Alcuni racconti di Bruce Sterling ritraggono il futuro cyborg dell’umanità,
quando, a secoli da oggi, gli esseri che sono umani saranno divisi tra
due fazioni nemiche basate su opposte filosofie dell’evoluzione: quella
dei “Meccanisti” e quella dei “Plasmatori”. I primi hanno progettato la
loro evoluzione ontogenetica attraverso l’applicazione di varie tecnologie,
incluse quelle prostetiche, meccaniche e soprattutto cibernetiche. I Plasmatori,
invece, fanno affidamento solo su biologia, biochimica e biologia molecolare
(genetica) per modellare se stessi e i loro discendenti, innanzitutto estendendo
la vita, la potenza sessuale e certi talenti biologici.
Guardando al loro passato, si può percepire una discreta ironia
(dalla quale Sterling trae una satira consistente): le due fazioni umane
sono in realtà gemelle, aspirano a un comune futuro post-umano,
sebbene per vie diverse. Entrambe si evolvono in direzione di esseri costruiti
artificialmente: contano soltanto su due adattamenti diversi delle tecniche
cyborg per distinguersi l’un l’altra. I Plasmatori possono essere fieri
della loro intelligenza selezionata eugeneticamente e disprezzano gli impianti
meccanici da computer e gli accrescimenti artificiali dei loro doppelganger,
i Meccanisti. Tuttavia, come nota uno dei portavoce dei Meccanisti, “[I
Plasmatori potrebbero] giustamente essere definiti come dei manufatti industriali” [1].
I Meccanisti potranno anche usare impianti software e connessioni dirette
col computer per incrementare le loro facoltà, aborrire la disordinata
fecondità e tutto quello che ritengono corrotto nella vita degli
Plasmatori, ma non si può negare che le loro protesi meccanche mutino
i fatti biologici.
In un’epoca particolare della storia futura di Sterling (che figura
in numerose opere della sua narrativa) la civilizzazione galattica è
in decadenza, al limite dell’apocalisse, pericolosamente prossima a raggiungere
una massa critica o una fluttuazione catastrofica che la costringerà
a “passare a un nuovo ordine di complessità” (termini che Sterling
prende a prestito dalla Teoria del Caos) [2].
Il nuovo ordine sarà “Post-umano”, e i discorsi di numerosi personaggi
fanno riferimento a questo futuro agognato; si scherniscono l’un l’altro
con frasi come “Oh, mostra un po’ di fluidità post-umana”. L’eroe
de “La Regina Cicala” [racconto che confluirà insieme ad altri nel
romanzo La matrice spezzata - N.d.T.] prefigura la forma del post-umano
nelle “Aragoste”, uomini che hanno già oltrepassato il punto più
lontano di questa visione utopica. Le Aragoste hanno “sgusciato la loro
umanità”, combinando la bioingegneria degli Plasmatori con la tecnologia
dei Meccanisti per racchiudersi in involucri completamente cibernetici,
una volta alterata la loro biologia per assicurarsi la sopravvivenza.
“Le Aragoste si collegavano a computer fluidi oppure si riparavano
dalle tempeste solari o dagli elettroflussi del sistema degli anelli. Non
mangiavano mai. Non bevevano mai. Il sesso era un’ingegnosa cyber-stimolazione
tramite prese craniali. Più o meno ogni cinque anni c’era la “fusione”,
e la pelle veniva ripulita dai fetidi accumuli di batteri mutati che li
ricoprivano come schiuma nel calore stagnante.
Non conoscevano la paura (...) Erano autosufficienti e anarchici. Il
loro più grande piacere consisteva nel sedersi su una trave [su
una stazione spaziale] e aprire i loro sensi amplificati alle profondità
dello spazio, a guardare le stelle oltre i limiti dell’ultravioletto e
dell’infrarosso (...) Non avevano nulla di malvagio, però non erano
umani. Freddi e distanti come comete, erano creature del vuoto, annoiate
dai sorpassati paradigmi del sangue e delle ossa. Vidi in loro le prime
turbolenze del Quinto Salto Prigoginico, che andava al di là dell’intelligenza
proprio come l’intelligenza oltrepassava la vita amebica, o la vita si
differenziava dalla materia inerte.” [B. Sterling, “La Regina Cicala”,
in La matrice spezzata, cit., pp.420-21).
Trovo irresistibile questa descrizione di uno dei possibili futuri
dell’umanità, non tanto per il fatto che è attraente, ma
semplicemente perché sembra plausibile. Questa e altre immagini
dei cyborg, anch’esse più o meno plausibili, sono ora giunte a dominare
il nostro paesaggio postmoderno, sono espresse nella letteratura, nei film
e nelle arti, e danno origine a ricche espressioni, troppo vaste e numerose
per poterle catalogare qui.
Oggi, da una posizione di vantaggio dopo che la Guerra Fredda è
di fatto finita, è più facile vedere i lineamenti dell’epistemologia
cyborg, che cresce dai semi piantati durante la Seconda Guerra Mondiale
e sboccia nella cultura della Guerra Fredda. Da questa prospettiva vantaggiosa,
sembra che quella contesa tra nazioni e ideologie che fu la Seconda Guerra
Mondiale mascherasse una guerra anche più importante tra opposte
fedi cognitive, con la vittoria definitiva per il fondamentalismo cibernetico.
In breve, per comprendere come e perché il cyborg abbia raggiunto
un tale predominio e una tale forza mitologica negli anni Novanta, dobbiamo
ri-leggere la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.
In questo saggio, spero di mostrare come le Aragoste, i Meccanisti
e i Plasmatori nati dall’immaginazione di Sterling siano giunti a essere
versioni pensabili - se non inevitabili - del post-umano, a causa delle
tecnologie e dell’epistemologia che sono uscite vincitrici dalla Seconda
Guerra Mondiale.
L’Età Atomica contro l’Età Cibernetica: la Bomba era un cyborg.
Cosa succederebbe se chiedessimo alla maggior parte dei commentatori
contemporanei del periodo compreso tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio
dei Cinquanta: “Qual è la più importante caratteristica del
vostro panorama culturale e politico?” oppure “Qual’è la più
grave minaccia per la civiltà?” Indubbiamente risponderebbero a
entrambe le domande: “La Bomba”. È un luogo comune dire che ciò
che determinava allora la politica, gran parte della cultura, alcune filosofie
nichiliste e certamente la danza bizantina tra le superpotenze di U.S.A.
e U.R.S.S. era la minaccia di innescare quel congegno apocalittico, da
Giudizio Universale, noto prima come la Bomba Atomica e poi come la Bomba
Nucleare. Era tanto vero, che è anche un altro luogo comune chiamare
Età Atomica l’Era della Guerra Fredda, a volte suonando una nota
in controtempo, che fa risuonare dentro di essa la radiosa promessa di
un futuro utopico, ma più spesso echeggiando un cupo, cattivo presagio.
Indubbiamente la cultura popolare degli anni Cinquanta e Sessanta rifletteva
immagini plumbee in centinaia di romanzi e film su bombe atomiche, mostri
creati dal fallout nucleare, come Godzilla, e parabole su mondi apocalittici
post-nucleari, come L’ultima spiaggia e A prova di errore.
Vorrei suggerire, però, che la politica della bomba atomica
e degli armamenti nucleari è in realtà un esiguo sottoinsieme
di un movimento ben più profondo e importante, che solo ora sta
iniziando a esprimersi appieno in ogni sua manifestazione. Perché
la bomba atomica svanisce come icona negli anni ‘80 e ‘90, anche quando
le riserve di armi nucleari proliferano e aumentano, per essere rimpiazzata
da computer, intelligenza artificiale, robot e cyborg nel ruolo di icone
fondamentali della nostra generazione? La risposta, ancora, è epistemologica:
la Bomba Atomica era un congegno tecnologico davvero “esplosivo”, ma in
quanto tale era semplicemente sintomo o manifestazione della medesima epistemologia
che è più radicalmente rappresentata dal cyborg, in un modo
che tra breve spiegherò.
Per comprendere il primo bit del codice genetico culturale che genera
questo futuro, bisogna parlare rapidamente dell’impulso irrefrenabile degli
uomini verso la simulazione, e della sua storia.
Simulazioni e iperrealtà:
Quando siamo sotto l’influsso di una simulazione ben fatta - come le
animazioni accelerate della NASA sulle sonde del Voyager che ruotano veloci
intorno ai pianeti e schizzano fuori dal nostro sistema solare, basate
su matematiche appena più complicate di quella di Keplero - siamo
indotti ad abitare uno spazio metaforico in cui le nostre cognizioni si
fanno decisamente confuse, e ciò che intendiamo per artificiale
e naturale subisce un collasso. Il lento sviluppo geologico di una pianura
alluvionale viene simulato da un programma computerizzato di erosione,
aiutato dai principi della geometria dei frattali. Sculture di sabbia,
pietra e acqua, formate in modo naturale e dolorosamente lento da maree,
gravità e attrito, diventano immagini fatte di pixel su uno schermo
di computer, generate da teorie razionali e informazione digitale. E in
qualche modo, nonostante l’etichetta sullo schermo a rammentarci che si
tratta di una simulazione della NASA, le immagini possiedono chiarezza
e perfezione assolutamente convincenti.
Jean Baudrillard, erede retorico di Jacques Ellul - che vide anch’egli
nella tecnologia una minaccia apocalittica e autonoma - individua l’iperrealtà
in questa forza di seduzione da parte delle simulazioni. Baudrillard definisce
l’iperrealtà come il momento in cui il “consumatore” (lettore, utente)
scambia, volontariamente o no, la mappa con il territorio, il modello con
l’oggetto modellato, la simulazione per l’originale. Nella visione di Baudrillard,
questa alternativa trans-valutativa crea la condizione postmoderna dell’intera
nostra cultura. L’emigrazione culturale di massa verso l’iperrealtà
è un’inevitabilità storica, qualcosa di profondamente nuovo
e pericoloso, ma d’altro canto irresistibilmente affascinante. Da buon
neo-marxista, questa retorica delle inevitabilità storiche è
in lui assai forte. Come scrive in Simulations:
“[Ci siamo mossi] da una società capitalista-produttivista verso
un ordine neo-capitalista e cibernetico che punta al controllo totale.
Questa è la mutazione per la quale la teorizzazione biologica del
codice prepara il terreno. Non c’è nulla di casuale in questa mutazione.
È la fine della storia in cui, uno dopo l’altro, Dio, l’Uomo, il
Progresso e la Storia muoiono per il futuro del codice” [3].
Nondimeno, non posso accogliere così seriamente l’iperbole apocalittica
di Baudrillard. Per me la simulazione è semplicemente un caso speciale
di creazione di modelli. Simulare significa prendere una cosa per un’altra
attraverso un medium diverso. Una volta accettata questa definizione, molte
cose diventano chiare. In primo luogo, ogni arte è una forma di
simulazione e viceversa. Anche quando non è piattamente mimetica,
l’arte modella qualcosa. Invertendo questa tautologia, modellare è
anche produrre arte, e ciò non è mai stato così chiaro
come quando noi spieghiamo modelli visuali di relazioni matematiche su
uno schermo di computer. Inoltre, il pensiero è simulazione, e viceversa.
Il lavoro del cervello (dimentichiamo la mente, per ora) consiste nel prendere
qualcosa da fuori e tradurlo in un altro medium dentro il corpo. Riempite
lo spazio vuoto con la vostra versione prediletta del cervello: un “budino”
neuro-elettrochimico, un neuro-ologramma, qualunque cosa. Per gli esseri
umani, questa traduzione in un altro medium accade nel modo più
convincente possibile grazie a qualcosa che noi chiamiamo pensieri, idee
o immagini (ora possiamo pensare alla mente, se volete). Come terzo aspetto,
ogni metafora è simulazione, e viceversa. Modellare implica fare
metafore ubique, una sorta di marchio di fabbrica del comportamento del
“come se”[4]. L’unica sfumatura di significato
introdotta esplicitamente adottando il termine “simulazione” piuttosto
che il termine “modello” è un fondamentale senso di inganno, duplicità
o disonestà. Quando due gemelli complottano per cambiarsi di posto
e beffare i loro insegnanti parliamo di dissimulazione; ma quando un quadro
si sforza di ottenere il trompe l’oeil e il doloroso naturalismo del reale,
allora siamo spinti (incitati, persuasi) ad accettare il simulacro al posto
dell’originale, e finiamo nelle grinfie della simulazione. Poiché
si concepisce il mondo come se fosse essenzialmente intrappolato nella
sua essenza dalla cognizione umana, e poiché il segno distintivo
dell’intelligenza umana consiste nell’abilità metaforica di prendere
una cosa per un’altra, di ingannarci coscientemente, allora è difficile
accettare l’asserzione di Baudrillard che l’iperrealtà è
una condizione tipica soltanto del postmoderno. L’iperrealtà è
sempre stata con noi. In effetti, è noi, o almeno la parte essenziale
di noi che vive nei nostri cervelli, quasi una costrizione del sistema
nervoso.
Cosa è cambiato durante la Guerra Fredda tanto da indurre abili
pensatori come Baudrillard a ritenere - ingannandosi - che la malattia
della simulazione sia una condizione della postmodernità? È
che la nostra cultura adesso ha sviluppato un’intera epistemo-tecnologia
atta a produrre immagini e codici iperreali, in modo che l’istinto essenziale
di modellare, simulare e dissimulare è ora esteriorizzato in sistemi
razionali che fanno il lavoro del nostro sistema nervoso per noi e meglio
di noi, e quindi in un modo che ci affascina. L’iperrealtà, allora,
è una condizione mentale, ed è conseguenza o sintomo di uno
stimolo del cervello. Si esprime semplicemente come un aspetto più
oggettivato o affascinante del comportamento del “come se”, in cui il codice
è sottratto alla pura e semplice immaginazione - dai sogni a occhi
aperti alle allucinazioni e alla percezione fenomenologica - per assumere
priorità, inevitabilità e quindi vita propria. Le simulazioni
che producono iperrealtà sono rappresentazioni di un fenomeno in
un altro medium, trasformazioni essenzialmente e fondamentalmente fittizie.
E come per la fiction comunemente intesa, le lusinghe della simulazione
consistono nel fatto che essa può sedurci perché è
più limpida, meglio drammatizzata e più attraente della cosa
che si propone di ri-presentare o di svelare nella sua verità. La
differenza tra il prodotto culturale che chiamiamo fiction e quello tecno-scientifico
noto come simulazione sta nel contratto diverso che essi stipulano con
i loro consumatori: un romanzo è sempre una rinuncia alla realtà,
tacita o esplicita; le simulazioni, all’opposto, rivendicano la realtà,
sono una supposizione stranamente auto-referente e tautologica, che si
morde la coda eppure è efficace come dissimulazione: una scoop falso,
una burla.
La fiction è più “onesta” delle simulazioni.
Comunque, l’iperrealtà non nasce insieme al postmodernismo, né
è una necessità storica peculiare a questo periodo o al Ventesimo
secolo. Piuttosto, le sue origini si possono rintracciare in ogni movimento
culturale in cui gli esseri umani considerano letterale ciò che
è metaforico, e su ciò costruiscono una nuova epistemologia.
Non posso in questa sede poco più che alludere agli altri momenti
significativi in cui si manifesta l’attitudine a costruire una realtà
virtuale o un ciberspazio, con le utopie retoriche e le iperboli che li
accompagnano. Uno è l’invenzione del primo alfabeto originario,
nel Sinai del sud, verso il XV secolo a.C., forse da parte di uno schiavo
ebreo che lavorava per i Faraoni nelle miniere di turchese. Un altro è
il momento in cui Ippaso di Metaponto inventò i numeri irrazionali,
nella Grecia del 5° secolo avanti Cristo, e causò gravi tumulti
tra i Pitagorici, sufficienti a farlo assassinare. Abbiamo poi il passaggio
da un’architettura sacramentale a un’archi-testura sacramentale, quando
viene distrutto il Tempio di Salomone, gli Ebrei si disperdono e la mappa
del Tempio è racchiusa nell’impaginazione del Talmud, in una elaborazione
di oltre quindici secoli di marginalia, commentari, interpretazioni ed
ermeneutiche il cui erede più vivace è oggi la moderna teoria
letteraria [5].
Ognuna di queste analoghe trasformazioni dell’iperrealtà diede
inizio a suo modo a diverse guerre fredde.
Negli anni Quaranta del nostro secolo, l’infezione dell’epistemologia
razionale da parte del caso e della casualità era diventata un problema.
La fisica di Heisenberg aveva posto il probabilismo al cuore delle scienze
fisiche e del loro metodo. Chi si augurava di scoprire un formalismo positivo
doveva trovare il modo di scacciare gli elementi casuali o probabilistici
(la “stocastica”) dai suoi modelli di natura. Storicamente, come possiamo
notare nello sviluppo dei “numeri di Wiener” (da Norbert Wiener, padre
della cibernetica) press’a poco al tempo della Prima Guerra Mondiale, elementi
stocastici erano necessari alla maggior parte delle simulazioni matematiche,
poiché fenomeni interessanti, che valeva la pena simulare - come
il moto browniano - erano non-deterministici, o quantomeno ben più
complessi di ogni semplice algebra meccanica. Tuttavia, solo eventi in
apparenza casuali sembravano meritevoli di essere modellati, poiché
gli eventi deterministici, per quanto complicati, erano e sono “insignificanti”,
nel senso in cui i matematici spesso usano questa parola: per quanto complicati
siano, cioè, non pongono nessun ostacolo immediato alla loro soluzione.
Introdurre elementi casuali nella creazione di modelli era più o
meno una strategia fittizia, una scorciatoia per imitare o approssimare
(ma non codificare) la condotta di ciò che ora chiamiamo, con la
comprensione cui siamo giunti con la “Teoria del Caos”, “complessità”.
In breve, dove si trovava la stocastica in una simulazione, lì si
poteva essere sicuri che la meccanica classica falliva di fronte a un universo
complesso.
Inserire un elemento di casualità equivaleva a navigare verso
la Terra Incognita, verso i luoghi in cui vivono i mostri[6].
“Stocastica” è una di quelle parole che suggeriscono messaggi
subliminali quando noi li indaghiamo attraverso una radicale etimologia.
Scopriamo perciò che “stoxastikos”, in greco antico, indicava semplicemente
l’arte degli indovini. Sarebbe facile dimenticare, al di là di tutti
i suoi successi, specialmente nelle scienze pure, che la simulazione è
un’elaborazione dell’arte di indovinare, una coltellata al buio, che è
il motivo per cui “stochastikos” ci dà anche come significato “staccato”
(sia la guizzante forma musicale che il termine d’epoca elisabettiana per
designare un pugnale corto). Più tardi, nel greco classico, “stoxastikos”
passò a significare “profezia”, un commento, forse, a ciò
che davvero i Greci pensavano dei loro oracoli: ogni profezia è
soltanto una congettura sul futuro, un augurio, una lettura di segni. È
quindi qualcosa di più di una coincidenza linguistica il fatto che
tale parola sia anche giunta a voler dire, in epoca medievale, “incantesimo”.
L’idea di determinare il futuro o di leggere l’illeggibile stato interno
delle cose è universalmente connessa a meccanismi stocastici: il
dado è lanciato, il destino è segnato, le parole segrete
sono parole incantate, la ruota della fortuna sta girando. Il sistema dell’I
Ching si basa sul lancio di pietre, che è metafora della tua condizione
spirituale al pari del tuo futuro. La disposizione casuale delle foglie
da tè, le carte ben mescolate di una mano di tarocchi, consultare
una disposizione del tutto arbitraria di stelle nel cielo... sono tutti
gesti che alludono a forme domestiche di incanto. Mia figlia aveva una
palla nera di plastica, a otto facce, con una finestrella sul fondo. Le
faceva una domanda la cui risposta poteva essere solo “Sì-o-No”,
e quindi la scuoteva; la palla rispondeva mostrando una delle otto facce
di un dado, per dire “Sì”, o “No”, o “Chiedimelo dopo”, ecc...
A un certo punto, prima di smascherare l’oracolo, mia figlia lo prendeva
davvero seriamente.
Verso la fine del 18° secolo, una scienza intera prese il nome dall’azzardo sistematico implicito nella parola. La “Stechiometria”, scienza che studia le combinazioni di atomi di diversi elementi, fu chiamata così [7] perché, fino al microscopio elettronico moderno, chimici e fisici dovevano impegnarsi in un processo iterativo di “calcolo a indovinare”, fino a che non scoprivano un modello soddisfacente, in grado di adattarsi agli aspetti del comportamento di un certo elemento. Il metodo originale richiedeva la ripartizione di acidi e basi in una soluzione dell’elemento misterioso fino a neutralizzare la mescolanza, un vero e proprio processo di calcolo ammaestrato. Se vi ricordate in che modo ci insegnavano a trovare le radici quadre di numeri abbastanza alti a scuola (prima di imparare i logaritmi), questo processo ripetitivo di procedere a spirale verso una risposta per mezzo di calcolo ammaestrato vi risulterà familiare.
Oggi, l’arte di modellare stocasticamente le condizioni future di un
sistema - oracolare nelle sue premesse - ha quasi del tutto perso il suo
sapore mistico. Il modo in cui un computer può fornire modelli di
eventi complicati, specie se mostrato visivamente, ha però di certo
il suo fascino. Le simulazioni della dinamica di un certo fluido nelle
simulazioni a colori di un computer, per esempio quelle relative allo sviluppo
di una tempesta attraverso fotografie satellitari, sembrano magia, per
quanto mondana. Qualcosa di tutto ciò ha fatto irruzione nella mitologia
popolare: WOPR, il gigantesco computer con il quale entra in contatto il
giovane hacker nel famoso film Wargames, recita la parte dell’oracolo quando
dimostra a se stesso che ogni strategia del momento conduce alla totale
estinzione termonucleare. Wargames è un mito dell’Età Atomica
o dell’Età Cibernetica? La risposta è di entrambe, e in un
modo che mi convince, perché come mostrerò in seguito entrambe
sono ineluttabilmente e storicamente intrecciate: l’epistemologia della
cibernetica produce la bomba atomica e determina in larga misura la politica
e la cultura della Guerra Fredda.
Fondamentalismo cyborg: la Bomba Razionale di von Neumann
Forse è la sua qualità oracolare una delle ragioni per
cui la meteorologia è l’unica scienza cui è stata dedicata
negli USA un’intera stazione televisiva nazionale (il “Wheather Channel”),
che trasmette tutto il giorno. Sarebbe arduo immaginare un simile proscenio
assegnato, per dire, alla fisica delle particelle, che pure si basa anch’essa
su simulazioni.
Il personaggio cui spetta la responsabilità più alta
per aver reso possibile il “Wheather Channel” è abbastanza improbabile:
John von Neumann, già matematico di Princeton e genio sfavillante.
In gran parte possiamo rintracciare la moderna ossessione americana per
le previsioni del tempo - e i cospicui investimenti coinvolti in essa -
nella mal riposta fiducia di von Neumann sul fatto che le sue tecniche
di simulazione al computer un giorno avrebbero predetto il tempo in anticipo
non solo di giorni, ma di settimane e mesi [8].
In questo, naturalmente, il nemico numero uno era la stocastica. Eliminarla
- abolendo così incertezza e probabilità - nella creazione
di modelli sistematici fu ciò cui John von Neumann dedicò
la sua carriera. Nato nel 1903 in Ungheria, svolse il lavoro di una vita
intera attraverso la storia del computer e di quanto sarebbe stato più
tardi conosciuto come Intelligenza Artificiale. Negli anni Venti si trasferì
dall’Ungheria a Gottinga, per sfuggire all’antisemitismo di Stato. Nel
1933 se ne andò a Princeton, nuovamente per sfuggire alla persecuzione
degli Ebrei, questa volta da parte dei Nazisti. Ebbe un’influenza straordinaria
su Alan Turing, che invitò ad unirsi a lui a Princeton. In seguito
collaborò - ed entrò in competizione - con Norbert Wiener.
Conobbe Claude Shannon ai Laboratori Bell, sempre in New Jersey. Insieme,
questi quattro personaggi (von Neumann, Wiener, Shannon e Turing) furono
i padri del paradigma cibernetico, che da allora ci ha regalato computer,
intelligenza artificiale, scienza dell’informazione, comportamentismo,
scienze cognitive, teoria del gioco e teoria dei sistemi (quest’ultima
con la collaborazione di Ludwig von Bertalanffy). Nel 1943 von Neumann
si trasferì nei laboratori di Los Alamos per lavorare su problemi
fondamentali nell’addomesticamento e nell’impiego dell’energia nucleare.
I suoi successi resero direttamente possibile la creazione delle bombe
atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki. Per la sua storia individuale
di continue fughe dall’antisemitismo, sarebbe scontato leggere le sue motivazioni
nel lavorare alla bomba atomica come eminentemente politiche. Von Neumann
potrebbe davvero essere stato spinto da un forte desiderio personale di
annientare totalmente i Nazisti nella sua scelta del “Prodotto Finale”.
Ma nella sua selezione dei problemi particolari che condussero al risultato
terminale, credo fosse spinto da una politica epistemologica ugualmente
profonda, ugualmente personale e forse anche più persistente.
Von Neumann si segnalò dapprima come enfant prodige per i modelli
matematici e per le spiegazioni che fornì sulla meccanica quantistica.
Nel suo lavoro cercò di spazzare gli elementi probabilistici che
il principio d’indeterminazione di Heisenberg aveva introdotto nella comprensione
di cosa accede a livello subatomico[9].
L’idea che si potesse sapere soltanto in termini statistici dove si trovava
un elettrone a un dato momento era totalmente inaccettabile per von Neumann,
sebbene egli non vi trovasse mai completa alternativa. Negli anni Trenta
inventò, più o meno da solo, la teoria dei giochi, un tentativo
di descrivere motivi e comportamenti umani in termini logico-matematici [10].
Si rivolse a questa disciplina sull’onda della frustrazione per il successo
ottenuto da Kurt Gödel con l’omonimo teorema, che demoliva l’idea
di una teoria consistente e completa alla quale von Neumann aveva lavorato
con i compagni matematici a Gottinga. Il Teorema di Gödel rappresentava
un’altra bruciante sconfitta per il determinismo più rigoroso.
Anche quando erano coinvolti aspetti umani, come nella teoria dei giochi
applicata alle strategie economiche, von Neumann trattava gli elementi
del sistema come se potessero essere descritti dalla logica pura. Secondo
lui il cervello umano era la fonte di gran parte dell’irrazionalità
del mondo o, per dirla in termini di simulazione, il cervello umano è
stocastico in due sensi: è l’incarnazione fisica dell’incertezza
causata dal ruolo dell’osservatore umano nella fisica moderna, ed è
l‘origine del comportamento umano, fenomeno mistificatorio e irrazionale.
Von Neumann preferiva credere che l’essere umano fosse semplicemente un
automa [11]. In effetti, uno
dei principali insuccessi iniziali della teoria dei giochi derivava proprio
dall’insistenza di von Neumann sulla radicale razionalizzazione di ogni
elemento [12].
Von Neumann era assai noto a Princeton non solo per le sue brillanti
teorie matematiche, ma anche per le sue raffinate cene cosmopolite, la
gran quantità di filastrocche sboccate che conosceva e l’evidente
inettitudine o avventatezza al volante di un’auto. “Guidava con identico
aplomb su entrambi i lati di una strada e sfasciava le auto con grande
regolarità” (cfr. David Ritchie, Binary Brain, p.77), scrive un
biografo. A rischio dell’accusa di iper-interpretare il testo dell’esistenza
di von Neumann, si potrebbe spiegare in altri modi questa abitudine stramba
e autodistruttiva, se si dà un’occhiata alle sue abitudini mentali.
È divertente scoprire l’eccentricità negli scienziati più
acclamati. Si può rintracciare l’immagine tradizionale degli scienziati
distratti e fuori dal mondo a partire dagli accademici di Lagado di Swift,
nel terzo libro dei Viaggi di Gulliver. Ma nel caso di von Neumann, che
per altri versi era alquanto portato alla sobrietà, l’incapacità
o l’eccentricità nella guida sono davvero piuttosto inspiegabili.
Piuttosto, è evidente che in tutti gli aspetti della sua esistenza,
anche nella guida quindi, von Neumann si era votato a sconfiggere l’azzardo
nella vita o, come dicono i francesi, la somiglianza della vita al gioco
dei dadi. Guidare da indemoniato, in modo totalmente irrazionale, su entrambi
i lati della strada, era in realtà l’atto di difesa di un più
alto razionalismo, coerente con i suoi progetti teorici. Von Neumann gettava
il guanto di sfida in faccia alla qualità stocastica dell’esistenza;
sfidava il sistema stradale e gli altri guidatori a coinvolgerlo, nel senso
più letterale possibile del termine, in un “incidente”. Amava il
gioco d’azzardo, anche. Soprattutto a Montecarlo. Secondo analoga ispirazione,
la sua cosmologia matematica sembra quasi certamente guidata più
da profondi impulsi psichici e metafisici che da quel puro potere della
logica che diceva di apprezzare così tanto. Per lui, la lotta tra
Caso e Determinismo era un duello primigenio tra Bene e Male, e da quella
guerra lui contribuì a forgiare una religione che ha avuto inimmaginabili
conseguenze e più convertiti di ogni altro dogma di questo secolo.
La caratteristica fondamentale dell’atteggiamento di von Neumann nei
confronti della matematica, allora, era il suo desiderio imperioso di descrivere
la natura in termini di stretto determinismo logico, non contaminato da
probabilismo o incertezza [13].
Come nota David Ritchie, “Von Neumann vedeva la vita in generale come un
insieme di equazioni da risolvere” (Binary Brain, p.73). A Los Alamos,
gli si pose un problema particolarmente difficile, che fronteggiò
sviluppando un nuovo modo di simulare eventi atomici. La sua soluzione
ha generato, per così dire, un fallout affascinante. Il problema
era piuttosto macabro: quando si verifica un’esplosione nucleare sufficientemente
rilevante in un contenitore, a meno che il materiale radioattivo non sia
imbrigliato a dovere e il tempo di innescare l’esplosione non sia perfetto,
i neutroni sgorgano da un lato del contenitore, provocando uno scoppio
asimmetrico e assai più debole, per quanto più imprevedibile.
Ai fini di dar vita a uno scoppio il più potente possibile, si doveva
creare il modello di una serie di eventi complessi in modo tale che il
materiale radioattivo esplodesse simmetricamente. Questo orribile lavoro
finì sotto la ragionevole rubrica “Risolvere il problema della diffusione
dei neutroni”, e von Neumann gli assegnò il nome in codice di “Montecarlo”,
per ragioni che presto vedremo.
Fino al momento in cui von Neumann e Stanley Ulam, altro noto matematico,
non iniziarono a collaborare al problema della diffusione dei neutroni,
nel 1943, scienziati e matematici impiegavano in genere solo due sistemi
per fornire modelli di eventi complessi: quello deterministico (che era
essenzialmente matematica applicata, e non va quindi considerato simulazione)
e quello delle variazioni su base stocastica, noto nella comunità
scientifica semplicemente come “simulazione” [14].
Per gli scopi di questo saggio, però, chiamerò simulazione
stocastica la simulazione nuda e cruda, poiché si affida per il
suo successo sulla decisa introduzione di elementi casuali o stocastici.
Von Neumann riteneva inaccettabile l’uso di elementi aleatori nella
simulazione vera e propria, una sorta di contaminazione, di inganno. In
effetti, l’avversione per la creazione di modelli stocastici è al
centro della politica epistemologica di von Neumann - come in quella di
Turing o di Wiener - cui si alludeva poco sopra. L’odio nei confronti del
caso e della statistica è evidente lungo il suo lavoro, non solo
nelle sue tecniche di creazione di modelli a Los Alamos, ma anche nelle
sue esperienze precedenti sulla meccanica quantistica. Ciò che sembra
più significativo per questa discussione è che più
tardi, nel suo progetto per un prototipo di computer e nelle dichiarazioni
che rilasciò sulla capacità di questo di emulare l’intelligenza
umana, von Neumann soppresse ogni accenno al gioco del caso. Per aggirare
l’inclusione - in apparenza inevitabile - della casualità, concepì
un secondo tipo di simulazione che battezzò la “Simulazione Montecarlo”,
come omaggio paradossale alla ruota della roulette e ad altri giochi praticati
nella capitale europea dell’azzardo. Nella “Simulazione Montecarlo” von
Neumann aveva escogitato un’ottima formula non-stocastica per approssimare
gli operatori stocastici nella maggior parte delle simulazioni non insignificanti.
In altre parole, aveva individuato un modo deterministico per creare modelli
di eventi casuali: aveva vinto un’altra battaglia contro il Male, la Casualità.
E aveva pure, in effetti, manovrato la ruota della roulette a favore del
banco, dal momento che tale simulazione, se funziona, suggerisce non solo
che è possibile descrivere la natura senza basarsi su casualità
o azzardo, ma anche che la natura stessa è deterministica. Il metodo
“Montecarlo” ebbe così tanto successo che ancor oggi è sovente
impiegato nelle simulazioni. In combinazione con tecniche più evolute,
lo troviamo applicato in molte discipline, inclusa la fisica atomica e
sub-atomica, come strumento per prevedere e controllare i fenomeni
[15].
Dopo i suoi esperimenti di simulazione - o come diretta estensione
degli stessi - von Neumann propose in modo assai dettagliato l’architettura
prototipica del computer moderno, che ancora oggi noi usiamo. La breve,
potente monografia in cui apre questo il territorio è The Computer
and the Brain [16]. Pubblicato postumo
nel 1957 - von Neumann morì di cancro, quasi sicuramente causato
dalla sua insistenza nel visionare di persona i test sulle bombe atomiche
- e basato sulle “Lezioni Silliman” che impartì a Yale nel 1956,
questo saggio descrive il lavoro che von Neumann e molti altri avevano
svolto nella progettazione di computer nel decennio precedente, all’inizio
della Guerra Fredda. Dopo aver lavorato alla Bomba Atomica, von Neumann
era comodamente passato ad applicare nella descrizione della mente umana
quanto aveva imparato sull’eliminazione del caso. In effetti, non fece
altro che riprendere un progetto cui stava lavorando prima dell’avvento
della guerra. Era ossessionato dal modo in cui le ipotesi di Heisenberg
introducevano un intollerabile elemento di casualità nel ritratto
scientifico dell’universo nei suoi aspetti fondamentali, come l’orbita
di un elettrone intorno al nucleo. Un’espressione di questo progetto fu
la sua teoria dei giochi, tentativo di creare modelli razionali delle motivazioni
e delle azioni umane in campi accuratamente circoscritti. Se, ragionava,
si può inchiodare con lo studio ed esprimere completamente - simulare,
quindi - ogni azione umana in termini formali e razionali, allora c’è
qualche speranza di estirpare il Caso dal nostro quadro del mondo quantistico.
In tal modo, nella semplice congiunzione del titolo - Il computer E
il cervello - risiede un intero programma di studi scientifici oggi noto
come Intelligenza Artificiale. Il titolo propone una metafora a due sensi,
una simmetria o un’equazione mitologica: il computer è un cervello
e il cervello è un computer, l’uno è simulazione dell’altro.
In effetti il libro è solo per metà dedicato alla progettazione
di computer. La seconda metà propone un ritratto meccanico della
natura di singoli neuroni, e di come essi trasmettano informazioni, interamente
basato sulla supposizione che i neuroni siano dispositivi binari, coerentemente
con gli interruttori logici o le “porte” che von Neumann mise alla base
di alcuni dei primi, giganteschi computer come ENIAC e EDVAC (all’Università
della Pennsylvania, nel 1948) e dei suoi due, MANIAC e JONIAC, all’Istituto
di Studi Avanzati di Princeton, nel 1950. Questa metafora neurale è
così potente che anche oggi, nelle classi di fisiologia elementare,
il nervo è ancora dipinto come un semplice meccanismo accendi/spegni,
per quanto i neuroscienziati ora sappiano che i neuroni, specialmente quelli
che controllano eventi complessi (come i neuroni nella corteccia del cervello
e i neuroni di Purkinje, che regolano il cuore) sono indeterminati in modo
ben più sfuggente [17].
Così von Neumann partì da una metafora basata su pura fede
- il nervo è un interruttore binario - per abbracciare un modello
che da allora ha avuto notevole influenza.
Insomma, in tutte queste ricerche collegate tra di loro - Il tentativo
di confutare del principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria
dei giochi e il lavoro successivo per simulare l’esplosione della bomba
atomica e per modellare il computer del cervello - possiamo rintracciare
l’intenso desiderio di von Neumann di eliminare l’indecisione a favore
del controllo promesso dagli schemi deterministici della logica.
Il “Salto di fede” di Norbert Wiener
Giungiamo così alla cibernetica o, per meglio dire, torniamo
al problema di simulare la mente umana, che coinvolge un insieme di campi
collegati tra loro: la scienza dei computer, la cibernetica, l’intelligenza
artificiale, il comportamentismo, la psicologia cognitiva, la teoria dell’informazione
e la simulazione. La cibernetica è nata più o meno nello
stesso periodo della “Simulazione di Montecarlo”. Anche in questo campo
la Guerra Mondiale e le radici della Guerra Fredda sono espressioni dello
stesso movimento epistemologico.
Nel 1943 von Neumann e Norbert Wiener, insieme a Gregory Bateson, Jerome
Lettvin, Margaret Mead, Walter Pitts (che stava lavorando con il neurofisiologo
Warren McCullough a un modello meccanico del nervo impiegando meccanismi
a interruttore) e altri ancora, si incontrarono per diversi mesi a Boston
per far nascere un nuovo studio interdisciplinare sul ruolo dell’informazione
nei sistemi [18]. In questi incontri
(detti “Incontri Macy” perché erano sponsorizzati dal rampollo di
una ricca famiglia, Josiah Macy jr.) Wiener creò la nuova scienza
“cibernetica”, un’altra parola la cui radice greca cela in sé l’intento
intimo della disciplina stessa. “Kibernotos” nel greco antico significava
“pilota” o “timoniere”, e la cibernetica era la scienza votata a descrivere
il pilota in tutti i sistemi di informazione, l’intelligenza al controllo
di animali e macchine, inclusa la mente che dirige il comportamento e la
comunicazione umana.
Descrivendo la concezione originale della cibernetica, Wiener spiega
di essere sostenitore di von Neumann, nonché suo collaboratore [19].
Anche lui era inorridito dalla casualità. Tuttavia, riconoscendo
un fondamentale elemento di casualità nella tessitura dell’universo,
lo stesso Wiener scrive che “questi uomini [Freud, Gibbs e Heisenberg]
sono vicini l’un l’altro e al tempo stesso alla tradizione di sant’Agostino.
Perché questo elemento di caso, questa incompletezza organica possiamo
considerarli, senza usare una figura retorica troppo pesante, come il Male;
il Male negativo che sant’Agostino caratterizza come ‘incompletezza’” (Norbert
Wiener, The Human Use of Human Beings, p.11)
Nella spiegazione di Wiener, la cibernetica è anche concepita,
come nello schema di von Neumann, come una risposta alla blasfema introduzione
dell’incertezza nella scienza da parte della fisica dei quanti.
Più avanti, sempre nell’opera The Human Use of Human Beings,
Wiener renderà ancora più esplicita la sua concezione metafisica
della cibernetica:
“La macchina, come l’organismo vivente, è come ho detto un congegno
che localmente e temporaneamente sembra opporre resistenza alla tendenza
generale all’incremento di entropia. Per la sua capacità di prendere
decisioni, può produrre una zona localizzata di organizzazione,
in un mondo la cui tendenza diffusa è di esaurirsi.
Lo scienziato cerca sempre di scoprire ordine e organizzazione, e gioca
in tal modo una partita contro l’Arci-nemico, la disorganizzazione. Questo
diavolo è manicheo o agostiniano? È una forza contraria,
opposta all’ordine, o è la vera e propria assenza di ordine? Il
diavolo dei Manichei gioca a poker contro di noi e presto si metterà
a bluffare; cosa che, come von Neumann spiega nella sua teoria del gioco,
intende non solo impedirci di vedere il bluff, ma anche di impedire all’altra
parte di vincere, sulla base della certezza che noi non blufferemo. Paragonato
a quest’essere manicheo di raffinata malizia, il diavolo di Agostino è
stupido. Fa un gioco difficile, ma può essere sconfitto dalla nostra
intelligenza, come da un getto di acqua santa...
[Come ha detto Einstein] Il Signore è sottile, ma non malvagio”
(The Human Use of Human Beings, cit., pag. 35).
Von Neumann, sant’Agostino, Einstein. Wiener evoca i santi del determinismo e della razionalità. Inoltre esorcizza il diavolo agostiniano prendendo la formula di Maxwell per l’entropia in un sistema chiuso riscaldato e applicandola all’informazione. Wiener ne adottava persino gli stessi termini: la casualità o l’assortimento di stati possibili era la diabolica entropia di un sistema; l’informazione “buona” ricavata da quel caos era “negentropy” (entropia negata, N.d.T.), unità di misura dell’ammontare di senso creato da un sistema di comunicazione. Così, il demone di Maxwell - più di tipo ingannevole e manicheo - si riduceva nella visione di Wiener a un più malleabile diavolo agostiniano, definendo il totale di entropia (disordine) che creava equivalente alla negentropy (informazione) di cui aveva bisogno per svolgere il suo malvagio lavoro nel dirigere atomi caldi in un luogo e atomi freddi in un altro. Questo è il vero fondo di finzione sul quale viene stabilita l’idea di quantificare l’informazione, inseguendo la speranza che si possano quantificare anche le azioni di un osservatore umano.
Per questo nella cibernetica ogni cosa si sussegue logicamente. La nozione
di unità binaria, o bit, (che Bateson chiamò “la differenza
che fa la differenza” nel suo Verso un’ecologia della mente), fu suggerita
per primo da Shannon nel 1940, ma fu alquanto rivista e applicata a un
contesto più ampio sotto l’influenza della definizione di Wiener
e del suo uso della “costante di Bolzmann”. Le nozioni cruciali di feedback
positivo e negativo - specie se applicate ai sistemi organici quanto a
quelli meccanici - venne fuori dagli incontri di Boston nel 1943, e a quel
punto poteva essere razionalizzata applicando una formula per l’informazione.
(Si sarebbe subito estesa esplicitamente al comportamento umano nella forma
del “comportamentismo” di B.F. Skinner, un’altra “scienza” di inizio Guerra
Fredda). L’idea di un servo-meccanismo di controllo o di un’unità
centrale di procedura, il progetto di un cervello meccanico e l’assunto
che il sistema nervoso non solo porta informazioni, ma anche lo stesso
tipo di informazioni di una macchina per comunicare come il telefono: tutto
questo ha senso solo se si accetta il “salto di fede” di Wiener.
Di nuovo, la Bomba - specialmente il modo di intenderla durante la
Guerra Fredda - diviene lo strumento di questo movimento epistemologico.
Il lavoro di Wiener durante la Seconda Guerra Mondiale aiutò in
seguito a creare gli incubi degli anni Cinquanta e Sessanta. Una delle
più terrificanti caratteristiche dell’Apocalisse Atomica era l’idea
che una testata nucleare potesse venire lanciata da un bunker lontano e
sicuro, attraverso l’oceano. (L’assurda qualità da incubo di questo
pensiero è rievocata al meglio nel film Dottor Stranamore, del 1965)
La versione razionalizzata della Guerra permette la definitiva disumanizzazione
della distruzione umana, resa possibile dall’avanzamento nei sistemi guidati
che si sviluppa dal lavoro di Wiener. La prima applicazione - dello stesso
Wiener - dei suoi numeri e della cibernetica consisteva nello sviluppare
un metodo di feedback usato nel sistema tracciante per l’artiglieria contraerea
e, per estensione, nel sistema di guida di razzi e missili. Questi servo-meccanismi
di guida erano, essenzialmente, i primi computer cibernetici, macchine
pensanti responsabili del territorio circostante. Nel romanzo Gravity’s
Rainbow Thomas Pynchon li chiama schwarzgerat - ”cose oscure” o “scatole
nere”- ed essi diventarono componenti standard di tutti i missili della
Guerra Fredda. Gravity’s Rainbow, naturalmente, è - tra le tante
cose che è - una lunga meditazione su come il Missile Atomico, che
infestò così a lungo la Coscienza della Guerra Fredda, sia
stato conseguenza dell’epistemologia cibernetica.
Il cifrario dell’anima: Alan Turing.
La metafora cibernetica secondo la quale il cervello è una macchina
[formalizzabile] non nacque con Wiener, né con John von Neumann.
Qualche anno prima, nel 1936, Alan Turing stava esplorando l’imitazione
matematica dei computer. Ma per “computer” Turing intendeva a quell’epoca
semplicemente l’unico significato noto della parola: esseri umani alle
prese con calcoli matematici. Eppure già in questo suo lavoro iniziale
Turing prende in considerazione l’idea di una macchina capace di imitare
questi procedimenti umani.
Prima, nello stesso anno, Turing aveva assistito a un corso di conferenze
di von Neumann, che era in visita all’Università di Cambridge, proveniente
da Princeton. In effetti il corso non era sulla computazione a macchina,
ma riguardava il puro retroterra matematico della teoria quantistica, in
cui von Neumann era ancora impegnato come parte della sua battaglia per
individuare una soluzione deterministica del principio d’indeterminazione
di Heisenberg. [20]
Più tardi Claude Shannon codificò la proposizione di
Turing ponendo un elemento di casualità alla base di una macchina
intelligente. Il suo lavoro spartiacque fu Computability by Probabilistic
Machines [21], in cui pose la
domanda: “C’è qualcosa che può fare una macchina con un elemento
di casualità, ma non una macchina deterministica?”, cui rispose
in senso affermativo.
L’opera teatrale L’enigma, sulla vita di Alan Turing, rievoca in forma
drammatica il complesso di libido e metafisica che puntella la fede di
Turing - non c’è parola più appropriata - che l’anima, la
psiche, potessero venire incarnate in una macchina, illusione che l’opera
riconduce a fissazioni omosessuali nei confronti di un compagno di scuola,
che morì in circostanze tragiche. Turing ha una visione in cui il
suo amico - l’essenza del suo amico - viene fatto risorgere e programmato
in un congegno meccanico. Non ho spazio sufficiente per esplorare le implicazioni
di questa introspezione psicoanalitica all’interno di Turing: ma anche
se si tratta al più di supposizioni, sanno captare il nodo più
misterioso dell’ossimoro cibernetico, l’immagine di un fantasma nella macchina,
di un’anima imprigionata nella logica formale e matematica.
Di nuovo, nel caso di Turing, la Seconda Guerra Mondiale si rivela
fondamentale nella scrittura del codice genetico del futuro cibernetico
della Guerra Fredda. Il suo lavoro probabilmente sarebbe stato dimenticato
se Turing non fosse stato coinvolto nello sforzo britannico per decifrare
il geniale codice cifrato nazista. Turing guadagnò una certa fama
- e più tardi vera notorietà - per aver applicato con successo
i suoi principi logici nell’interpretare il Cifrario Finale.
Letteratura del Cyborg
L’ascesa della cibernetica in questa comunità di scienziati vasta
e collegata non fu così improvvisa e spontanea come sembrerebbe.
Fu piuttosto la manifestazione di una corrente sotterranea all’interno
della filosofia e della cultura occidentale. La cultura letteraria, per
esempio, aveva ripetutamente evocato la figura dell’uomo artificiale o
meccanico, che può essere ricondotta ai miti greci di Talos (l’uomo
di bronzo) e di Galatea, in periodo ellenistico. L’epoca moderna fu affascinata
dagli automi, al punto che sia Cartesio che Leibniz e Pascal si posero
il problema di un essere umano meccanico, e Swift scrisse un attacco satirico
contro i sermoni che manipolavano lo spirito umano come se fosse meccanico.
Il tentativo di Charles Babbage di creare una macchina per il calcolo,
nel 1829, avrebbe potuto cambiare il corso della storia della tecnologia
se fosse stato coronato da successo (vedi La macchina della realtà
di William Gibson e Bruce Sterling). Nella prima metà del XX secolo
troviamo un rapporto assai stretto tra filosofia, letteratura e immaginazione
cibernetica nella scienza. Turing, per esempio, fu influenzato dalla visione
del Pigmalione e di Ritorno a Matusalemme di George Bernard Shaw, entrambe
opere che trattano il tema degli esseri umani artificiali. E questa corrente
sotterranea e persistente è simbolo di un più profondo turbamento,
cioè la domanda se l’Universo - umani inclusi - sia una macchina
o uno spirito. La cibernetica trae il suo nome e la sua forza particolare
dal concetto - relativamente nuovo - che le operazioni del cervello, i
pensieri - siano meccaniche, e possano essere simulate in veri e propri
congegni [22]. Tuttavia anche
queste speculazioni ricorrenti sarebbero potute rimanere in una zona d’ombra,
a metà tra la matematica e la fantascienza, se non fosse stato per
la Seconda Guerra Mondiale.
L’avvento del conflitto mondiale diede a questa sotto-corrente epistemologica
la necessaria traduzione in macchine letali, e perciò un’immediata
consistenza politica. Portò in primo piano questi tre personaggi
- Von Neumann, Wiener e Turing - che altrimenti non sarebbero stati altro
che devoti sacerdoti della chiesa del determinismo, brillanti come matematici
ma insignificanti come filosofi o creatori di una nuova cultura. La guerra
creò in effetti una consistente forza culturale dai loro pensieri
un po’ astrusi e accademici sull’efficacia della logica e della razionalità.
Il risultato fu che l’ideale cyborg non svanì semplicemente tra
le cose senza futuro con la sconfitta del nazismo. La presenza della primogenita
della cibernetica, la Bomba Atomica, rendeva impossibile ignorarla. Il
fungo dell’esplosione è semplicemente la traccia assai ampia - l’icona
culturale da cancellare - che oscura un’esplosione più intangibile
ma ben più grandiosa nell’epistemologia, il cui nome è cibernetica.
Essa è il termine-complice che per primo maschera e quindi diviene
la truppa d’assalto di una più ampia invasione epistemologica. I
primi scrittori sull’argomento, come Kurt Vonnegut jr. (Piano meccanico,
1952) e William Burroughs (La morbida macchina, 195) furono rapidi a riconoscere
tale associazione.
Se si contempla il paesaggio della Guerra Fredda, anche quando sembra
allontanarsi da noi come negli ultimi cinque anni, ovunque si guardi è
possibile notare la crescita del computer e la rappresentazione di un conflitto
drammatico tra la tecnologia cibernetica e quella umana, una lotta tra
la fedeltà all’umanesimo e al naturalismo da una parte, e l’incremento
dei sistemi di controllo e informazione dall’altra. Musica, cinema, letteratura
e danza esprimono il faticoso travaglio degli esseri umani nel momento
in cui fanno nascere se stessi come un nuovo ordine di umanità:
quello che Burroughs chiama la “morbida macchina”, in parte naturale, in
parte artificiale... il cyborg. Alcuni settori della cultura celebrano
questa trasformazione, alcuni se ne lamentano, altri ancora la studiano
come un inevitabile gradino dell’evoluzione. Altrove ho sostenuto che le
arti non sono semplice espressione di questa lotta ma, letteratura in testa,
divengono il luogo di una vera e propria battaglia epistemologica. È
in palio il territorio di ciò che noi definiamo “umano”, assediato
dall’usurpatore cibernetico. L’artiglieria più importante impiegata
in questa guerra implica la mutazione a vantaggio dell’arte delle armi
dell’intelligenza artificiale, dei computer e dei sistemi formali di controllo
e comunicazione, per resistere alla macchina attraverso le armi da guerriglia
della letteratura: la metafora, l’irrazionalità, la trascendenza,
l’ambiguità e il silenzio. Eppure, anche all’interno di questo movimento
di “resistenza guerrigliera”, molto di quest’arte moderna, anticibernetica,
non poteva fare a meno di esprimere la nostra natura cyborg, il matrimonio
tra l’artista iper-espressivo e il tecnologo razionalista fusi in una sola
figura. Non si può comprendere il postmodernismo senza valutare
adeguatamente l’immagine in qualche modo opprimente degli esseri umani
come “morbide macchine”: in parte liberi, in parte robotizzati; in parte
fenomeni ontologici, in parte sistemi epistemologici razionali.
In tal modo, se giudichiamo un’era da ciò che le sopravvive,
ciò che dura e si può ricavare da essa, non c’è dubbio
che l’Era della Guerra Fredda sia stata un’Età Cibernetica, e non
Atomica, e la sua eredità è l’immagine ubiqua del cyborg.
Il numero di importanti testi letterari d’epoca postmoderna che trattano
direttamente ed esplicitamente questa esplosione di grande rilievo forma
un robusto sottogenere che altrove ho chiamato “narrativa cibernetica”. [23]
Giles ragazzo-capra di John Barth (1963), La morbida macchina e Nova Express
di William Burroughs, The lost ones di Samuel Beckett (1973), Ti con Zero
(1967) [24] e Le città
invisibili di Italo Calvino (1972), Rumore bianco di Don De Lillo (1986),
PLUS di Joseph McElroy, V. (1963), L’Incanto del Lotto 49 (1967) e Gravity’s
Rainbow (1973)di Thomas Pynchon, The talking room di Marianne Hauser (1975),
molte opere di Stanislaw Lem (ma soprattutto Cyberiade, 1972, e Il pianeta
del silenzio, 1985), La macchina della realtà di Gibson e Sterling
(1991), Il pendolo di Foucault di Umberto Eco (1988), Hardboiled Wonderland
or The End of the World di Haruki Murakami (1991) sono soltanto alcuni
titoli di questo genere. I testi citati condividono una strategia mediante
la quale l’autore adotta la maschera di un meccanismo cibernetico o un
linguaggio altamente cibernetizzato, in effetti, per suggerire che il suo
testo è un sistema cibernetico di comunicazione umana. Ognuno di
questi autori esplora potere e seduzione esercitati nei confronti di un
professionista della letteratura dalla radicale metafora cibernetica: cioè
l’idea che l’espressione letteraria può essere vista come un processo
meccanico di selezione tra diverse alternative. Il saggio di Calvino “La
cibernetica e i fantasmi” si riferisce esplicitamente a questo aspetto:
in esso, Calvino si spinge così in là da suggerire l’idea
che la mente di un autore altro non è che un sofisticato meccanismo
cibernetico votato a operare scelte all’interno del linguaggio, alla ricerca
di nuove e sorprendenti combinazioni (e che quindi crea nuova informazione,
secondo la teoria cibernetica, da una sorta di rumore mentale).
Più che la via di sbocco della genialità o dell’intuito,
l’autore è semplicemente un macchinario iper-evoluto che seleziona
linguaggio e insegue le più sorprendenti combinazioni in grado di
esprimere regni più profondi e irraggiungibili. Privato di ogni
illusione nei confronti dell’ispirazione romantica e di altre obsolete
e altisonanti spiegazioni riguardanti la creatività, l’autore ora
si rivela un semplice congegno cibernetico, una macchina che scrive sotto
dettatura de la langue (per dirla in termini strutturalistici) e crea articolazioni
individuali, les paroles. Calvino solleva la domanda: “Avremo una macchina
capace di rimpiazzare il poeta e l’autore? Abbiamo già macchine
che sanno leggere, che sanno fare traduzioni e sommari, ne avremo anche
capaci di concepire e comporre poesie e romanzi?”
Comunque si prenda questa domanda - come bizzarria, ironia, satira
o in modo letterale - Calvino delinea quantomeno la caratteristica unificante
al cuore dell’intera narrativa cibernetica: implicitamente o esplicitamente
suggerisce infatti l’idea che la mente umana sia un meccanismo di controllo,
la cui emissione di linguaggio forma una copia delle sue stesse operazioni;
che il linguaggio sia un sistema di segni in cui l’autore ha un comportamento
analogo a una selezione di procedura meccanica; che il testo narrativo
sia auto-referenziale e quindi un gioco di simulazione dei più profondi
e sfuggenti processi della creazione.
Al tempo stesso, paradossalmente, l’effetto di questa maschera cibernetica
nella narrativa cibernetica è ironico: sconfigge, mina alla base
o rivela l’insufficienza di tale creazione di modelli, specie attraverso
l’uso dei più comuni trucchi postmoderni: paradosso, silenzio, de-contestualizzazione,
strutture autoreferenti e metafore “forti” complesse e ambigue, che generano
interpretazioni contrastanti. In sostanza, la narrativa cibernetica è
in parte votata a rifiutare l’assunto - che è il puntello di molti
aspetti della ricerca sull’intelligenza artificiale, delle scuole più
recenti di psicologia cognitiva, neurofisiologia e scienza del cervello,
del behaviorismo e della teoria dei sistemi - secondo il quale si può
simulare l’espressione umana in un sistema di relazioni governato da formali
leggi cibernetiche.
Questa relazione tra narrativa cibernetica (d’ora in poi NC) e cibernetica
pura, per quanto all’apparenza ambigua, si può in verità
dipingere come una guerra di epistemologie su chi meglio sia in grado di
descrivere l’intelligenza. In tale contesto, cosa suggerisce il genere
della NC a proposito del rapporto tra simulazione e letteratura? Nello
specifico, se tale dialettica illustra davvero un conflitto più
radicato a livello epistemologico tra ciò che diventa conoscenza
meccanica e ciò che diventa conoscenza postmoderna, allora cosa
simulano i testi letterari postmoderni? Che modello alternativo di intelligenza
offre, in particolare, la NC?
A mio parere, la NC prende per garantiti veridicità generale
e potere del discorso letterario nel descrivere e modellare la realtà,
e in particolare nel fornire modelli di conoscenza ontologica, nel simulare
l’intelligenza che esprime se stessa. In altre parole, la NC simula i suoi
stessi mezzi di produzione. Comprendere questo vuol dire spiegare il significato
dei ripetuti auto-riferimenti e dell’impegno cognitivo nei confronti del
linguaggio che dominano la narrativa postmoderna, sia NC o altro. Al tempo
stesso, la NC si riscatta dal determinismo insito nel nucleo della cibernetica
attraverso un eterno gioco di simulazione. Insiste sul fatto che il suo
uso del linguaggio è il modello più efficiente della sua
intelligenza di cui disponga, e poi usa quello stesso linguaggio come vendicandosi,
scatenando ogni strumento in grado di far sembrare stupida, insignificante
e deprecabilmente insufficiente a suo confronto ogni descrizione cibernetica
del linguaggio (o i tentativi dell’intelligenza artificiale di simulare
il linguaggio naturale): gli autoriferimenti complicati, le metafore, il
silenzio, l’ambiguità e i polisemismi.
In sostanza, la Guerra Fredda dà vita a un’altra lotta silenziosa
tra scienza e letteratura su chi delle due sappia creare i più convincenti
modelli della mente umana: i sistemi di hardware-software o l’immaginazione
espressa in un linguaggio straniante. Fenomeni letterari come la narrativa
cibernetica, la nuova covata cyberpunk e i generi post-cibernetici della
fantascienza continuano a esprimere questa tensione mitologica. Nel frattempo
nuove forme letterarie, come l’ipertesto, hanno iniziato a infiltrarsi
nel computer per esplorarne il potere in modi che non si potrebbero compiere
su carta, e sono le prime letterature davvero computerizzate, le messaggere
di un’arte multisensoriale che si formerà nel ciberspazio. Vengono
scritte centinaia di libri e articoli su una tecnologia cyborg che non
è ancora stata inventata, sulla realtà virtuale o sul ciberspazio,
che ci spingono a un abbraccio cibernetico sempre più stretto. Se
accettiamo l’idea che la Bomba sia semplicemente un’altra espressione cibernetica
di un movimento scientifico più radicato e fondamentale (fondamentalista,
anche), che sbocciò durante la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo
la spiegazione per numerosi altri fatti del nostro paesaggio post-Guerra
Fredda, e diviene perciò pensabile e comprensibile una certa continuità
nella storia - forse un’inevitabilità - verso l’evoluzione dei Meccanisti,
dei Plasmatori e delle Aragoste.
David Porush
(Rensselaer Polytechnic Institute)
NOTE
[1] Bruce Sterling, “Cicada Queen” (“La regina cicala”),
[poi in La matrice spezzata, Nord, Mlano, 1995, traduzione di Fabio Zucchella
-N.d.T].é
[2] L’uso da parte di Sterling della teoria di Prigogine (chiamata “prigoginica”) è ricorrente all’interno della sua opera, e include Artificial Kid (1987), La matrice spezzata (1985), Isole nella rete (1989) e la sua collaborazione con William Gibson, La macchina della realtà (1991). In effetti anche i titoli - Crystal Express, Isole nella rete, La matrice spezzata - alludono a immagini di movimento, reticoli crescenti di organizzazione che sopravvivono all’interno della marea universale che conduce all’entropia e passano, attraverso vari scismi, a nuovi ordini di integrazione complessa. Lo spazio non mi permette di districare le tantissime immagini e speculazioni sul futuro influenzate da Prigogine che Sterling ci offre nella sua narrativa. Per un’analisi più completa delle relazioni tra le opere di Sterling e il pensiero di Prigogine, cfr. D. Porush, “Prigogine, Chaos, and Contemporary SF”, Science Fiction Studies 18;3 (1991), pp. 367-387. é
[3] Jean Baudrillard, Simulations [Citato dalla traduzione inglese a cura di Paul Foss, Paul Patton e Philip Beitchman, New York, miotext(e), 1983, p.111. NdT.]. é
[4] Hans Vaihinger, The Philosophy of “AS IF”: A System of the Theoretical, Practical and Religious Fictions of Mankind, trad. di C.K. Ogden (1924; London: Routeledge & Kegan Paul, 1965). é
[5] Cfr. D. Porush, “Trascendence at the Interface. Thinking Robots, An Aware Internet and Cyberpunk Librarians”, ed. R Bruce Miller and Milton T. Wolf (Chicago, LITA Proceedings, 1992). é
[6] Più tardi, negli anni Settanta e Ottanta, attraverso la teoria del caos (chiamata più propriamente “caos deterministico”) e i lavori di Ylia Prigogine, ripetute simulazioni scoprirono che gran parte dei più complessi sistemi che prima richiedevano un elemento statistico o casuale anche per l’approssimazione, sono in realtà sistemi non lineari, ben lontani dall’equilibrio, di cui si possono fornire modelli usando equazioni differenziali non lineari. In altre parole, i sistemi caotici sono deterministici, non stocastici. Il motivo per cui fanno tutti tanto chiasso è che il caos è una vittoria per il determinismo. Ma questa è un’altra storia. é
[7] Secondo l’Oxford English Dictionary fu coniata nel 1792 da J.B. Richter. é
[8] Cfr. Il dibattito da parte di James Gleick sul ruolo avuto da von Neumann nell’influenzare gli investimenti americani nelle previsioni del tempo in Chaos: The making of a new science, pp.17-20. Quando si parla di simulazione deterministica e di previsioni del tempo, mi viene sempre in mente Raymond Roussel in quel libro che è una curiosa collezione di stranezze meccaniche, Locus Solus. In una scena Canterel, il geniale artista-scienziato-inventore che presiede Locus Solus, disegna una macchina galleggiante che, spinta dai venti, mette insieme un complesso mosaico. Il successo del mosaico a sua volta si affida alle accurate previsioni da parte di Canterel delle minime fluttuazioni nei venti locali, in modo da poter letteralmente programmare la sua macchina. é
[9] John von Neumann, Mathematical Foundations of Quantum Mechanics (Princeton: Princeton University Press, 1955). é
[10] John von Neumann, Theory of Games and Economic Behavoir (1944; Princeton: Princeton University Press, 1953). é
[11] John von Neumann, The Computer and the Brain (New Haven: Yale UPO, 1954). Questo saggio è interamente costruito sulla premessa fondamentale che il sistema nervoso umano è ciò che lui chiama “un grande automa naturale, organizzato con efficienza” (pp.50-51), soggetto a creazione di modelli matematico-deterministici. é
[12] David Ritchie, The Binary Brain: Artificial Intelligence in the Age of Electronics (Little, Brown, 1984), p.76. é
[13] È importante notare che la casualità è distinta dal calcolo della distribuzione statistica (quindi probabilistica) o della meccanica statistica. Come scrive lo stesso Wiener: “Le parti funzionali della fisica (...) non possono fare a meno di considerare l’incertezza e la contingenza degli eventi. Fu merito di Gibbs aver mostrato per la prima volta un metodo scientifico ben congegnato per prendere in considerazione questa contingenza”. (The Human Use of Human Beings, p.8). é
[14] Francis Neelamkavil, Computer Simulation and Modelling (Wiley & Sons, 1987, p.287). é
[15] Cfr., per esempio, Michael Creutz «Microcanonical Monte Carlo» in Simulation at the Frontiers of Science, ed. John Young, V. Wayne Higgins and Robert Hawkins (San Diego: Society for Computer Simulation, 1986, PP.57-60). é
[16] (New Haven, Yale University Press, 1958). é
[17] Per una trattazione più approfondita delle nuove concezioni sui neuroni, vedi il saggio di D. Porush «Cybernetic Fiction, Nerves and Metaphors», SCIT (Kingston, Ontario: Queens University, 1988). é
[18] Steve J. Heims, The cybernetic Group (Cambrdige, Massachusetts: MIT Press, 1991). é
[19] Vedi Steve J. Heims, John von Neumann and Norbert Wiener: From mathematics to the technologies of life and death (Cambridge, Massachusetts: MIT Press, 1980). é
[20] Il biografo di Turing sostiene che le conferenze di von Neumann abbiano avuto un’influenza così forte su Turing da spingerlo a richiedere una borsa di studio a Princeton, che ottenne l’anno dopo (1936). Andrew Hodges, Alan Turing, The Enigma (Simon and Schuster, 1983). é
[21] Pubblicato originariamente in Automata Studies. é
[22] In realtà, nel 17° secolo La Méttrie propose esplicitamente tale idea nel suo saggio L’Homme, la machine, attaccando soprattutto Cartesio per aver esentato gli uomini dalla sua visione dell’universo come un orologio. Ma, naturalmente, le conoscenze attuali sulle proprietà fisiologiche del cervello sono ben al di là della scienza del suo tempo. é
[23] Cfr. La morbida macchina. é
[24] Ho preso in considerazione l’opera di Calvino
e le sue relazioni con la cibernetica in “Cybernetic Fiction and Postmodern
Science», in «New Literary History» 20;2 (Winter, 1989,
pp.373-396).é