Fahrenheit 451

 

LIBRI

SANGUE SINTETICO, a cura di Roberto Sturm
Philip K. Dick, SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO
Fabio Giovannini, Marco Minicangeli, STORIA DEL ROMANZO DI FANTASCIENZA
Connie Willis, Cynthia Felice, TERRA PROMESSA
Lewis Shiner, VISIONI ROCK
John MacDonald, IL PIANETA DEI VIGILANTI


FUMETTI

LA CORTINA DEL SILENZIO, Nathan Never 96

a cura di Roberto Sturm
SANGUE SINTETICO
Ancona, peQuod, 1999
pagine 221, L. 22.000

Nel novembre '97 appariva sulle pagine della rivista Pulp l'articolo Fantascienza italiana: la terra dei cactus, dove Domenico Gallo ripercorreva brevemente l'evoluzione del genere "fantascienza" nel nostro paese, sottolineando le avvisaglie di crescente interesse per la fantascienza targata Italia da parte dell'editoria nostrana.
A un anno e mezzo di distanza possiamo stendere un bilancio della situazione: il risveglio c'è stato, le premesse c'erano e sono state rispettate. Mondadori ha ristampato in un volume unico i primi tre romanzi della serie di Eymerich, di Valerio Evangelisti; Urania ha pubblicato quattro romanzi (
Picatrix, la scala per l'inferno e Cherudek di Valerio Evangelisti, il Premio Urania Ai margini del caos di Franco Ricciardiello e I predatori di Gondwana di Stefano Di Marino) e una raccolta di racconti (Strani giorni a cura di Franco Forte); Castelvecchi ha dato alle stampe un agile volume di critica, Storia del romanzo di fantascienza di Fabio Giovannini e Marco Minicangeli (un testo di questo tipo mancava da anni); le riviste-libro della Perseo Libri hanno ripreso vigore ed escono a scadenze regolari; Garden Editoriale è ritornata nelle edicole con Nuovo Millennio, rivista che ha pubblicato nel primo numero 19 racconti italiani tratti da Delos; è uscito il primo numero della rivista di critica e narrativa di fantascienza Carmilla; ShaKe ha pubblicato Retrofuturo, antologia di Vittorio Curtoni, nella sua collana di prestigio.
Il merito di questo rinato interesse per la SF è da attribuire in parte allo straordinario e meritato successo di Valerio Evangelisti, che ha dimostrato l’esistenza di un mercato della fantascienza italiana se lo si affronta con opere scritte con mestiere, e in parte al fenomeno del cyberpunk e al suo devastante impatto sull'immaginario collettivo: il cyberpunk, con la sua capacità di convertire in icone e metafore la straordinaria evoluzione tecnologica post-industriale, il bombardamento di informazione di fine millennio e i loro riflessi sulla società ha saputo imporre una nuova visione del mondo, influenzando radicalmente le filosofie di pensiero in ambiti diversi, non solo legati alla fantascienza.
In questo panorama di risveglio editoriale, si inserisce Sangue Sintetico - Antologia del cyberpunk italiano, curata da Roberto Sturm e pubblicata dalla piccola e promettente peQuod di Ancona.
E’ inevitabile il confronto con
Cyberpunk, antologia di racconti cyberpunk italiani a cura di Franco Forte, pubblicata nel novembre 1995 da Stampa Alternativa: mentre in questa raccolta si affrontava il genere cyberpunk sull’onda del suo crescente successo (nella sua forma narrativa era esaltato dall’edizione italiana dell’Isaac Asimov Science Fiction Magazine curata da Brolli per la Phoenix), sfruttandone l’impatto iconografico e visivo a livello di forma, senza però cogliere appieno la forza innovativa di questo genere e restandone lontano a livello di contenuti (se non in pochi racconti), Sangue Sintetico coglie e sviluppa coscientemente e in maniera definitiva le tematiche cyberpunk, segnando implicitamente anche in Italia - con leggero ritardo rispetto ai paesi di lingua inglese - il definitivo tramonto di questa corrente di pensiero intesa come genere letterario.
L'antologia si apre con un'interessante introduzione di Roberto Sturm, che sottolinea come il cyberpunk si sia rivelato letteratura di indagine e di analisi del presente, e comprende undici racconti di altrettanti autori: (in ordine alfabetico) Vittorio Catani, Giuseppe De Rosa, Emiliano Farinella, Franco Forte, Domenico Gallo, Francesco Grasso, Alberto Henriet, Franco Ricciardiello, Danilo Santoni, Francesco Scalone, Roberto Sturm.
I nomi degli autori non sono nuovi agli appassionati di fantascienza italiani: praticamente tutti hanno qualche appartenenza al fandom (in questa antologia c'è molto IntercoM: Farinella, Gallo, Ricciardiello, Santoni, Sturm e Antonio Folli - autore della visionaria illustrazione di copertina - sono redattori di IntercoM; e molti tra gli altri autori hanno gravitato, più o meno sporadicamente, attorno ad IntercoM): l'antologia si rivela infatti una dimostrazione della capacità degli autori di fantascienza italiani, espressa ordinariamente nelle fanzine o in altre iniziative amatoriali, e che straordinariamente sbocca nel professionismo, dimostrando di non avere nulla da invidiare ai colleghi stranieri.
I racconti riescono, con rara forza ed efficacia, ad esplorare le più caratteristiche tematiche cyberpunk: la fusione carne/metallo – uomo/macchina (Forte); la trasformazione del corpo umano che viene ridotto a merce (Catani, Sturm); la tecnologia che esalta la funzionalità e annulla la personalità dell'uomo, permeata in modo viscerale nelle sue abitudini (Farinella, De Rosa); la perdita del valore delle cose nel processo post-industriale (Grasso); l’evoluzione tecnologica che esalta il disagio e uccide la sensibilità umana (Henriet, Santoni); gli sconvolgenti effetti della tecnologia informatica sui sentimenti tramite l’interfaccia uomo-computer (Riccciardiello, Scalone); l’anarchia e il rifiuto delle potenze multinazionali nell'estremizzazione della figura degli hacker (Gallo).
Queste tematiche sono in realtà diversi aspetti di un solo tema: la "ridefinizione del concetto di identità, [...] il soggetto si è smarrito, incerto sulla nuova dislocazione fra corpo, mente e memoria", citando il saggio di Piergiorgio Nicolazzini che chiude il volume. Questa "ridefinizione" viene elaborata secondo le differenti - e a volte contrapposte - sensibilità degli autori, in ambientazioni anche molto diverse: Giuseppe De Rosa, in Soldati evidenzia il senso di disagio provocato dal distacco corpo-mente in un racconto ambientato in uno scenario di guerra ricco di particolari e di stupefacente realismo, nel racconto forse più avvincente per trama e forza inventiva; Franco Ricciardiello in Combat film immagina un futuro non troppo remoto, in cui le interfacce tra mente e computer sono tra i pochi prodotti della tecnologia a non aver perso la propria potenzialità durante la guerra, potenzialità che viene sfruttata in maniera raccapricciante per vivere in diretta televisiva le sensazioni delle persone morte in guerra; Danilo Santoni, nel racconto più surreale e italiano nell'ambientazione, Vita di sogno, sottolinea ancora il senso di inadeguatezza nei confronti di un'esistenza sdoppiata, provato da attori in carne ed ossa a causa dell’incarnazione virtuale di stelle del cinema del passato; Vittorio Catani in L'angelo senza sogni disegna un futuro remoto in cui la vita di un uomo è sconvolta dalla mercificazione dei suoi organi per una triste sopravvivenza; Francesco Grasso in Un soldo per i tuoi pensieri immagina un futuro dove la totale mercificazione delle idee è ordinaria quotidianità, nell'evoluzione di una società che ha il denaro come valore... questi sono solo cinque degli undici racconti, ma ogni autore sviluppa questi contenuti in modo originale e personale.
Il volume si chiude con due riflessioni: Mirko Tavosanis e Fabio Gadducci danno risalto all'apice espressivo del cyberpunk, il cui regresso ha lasciato inevitabilmente un vuoto interpretativo, mentre Piergiorgio Nicolazzini - nell'articolo già citato - individua nell'avant-pop una via per il post-cyberpunk.
Gli argomenti affrontati in questi due articoli mettono ulteriormente in risalto l'importanza di questo libro nel fare il punto della situazione, segnando la fine italiana del cyberpunk come genere e impostando allo stesso tempo nuove vie per un'analisi del presente attraverso le strutture tipiche della fantascienza.
Marco Mocchi

Philip K. Dick
SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO
(Flow My Tears, the Policeman Said, 1976)
Milano, Mondadori, 1998
pagine 250, L. 22.000, traduzione di Vittorio Curtoni

Si tratta di una nuova edizione, con titolo più fedele all’originale, di "Episodio temporale" già pubblicato dall’Editrice Nord poco dopo la comparsa del romanzo negli USA. Appartiene al penultimo periodo dello scrittore californiano, quello che precedette la filosofia kitschofrenica di "Valis"; come trama sta a metà fra "Abramo Lincoln, androide" (recentemente ripubblicato dall’editore Fanucci nella collana "Il libro d’oro") e "Radio Libera Albemuth": gli USA sono diventati uno stato di polizia, ossessivo e burocratico, dove gli studenti dissidenti dei campus vengono sterminati in periodiche campagne di annientamento dalla Pol (polizia) o dai Naz (Guardia Nazionale, ma non vi ricorda qualcosaltro?).
In questo universo concentrazionario, si innesta la crisi di identità del cantante Jason Taverner che all’improvviso scopre di non esistere negli archivi della polizia, e di essere di conseguenza un potenziale sovversivo. La narrazione procede sul filo dell’indagine sulla psicopatologia di Jason Taverner e degli altri personaggi; e se la conclusione di questa full immersion nella schizofrenia non è desolante come in "Abramo Lincoln", non c’è comunque da essere compiaciuti. Come succede al protagonista di "Le tre stimmate di Palmer Eldritch", l’assunzione di una droga che influisce direttamente sulla percezione della realtà trascina il lettore in una serie di scatole cinesi dalle quali, per fortuna, Dick ci tira fuori poco prima dell’epilogo. Per la prima volta fa la sua comparsa in "Scorrete lacrime" l’ombra di Kevin Dowlands, il compositore inglese del ‘600 che tanta importanza assumerà per il protagonista di "Divina invasione", il secondo romanzo del ciclo di Valis: il titolo, Flow my tears, è tratto da un verso di Dowlands che continua a girare nella mente del generale di polizia Felix Buckman, che si oppone al pugno di forza contro gli studenti ma che per opportunità polita trascina Jason Taverner in un'accusa di omicidio.
Come al solito nei romanzi di Dick, le azioni dei personaggi non sono conseguenti né alla loro personalità né alla loro trama, così che ogni pochi capitoli la narrazione sembra svoltare improvvisamente in un’altra direzione: è come se Dick ci dicesse che non è solo la volontà dei personaggi a creare il loro destino, anzi l’influenza del caso è prevalente. Questo rende la narrazione più aderente alla realtà e più schizofrenica al tempo stesso, ma l’aspetto più affascinante è proprio questo: la psicopatologia viene vissuta dall’interno, non con intento anamnestico ma quasi con autocompiacimento, come se Dick avesse scoperto che in letteratura l’anormalità è molto più interessante del piatto minimalismo che sostiene quasi tutta la narrativa mainstream contemporanea.
Franco Ricciardiello

Fabio Giovannini, Marco Minicangeli
STORIA DEL ROMANZO DI FANTASCIENZA– Guida per conoscere (e amare) l’altra letteratura
Roma, Castelvecchi, 1998
pagg. 251, L. 20.000

Questa preziosa guida, diversamente da quanto indicato dal titolo, non è propriamente una storia del romanzo di fantascienza: dopo un profilo storico del genere (breve, ma comunque interessante e articolato, con anche una veloce panoramica sulla SF in Italia), il volume si divide infatti in due sezioni: "cento libri", suddivisi in dieci sezioni tematiche (precursori - space opera - utopia e distopia – catastrofi – universi paralleli – viaggi nel tempo – civiltà su altri pianeti – alieni e mutanti – robot, cyborg, androidi – cyberpunk) in cui i romanzi sono ordinati cronologicamente e "cento autori".
Per la selezione di titoli e scrittori, Giovannini e Minicangeli premettono di essersi basati su parametri oggettivi (successo di pubblico e consacrazione della critica), ma anche da gusti personali: se questa premessa giustifica il risultato (bisogna ammettere che cento titoli non sono molti), le scelte fatte non possono non suscitare qualche perplessità soggettiva.
Personalmente mi ha stupito non trovare tra gli autori nessun italiano – è dichiarato che il libro è basato sulla fantascienza angloamericana – e alcuni autori stranieri (Lino Aldani e Vittorio Curtoni per i primi, Connie Willis e Richard Calder per i secondi), tra i romanzi "Il gioco di Ender" di Orson Scott Card o alcun romanzo di Paul McAuley.
Il libro risente inoltre pesantemente del successo che ha avuto in Italia il genere cyberpunk: agli autori e ai romanzi riconducibili a questo genere viene attribuito un peso sproporzionato nell’ottica di una "storia" della SF.
Le schede degli autori sono molto spesso troppo brevi e non sempre molto articolate, l’organizzazione del libro in queste due sezioni è inoltre penalizzante per due motivi: l’assenza di un indice finale rende necessario sfogliare l’intero volume per trovare la scheda di un libro di un autore non presente nei 100 considerati; inoltre si verifica un’inutile ripetizione di informazioni tra schede dei romanzi e degli autori.
Questo volume riporta alla mente i libri "Nei labirinti della fantascienza" del collettivo Un’ambigua utopia, che presentava 140 opere di SF (20 anni fa!), e "Guida alla fantascienza" di Vittorio Curtoni e Giuseppe Lippi (a proposito: Robot è stata curata da Curtoni, non da Lippi - se non negli ultimi numeri - come erroneamente indicato nella parte introduttiva!) che dava (1978) una panoramica del genere considerando i singoli autori, ma rimane tuttavia lontano da questi come efficacia critica: possiamo considerare questa "Storia della fantascienza" come un riassunto o un "assaggio" di qualcosa di maggiormente articolato che ci auguriamo di vedere presto, approfittando del risveglio dell’editoria nostrana per questo genere.
Fino a quel momento questo libro potrà essere comunque un utile strumento di riferimento per chi si avvicina al genere o vuole conoscerlo meglio.
Marco Mocchi

Connie Willis, Cynthia Felice
TERRA PROMESSA
(Promised Land, 1997)
Roma, Fanucci, 1999
pagine 384, L. 14.000, traduzione di Carlo Borriello

Un avvertimento
Prima di iniziare a parlare del libro, per onestà, devo dire che, personalmente, leggerei qualsisi cosa di Connie Willis, anche la lista della spesa; potrei quindi apparire leggermente fazioso nel parlare di questa Terra Promessa. Di Cynthia Felice, invece, non ho letto niente quindi non posso individuare il metodo di distribuzione del lavoro all'interno del volume ma una cosa è chiara, c'è molta Connie Willis nel romanzo, soprattutto la Connie Willis delle "commedie", così lei definisce le sue opere dal passo più leggero mutuando questo termine dalla classificazione delle opere di Shakespeare.
La trama
C'è una ragazza, Delanna Milleflores, che torna sul pianeta natale, Keramos arretrato conomicamente e culturalmente, dopo essere stata spedita per quindici anni dalla madre (che odiava Keramos) a studiare su un pianeta molto sofisticato. Il ritorno è dovuto al fatto che la madre di Delanna è morta e la ragazza deve vendere la proprietà. Questione di poche ore (secondo lei).
La realtà è ben diversa.
Il pianeta ha delle leggi abbastanza bizzarre (giustificate dal tentativo da parte degli abitanti di impedire la speculazione terriera) e la ragazza scopre, in una successione terrificante per lei, che deve vivere nella proprietà fino a che non sono state espletate tutte le formalità burocratiche (un anno potrebbe essere sufficiente); che deve raggiungere al più presto la proprietà per non veder decaduti i suoi diritti; che è stata sposata dai suoi genitori al figlio dell'altro possessore della proprietà (e il marito che si ritrova non è il principe azzurro dei suoi sogni di ragazza civilizzata); che il raggiungere la proprietà non è quel viaggio di piacere che si aspettava e (per complicare le cose) che il suo animaletto (Cleopatra, una specie di scarabeo gigante) non può essere importato nel pianeta e deve essere incenerito.
Una domanda
Già dalla trama sorge spontaneo il chiedersi se sia un libro di fantascienza o un romanzo rosa. Certo, abituati a leggere di imperi galattici e di guerre interstellari, di minacce al genere umano, di invasioni inarrestabili, di eroi che salvano da soli interi pianeti e convinti che questa sia la vera fantascienza, il dubbio di non trovarci di fronte ad un libro di fantascienza viene quasi subito.
Ma il viaggio per raggiungere la proprietà (parliamo di oltre 8.000 chilometri) si rivela un viaggio di scoperte sensazionali ed un autentico rito di passaggio.
Connie Willis, poi, è maestra nel descrivere i rapporti e i sentimenti umani: nessuna delle sue opere è strettamente tecnica o tecnologica, si pensi anche soltanto al bellissimo Il giorno del giudizio; inoltre trovo che le autrici hanno avuta un'idea veramente efficace per descrivere la società dei coloni, frammentata in molte unità sparpagliate nel pianeta: tutti sono collegati ad una specie di chat-line da radioamatori e si scambiano informazioni e pettegolezzi (con predominanza dei secondi). Questo espediente permette di allargare su tutto il pianeta il punto di vista pur lasciando la narrazione degli avvenimenti in uno spazio ristretto e quindi non dispersivo.
La conformità geografica del pianeta e la sua fauna e la sua flora sono interessanti e studiati per apparire il più bizzarri possibili e alla fine della lettura si scopre che in fondo hanno avuto un'influenza fondamentale sullo sviluppo della trama.
Quattro cuori e la bufera
La linea sentimentale, a ben guardare, è scontata: se amor ci deve essere, ci sarà con la persona giusta e al momento giusto, cioè alla fine del libro;ma il procedimento ha la giusta lentezza nel suo evolversi ed è giustificato. 
Mentre l'azione procede, poi, Delanna sistemerà anche qualche altro affare sentimentale in posizione difficile che si ritrova per strada e riuscirà anche a risolvere i problemi legati alla presenza di Cleopatra, il tutto dopo la terribile tempesta di Keramos attesa e temuta per più di metà del libro.
Un'altra domanda
Un libro da consigliare? Se cerchi un libro che affronti i grossi problemi esistenziali del mondo moderno, che si ponga quesiti sull'attuale condizione dell'uomo in una società sempre più disumanizzante, se vuoi una visione che in qualche modo ci faccia capire la situazione politica sociale economica del nostro pianeta... be', credo che rimarrai un po' deluso. Ma se cerchi un libro che si legge bene, che sia costruito con intelligenza, che affronti i piccoli problemi della vita quotidiana, che descriva un mondo alieno di frontiera in modo moderno senza indugiare in crepuscolarismi ormai standardizzati, se vuoi bene al tuo gatto o al tuo canarino o al tuo cane o al tuo pescerosso... e non hai ancora letto niente di Connie Willis, allora leggilo e poi ti consiglio di leggere anche gli altri libri di Connie Willis.
Danilo Santoni

Lewis Shiner
VISIONI ROCK
(Glimpses, 1993)
Roma, Fanucci, 1999
pagine 396, L. 16.000, traduzione di Simona Fefè

Che Lewis Shiner fosse un grande autore era cosa nota già da un po’. Visioni rock, insomma, non fa che confermare un giudizio già acquisito. Anche perché un estratto di questo romanzo, Voodoo child (che nel volume attuale forma parte del capitolo Jimi), era già stato tradotto in italiano sull'ultimo numero, il 18, dell'Isaac Asimov Science Fiction Magazine edizione Phoenix: quindi non si tratta di qualcosa del tutto sconosciuto al pubblico di casa nostra. E, volendo insistere ulteriormente sul concetto, si può notare che lo spunto di questo libro era già implicito in un ottimo racconto pubblicato su una testata non specializzata, ma sempre a cura della redazione della suddetta IASFM: il Jeff Beck uscito sulle pagine della rivista Rumore (n. 40, maggio 1995).
Nessuno di questi testi è fantascienza vera e propria, così come non lo è il miglior romanzo che Shiner abbia scritto fino a oggi, quel Desolate città del cuore pubblicato da Sellerio. Ma è difficile, probabilmente, che un autore possa concepire situazioni del genere senza essere passato dalla fantascienza standard. Il racconto citato più sopra descriveva infatti – nella più pura tradizione del "cosa succederebbe se" – i problemi di un americano della working class che si trova a suonare "proprio come Jeff Beck", e scopre che questo dono non gli serve a nulla. Visioni rock descrive invece i problemi di un americano della working class che si trova a "ricreare" in modo sempre più concreto i grandi album incompleti del rock anni Sessanta, e scopre che questo dono…
Beh, sarebbe ingiusto scendere nei dettagli. Anche perché le quasi quattrocento pagine del romanzo lasciano a Shiner la possibilità di dare una risposta molto sfumata a tutte le domande che sorgono spontanee in casi come questi. Difficilmente, però, si rischia di togliere la sorpresa a qualcuno se si rivela che Ray Shackleford arriva alla fine a proiettarsi nel passato, per ritrovarsi più o meno al fianco di Jim Morrison, o di Brian Wilson dei Beach Boys, o di Jimi Hendrix. Tre persone che hanno avuto a un certo punto la possibilità di creare musica che avrebbe potuto cambiare in meglio tutta la civiltà occidentale – o forse no.
Shiner intreccia poi abilmente questo anomalo viaggio nel tempo con il versante "contemporaneo" della vicenda: il confuso annaspare di Ray Shackleford attorno a una serie di traumi che hanno sconvolto la sua vita nel 1988, l'anno in cui inizia la storia. Nella sua Guida ai postmoderni apparsa sul n. 4 dell'IASFM ed. Telemaco, Michael Swanwick aveva descritto Jeff Beck come uno sguardo "acuto e inflessibile" nei confronti del "fallimento della classe operaia" (p. 159); Visioni rock porta il tutto qualche anno più avanti, in un periodo di crisi completa e di involuzione sia dal punto di vista del singolo che da quello della società. E se la redenzione proposta è soprattutto di tipo individuale, si tratta di una individualità in cui molti di noi oggi, nel 1999, possono ancora riconoscersi.
in collaborazione con l'Enciclopedia Digitale della Fantascienza
Mirko Tavosanis 

John MacDonald
IL PIANETA DEI VIGILANTI
(Planet of the Dreamers, 1953)
Milano, Nord, 1999
pagine 234, L. 22.000, traduzione di Orazio Viani

C'era una volta… beh, la fantascienza di una volta, quella degli anni Cinquanta. Al cinema, "film di fantascienza" e "film dell'orrore" erano quasi sinonimi; ma anche la fantascienza scritta (o quel poco che ne è sopravvissuto) aveva i suoi cliché con tutti i suoi terribili blocchi morali, i suoi piccoli uomini schierati contro le gelide burocrazie, la psicanalisi facile e i rantoli d'agonia della modernità industriale. Una modernità difficile da rimpiangere, e che oggi sembra veramente lontana migliaia di anni luce.
Questo punto di partenza, nel caso in esame, forma però problema. Visto che fin dalle prime pagine di questo libro – nonostante quanto scrive volenterosamente Piergiorgio Nicolazzini nell'introduzione – appare evidente che lo sconosciuto John MacDonald non è un "narratore di razza". E la sua inclusione nella collana Cosmo Oro può essere giustificabile solo in base a due ragioni. La seconda la vedremo più avanti. La prima, e la più nobile, potrebbe invece essere il desiderio di mostrare un campione di prosa e di mentalità ormai del tutto aliene, appena estratte dall'abisso del tempo. Il pianeta dei vigilanti è infatti visibilmente frammentato sulle misure di una pubblicazione a puntate su rivista, ed è probabile che in alcuni punti la crudezza dell'anacronismo risulti intollerabile pure al più benevolo dei lettori.
Un po' di originalità c'è invece dal punto di vista tematico: sempre Nicolazzini accenna alla "ossessione sulla manipolazione della libertà individuale, dell'identità, della mente, se non addirittura della natura stessa del reale, che si nutre di un ricco patrimonio di ipotesi fantasiose che la fantascienza non ha mai fatto mancare". Niente di nuovo, in quest'epoca. Né si tratta dello sconvolgimento totale della realtà che troviamo nel Tunnel sotto il mondo di Pohl, o della distruzione psicologica dell'Uomo disintegrato di Bester, ma di una più banale variazione sul tema del Controllo Totale. Scopriamo infatti che gli esseri umani sono inconsapevolmente controllati da burattinai alieni, e che questi ultimi ignorano a loro volta molte cose della realtà… mentre i primi timidi tentativi di esplorazione spaziale sono le vittime designate di questo rapporto paradossale. Ma non si trova molto di più.
E a questo punto veniamo purtroppo alla seconda ragione per includere MacDonald nella collana Cosmo Oro: che purtroppo è con ogni evenienza di una ragione di costi. Il romanzo infatti non è un inedito (la fantascienza inedita costa oggi abbastanza cara), viene presentato riprendendo a quel che sembra la traduzione apparsa alla sua prima comparsa italiana (1954), e oltretutto "l'editore non è riuscito a rintracciare i proprietari dei diritti di questa opera, ma si dichiara a loro disposizione per assolvere i propri obblighi". Ahimè. Non si può evitare un po' di tristezza per le difficoltà in cui versa attualmente una casa editrice che ha avuto un ruolo essenziale per la diffusione della fantascienza in Italia, ma ci si chiede se queste scelte rappresentino il modo migliore per uscire dalle strette.
in collaborazione con l'Enciclopedia Digitale della Fantascienza
Mirko Tavosanis 

Soggetto e sceneggiatura: Claudio Fattori
Disegni: Stefano Casini
LA CORTINA DEL SILENZIO, Nathan Never 96
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 98, L. 3.500

Faccio una premessa che mi sembra doverosa: per evitare che qualcuno venga infastidito da eventuali rivelazioni sulla storia eviterò un riassunto dettagliato delle vicende, limitandomi ad accennare al minimo indispensabile per la comprensione della recensione.
Protagonisti dell’episodio sono l’ex sindaco Franz Hoenzollern e Joseph Houseman, candidati avversari al seggio di governatore della città dove vive Nathan. Chi legge NN sa benissimo come Hoenzollern sia un sindaco con parecchi scheletri nell’armadio (uno dei quali risponde al nome di Aristotele Skotos, nemico numero uno di Nathan) e di come si sia dovuto dimettere numeri fa per uno scandalo che non è riuscito a coprire. Houseman dal canto suo è un moderato che ha a cuore il problema dei mutati.
Costoro sono umani alterati dall’ingegneria genetica decadi addietro per sostituire l’uomo nei lavori pesanti e rischiosi; ormai sono "inutili" per tale scopo, sostituiti da più efficienti e controllabili robot, che devono obbedire anche in questo universo alle 3 celeberrime "leggi della robotica" di Isaac Asimov (ma non possono scampare al condizionamento tramite la "legge zero" che fruttò libertà di azione all’indimenticabile Eto Demerzel del ciclo delle Fondazioni).
I mutati vivevano fino a qualche numero fa nel ghetto del primo livello della città di Nathan; in una delle ultime storie sono finiti su Hells’ Island, un’isola off-limits inquinata da misteriosi agenti chimici che hanno trasformato la popolazione in terribili mostri. Adesso mutati e freaks sono in lotta per la sopravvivenza e il predominio sull’isola che è stata tagliata fuori dal resto del mondo, riuscito così a liberarsi di due "problemi" allo stesso tempo.
Mentre Houseman è seriamente favorevole ad una risoluzione civile della "questione mutati", Hoenzollern è intenzionato a eliminare i "problemi" alla radice, magari bombardando la piccola isola senza dare scampo ai suoi occupanti. Tale "tolleranza zero", che porta all’esasperazione la politica dell’attuale sindaco di New York, è alimentata anche dal fatto che Hoenzoller perse la carica proprio a causa di un gruppo di mutati terroristi che tempo addietro causò terribili danni alla città e un altissimo numero di vittime fra gli "umani normali".
La storia presenta subito un turning point con un attentato a Houseman che permette a Hoenzoller di scoprire una pesante macchia nel passato dell’avversario…. Il problema è che Houseman è stato anni prima vittima di un’ amnesia e che quindi non sappia neanche lui cosa fece in passato (sono un po’ vago, ma ho già detto di non voler rovinare la suspence a nessuno). Nathan indagherà e scoprirà tale verità, una verità che se venisse diffusa non solo provocherrebbe un forzato ritiro della candidatura, ma porrebbe Houseman suo malgrado come nemico numero uno dei mutati.
La storia si chiude con un Houseman angosciato, indeciso se rivelare o meno la verità, conscio che comunque non potrà mai mentire a se stesso.
Ritengo sia interessante sottolineare un’ interessante interpretazione alternativa dell’episodio dei mulini a vento in "Don Chisciotte" (magari è poi quella ufficiale, ma non avendo mai letto il libro mi metto nei panni di chi, come me, ha solo sentito la storia epurata da eventuali metafore sulla vita umana).
Quando Houseman si trova di fronte alla scoperta di qualcosa di losco sulla parte mancante del suo passato decide, andando contro ai suggerimenti del suo consigliere politico, di scoprire la verità.
Houseman paragona il suo consigliere a Sancho Panza che, distinguendo bene i mulini, cerca di convincere il suo cavaliere a rinunciare all’idea di attaccare i "giganti"; ma Houseman vede in Don Chisciotte un cavaliere ancora in grado di sognare, di vedere al di là delle semplici apparenze… il riferimento alla sua vita idealista è evidente così come lo è il dramma finale: Houseman deve infine fare i conti con quell’idealismo e scoprire se è in grado di proseguire sulla strada retta che ha sempre seguito, se è disposto ad affrontare un passato che non riesce nemmeno a ricordare, che può vivere solo attraverso il rapporto di Nathan e dei colleghi che hanno partecipato alla ricerca. Qualunque sia la scelta che alla fine farà, sa benissimo che non potrà più dimenticare, punizione terribile per un uomo che credeva di aver vissuto tutta la sua vita in modo retto.
Andrà avanti per la sua strada tentando di aiutare i mutati e celando il suo crimine o rivelerà pubblicamente la verità per non venire a compromessi con la sua coscienza, col rischio di essere odiato dalle persone che vuole proteggere e che, perdendo le elezioni, condannerebbe a morte per mano di Hoenzollern?
La storia si chiude con questo interrogativo.
E’ chiaro che in una "recensione" come questa si può parlare innanzitutto della storia, ma non bisogna scordare che Nathan Never è un fumetto e come tale vive in un mondo di parole ma anche disegni. In particolare questa storia veramente intrigante, da un lato ricca di azione, dall’altro di introspezione, viene gratificata dalle stupende tavole di Casini.
Personalmente ritengo che i suoi primi albi fossero decisamente al di sotto dell’alto standard qualitativo di NN, ma una cosa che ho sempre apprezzato di questo disegnatore è stata il suo costante miglioramento. Penso che sia fuori dubbio che col passare del tempo il suo tratto è maturato moltissimo portandolo a diventare una colonna dello staff di NN; questa storia come il suo esame finale: ha sviluppato un tratto "graffiante" e un buon uso delle inquadrature decisamente appropriati per le storie più investigative, quelle storie di NN dove la fanstacienza rimane sullo sfondo e prendono il sopravvento caratteristiche da fumetto di azione.
Per farla breve, ritengo che questa storia sia decisamente buona, un ottimo punto di partenza per chi vuole addentrarsi nel mondo dell’Agente Alfa (così chiamato perché detective di punta dell’agenzia di investigazione Alfa).
Vorrei chiudere con una segnalazione: se qualcuno è rimasto incuriosito da queste poche righe può cercare altre notizie sul newsgroup dedicato a NN. L’indirizzo è tin.it.nathannever, l’unico server di news che finora ho trovato che lo includa è news.tin.it, accessibile senza bisogno di password.
Giovanni Delibra 

IntercoM