Sapete cosa disse Jimi Hendrix?
“Quando arriva l’ora di morire lo deciderò da solo. E finché
vivo, lasciatemi vivere a modo mio.”
Oppure tentate un suicidio in pubblico, fatevi arrestare per questo,
e fatevi assoldare dalla GTX, la più potente società
di tutta la terra, quella che domina il mondo intero che fa le leggi e
che le fa rispettare imponendovi il suo stile di vita.
P. Burke fece proprio questa fine, a lei andò abbastanza bene
fino ad un certo punto... la trascinarono in America centrale, e la chiusero
in un neurolaboratorio 150 metri sotto terra. Lì l’hanno rifatta
d’accapo... alla fine aveva il sistema nervoso che le penzolava fuori dal
corpo, connesso con una lunghissima serie di elettrodi, e passava quasi
tutta la sua vita in una stanza maleodorante di crema conduttiva: ma quando
era connessa la nostra brutta, grassa e antipatica, P. Burke si trasformava
nella giovane e magnifica Delphi.
Delphi è il più potente strumento di promozione che sia
mai stato inventato. In effetti “Delphi” è solo un pezzo di carne
senza cervello, tutto il suo sistema nervoso sta in P. Burke, chiusa in
quella stanzetta maleodorante; e P. Burke si è quasi dimenticata
di esistere in quel quintale e mezzo di carne che la compone, per lei la
vita è diventata “Delphi” e le pause che si prende per sostenere
il suo corpo preferisce considerarle come degli incubi di Delphi.
Delphi buca l’oloschermo, grazie al wando (Burke) che la guida, è
irresistibile e riesce a dar incredibili margini di guadagno alla GTX.
Il mondo è in mano alla GTX che ha ottenuto il monopolio della produzione
e della distribuzione dell’informazione.
Contro questo prova a lottare Paul Ishman, il figlio di uno dei gran
capi...
Gli ingredienti ci sono tutti : “ragazza collegata”, “lotta contro il sistema”, “olovisione che influenza il mondo”, notevole importanza dell’informazione, un soffermarsi con cura su particolari tecnici della connessione uomo machina e della sua possibile simbiosi con l’artificialità.
Ed ecco fatta un’altra opera cyberpunk, facile, no? direte voi... e invece no, quest’opera ha tutto di “cyberpunk” fuorché l’esserlo!!
Il racconto in questione è La ragazza collegata di James Tiptree jr vincitore dell’Hugo nel 1974. Tempi lontani, tempi in cui una donna come Alice Sheldon per scrivere SF doveva farsi chiamare James.
Gibson anni dopo si ricorderà di questo bell’anticipo delle tematiche
del genere che viene offerto da questa donna. E Ishman è il nome
della diva del Sim Stim che ricorre per la prima volta in Burning Chrome
nell’81 e poi in tutto il ciclo dello sprawl.
Gibson affonda le radici della sua opera nella SF che ha letto prima
di iniziare a scrivere da professionista. Quando all’inizio degli anni
‘80 produce quei racconti sconvolgenti che inizializzeranno un genere,
non fa altro che sviluppare e portare a frutto quel tessuto connettivo
che unisce la SF finora prodotta con le istanze del mondo e della cultura
moderna.
Questo credito di Gibson - e di tutti gli autori “cyberpunk” - verso la SF “classica” c’è, ed è debitamente riconosciuto da questi con frequenti citazioni di ogni genere.
Mirrorshades, l’antologia manifesto di questo movimento, si apre proprio
con un racconto che sancisce questo riconoscere un’eredità, e l’andare
oltre quanto proponevano gli antenati...
Ne Il continuum di Gernsback, di Gibson, si fa riferimento ai sogni
di quella prima SF che vedeva in autostrade a 30 corsie, grattacieli enormi,
e montagne metalliche volanti, il futuro di questa letteratura e, soprattutto,
dell’umanità.
Né Gibson, né il protagonista del racconto sono molto
affascinati da questi sogni, ma è anche in queste acque che affondano
le propaggini delle radici del cyberpunk, e riconosciuti i crediti dovuti
adesso il cyberpunk è pronto a riscrivere la SF a modo suo.
E ricordate cosa c’è scritto lassù in cima di Jimi Hendrix...
?
Già, finché vivrà, il cyberpunk fatelo vivere
a modo suo e fategli riscrivere la SF come gli pare: non ve ne pentirete!
Questo forse però è un po’ troppo... questo genere si
è molto ampliato e ha dimostrato potenzialità enormi - come
mostra Sterling in quest’antologia - ma nell’estendersi delle sue tematiche,
e della tavola di possibili sensibilità con cui descrivere
questi contesti, si è un po’ perso quello che aveva di tanto caratteristico,
eccentrico ed estremistico, il cyberpunk degli esordi. Questo ha portato
alcuni a vedere la morte di quel primo _ottimo_ old cyberpunk con quest’antologia.
A questo proposito potreste leggere un’interessante recensione di Mirrorshades
fatta da Marco Paolini
La morte di quell’old cyberpunk ha sottratto un po’ di romanticismo
al genere infondendogli in cambio nuova vitalità e allargando a
dismisura le tematiche che il genere riesce ad affrontare con lo spirito
di contestazione e di rinnovamento che lo contraddistingue.
I detrattori del cyberpunk hanno provato sin dall’inizio ad etichettare
il genere come piccolo cabotaggio nel mondo della SF, hanno provato a ridurlo
a fenomeno di costume (e per questo effimero e passeggero), come se non
fosse altro che una piccola perturbazione nel mondo della SF, solo una
piccola fluttuazione del quieto continuum fantascientifico che in breve
avrebbe dovuto riassorbire tutto senza traumi.
Mah!
Questo continuum fantascientifico esiste realmente, non ci sono opere
sconnesse tra di loro che spuntano in ordine casuale, e il cyberpunk ha
pagato il suo tributo [o ne raccoglie i frutti?]: raccoglie la SF fin dove
è giunta, si mette sulla scia di Gibson, che nel frattempo inizia
lentamente a defilarsi, cogliendone le sue innovazioni stilistiche e tematiche
(in una parola sola reagendo al suo scrollone) e si inizia a produrre una
nuova SF che è quella sostanzialmente che si vede in libreria adesso
ma che nel sangue ha notevoli influssi cyberqualchecosa.
La posta in gioco è stata rilanciata, da fenomeno personale, espressione di un singolo autore geniale, il cyberpunk si trasforma in movimento, e l’autore di questa coagulazione è indubbiamente Sterling che è il padre ideologico del cyberpunk (se Gibson è quello letterario).
Iniziamo ad andare lontani, tuffiamoci subito in qualche cosa di sbalorditivo: leggere Mozart in Mirrorshades significa scoprire che avevamo sotto il naso un tesoro solo dopo che hanno acceso la luce per farcelo vedere. La trovata non è per niente nuova in sé: si tratta di una storia di Universi alternativi... si apre un buco nel continuum spazio temporale, si arriva nell’evento desiderato si fanno passare tutte le attrezzature necessarie attraverso un enorme falla e poi si stringe la falla quanto basta per far passare le ricchezze che si stanno derubando in quel passato alternativo. E con ciò non c’è nulla di nuovo... E’ stupefacente, invece, come Sterling e Shiner raccontano la storia, è incredibile quanto colgano del decennio passato in questa storia (anni ’80 in cui si è fatto un gran parlare di Mozart in ogni campo), è notevole quanta vitalità doni a questa storia il trattarla con gli strumenti e gli sberleffi tipici del cyberpunk.
Tipica figura cyberpunk è la Lady-acqua-in-faccia di Pat Cadigan
in A Tutto Rock, una ragazza che produce rock’n’roll attraverso le sue
interfacce artificiali. Altra storia tipicamente cyberpunk potrebbe essere
Occhi di serpente di Tom Maddox: i piloti da caccia vengono chippati per
poter pilotare al meglio ai loro mezzi... ma quando vengono congedati gli
innesti non vengono tolti e questi finiscono per influire sulla personalità
e quindi sulla vita di questi uomini, rendendola invivibile. Si preoccupa
di mettere a tacere questi mostri un essere artificiale che, assoldati
tutti questi chippati - e in cambio della pregevole prestazione (domare
queste innesti) - usa gli innesti nelle loro menti per saziare la propria
sete di contatto con la “splendida” mente umana. Qui è gettata una
frecciatina sulla possibilità del rapporto uomo macchina, della
simbiosi e della possibile evoluzione dell’umanità verso una possibile
forma meccanica.
Molto più opprimente Stone è vivo di Paul De Filippo.
Si parte da una metropoli da terzo mondo, guerra civile in pieno occidente
industrializzato (ed ex-ricco). In questa città, nella più
totale miseria, per sopravvivere si può decidere di offrirsi come
cavia per esperimenti chimici, sperando di sopravvivere per riuscire a
riscuotere la paga. Un buco nero di miseria al centro del quale, ben corazzata,
c’è un’isola di ricchezza, depositaria di quegli sprechi tipici
dell’occidente odierno moltiplicati per mille. Pare un inasprirsi della
situazione odierna: la povertà che diviene trasversale e finisce
per incidere su tutto il mondo.
Ogni città di ogni stato industrializzato si becca la sua enorme
fetta di poveri, ed in ogni città sopravvive solo una strettissima
élite di ricchi ben difesi nelle loro città dentro la città.
E’ questa la logica conseguenza della tendenza attuale dell’ammassare ricchezza
nella ricchezza e povertà nella povertà, secondo De Filippo
e i cyberpunk in generale.
Dopo la puntatina politica di De Filippo si può ravvisare quella etica di Shiner in Fin quando voci umane non ci sveglieranno. L’ambientazione è l’isola privata di una corporation, un posto dove mandano in vacanza gli impiegati quando rischiano di ammattirsi a forza di lavorare... questo però è anche il luogo di un esperimento un po’ stravagante, la storia è fessa in sé, ma val la pena di citarla questa trovata del laboratorio che produce sirene (sì, le stesse con cui aveva a che fare anche Ulisse...) come corollario di un progetto per costruire il solito futuro migliore... un futuro in cui non ci saranno problemi per trapianti, in cui si riuscirà a realizzare un buon piano eugenetico, in cui ci sarà da mangiare per tutti e un tenore di vita elevato per le popolazioni di tutto il mondo. “Al prezzo di che” si chiede Shiner...
Le tematiche che si toccano sono varie e tante, talvolta la qualità
non è esuberante e si può cadere nell’insulso. Come accade
in Freezone di Shirley; viene ripresa l’ambientazione da rockettari, nostalgici
di Harley Davidson da cavalcare incontro al sole che tramonta, senza riuscire
ad aggiungere un granché... altre volte invece ci troviamo di fronte
ad opere magistrali che lasciano un segno notevole nel panorama fantascientifico
circostante.
E’ un fatto naturale, le potenzialità del genere ci sono, è
capace di far vibrare corde su un ampio spettro adagiandosi perfettamente
su quel sentiero di tematiche tracciato dalla SF passata, poi sovente può
non essere il singolo autore all’altezza. Oppure può capitare di
trovarsi di fronte un vero talento naturale come Patrick James Kelly che
con Solstizio sforna un’opera mirabile. Saltano subito all’occhio tre tematiche
trattate con attenzione da Kelly: droga, informazione e cultura underground.
L’underground è il naturale terreno fertile del cyberpunk, sono
quelle zone temporaneamente autonome osannate da Hakim Bey in cui il genere
ha iniziato a maturare e crescere (si pensi alle origini socio culturali
del nucleo d’acciaio che l’ha iniziato). E’ in queste zone che viene colto
lo spirito individualisticamente controsistemista del cyberpunk.
Da qui poi il cyberpunk rimbalza ovunque cavalcando alcuni fattori
congiunturali di estrema importanza: il minimo storico del gap tra realtà
fantascientifica e realtà odierna e le tendenze nettamente individualistiche
che guizzano per il pianeta.
Nel racconto di Kelly si evidenziano tutti questi fattori. La storia
è quella di un chimico divenuto famoso e ricco grazie alla scoperta
di un intero nuovo gruppo di droghe e ciò si inserisce in un contesto
in cui fare droga è arte. Ci sono i riferimenti fitti e profondi
all’ambiente (chiamatelo underground se volete...) in cui avviene questo,
spesso con richiami di carattere psichedelico (le riunioni nelle campagne
inglesi, il pellegrinaggio a Stone Age). C’è la grande importanza
del sistema informativo, e, soprattutto, si trova chiara esplicazione della
funzione sociale delle nuove droghe: costruire un paradiso artificiale
che costituisca un nuovo mondo in cui rifugiarsi, da soli. Si torna a quella
situazione che ha caratterizzato il decennio passato e quello attuale,
quella necessità di una nuova forma di fuga che esalti la propria
individualità, e questo compito sembrano portarlo ben a compimento
droghe di varia natura che ricreino questo mondo in cui fuggire dentro
di noi, lontano dagli altri.
Un contesto underground in cui la droga (che può intendersi come
il catalizzatore di una “sensibilità” artificiale) fa da filtro
per l’informazione.
In questa relazione così sinteticamente espressa si celano forti
forze e notevoli tensioni, tali da sentirsi vibrare in sottofondo in ogni
opera degli anni ’90 al di là dei possibili limiti di ingerenza
del cyberpunk.
Certo Kelly è un autore molto aperto che non auspica certamente
a rimanere chiuso in un genere... ma c’è di più. Parlare
di Kelly è solo la scusa che fornisce Sterling per darci un’idea
di quanto vasta e ampia possa essere l’influenza di un cyberpunk non radicale
nella società dell’informazione che stiamo creando. Forse è
uno degli strumenti più lucidi che abbiamo a disposizione per tentare
una disamina di questo mondo proprio mentre la tempesta infuria.
Rimane da chiedersi se possa esistere un cyberpunk non radicale, se
un cyberpunk spogliato di quella carica che aveva quindici anni fa, per
mettersi al servizio di tutti, sia ancora quella forma letteraria e quell’espressione
culturale che ha portato a vedere pixel lucenti nel cielo sopra il porto...
Mondo
- Ultimi
arrivi - Autori
- Argomenti
- Testi
in linea - Speciali
Premi
della SF - IntercoM
rivista - Collegamenti
- Ansible