Omologo
Silvia Dini & Amedeo Gaggiolo

Gentilissimo Professore,

da tempo non mi capitava più di sentirmi chiamare, credevo che il pericolo di essere eccessivamente coinvolto non sussistesse più. Poi la mia voce è ritornata a farsi sentire.

Quello che io chiamavo era, secondo lo psichiatra, ciò che di peggio poteva capitarmi.

Non lo diceva, è chiaro, ma lo capivo, temeva forse che quella realtà potesse assorbirmi fino a generare un fenomeno di transustanziazione.

Il mio corpo si riciclerebbe forse: forse potrei diventare un angelo o forse una larva; avrebbe poca importanza perché comunque non ne avrei coscienza, non sarei più; non sarei più che guardo dal di fuori me stesso diventato . Non potrei personalmente soffrire o godere di ciò perché le due entità non sono e non potranno mai essere compatibili, l’esistenza dell’una implicherebbe la fine dell’altra, un po’ come dire essere e non essere, il non essere che delimita l’essere e altre cose di questo tipo.

Non si tratta comunque di un problema di filosofia: si tratta di moti, di mutamenti dell’esistenza, di trasformazioni primarie della materia.

Ciò che racconto è in previsione, in quanto non saprò mai se accadrà; la mia è un’ipotesi, una coscienza dei fatti ricostruita in una realtà virtuale (la mia mente?); del resto solo un’ipotesi virtuale è possibile perché nel momento in cui queste note Le arriveranno non so se potrà più mettersi in contatto con me.

Se non altro (che avvenga o meno) sono certo che la mia presenza rimarrà, tutta o in parte, imbrigliata nelle tessiture della scrittura come pensiero o almeno come sudore, impronta di polpastrelli, saliva, alito.

Scrivo in fretta perché non ho la certezza di completare questa lettera. Nello stesso tempo però devo rallentare, devo aspettare che gli eventi si determinino; vorrei descriverli in tempo reale, annotare, registrare.

Dispiegare in scrittura ciò che sta accadendo attimo per attimo, attraverso il contatto intimo, erotico della mia penna con la superficie cellulosa della carta: nella scrittura si modellano le idee, il pensiero si oggettualizza, si fissa.

Cercherò di spiegarle il meglio possibile.

La prima volta era successo così: stavo lavorando al mixaggio di un brano che avevo composto per una rassegna di computer music quando, inavvertitamente, tra la musica in cuffia, tra i suoni e i vari stacchi che risultavano dall’intreccio delle linee sonore prendeva sempre più forma un’eco lontana che pronunciava il mio nome.

Era un effetto insolito perché stranamente la voce non era incisa, non era campionata, fissata nella memoria del calcolatore con cui lavoravo e ad ogni ascolto si presentava in momenti diversi e con continue variazioni di tono. Non era un’impressione vaga o un’interferenza: era una specie di realtà che si innestava tra me e la mia musica.

La voce non aveva una natura, non possedeva una specificità sua propria; era un qualcosa di avvolgente (sì, è la parola giusta) un qualcosa che non era solo al di fuori di me ma si integrava nella mia realtà, nella mia musica; viveva autonomamente, ma nello stesso tempo trovava nella mia energia una fonte di nutrimento diventando sempre più familiare.

Quella voce era la mia e posso dire con certezza che non proveniva dai dati registrati. Non vorrei essere frainteso; non si tratta del solito alieno che si infiltra nei corpi come un parassita. Era un corpo, questo sì, ma non era un estraneo, era in qualche modo me stesso.

Ho sentito parlare di artisti che hanno proiezioni psicologiche nelle loro opere, che vivono un forte rapporto di empatia con i loro prodotti; sono i momenti in cui l’opera ha il sopravvento sull’autore.

Nel mio caso, se dovessimo parlare di non dovremmo farlo in senso psicologico, ma parlare di una specie di trasferimento cellulare.

Le mie cellule stavano migrando nella musica.

Non pensi alla catarsi, ma ad una processione vera e propria, niente di magico, niente di emotivo; era materia cerebrale che si distribuiva diversamente, che colonizzava altre regioni e si estendeva alla realtà esterna.

Non è stato facile arrivare a questa conclusione, anche se devo dire che lo psichiatra che mi ha visitato fin dal primo momento aveva capito che non si trattava di schizofrenia ma di ben altro.

Il fenomeno si è sviluppato nell’arco di tempo.

All’inizio erano solo sensazioni. In ogni cosa che facevo mi sentivo specchiato, come quando si ha la sensazione di essere osservati.

Poi gradatamente un dialogo metapsichico è andando maturando tra me e quel qualcosa di esterno, che mi risulta difficile chiamare ente o alieno o corpo o fantasma.

Da bambino avevo sentito di una leggenda relativa ad immagini riflesse che irradiate dai raggi di luna si liberano dagli specchi e dalle superfici riflettenti; forse questa idea è quella che si avvicina di più e illustra meglio il mio caso.

Sentivo un altro me-stesso manifestarsi, venire ad esistere nelle cose che facevo diventando una sorta di antagonista, ma anche amico. Tutto sommato questo era un plagio.

La certezza di quello che Le sto raccontando è andata maturando mentre lavoravo alla mia ultima composizione quando, più volte, mi sono ritrovato dentro la mia musica.

Mi è costato molto decidere di scrivere, sapendo che avrei vissuto troppo intimamente quanto sto narrando. Ecco, sta arrivando il momento.

Temo di essere dentro, temo di essere diventato a tutti gli effetti una sorta di scrittura, piatta, spalmata sulla superficie bianca, liscia, odorante di colla...

Percepisco una eco... viene dalla seggiola... dalla scrivania... chiama, mi chiama ancora... è il mio nome.

Mi sento... risento le parole che sto scrivendo... come attraverso un delay... mi sento immerso nell’altra parte... sto scivolando nelle parole che scrivo... divento sempre più tranquillo... quella specie di eco verbale sta svanendo in un mare... sempre meno... meno... meno... rimane, ad opporsi, il timore insoluto di non essere mai imbucato!

Sinceramente Vostro,

Omologo