"A mio padre"
1.
Erano le prime luci dell'alba quando, in lontananza, intravidi il lento ed esasperante salire del fumo scuro nell'aria fredda e senza vento.
Improvvisamente tutta la stanchezza accumulata durante quei lunghi giorni di cammino svanì, cancellata da quella visione che inseguivo da tempo: automaticamente, quasi senza rendermene conto, allungai il passo, ansioso di raggiungere la mia meta.
Nelle immediate vicinanze del porto, fui accolto dal sibilare pieno e penetrante delle sirene dei primi pescherecci che rientravano dopo una notte di pesca, ma non vi prestai attenzione: non era ciò che m'interessava.
Il freddo sembrava ancora più penetrante e così mi strinsi attorno al collo il bavero del pesante giaccone.
Una leggera nebbia era calata e mentre giravo, quasi passeggiando, lungo le banchine ed i moli, sentii che l'aria era cambiata: le mie narici stavano inspirando l'odore tipico formato dal miscuglio di salmastro, scarichi, nafta, grasso e pesce nell'acqua quasi stagnante. L'odore del porto. E della partenza.
Non trovai nuilla d'interessante e quindi la mia prima ricognizione terminò dentro il piacevole tepore di un bar, di cui avevo notato l'insegna ancora illuminata in mezzo al pigro addensarsi e diradarsi della nebbia nell'aria senza respiro.
All'interno, seduti ad un tavolo intorno ad altrettanti boccali di birra, quattro vecchi, barba bianca, pipa in bocca ed il caratteristico abbigliamento da lupi di mare, non si curarono affatto del mio cenno di saluto. Dietro il bancone, un uomo dalle dimensioni gigantesche, pelle olivastra e baffi scuri, con grandi gocce di sudore su tutto il viso, sembrava perso tra mille pensieri.
Respirai profondamente, cercando poi di buttar fuori l'odore sgradevole dell'esterno che però, seppure in misura minore, sembrava aver penetrato ormai da tempo anche la grande vetrata del bar.
-Che cosa vuoi?- mi chiese bruscamente il gigante, senza degnarmi di uno sguardo.
Esitai un momento: quei quattro vecchi sembravano vivere un'altra realtà.
-Allora?- ripeté grattandosi i corti e grassi capelli corvini.
-Una birra, piccola.- Dissi secco, cercando di ribattere, senza riuscirvi, alle sue rudi maniere.
Un lampo di sfida illuminò i suoi occhi scuri mentre appoggiava sopra il banco un boccale unto e sporco.
-Quest'odore...- Feci piano, più che altro per vincere la morsa d'imbarazzo che quell'ambiente e quelle persone stavano stringendo intorno a me -Speriamo che la birra mi faccia bene.
-Straniero eh...- Fece rivolgendomi un'occhiata di commiserazione.
-Stai tranquillo,- riprese senza darmi il tempo di rispondere -col tempo non ci si fa più caso.- Concluse indicandosi il naso con una smorfia.
Mentre fingeva di pulire il banco con uno straccio sporchissimo (tra l'altro sembrava impossibile cercare di pulire qualunque cosa che fosse lì dentro), guardai fuori dell'ampia vetrata: man mano che il chiarore dell'alba si intensificava e le grandi luci dei riflettori impallidivano, tra le volute di nebbia che continuavano a giocare con l'aria pigra, le illuminazioni che sagomavano le navi andavano via via spegnendosi, lasciando il posto a figure non ancora ben distinguibili.
Era il suo saluto, il benvenuto del porto al nuovo giorno.
Voltandomi per tornare alla mia birra, sorpresi i quattro vecchietti che mi stavano fissando ma poi, appena incontrarono il mio sguardo, ripresero a parlottare tra loro.
-Ce l'hanno forse con me?- chiesi indicandoli.
-Non farci caso,- mi rispose il barista continuando a fingere di pulire il banco lurido e con gli occhi fissi verso un altro mondo -sono sempre qui. Li considero parte dell'arredamento.- Sghignazzò.
-Ti fermi?- continuò portandosi un boccale alla bocca. -Ho delle stanze a buon prezzo.-
-Sono qui per partire.- Replicai risoluto, fingendo di non notare lo sguardo curioso dei vecchi. -Sai di qualche nave che salpi uno di questi giorni?-
-Per dove?-
-Non lo so. A me va tutto bene, ogni posto è lo stesso.-
La mia risposta innesco una reazione che non mi sarei mai immaginato: il grande viso dell'uomo arrossì e si gonfiò nel tentativo, peraltro inutile, di trattenere la fragorosa e sonora risata a cui, poco dopo, si unirono anche i quattro vecchi.
-Lui,- disse tra le risa, indicandomi con una mano e sbattendo l'altra sul banco -non sa... Non sa dove andare.-
Lacrime miste a sudore, causate dalla risata convulsa, gli scesero dagli occhi e dalla fronte attraversando le grasse gote colorite.
-Qualsiasi posto... E' lo stesso.- Sbuffò. -E noi... Dove lo possiamo mandare?-
Mi guardai attorno: anche le pareti sembravano ridere.
Alla fine fui contagiato: presi a ridere convulsamente ma, tutto d'un tratto, mi sentii uno di loro.
2.
Fui svegliato dal mal di testa lacerante.
Lentamente, anche se faticosamente, riuscii a mettere a fuoco le immagini che mi giravano attorno ad un ritmo impressionante: un vecchio armadio tarlato, un tavolo sgangherato ed una sedia dall'equilibrio precario, oltre allo scomodissimo letto su cui mi trovavo sdraiato, sembravano tutto l'arredamento della piccola stanza sporca e spoglia.
Provai ad alzarmi sul busto, ma una violenta nausea insieme al riprendere del vorticoso turbinìo d'immagini mi ridistese sul letto come un pugno di un pugile professionista.
Erano i tipici postumi di una sbronza colossale.
Sapendo che qualsiasi altro tentativo sarebbe stato inutile, cercai di riaddormentarmi subito, l'unico rimedio sicuro che conoscessi per smaltire gli effetti dell'alcool.
Mi risvegliai in condizioni migliori, o per lo meno accettabili. Guardai l'orologio: segnava le cinque meno dieci, ma non avrei saputo dire se di mattina o pomeriggio.
Eressi il busto, stavolta con successo anche se la testa e lo stomaco continuavano a protestare, e cominciai a ricordare, a ricollegare le immagini: dopo quella risata convulsa e trascinante io e Kurt, il grasso padrone del locale, ci eravamo giurati, in un clima d'ilarità esasperata, amicizia reciproca ed eterna.
-Ma senza alcuna domanda.- Aveva precisato lui.
Bagnammo solennemente il nostro patto con innumerevoli boccali di birra.
Amici si, ma soltanto da quel momento e senza la presunzione di poter risolvere i problemi dell'altro: ad ognuno i propri.
-Ed i propri ricordi.- Aveva aggiunto in uno di quegl'infiniti brindisi.
Mi alzai dal letto, che emise come un gemito di sofferenza, e mi avvicinai, tra il cigolio delle travi di legno che formavano il pavimento, alla finestra: aprii la tenda scura e fui immediatamente abbagliato da un sole rosso che stava per essere inghiottito dal mare.
Il porto, sotto quella luce intensa, sembrava un'irreale costruzione di fuoco.
3.
Scesi al bar appoggiandomi saldamente alla ringhiera delle scale. All'interno del bar, investito anch'esso da quella luce irreale, ristagnava il fumo delle pipe e delle sigarette che mi ricordò, per un attimo, la nebbia della mattina.
Socchiusi gli occhi: Kurt, da dietro il bancone, osservava il lento procedere del crepuscolo come se inseguisse il filo di lontani e tristi ricordi. Mi avviai verso di lui mentre l'odore acre e pungente del fumo risvegliò la mia nausa.
-Ciao Kurt.-
-Salve Freddy.- Rispose senza distogliere lo sguardo cupo dalla vetrata, quasi avesse paura di perdere i movimenti di figure che soltanto le sue retine erano in grado di vedere.
-Qualcosa non va?-
-E' una domanda?- replicò secco ed impassibile.
Ricordai il nostro patto e rinunciai.
Guardai intorno: c'erano parecchi avventori, per lo più marinai, che seduti ai tavoli discutevano tra loro.
Con la coda dell'occhio notai uno dei quattro vecchi farmi cenno di avvicinarmi: con una bottiglia in mano mi avviai verso di loro.
-Siediti, amico.-
Presi una sedia libera da un tavolo vicino.
-Non preoccuparti per Kurt.- Prese a parlare con voce tremula ma ancora squillante. -Tutte le sere quando il sole, nella linea d'orizzonte, tocca il mare ed i bagliori del tramonto penetrano nel locale, lui si fissa verso un punto indefinibile. Ma quando il sole sparisce completamente dietro il mare, torna ad essere quello di sempre.-
-Ma perché?-
-Vedi,- intervenne un altro con la schiuma della birra che gli colava dalla barba, -Kurt è molto taciturno. Soltanto una volta,- continuò con una breve pausa per accendersi la pipa -all'apice di una sbronza colossale ci disse qualcosa, più che altro mezze frasi indecifrabili.-
Altri marinai entrarono, subito seguiti dagli sguardi curiosi dei presenti, portando con loro una breve ma intensa esalazione dello sgradevole odore esterno.
Improvvisamente, così com'era cessato, il brusio del locale riprese ancor più confuso.
-Parlò di spiriti che aleggiano dentro il porto,- riprese il terzo dopo essersi tracannato tranquillamente mezzo boccale in un fiato -come di anime in pena che cercano...- Indugiò guardando i compagni, come per chiedere aiuto.
-Che cercano cosa?- feci chinandomi verso di loro.
-Niente, poi si fermò, scoppiò a piangere e se ne andò a letto.-
Rimasi in silenzio per alcuni minuti, riflettendo su ciò che avevo ascoltato.
-Ti avranno raccontato una delle loro solite storie,- mi fece sobbalzare Kurt, con la sua voce dietro di me -ma non devi credono a ciò che dicono.- Appoggiò il vassoio -Sono solo quattro vecchi ubriaconi.- Sorrise, ritrovando d'un colpo il buon umore.
Guardai fuori: il sole era scomparso, senza che me ne accorgessi, dietro l'orizzonte. Le luci artificiali del porto, lentamente, cominciarono ad illuminarsi ed il fischio delle sirene annunciava che i pescherecci cominciavano ad uscire per la pesca.
4.
Seduto da solo, con espressione pensierosa, un marinaio scolò il fondo della sua bottiglia di whisky: ne presi una piena e mi andai a sedere davanti a lui.
-Posso offrirti un goccio?-
Mi fissò, riabbassò lo sguardo e mi porse il bicchiere.
Glielo riempii. -Su che nave sei?-
Bevve d'un fiato. -La Ocean.-
-Quando salpate?-
-Guardò l'orologio. -Tra un paio d'ore.-
-C'è un posto in più?- la domanda mi uscì istintiva, senza neanche il bisogno di pensarci.
La sua aria si fece ancor più seria.
-Vuoi partire per forza?-
-Sono stanco. Sì, me ne voglio andare.-
-Anch'io la pensavo come te,- mi disse rigirando il bicchiere tra le mani -e mi sono imbarcato in una nave qualsiasi. Non m'interessava dove andasse, mi bastava partire, andarmene. O almeno così credevo.- Si passò una mano tra i capelli mentre il fumo era sempre più denso. -Guarda,- scosse la testa -non serve fuggire se non si sa dove andare.- Mi fissò -E tu lo sai?-.
Scrollai il capo, in segno negativo.
-Allora amico pensaci,- riprese riempendosi il bicchiere -e prendi la nave giusta, che ti porti dritto a destinazione.- Esitò un momento, bevendo di nuovo. -Non fare il mio errore: sono anni che vago per il mondo sperando che il prossimo porto sia quello giusto e con la paura che invece quello appena passato lo fosse stato.- Guardò nuovamente l'orologio. -Ti saluto, amico. Per me è ora di rientrare, abbiamo ancora parecchie cose da preparare. Addio.-
Lo vidi mentre si allontanava lentamente illuminato dai riflettori, e prima che potessi ripensare a ciò che mi aveva detto ritrovai davanti a me Kurt con due boccali pieni.
-Ha proprio ragione. E' inutile fuggire se non sai dove andare, devi prima scegliere o ti ritroverai a vagare senza alcun senso.-
Lo fissai. -Come fai a sapere quello che mi ha detto?-
-Ormai mi basta guardarli in faccia.-
-Ma tu chi sei, perché stai in questo lurido buco?-
Prima che potesse rispondermi, il concitato brusio che ci circondava cessò bruscamente: l'attenzione di tutti fu focalizzata da un'appariscente donna bionda vestita completamente di nero che era appena entrata.
-Guardati da quella,- mi sussurrò Kurt alzandosi per andare dietro il bancone -cercherà di portarti via e di allontanarti definitivamente dal porto.-
Guardò verso di me ed io, così, potei osservarla meglio: i suoi lineamenti mi ricordarono immediatamente mia madre, mia sorella e Tanya, la ragazza che avevo lasciato nella mia città.
5.
-Ciao bello.- Mi disse sedendosi. -Che cosa mi offri?-
-Quello che desideri.- Le risposi secco.
-Vedo che hanno già fatto in tempo a parlarti male di me.- Disse con una risata forzata. -Rilassati, non voglio mica mangiarti!- Si sistemò meglio sulla sedia. -Quando sei arrivato?-
-Stamattina presto.-
-Ah! Fresco fresco.- Si voltò verso Kurt. -Una bottiglia con due bicchieri.-
-Che cosa vuoi da me?- dissi, imbarazzato da quelle incredibili quanto straordinarie somiglianze che avevano scatenato nella mia mente un turbinìo d'immagini passate che volevo dimenticare.
-Ho capito: vuoi partire ma non sai dove andare.- Si avvicinò.
-Come ti chiami, ragazzo senza divisa?-
-Freddy.-
-Va bene Freddy, tu puoi chiamarmi pure come vuoi, per me non è un problema. Comunque qui tutti mi conoscono come Remember,- versò del whisky nei bicchieri -e se ti va, chiamami così.-
Feci un cenno col capo, cercando di mantenere le distanze.
-Ehi Fred,- sussurrò appena -perché stanotte non vieni a casa mia anziché dormire in questa stamberga? Ci divertiremo da pazzi, ne sono certa.- Avvicinò il viso truccato pesantemente, in perfetta armonia con l'ambiente.
-No, no,- risposi dopo aver bevuto -devo rimanere qui, aspettare la mia nave.-
-Ma se non sai dove andare!-
-Lo deciderò presto, stai tranquilla.- Mi alzai e mi diressi verso le scale.
La sua risata mi fece passare un brivido su tutta la schiena.
-Ehi ragazzo, domandalo a Kurt ed a tutti questi marinai se è poi così facile scegliere e partire.-
Feci finta di nulla ed entrai nella mia stanza.
6.
La notte fu un susseguirsi di sogni ed incubi.
Sognai il viso di Remember trasformarsi in quello di mia madre, ormai senza più lacrime, che seduta nella piccola cucina della nostra casa aspettava agitata il mio ritorno.
All'improvviso i visi sovrapposti ma nitidi di Tanya e mia sorella Mariel presero il suo posto: piangevano, perché sapevano che non sarei più tornato.
Tutti i miei compagni di gioco, i miei amici più cari, i posti più amati ed i ricordi più belli sfilarono nella mia mente in maniera viva, quasi reale, fino a quando non mi svegliai zuppo di sudore. E con una morsa di ricordi e rimorsi nel cuore.
Era ancora buio, ma decisi di alzarmi: non volevo più sognare.
Mentre scendevo le scale, il sibilo delle sirene dei pescherecci mi avvertì dell'approssimarsi dell'alba.
Kurt, come al solito, era dietro il bancone ed osservava il pigro addensarsi e diradarsi della nebbia: i suoi occhi erano gonfi di lacrime.
Guardai anch'io e rimasi senza fiato.
-Ora che Remember ti ha parlato li vedi anche tu, vero?-
Non risposi, non ce n'era bisogno.
Visioni eteree di corpi fluttuanti, deformati dal movimento della nebbia, stavano salendo lentamente.
Le loro facce erano trisi, supplicanti.
-Non possiamo fare nulla per loro?-
-No.- Disse -Sono spiriti in eterna espiazione. Sono coloro che sono partiti con il corpo ma che sono rimasti a terra con la mente, attaccati ai loro ricordi. Ed ora vagano, per sempre, dal tramonto all'alba, dentro al porto, cercando la maniera per rientrare nella terraferma o prendere definitivamente il mare: un paradiso perduto che probabilmente non vedranno mai.-
Pian piano le figure scomparivano e la nebbia si diradava.
Le luci del porto cominciavano ad impallidire.
-Ed ora tornano su, nel loro purgatorio. Ma stai certo che stasera, al tramonto, torneranno di nuovo.-
Grandi gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua ampia fronte.
Un silenzio assoluto, rotto solamente dalle potenti sirene, regnò dentro il bar fino a che il sole sorse completamente, in tutta la sua interezza, spazzando via quella nebbia di anime in pena.
Kurt versò da bere per tutti e due: -Remember ha fatto il suo solito lavoro, eh?-
-Che cosa intendi dire?-
-Come hai dormito stanotte?-
-Male.- Risposi impugnado il bicchiere -Ho sognato mia madre, mia sorella, la mia ragazza e tutto quello che ho lasciato per venire qui.-
-L'immaginavo. Fa così con tutti: è venuta per portarti via e proprio per questo ha fatto in modo che i tuoi ricordi riaffiorassero. Spera che essi, assieme al rimorso, ti facciano ripensare e tornare indietro. A me ricorda in maniera spaventosa mia moglie.- Versò di nuovo da bere -Sa che è difficile riuscire a partire ma lei non vuole correre rischi: il ricordo è un altro duro ostacolo da superare.- Trangugiò la sua birra -Ma se uno, dico uno soltanto,- disse imprecando -riuscisse a partire, buttandosi dietro le spalle i propri ricordi, altri cento e cento ancora vi riuscirebbero. E lei non vuole questo perché se tutti vi riuscissero...-
Per alcuni istanti Kurt fissò il mare.
-Che cosa accadrebbe?-
-Beh,- fece una smorfia -prova ad immaginare.-
'Certo,' pensai tra me 'lei non esisterebbe più, scomparirebbe.' Lo guardai e me lo sentii vicino come mai mi era capitato con nessun altro.
-Ti ho detto tutto questo perché tra poco parto.- Disse a sorpresa.
-E per dove?-
-Islanda. So che ho solo una possibilità e che forse non è la scelta giusta, ma devo rischiare. Non voglio diventare come uno di loro.- Indicò i quattro vecchi apparentemente disinteressati alla nostra conversazione.
-Ma chi sono?-
-Gli indecisi, coloro che hanno aspettato troppo per scegliere e si sono giocati la loro possibilità. E' un rischio troppo grande : è facile rimanere qui, al caldo ed al sicuro. Alla fine diventa un'abitudine troppo comoda.- Riguardò verso i vecchietti -Ora sono inchiodati a quel tavolo fino al giorno della loro morte.-
-Vengo con te.- Dissi deciso.
-No,- ribatté ancor più deciso -l'Islanda non fa per te, non l'hai scelta tu. Ti lascio il locale,- continuò guardandosi intorno -prenditi tutto il tempo necessario. Ma non un giorno di più.-
Prese una grande borsa da sotto il bancone.
-Ricordati, hai tre nemici da vincere: l'indecisione, Remember e la paura di diventare uno spettro senza pace.-
Ristette un momento, inarcando le folte sopracciglia.
-E se al tramonto mi vedessi arrivare con loro, significherà che non ce l'ho fatta. Ma qualcuno, prima o poi, ce la farà. E magari sarai proprio tu,- spinse il suo grasso indice contro il mio petto -sempre che riuscirai a vincere i tuoi nemici.-
-No Kurt,- gli dissi con un tremito alla voce -il primo sarai proprio tu, e tornerai per insegnarci come fare.-
-Vorrei esserne certo quanto te,- sospirò -ma sento il mio cuore gravato dai ricordi. Non sono mai riuscito a liberarmene. E non sono neanche sicuro dell'Islanda.-
-Parliamone un po', se ti può aiutare.-
-No Fred, sei stato il mio più grande amico, anche se solo per un giorno. Ora non roviniamo tutto: ad ognuno i propri ricordi. E niente domande. Rammenti?-
-Aspetta un po', allora.- Gli dissi implorando.
-No, il tempo che ho a disposizione sta per terminare. Devo rischiare. Meglio uno spirito in pena che un vecchio ubriacone deriso da tutti.-
Prese la borsa in spalla: -Addio Freddy.-
-Arrivederci amico. E in bocca al lupo.-
Si allontanò senza più voltarsi. Lacrime di tristezza solcarono il mio viso: mi misi dietro il bancone ad aspettare il tramonto.
7.
Passai diversi mesi dentro quel bar.
Dopo aver visto Kurt, o meglio il suo spettro, tornare insieme agli altri al tramonto, mi convinsi che era impossibile lasciare quel posto: l'unica cosa da fare era preparare il terreno per il prossimo.
Remember, insieme a quel sogno quasi ricorrente, continuò ancora per un po' a tormentarmi.
Ma un giorno cominciai a scrivere a casa ed a ricevere le loro risposte, imparando così a convivere con i miei ricordi.
E senza rimorsi: mia madre, da quando aveva cominciato a ricevere mie notizie, si era ripresa; Mariel continuava a studiare promettendomi, in ogni lettera, che sarebbe venuta a trovarmi non appena avrebbe terminato i suoi studi; Tanya si era sposata felicemente con un ragazzo che conosceva fin da bambina.
Le visite di Remember, dopo che ne ebbe constatata l'inutilità, divennero sempre meno frequenti fino quasi a scomparire. E così fu anche per quel sogno che per tanto tempo mi aveva perseguitato. All'alba ed al tramonto osservavo sempre quegli spettri senza paura, perché sapevo che, un giorno o l'altro, anch'io mi sarei unito a loro. E a Kurt: questo pensiero mi dava un senso di gioia.
Dovevo imparare a convivere con loro fin d'adesso.
Intanto parlai con tantissimi marinai che mi raccontarono dei loro viaggi e di come la fretta fosse stata sempre la loro peggiore nemica. Ma le loro esperienze mi servirono per scegliere con chiarezza la mia meta.
Ad uno ad uno i vecchietti scomparvero, inghiottiti dalla morte che finalmente li liberò da un'esistenza ormai insopportabile. E finalmente, inaspettato, arrivò il giorno da tanto agognato.
Tutto era pronto, studiato nei minimi particolari, e soltanto una cosa poteva mandare a monte quel piano così accurato. Ma io speravo che non accadesse.
8.
Il giovane, infagottato dentro il pesante giaccone, entrò alle prime luci dell'alba. Distolsi l'attenzioni dalle lente evoluzioni della nebbia e lo salutai con un cenno. Le prime sirene cominciarono a fischiare.
-Ci vorrebbe una buona tazza di caffè.- Disse fregandosi le mani. Mentre preparavo il caffè, lo osservai attentamente: la sua figura imponente ed i suoi lineamenti spigolosi, oltre a denotare una vigoria non comune, mi diedero l'impressione di una persona decisa.
Gli passai la tazza bollente.
-Dove vuoi andare?- gli chiesi quasi a bruciapelo.
Con espressione sorpresa, allontanò la tazza dal viso: -In Turchia. Dicono che laggiù ce se la possa spassare con poco, ancora.-
Tirai un sospiro di sollievo: i miei timori scomparvero.
-Sei fortunato.- Sorrisi -Questa sera chiedi del capitano Marvos, la sua nave salpa dopo domani. Vedrai, avrà un posto per te.-
-Grazie,- abbozzò un sorriso di riconoscenza -è davvero una fortuna.- Un attimo di silenzio, poi tese la mano verso di me: -Io mi chiamo Hans, Hans Müller.-
-Salve,- gliela strinsi vigorosamente -io sono Fred.-
Mi voltai e presi una chiave: -Vai a riposarti, ne avrai bisogno.-
-Oh, grazie. Sono davvero stanco.- Disse con gratitudine prendendo la chiave -Sapesse quant'è che cammino...-
'L'immagino', pensai.
9.
Appena fu salito, presi la borsa già pronta sotto il bancone.
Guardai il bar pulito e ben lustrato, che ora faceva un'impressione ben diversa: non volevo che la gente, e soprattutto Hans, si sentisse a disagio in mezzo ad uno sporco quasi repellente come quello che aveva accolto me.
Tutti dovevano sentirsi a loro agio e l'ambiente doveva essere ospitale e pulito. Era una cosa fondamentale.
Con mille stratagemmi ero riuscito a convincere Remember che non mi sarei mosso da lì, senza più tentare di partire e continuando a cullare i miei ricordi: erano quasi due mesi che non si faceva vedere, e a meno di una fottuta scalogna, non si sarebbe vista neanche i prossimi due giorni. Forse il pulito non era il suo ambiente preferito.
Sorrisi. L'avevo giocata proprio per bene.
Senza di lei tra i piedi, per Hans i ricordi e gli spettri non sarebbero stati un problema, ed in più aveva il vantaggio di essere sicurò di sé. -Turchia.- Aveva detto senza esitazioni.
Anch'io me ne sarei andato, e subito. Non volevo correre il rischio che ci affezionassimo l'uno con l'altro com'era successo a me e Kurt: non doveva avere alcun problema.
E poi c'era una nave ad attendermi: tutte le sere, al tramonto, partiva una nave per l'Africa. Era già parecchio che l'avevo scelta, e non tanto per la destinazione, anche se era sempre qualcosa ancora da scoprire completamente, ma per raggiungere Kurt.
Non volevo illudermi: non avevo chanches.
10.
Ai primi bagliori del tramonto la nave salpò.
Avevo con me le lettere ed il ricordo, costante nella mente, di Kurt.
Rilessi alcune lettere, felice della beata spensieratezza di Mariel e della buona salute di mia madre. Tanya era ormai una donna, e mi resi conto, in quel preciso istante, d'averla sempre amata. Ma ormai non era più importante.
Improvvisamente mi trovai circondato dagli spettri: -Eccomi,- sussurrai -sono venuto da voi.-
Vidi Kurt sorridermi ed agitare una mano in segno di saluto.
Uno stormo di uccelli attraversò il disco infuocato che, lentamente, veniva inghiottito dal mare.
-Addio amico. E grazie.- Una voce formata da mille lievi sussurri uscì dalle loro labbra.
Un tramonto stranamente romantico per quei luoghi, accompagnò la loro definitiva ascesa verso l'interno più nascosto del cielo.
Verso il paradiso ritrovato.
Kurt fu l'ultimo ad andarsene.
Inspirai profondamente: l'odore del porto, che lentamente stavo lasciando alle mie spalle, s'insinuò prepotentemente nelle mie narici, stampandosi indelebilmente nella mia memoria.
Non avrei più dimenticato l'odore del porto. E della partenza.
Adesso era buono: sapeva di nuovo.
La sirena fischiò: il mio viaggio era cominciato.
E sarei arrivato assieme ai miei ricordi: anch'essi erano parte della mia vita.
Via, alla scoperta del paradiso.