peso, rimettendola a sedere sul divano e tornando alla sua sedia. Alberta arrossì violentemente quando lui le scostò i capelli dagli occhi.

"Per Freud, la perdita di un occhio è la mutilazione che incute più orrore" proseguì imperterrito Derossi, appena affannato per lo scatto di prima "è naturale immaginare proprio nell’occhio l’intersezione fra la percezione del mondo e la sua rappresentazione."

Alberta si abbandonò contro lo schienale a occhi chiusi. "Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati..." sillabò sottovoce schiudendo appena le labbra.

"La mutilazione dell’occhio infrange la barriera. Crolla l’illusoria conciliazione di arte e religione. Volevano distruggere il suo mondo, signora Vinci, non solo la sua vita con il vescovo Albesiano. Lo spregio ultimo, il più terribile."

Alberta si sentì svuotata, floscia come un pallone senza aria. Non le venivano altre preghiere. Giacque legata e senza forze mentre l’uomo si accendeva una sigaretta.

"Come poteva quell’uomo conoscere così bene casa mia?" domandò Alberta con voce incolore, senza guardarlo.

Derossi tirò diverse boccate di fumo, probabilmente incerto se risponderle per non ferirla. "Fra le olografie registrate nella serratura c’era anche quella dell’uomo" rispose finalmente "quando lei ha espressamente cancellato l’impronta di suo marito, il sistema ha tardato diverse ore a rintracciare ed eliminare l’altra registrazione che era stata accuratamente protetta. Il vescovo non voleva che sua moglie sapesse che l’accesso di casa era consentito agli integralisti."

Derossi andò al portacenere senza guardarla. Ma le sembrò di leggere un’ombra di pentimento per la brutalità con cui la trattava.

"Non mi chiede cosa veniva a fare quell’uomo in casa sua, mentre lei era assente?" proseguì con voce più gentile Derossi "ma lei sa già, vero? Perché il giorno stesso della prima aggressione, il giorno in cui ci siamo incontrati sul pianerottolo, lei aveva già trovato la registrazione degli appunti del vescovo, la prova della sua complicità con gli integralisti!"

Alberta sentì arrivare le lacrime. "Non è vero" disse con voce umida.

Derossi sedette pesantemente accanto a lei, comprimendola contro il cuscino. "Lo ammetta!" la esortò "il vescovo era in contatto con quei criminali già da diverso tempo. L’obbiettivo era proclamare ufficialmente la propria adesione teologica, scatenare una disputa con la Chiesa. Solo, all’ultimo momento decise di tirarsi indietro perché nutriva dubbi sul successo dell’operazione."

"Io non so nulla" rispose Alberta recuperando coraggio. Sperò di non dovere mai spiegare a sua madre quanto stava accadendo.

"Gli integralisti però avevano tutte le prove. O meglio, potevano trovarle negli appunti del vescovo. Impadronirsene sarebbe stato più facile se lei lo avesse cacciato di casa. Mi dica dove sono gli appunti, signora Vinci!"

"Non esistono appunti. Io non so nulla. La prego, mi sleghi."

Derossi trattenne il fiato per qualche secondo, come se fosse sorpreso. "Perché protegge il vescovo?" domandò poi con voce conciliante. "Quell’uomo le ha fatto del male. Io sono costretto a difenderlo, dipendo dall’autorità pubblica. Ma lei..."

"Io ho un legame indissolubile" rispose Alberta "non sarà la perfidia di mio marito a scioglierlo."

Lui scosse il capo. "È illogico. Lei è una donna intelligente, istruita..."

Alberta credette di percepire una nota di compassione nella voce del commissario. Ma quando tornò a chiederle dove fossero gli appunti del vescovo, la prova della complicità con gli integralisti, gli rispose "Non ci sono appunti. Non li ho mai visti. Se vuole, può completare l’opera di quei due: ne approfitti intanto che sono ancora legata."

Derossi annuì. Rimase in silenzio alcuni minuti. Alberta strinse i ginocchi al seno quando le carezzò il polpaccio, domandandole se avesse freddo.

Alberta alzò gli occhi su di lui. "La prego, mi sleghi..." gli disse "io non so nulla di questa storia."

Lui annuì, visibilmente commosso. Alberta si accorse che le guardava la scollatura del bolero, poi si chinò sulle sue labbra baciandola all’improvviso, come aveva fatto quel giorno per le scale del palazzo. Lei chiuse gli occhi e strinse a pugno le mani dietro la schiena. Non voglio! pensò, ma senza respingerlo.

La abbracciò circondandole le spalle, poi le lasciò le labbra. "Scusa..." disse, e subito tornò a baciarla.

Alberta si piegò all’indietro sulle braccia, appoggiando la testa sul cuscino, ma le sue labbra la seguirono. Puntellandosi si voltò verso di lui. Cosa sto facendo? pensò. Le mani di Derossi le passarono dietro la schiena senza che le labbra si staccassero dalle sue. L’uomo afferrò la corda.

Alberta gli lasciò le labbra. "Lascia perdere" sussurrò guardandolo negli occhi.

"Ma io voglio..." disse lui.

Alberta allungò i piedi sul cuscino del divano, inarcando la schiena per sgravare il peso dalle braccia. "Vieni sopra..." sussurrò, tutta rossa.

Derossi si allungò verso le sue caviglie. Tirò con entrambe le mani, allentando il nodo e sciogliendolo. Gettò la corda in terra. "Voltati a faccia in giù sul cuscino" le disse.

"No. Vieni su di me adesso, così" rispose Alberta cercando di mettersi più comoda che potesse con le mani ancora legate.

Derossi scivolò fra le sue gambe, ruvido per i vestiti spiegazzati e la barba non rasata dal mattino prima. Premette il bacino contro quello di Alberta.

Mio dio! pensò lei, Se mi vedesse Federico! E mentre Derossi si muoveva goffamente su di lei per sfilarle gli slip e liberarsi dai suoi vestiti senza lasciarle libera la bocca, Alberta si rassegnò aggrappandosi con le unghie alla iuta ispida del cuscino. Sono una masochista? Pensò, preferisco non essere slegata perché così sono esente da qualsiasi responsabilità in ciò che mi accade. Un vincolo indissolubile.

Si rese conto di aver desiderato inconsciamente quel momento fin da quando aveva visto Derossi sul pianerottolo di casa, la sera in cui l’aveva aiutata a trasportare fuori il baule con i vestiti del vescovo, anche se non avrebbe mai immaginato le condizioni in cui sarebbe avvenuto.

Non voglio responsabilità, pensò ancora, rendendosi conto che Derossi non avrebbe desistito in quel momento, mentre lei era così indifesa nelle sue mani.

L’esperienza di quei pochi giorni era stata assolutamente definitiva per lei: si ripromise di pensare più tardi a se stessa e al proprio futuro, perché Derossi stava già entrando dentro di lei con un impeto incontrollabile. Sperò che, una volta terminato, non si curasse più di cercare il CD con gli appunti del vescovo che era nascosto proprio sotto il cuscino.


 
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