Fahrenheit 451

LIBRI

Vernon Vinge, QUANDO LA LUCE TORNERA'
Michael Moorcock, IL DRAGO NELLA SPADA
Normad Spinrad, VAMPS
Charles R. Wilson, DARWINIA
AAVV, IL PARADISO DEGLI ORCHI N°24 - Speciale 2000!
A cura di Roberto Satolli e Fabio Terragni, LA CLONAZIONE E IL SUO DOPPIO
James G. Ballard, FINE MILLENNIO: ISTRUZIONI PER L'USO
Walter Jon Williams, LA GRANDE ONDA
Walter Jon Williams, LA VOCE DEL VORTICE
Christoper Priest, eXistenZ
Bruce Sterling, CAOS U.S.A.

FUMETTI

UNA CANZONE PER SARA, Nathan Never 102
FUGA DISPERATA, Nathan Never 103
IL NEMICO NELL'OMBRA, Nathan Never 104
MISSIONE NELLO SPAZIO, Nathan Never Speciale 9
IL MINOTAURO, allegato a Nathan Never Speciale 9
IL CORTEO DI DIONISIO, Gea 2

 

Vernon Vinge
QUANDO LA LUCE TORNERA'
(A Deepness in the Sky, 1999)
Milano, Editrice Nord, 1999
(pagine 545, L. 28.000, traduzione di Gianluigi Zuddas)

Con questo romanzo Vernon Vinge compie un'operazione letteraria abbastanza frequente, nei grandi cicli di storia futura: racconta gli antefatti di quanto accaduto in opere già pubblicate.
Infatti, questo romanzo è il presequel, per così dire, di
Universo incostante (A Fire Upon the Deep, '92), e racconta di accadimenti che si svolgono trentamila anni da quelli narrati in questo romanzo.
Vi si racconta, in estrema sintesi, di una guerra su di un pianeta, abitato da una razza intelligente di ragni, avente caratteristiche astronomiche alquanto singolari: gravita, infatti, attorno ad una stella chiamata OnOff, che ha la particolarità di avere due stati che si ripetono ciclicamente, di stella spenta e accesa, cosa che dà origine a particolarità di costume, di cultura, e di ogni altra cosa in quella razza, idea certo non nuova nella Sf (ma chi se le aspetta neppure più, le idee nuove!!), ma che qui viene sviluppata piuttosto bene.
Due le idee "secondarie" che ho rilevato; uno degli stilemi iperclassici della Sf, quello del potenziale riappacificatore di un intervento aggressivo dall'esterno per ricomporre un conflitto (idea che naque, nella Sf, per effetto della Guerra Fredda, per cui si immaginava spesso che, appunto, un attacco di alieni cattivissimi sventasse la temutissima, allora, 3° Guerra Mondiale): "Tutte le nostre guerre diventano ridicoli battibecchi davanti al suo arrivo" (pag.453; "…suo…" equivale ad un'astronave di Terrestri).
L'altra è una considerazione di come la scienza possa estirpare credenze e culture einaridire: "…non ci sarà più Tenebra, né mistero, né profondità dove la mente degli Aracnidi possa riposare. La scienza si porterà via tutto." (pag.262); infatti, a parte le varie belligeranze, allenze, complotti e varie, ciò di veramente interessante che accade, su quel pianeta, è la conquista della Tenebra: gli Aracnidi, infatti, durante la narrazione che si svolge in un lungo lasso di tempo, colonizzano il tempo di Off della loro stella; inventano, cioè, delle tecnologie che consentono loro di poter vivere durante quel tempo, invece che dormire, per poi risvegliarsi in un mondo distrutto dalla sua tremenda riaccensione.
In conclusione, direi che le idee ci sono, e sono buone, ma che, come troppo spesso accade nella Sf, vengono un po’ sprecate; troppo diluite, innanzi tutto, in cinquecento e passa pagine; troppi fronzoli di contorno senza i quali il tutto sarebbe risultato sicuramente molto più leggero, più pregnante; mentre, così, ne risulta una lettura in cui non di rado si rischia lo sbadiglio.
Marcello Bonati

Michael Moorcock
IL DRAGO NELLA SPADA
(The Dragon in the Sword, 1985)
Roma, Fanucci, 1999
(pagine 400, L. 25.000, traduzione di Riccardo Valla)

È, questo, il terzo ed ultimo romanzo del ciclo del Campione eterno (1); in cui Moorcock spiega implicitamente come intenda la fantasy.
L'autore inglese, che è stato curatore di
New Worlds, è uno dei più innovativi che il nostro campo abbia saputo esprimere, e, forse solamente con la Le Guin, l'unico che abbia scritto della fantasy che si distacchi nettamente da quello che, per essa, solitamente si intende.
E questo romanzo lo evidenzia forse più dei numerosissimi altri che ha scritto; qui, infatti, il topos base della lotta fra Bene e Male va ad assumere una connotazione molto differente da quella che si è soliti leggere nei romanzi fantasy, innanzitutto per il suo essere collegata, come effettivamente è, alla realtà storica. Infatti, il Male è rappresentato nient'altro che dal nazismo, sia presente nella trama, che, trasposto nel solito Multiverso in cui si svolge la vicenda.
E vi è nel finale, molto esplicitata, una visione decisamente anomala, che va contro a quell'escapismo assoluto che spesso, e spesso a ragione, viene affiancato alla fantasy: "…adesso sono giunto a comprendere quanto sia ricca, in realtà, la vita che conduco, quanto sia complesso il mondo da me abitato.Una complessità degna di essere apprezzata." (pag.312), frase che viene pronunciata dal protagonista (non più "eroe"), quando è tornato a vivere nella sua Londra, dalla quale era stato chiamato, a vivere le sue incredibili avventure.
L'eroe è affiancato da un personaggio che viene da un universo parallelo nel quale, come in
La svastica sul sole di Dick, il nazismo ha vinto la guerra, e domina il mondo; è penetrato nel Multiverso proprio per cercare un modo per fermare quel Male.
E John Derek, l'incarnazione del Campione Eterno che agisce in questo ciclo, invece, è alla ricerca della Spada del Drago, Mournblade, la sola che possa fermare l'invasione del Caos in quelle terre, minacciando l'Equilibrio.
E, i due, hanno un'altra caratteristica che li accomuna; entrambi sono fra i pochi che possono toccare un determinato oggetto; John Derek la Spada, von Bek, il co-protagonista, niente meno che il Sacro Graal: "La famiglia del mio amico era legata al Graal…un po’ come io, nelle mie varie incarnazioni, ero legato alla spada. " (pag.250)."…ogni razza possiede leggende che riguardano questi rapporti." (pag.301).
Le due ricerche sono, in sintesi, una lo specchio dell'altra, e ovviamente avranno entrambe buon esito (Moorcock, su questo, non ha mai trasgredito!!!!); seguendo le indicazioni magiche che gli sono state date per trovare la spada praticamente per caso, infatti, von Bek indurrà i nazisti del suo mondo, prima della vittoria, ad intraprendere la campagna di Russia come nel nostro universo, e John Derek, trovata la spada, impedirà al Caos (nel Multiverso, infatti, si combatte l'eterna Guerra dell'Equilibrio Cosmico, fra Caos e Legge), di penetrare in quel mondo.
Ma, come abbiamo detto, non è certo questo l'importante; il parallelo fra Caos e nazismo è evidente: ben si vede, ad esempio, nel parallelismo fra l'invocazione degli adepti del primo al suo emissario e quella degli alti gerarchi nazisti agli antichi dèi: "Lord Balarizaaf, Arciduca del Caos, Padrone dell'Inferno, i tuoi servitori ti chiamano! Noi ti portiamo i nostri mondi in dono. Ti offriamo il nostro tributo. Ti portiamo milioni di anime! Ti portiamo sangue e orrore! Ti portiamo il sacrificio di tutte le debolezze! Ti portiamo la nostra forza! Aiutaci, lord Balarizaaf! Porta qui il Caos e che la Legge sia sconfitta in eterno!" (pag.218); "Vengano a noi i mistici poteri dei grandi dèi del Vecchio Mondo, e che ci colmino dell'oscura energia naturale con cui sconfiggemmo i deboli seguaci di quei giudeo-cristiani che avrebbero voluto conquistare la nostra antica terra.Che il nostro sangue-il puro ed inadulterato sangue dei nostri impavidi antenati-scorra nuovamente nelle nostre vene con lo stesso dolce ardore con cui vi scorreva nei giorni più antichi, prima che i nostri onesti, innocenti progenitori fossero corrotti da religioni straniere e orientali.Che la Germania ritorni alla sua pura, autentica identità!" (pag.249 - la sottolineatura è mia).
Vi è una scena centrale nel volume, nella quale von Dek prende il Sacro Graal, indispensabile per trovare la Spada del Drago e, al contempo, involontariamente dà quell'indicazione fatale, nella quale si trovano molti spunti interessanti a riguardo: vi si parla, infatti, così dei nazisti: "Odiano ogni sistema di pensiero che metta in dubbio il loro polpettone di pseudo-filosofia e di sciocchezze a sfondo mistico!", ma, soprattutto: "Sono il peggior genere di nichilisti. Non si accorgono di essere capaci soltanto di distruggere e di non saper creare nulla. Le loro invenzioni sono vuote… Il nazismo non ha una vera storia, non ha sostanza concreta, non ha profondità ne qualità intellettuali. È solo una negazione, una brutale cancellarione di tutte le virtù tedesche." (pag.246), dove risalta la considerazione sul nichilismo.
E l'happy end è fortemente caratterizzato da una vittoria dell'amore non certo banale come purtroppo in troppi romanzi fantasy; vi si dice, infatti, che il potere dell'uomo, quello che ha sconfitto il Caos, è: "…il potere di pensare a un multiverso che non ha bisogno del sovrannaturale." (pag.259), in cui, mi pare, si possa riscontrare una sorta di pensiero sanamente nichilista.Oltre, poi, ad una considerazione sulla Donna più come persona che come oggetto di piacere (e di dominio); ad un'offerta di questo tipo, avanzatagli dall'Arciduca del Caos: "Una così simile a lei (la sua amata) che non ti accorgerai della differenza. Una ancor più bella. E capace di adorarti come nessun uomo è mai stato adorato.", infatti John Derek così risponde: "Che mi importa del fatto che mi adori o no? Io la amo per quella che è. La mia immaginazione non si compiace al pensiero di darle ordini, ma solo al pensiero che esista… E se fossi riunito a lei, anche per poco tempo, troverebbero giustificazione tutti i tormenti che ho sofferto. Con le tue parole, lord arciduca, hai espresso meglio di me la natura del Caos e i motivi per cui mi oppongo a te!" (pag.261).
E così il Campione Eterno ("Sono John Derek, vittima dei sogni di un mondo intero. E sono Erekosë, che nonostante fosse il Campione dell'Umanità distrusse l'intera razza umana. Ma sono anche Urlik Skarsol, il Signore del Castello di Ghiaccio che impugnò la Spada Nera. E Ilian di Garathorm, Elric l'Uccisore di Donne, Hawkmoon, Corum e mille altri…" (pag.9, parole con cui inizia questo romanzo), esce di scena. Dopo aver vagato per eoni nelle mille pieghe del Multiverso, e aver vissuto le più incredibili avventure, torna ad una vita civile, nella Londra del nostro mondo, del reale.
Ma chissà mai…


(1)-Gli altri due sono: "Il campione eterno" (The Eternal Champion, '70), "Urania fantasy" n.28, ed.Mondadori, '90, traduzione di Riccardo Valla; edizione originale: (Dell, '70); ampliamento di "The Eternal Champion", "Science Fantasy", giugno '62, e "I guerrieri d'argento" (Phoenix in Obsidian, '70), "Urania fantasy" n.31, ed.Mondadori, '90, traduzione di Sebastiano Fusco e Riccardo Valla; edizione originale: (Meyflower, '70); poi, col titolo di "The Silver Warriors" (Dell, '73), (vedi la mia recensione in "Algenib notizie" n.7, '91, e in questo sito: http://www.intercom.publinet.it/Cocanights.htm#COCAINE, entrambe in "F.B.C." n.2, ed.Sevagram, '85, nella traduzione di Sebastiano Fusco e Riccardo Valla

Una considerazione a margine: il volume non ha il minimo (a parte i commenti sui risvolti di copertina), apparato critico, ed è costellato di errori tipografici; la traduzione, poi, anche se in generale buona, ha a volte delle sbavature, come quando, parlando di una donna molto simile ad un'altra, si usa "…vicina…", invece che, appunto, "…simile…"

Marcello Bonati

Normad Spinrad
VAMPS
(Vamps, 1994)
Milano, Mondadori, Urania 1376, 1999
(pagine 219, L. 5.900, traduzione di Vittorio Curtoni)

Tossicovampiri (Vampire Junkies, '93): divertentissimo, vi si racconta di un vampiro (un vampiro vero, della Transilvania, con tutti i suoi stereotipi), al quale capita la sventura di mordere una tossicodipendente nella New York odierna. Prenderà da lei, la scimmia, ma le darà la Vita Eterna, facendola diventare, cioè, una Figlia della Notte. La trovata, facilmente intuibile, arriva quando i due capiscono che l'ero non la devono comprare, ma basta succhiarla direttamente dalle vene dei tossici... Ciò che più diverte, comunque, è il linguaggiodel racconto: tutto slang, pieno di metafore, modi di dire ecc. che, frequentemente, inducono al sorriso.
Quello che ti mangia (What Eats You, '91): splatterpunk, bellissimo, è una sorta di rapporto fatto da un poliziotto, che risulta essere, invece, una sorta di sogno psichedelico; e si rivela infatti l'uno e l'altro: quel poliziotto è stato infettato da un morso, che non è un classico morso vampirico, ma della nuova, micidiale droga, alla caccia dei produttori della quale era, con un collega, mentre è stato infettato.
È una droga potentissima, perché proviene, dai laboratori militari degli States: doveva servire a creare dei soldati assolutamente invincibili, ma, completamente svuotati, privati di ogni personalità. Fuoriuscita chissà come, invade le strade: con l'aggiunta di memi fabbricati clandestinamente (personalità di supereroi, personaggi di film e ogni altro), chiunque poteva abdicare al proprio essere persona, e diventare quello che più gli piaceva, ma perdendo praticamente interamente la propria personalità.
Vi si usa, come in ogni buon racconto splatterpunk, un linguaggio davvero forte, fino al limite del vomito: "…continuai a battergli la zucca sul pavimento della toilette finchè non si spiaccicò in un mare di carne e cervella che io mi misi a divorare svidamente." (pag.110).
Il vampiro che non ingrassava (The Fat Vampire, '94): divertente racconto umoristico in cui si immagina di un vampiro alquanto singolare, che infatti non morde sul collo, ma, invitate a pranzo e/o cena le proprie vittime, le fa ingrassare ingoiando enormi quantità di cibo. Loro ingrassano il doppio, lui…niente. Con finale a rovesciamento, qui particolarmente riuscito. Divertenti, anche, varie ironizzazioni sul topos "vampiro": "Armand Kubescu la guardò come un vampiro da film di serie B… Non mi dica che lei dorme in una bara e beve sangue!" (pag.118); "…Bela Lugosi in quei cretini vecchi film di vampiri." (pag.127).
Insomma, anche in questa raccolta la prorompente vitalità narrativa di Spinrad si esprime in maniera…scoppiettante, puntando all'effetto comico, certo, ma trattando, eccetto che nell'ultimo racconto, di problematiche purtroppo estremamente attuali.
A completare il volume, visto che l'antologia vera e propria arriva solamente a pag.138, c'è il romanzo breve
Il continente perduto (The Lost Continent, '88), tratto dall'antologia omonima.
Da consigliarsi sicuramente.
Marcello Bonati

Robert C. Wilson
DARWINIA
(Darwinia, 1998)
Roma, Fanucci, 1999
(pagine 330, L. 25.000, traduzione di Maurizio Nati)

Nell’anno 1912 un inspiegabile cataclisma "naturale" trasforma improvvisamente il continente europeo in una sorta di foresta primordiale completamente selvaggia, abitata da specie vegetali e animali sconosciute all’uomo del XX secolo. Una spedizione scientifica ha il compito di far luce sul mistero che si cela in Europa, con risultati infausti per la missione stessa ma che permetterà al protagonista, Guilford Law, di prendere coscienza della sua vera essenza e del suo destino, indissolubilmente legato a quello dell’ intera umanità.
Tradotto e pubblicato con una tempistica non comune per l’editoria di FS in Italia, Darwinia è stato presentato in più sedi come un libro importante ed autorevoli esperti americani lo hanno inserito nella lista dei migliori romanzi dell’anno (1998 N.d.R.). Con queste premesse mi sono dedicato alla sua lettura con grandi aspettative, convinto di trovarmi di fronte a qualcosa di paragonabile a Foresta di cristallo di James G. Ballard. Purtroppo la realtà si è rivelata essere ben diversa: Darwinia è infatti classificabile come un’opera di "Terrore cosmico" di lovecraftiana memoria, una sorta di revival della letteratura del soprannaturale che andava di moda all’inizio del secolo, ma che ormai rischia di scivolare nel delirio millenaristico. L’esplorazione di questo nuovo mondo dalla geografia sconosciuta, con tanto di edifici misteriosi costruiti da entità maligne e di abissi che nascondono orrori innominabili, ricorda da vicino i racconti di William Hodgson (anche se con minor intensità visionaria) e soprattutto quelli di Abraham Merrit per un certo gusto per il particolare esotico. Si tratta comunque della solita battaglia delle forze del bene contro quelle del male con l’inevitabile resa dei conti nel finale. Anche se l’autore prova a dare una spiegazione pseudoscientifica agli eventi, il risultato è nebuloso ed alquanto approssimativo: una confusa visione della struttura dell’intero universo che la rivista Locus ha purtroppo osato affiancare a quella, ben più lucida e affascinante, del teologo francese Teillhard de Chardin.
Nel libro si assiste inoltre alla colonizzazione dell’Europa da parte degli Stati Uniti, con tanto di cannoneggiamento di Londra; uno spunto inquietante che poteva portare ad interessanti riflessioni sull’attuale tensione nei rapporti commerciali tra USA e UE, ma che nel romanzo non viene affatto sviluppato. Detto questo bisogna riconoscere che la lettura di Darwinia è molto scorrevole e anche se latita dal punto di vista dei contenuti riesce comunque ad avvincere il lettore grazie ad un buon ritmo e una suspense ben distribuita nell’arco della narrazione. Una lettura quindi leggera, adatta a chi è in cerca di svago, ma che c’entra poco con la fantascienza (nonostante il dorso della copertina rechi il termine Science Fiction) proprio perché privo di qualsiasi speculazione scientifica o sociologica.
Riccardo Giandrini

AAVV
IL PARADISO DEGLI ORCHI N°24 - Speciale 2000!
(pagine 68, L. 6.000)
abbonamento a 4 numeri £ 24.000, da versare sul c/c postale 98503006 intestato ad: Alfredo Ronci, Via Stazione di Colle Mattia n° 75 - 00132- Roma (arretrati £ 8.000 l'uno). La rivista è acquistabile anche nelle librerie Feltrinelli

Per conoscere e capire le tendenze letterarie di questi ultimi anni è indispensabile fare qualche ricerca sulla rete oppure acquistare alcune di quelle riviste semiprofessionali, estranee ai grossi circuiti di distribuzione, che riescono, grazie alla loro indipendenza dalle "logiche del mercato" e ad una grande passione per la letteratura, a fare proposte innovative, a sperimentare e in ultima analisi a valorizzare e quindi diffondere le opere più significative che altrimenti passerebbero inosservate.
Una di queste riviste è proprio il Paradiso degli Orchi. Ricordo ancora con nostalgia i primi numeri della rivista quando, anticipando l’attuale moda per il noir e per la commistione dei generi letterari, la redazione si prodigava a presentare ai suoi lettori i romanzi di scrittori (soprattutto sudamericani e francesi) come Pennac e Taibo II che successivamente sarebbero diventati delle vere e proprie "star". Oppure nel settore della fantascienza, quando venivano analizzati, con taglio meno specialistico e ricollocati in un contesto culturale più ampio, i protagonisti del cyberpunk,, o ancora si salutava la rinascita della FS britannica e veniva divulgata, per mezzo di uno speciale, la FS francese ora tanto in auge. Progressivamente la rivista ha poi spostato il proprio interesse nel campo più generico della letteratura italiana, intraprendendo diverse collaborazioni con autori emergenti e andando continuamente alla ricerca di nuovi talenti.
Per tornare al numero in questione si può dire che si tratta di un sincero ed intelligente commiato dal secondo millennio. Attraverso 19 micro racconti di altrettanti autori, vengono presentati, attraverso uno stile sempre diverso, 19 personaggi che hanno contribuito in qualche modo a creare la nostra società o a plasmare la nostra cultura e il nostro modo di sentire. Si passa quindi da Gandhi a Billie Holiday, da Dio a Groucho Marx, da Dostoevskij al subcomandante Marcos. Oltre alla redazione al gran completo sono stati "arruolati" in questo progetto alcuni nomi noti come Valerio Evangelisti (suo l’ironico pezzo su Dio), Barbara Garlaschelli e Sandro Veronesi (il suo racconto dedicato a Fred Astaire mi sembra uno dei più riusciti insieme a quello di Giovanna Repetto sui "cantori della morte" Francois Villon e De Andrè). Una lettura senz’altro da consigliare a tutti, ma soprattutto a quelli scrittori (compresi quelli di fantascienza naturalmente!) spesso troppo indaffarati a correre dietro alle mode letterarie e alle esigenze del mercato editoriale, per ascoltare la propria voce interiore e per cercare di capire il mondo che ci circonda.
Riccardo Giandrini

A cura di Roberto Satolli e Fabio Terragni
LA CLONAZIONE E IL SUO DOPPIO
Roma, Garzanti, 1999
(pagine 192, L. 22.000)

Continuando la mia personale documentazione su temi scientifici attuali, che stanno investendo l’interesse (o, meglio, hanno investito) dell’opinione pubblica e politica del paese, mi sono imbattuto in questo interessante volume che cerca di fare il punto su un caso che ha provocato una serie di reazione scomposte e spesso abnormi sia dell’opinione pubblica che della classe politica del paese: la clonazione.
Risulta evidente, a fine di una lettura piacevole, che con un linguaggio diretto ed accessibile cerca di spiegare anche ai profani cosa significhi questo termine e dove possano portare gli esperimenti ad esso connesso.
L’etica religiosa e parte di quella laica demonizzano questi esperimenti che porterebbero alla duplicazione di un essere umano, ma ciò non è necessariamente vero.
I curatori cercano di illustrare tutte le possibilità, i problemi, gli intrecci tra scienza e politica, scienza e affari che un’affare del genere potrebbe portare. E se in qualche modo riescono a mettere in guardia il lettore dai pericoli più immediati, da quelli più facilmente verificabili, riescono anche ad illustrare che potenzialità di sviluppo per certe malattie oggi incurabili la clonazione potrebbe rendere concrete.
Un esempio per tutti, clonare cellule da sostituire a quelle degenerate dei malati di morbo di Parkinson, o magari ricerche per permettere a genitori portatori di malattie genetiche di avere figli sani.
La documentazione portata dai curatori (estratti stampa, elementi che mettono in seria discussione l’effettiva clonazione della pecora Dolly – o almeno il metodo – da parte dei ricercatori scozzesi) è estremamente valida e completa, e forma un ottimo compendio per assumere quelle nozioni di base che permetteranno al lettore una valutazione più obbiettiva di un fenomeno così importante come la clonazione. Argomento, tra l'altro, trattato recentemente e meno recentemente dalla letteratura di fantascienza molto frequentemente. Una specie di pioniere della clonazione, direi.
Roberto Sturm

James G. Ballard
FINE MILLENNIO; ISTRUZIONI PER L'USO
(A User's Guide to the Millennium, 1996)
Milano,
Baldini & Castoldi, 1999
(pagine 423, L. 32.000, traduzione di Antonio Caronia)

Se è vero come penso anch’io, anche se non ricordo chi lo ha recentemente affermato – forse più di una persona – che il ‘900 è stato il più lungo dei secoli, non poteva mancarne una sintesi, un excursus tra i personaggi, i fenomeni, gli artisti, i libri e le opere i film più significativi del periodo. E questo libro in cui sono raccolti interventi e articoli giornalistici di uno degli scrittori più sui generis attualmente in circolazione, James G. Ballard, pubblicati dal 1962 al 1995, lo fa mantenendo intatte le peculiarità dell’autore, immergendoci in lettura interessante e paradossale, ironica e grottesca, inconsueta e visionaria.
Del resto Ballard, con le sue opere, ci ha abituato a queste caratteristiche che, nonostante l’arco di tempo lungo da cui sono raccolti i suoi pezzi, sono rimasti inalterate. Anzi, si sono in un certo senso rafforzate.
Passando attraverso Casablanca e Nancy Reagan (veramente eccezionale il pezzo a lei e il marito dedicato), Elvis Presley e Andy Wharhol, Dalì e il surrealismo, Burroughs e Einstein, coca-cola e Mein Kampf e tantissimo altro, Ballard riesce a ripercorrere quest’ultimo secolo con una visionarietà di cui può essere capace, forse, solo uno scrittore di fantascienza.
Gli spunti interessanti sono moltissimi, anche alcuni elementi che Ballard farà suoi per alcune delle sue opere è palese.
Un libro imperdibile, soprattutto – ma non solo – per gli ammiratori di Ballard.
Roberto Sturm

Walter Jon Williams
LA GRANDE ONDA
(The Rift, 1999)
Milano, Rizzoli, 1999
(pagine 808, L. 35.000, traduzione di Marcella Calzolari)

Ora che quasi tutti i suoi romanzi più importanti sono stati recuperati in Italia (e ancor più lo saranno con le prossime uscite annunciate da Fanucci per la rivista Solaria) è diventato più facile avere una percezione dell’assieme dell’opera di Walter Jon Williams. E ci si può quindi fare un’idea più chiara del suo talento, in positivo e in negativo.
Non c’è dubbio infatti che Williams abbia una capacità insolita: quella di imitare splendidamente stile e tematiche di altri autori. E, come altri autori della sua generazione, incluso il ben più bravo Swanwick, è partito dalle imitazioni cyberpunk per passare a quelle (modernizzate) di autori classici come Alexei Panshin, Roger Zelazny o Jack Vance. Solo che, mentre Swanwick durante questo processo ha trovato una voce personale, Williams è rimasto un po’ al di qua del guado, alla ricerca continua di un modello. La sua originalità si ritrova semmai in opere come Metropolitan, che, senza essere capolavori assoluti, rappresentano notevoli esercizi di immaginazione e di stile.
Con La grande onda ci troviamo invece parecchi gradini più in basso, anche perché il prodotto è stato confezionato per un mercato molto diverso: quello dei grandi best seller, non quello della fantascienza. Anche se lo spunto è fantascientifico a pieno diritto, ed è rappresentato da un terremoto che replica nella vallata del Mississippi gli effetti del grande terremoto del 1811… in un contesto decisamente più popolato, quello del nostro "presente esteso".
La cosa strana è però che Williams, scrivendo per un pubblico non specializzato, è costretto a giocare relativamente sottotono. Siamo quindi ben lontani dagli effetti che si ritrovano, per esempio, in Una ruga sulla terra di John Cristopher, grande classico del "catastrofismo" inglese degli anni Cinquanta. Le manifestazioni più spettacolari dell’evento sono descritte quasi solo di striscio, e l’attenzione dell’autore si rivolge soprattutto al nutrito cast di personaggi.
È qui tra l’altro che si innesta l’unico concetto originale del libro, una delle poche cose che lo rende qualcosa di più di uno sciatto copione: l’idea che il sisma fornisca a molte comunità il pretesto per sistemare il mondo a propria immagine e somiglianza. Anzi, in particolare, lo fornisce a un radiopredicatore apocalittico e allo sceriffo di una piccola cittadina del Sud. E su questi punti il tono della narrazione recupera una parte della forza che manca nel resto del romanzo – anche perché i "cattivi" sono decisamente più sfaccettati e multidimensionali rispetto ai "buoni". Ma né questo né i riverberi letterari che ogni tanto si intravedono (per esempio l’idea del ragazzino bianco che discende il Mississippi assieme a un nero adulto, che Gary K. Wolfe su Locus ha giustamente ricollegato a Twain e al suo Huckleberry Finn) riescono a salvare un romanzo tutto sommato quasi privo di anima.
in collaborazione con l'Enciclopedia Digitale della Fantascienza :
Mirko Tavosanis
[15 gennaio 2000]

Walter Jon Williams
LA VOCE DEL VORTICE
(Voice of the Whirlwind, 1987)
Roma, Fanucci, Solaria 0, 1999
(pagine 333, in omaggio con il numero 1 - L. 6.900, traduzione di Elena Gigliozzi)

Le dimensioni sono quelle del formato pocket (le stesse di Urania, per intendersi), l'aspetto grafico non è inutilmente troppo ricercato, ma risulta piacevole e moderno: così si presenta Solaria, la nuova collana mensile da edicola di Fanucci, che forse non avrà fatto "tremare l'universo intero" come annunciava la campagna pubblicitaria, ma ha sicuramente fatto palpitare il cuore a molti appassionati italiani di fantascienza.
E promette di farli palpitare a lungo...
Allegato ai primi due numeri (il numero uno ed il numero zero in omaggio) troviamo il Futuro News, bollettino trimestrale dell'editore romano, dove viene presentato il primo anno di programmazione della collana.
Non sto a riportare in questa sede i singoli titoli dei romanzi che verranno presentati (dodici uscite mensili, più due numeri speciali), che potete trovare insieme alla quarta di copertina e ad un breve profilo degli autori nel sito della Fanucci, www.fanucci.it, ma mi limito ad osservare che i titoli proposti per questo primo anno di attività rispecchiano gli intenti della collana, che Sergio Fanucci esplicita nell'editoriale di presentazione: mostrare che la fantascienza non è "solo lettura di evasione ma strumento di crescita e meditazione del divenire quotidiano". Una scelta impegnativa, coraggiosa, che sarebbe stata più completa se nella lista fosse stato compreso un autore italiano. Peccato per l'occasione persa, anche se è persa solo a metà: già in questo numero zero viene bandito un concorso per autori nostrani, rigorosamente riservato alla fantascienza, di qualsiasi lunghezza (e questo è un potenziale elemento di novità: da questo concorso potrebbero nascere anche delle antologie...).
Oltre a queste buone premesse, Solaria si propone di affiancarsi ad Urania e smuovere una situazione stagnante da molti anni: la speranza degli appassionati è che, evitando inutili faide, lo sforzo di proporre romanzi interessati sia raddoppiato e da entrambe le parti, arrivando a presentare in Italia anche romanzi o autori ingiustamente trascurati, come Kathleen Ann Goonan, Elizabeth Hand e molti altri.
Questo romanzodi Walter Jon Williams, ambientato nello stesso universo narrativo di Guerrieri dell'interfaccia (presentato da un dettagliato profilo dell'autore di Sandro Pergameno, sarà consuetudine per i romanzi della collana), letto nel 2000 non brilla per originalità.
Il protagonista, Steward Beta, è il clone provvisto di tutti i ricordi del suo originale Alfa, tranne l'ultimo anno di vita, che è però fondamentale per capire le ragioni della morte di Steward Alfa.
Se l'idea di base - questa contrapposizione tra un protagonista morto ed il suo ricordante vivo ma privo dei ricordi fondamentali per la giustificazione della propria esistenza - ed alcune suggestioni di contorno - la società aliena che aleggia sul mondo umano, l'addestramento zen del protagonista - sono molto buone, lo svolgimento della trama vanifica in gran parte l'originalità e l'impatto sul lettore di queste idee: l'avventura si dipana in una lunga ed annacquata serie di colpi di scena più o meno prevedibili, in un'atmosfera cyberpunk molto classica (corporazioni multinazionali, interfacce informatiche, personaggi da hard-boiled). I tredici anni che separano la traduzione italiana dalla pubblicazione dell'originale penalizzano molto la lettura, accentuando le similitudini tra questo romanzo ed i classici cyberpunk di Gibson e Sterling, ma paradossalmente, anche viste le recenti pubblicazioni di altri romanzi di Williams (La grande onda, Metropolitan), ne accentuano l'importanza storica e consentono di valutare e scoprire l'evoluzione di questo scrittore.
Marco Mocchi

Christoper Priest
eXistenZ
(eXistenZ, 1999)
Milano, Mondadori, supplemento ad Urania 1374, 1999
(pagine 207, L. 7.000, traduzione di Gaetano luigi Staffilano)

Novelization del nuovo film di Cronenberg, eXistenZ romanzo è un bellissimo gioco, un gioco letterario, che si basa sulla struttura del reale; nel romanzo è un nuovo gioco virtuale, e qualcosa di più: "…eXistenZ è molto più di un gioco….È un sistema di gioco." (pag.27).
Inizia con la presentazione di esso, e finisce con la presentazione di un altro.
E, in mezzo, tutta una serie di sbalzi, di slittamenti della realtà: "Penso che in questo tipo di giochi ci sia un elemento di psicosi. Non so più dov'è realmente il mio corpo, dov'è la realtà… ciò che ho fatto davvero o che non ho fatto." (pag.126); "La realtà non mi sembra reale come prima. Non sono sicuro che questo… sia un luogo reale." (pag.129); "La realtà è fragile cosa… Molti pensano che la realtà debba essere ovviamente la cosa più solida di tutte, invece spesso non lo è. Realtà interiore, realtà emotiva, realtà immaginata…sono tutte plausibili quanto la realtà esterna o obiettiva. E poi, cos'è la realtà, senza uno che la osservi o la misuri? La realtà in tutte le sue forme è ora minacciata, ora più che mai. Viene erosa e dilavata nella deformante tempesta della non-realtà, che si maschera da realtà e alla fine la sostituirà, se non muoviamo i passi appropriati. La non-realtà è deforme, storpia, zoppicante, orribile, patetica e minaccia di inghiottirci tutti quanti." (pagg.144-5).
per giocare ad
eXistenZ è necessario inserire un OmbiCord, un cavetto di connessione, nella propria bioporta, una sorta di spina, simile alle porte dei computer, ma biologica, che quasi tutti, nel futuro in cui è ambientato il romanzo, hanno impiantata nel proprio corpo: "…il biglietto d'ingresso per un'intera gamma di esperienze sessuali i cui brividi potevano essere solo immaginati da chi ancora non aveva l'impianto." (pag.16).
E che porta a vivere in un mondo modellato dall'inconscio dei giocatori, che subiscono anche un effetto di dilatazione temporale.
Anche qui, dunque, come nel miglior cyberpunk, sono fortissimi gli influssi della poetica dickiana: "…trovo che il gioco confonde… la sensazione di essere intrappolati lì dentro… che, quando ne usciamo, il posto sarà lo stesso che avevamo lasciato." (pag.160 - la sottolineatura è mia); "Siamo ancora dentro il gioco, credo! Non siamo tornati alla realtà, ma siamo senza dubbio in un sottoinsieme del gioco che dovrebbe dare l'impressione della realtà. È l'unica spiegazione sensata." (pag.181).
Il mondo in cui i protagonisti, un uomo e una donna, si trovano ad agire, è popolato da mutazioni, e, soprattutto, dalle loro proiezioni inconscie (e, se vi si fa attenzione, si può intuire, da ciò, il finale), e "…il libero arbitrio non è un fattore del suo piccolo gioco…" (pag.137).
E immaginativo.
Fortemente immaginativo.
A volte spaventevole, a volte divertente fino al sorriso, ma, sempre, con pochissime e lievi cadute di tensione, immaginativo; dell'immaginificità di Cronenburg; cruenta e…carnale.
Sparse qua e là vi sono anche delle considerazione, per così dire, più serie: "La rivoluzione industriale ha portato la gente nelle città e la rivoluzione dei sistemi, sta portando la gente di nuovo fuori." (pag.42); "[…] la realtà virtuale fornisce una dimensione aggiuntiva. Si può esplorare il mondo intero, più del mondo intero col semplice uso della mente." (pag.55); "… è un gioco che ognuno gioca già. Noi lo chiamiamo
eXistenZ … tutti gli altri lo conoscono come Esistenza. La vita … .La realtà. Non occorre metterlo in commercio. Basta far sapere al mondo che è pronto e il mondo viene a unirsi a eXistenZ. Un prodotto che si vende da solo. Fantastico!" (pag.164).
Sinceramente, non avendo visto il film, non so dirvi fino a che punto Priest vi sia rimasto fedele; di sicuro posso dirvi che la lettura del romanzo è un'esperienza entusiasmante, vi si viene trascinati dentro come in un vortice, dal quale difficilmente ci si riesce a staccare; il gioco delle scatole cinesi, alla fine, come nel miglior Dick, rimane aperto, spalancando una voragine di orrore: ""Questo è ancora il gioco, vero?"…"Penso che potresti non scoprirlo mai"" (pag.207), ma…
Marcello Bonati

Bruce Sterling
CAOS U.S.A.
(Distraction, 1998)
Roma, Fanucci, 1999
(pagine 528, L. 28.000, traduzione di Carlo Borriello)

Quest'ultimo romanzo di Sterling è, come dice il titolo originale, una distrazione, un gioco divertito, in cui lo scrittore si diverte, appunto, ad immaginare un nostro futuro prossimo fra i più improbabili, ma in uno scenario che purtroppo non lo è affatto; e, credo, sia proprio su questo effetto di contrasto che abbia, per così dire, puntato le sue carte.
Il romanzo è ambientat,o come molte opere di Sterling, in un futuro prossimo, in cui lo sfruttamento smodato delle risorse naturali del nostro pianeta ha portato a quel collasso ecologico che sappiamo essere estremamente probabile: "…livello dell'oceano sempre più alto.. uragani disastrosi…" (pag.159), e molto altro; e in un'America in cui, in aggiunta, c'è stato un tracollo economico globale, dovuto ad un'improbabile: "…sconfitta subita…nella guerra economica…i cinesi, che avevano reso disponibili sulle reti, gratis, tutte le proprietà intellettuali in lingua inglese…il software non aveva più alcun valore economico." (pag.127).
Vi si racconta, in estrema sintesi, di una storia ironico/improbabile alla "La seconda guerra civile americana", in uno scenario che politicamente è completamente disgregato, di soldati che taglieggiano i cittadini sulle strade, bande nomadi che hanno adottato svariati e variopinti sistemi sociali, fra cui spicca una strana forma di "…socialismo digitale…", che ha una forma davvero strana di livellamento sociale, fondato sulla rispettabilità.
E ancora una volta, tema centrale di tutta l'opera di Sterling, quel sentire che viviamo tutti, tutti i giorni, quello shock del futuro, "…tutto cambia troppo in fretta e in modo troppo complesso perché qualsiasi cervello umano possa tenersi al passo." (pag.233) è il vero tema anche di questo romanzo.
Ma la narrazione risulta in alcuni lunghi - troppo lunghi - tratti eccessivamente tediosa, un po’ troppo stiracchiata; l'irrilevanza del fatto attorno al quale gravita il racconto, lo rende pesante, nonostante certe idee, come la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti d'America all'Olanda, lo alleviano di molto; in altre parti, invece, pare che la fantasia di Sterling si sia lasciata un po’ più andare e ci si riesce anche a divertire.
Il tutto punta anche sul protagonista, un clone dalle capacità strordinarie; questa cosa determina però una sua debolezza di salute: ha una sorta di capacità che porta a riuscire a concentrarsi su due cose contemporaneamente, sperimentata intenzionalmente, e non soltanto su di lui, e che ha svariati risultati; tema non troppo esplicito del romanzo è la schizofrenia, lo sdoppiamento della personalità, raccontato da un'angolazione del tutto nuova.
Carlo Formenti, in Fantascienza e manifesti populisti alle radici della rabbia (Corriere della sera del 2/12/'99), dice che, a suo parere, alla radice delle manifestazioni, anche violente, in occasione del Wto, ci sarebbero certe idee promulgate dal cyberpunk, e vi menziona, ampiamente questo romanzo.
Certo, le genti americane sono molto inflenzabili (e influenzate) dai media, ma non so davvero se una cosa simile sia sostenibile.
Altri contributi critici: - Anno 2044, cyber-proletari in fuga dall'America, di Carlo Formenti, Corriere della sera del 7/12/'99
Marcello Bonati

Soggetto e sceneggiatura: Michele Medda
Disegni: Roberto De Angelis
UNA CANZONE PER SARA - Nathan Never 102
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 98, L. 3.500

Numero decisamente insolito, ma molto importante nell’economia della testata fantascientifica della Bonelli.
Nathan si trova infatti a dover far fronte a due eventi molto particolari: deve scoprire chi ha tentato di ucciderlo in casa di Hadija e nel frattempo, mentre la partner è lontana, riceve un invito a cena da Sara Mc Bain….
Sara è un personaggio importantissimo per la serie – è con lei che Nathan tradiva la moglie mentre questa veniva uccisa dal maniaco Ned Mace – ma mai prima di adesso era entrata nel vivo della scena…. Finora infatti è sempre rimasta relegata nel background della vita di Nathan, limitandosi a un paio di casuali, fugaci e professionali incontri nel palazzo di giustizia. Finalmente sembra arrivato il momento di un confronto fra i due, confronto di cui non dico nulla per non rovinare la lettura.
Per questo motivo cercherò di passare direttamente a un commento della storia, senza indugiare oltre sulla trama.
Per quel che riguarda la sceneggiatura non si può dire nulla, se non che alcuni lettori di vecchia data potrebbero rimanere delusi dalla vicenda… insomma questo era un incontro molto atteso e alla fin fine si può dire che non risolva più di tanto, lasciando molti interrogativi in sospeso….
Questo albo è opera di Michele Medda, uno dei "papà" di Nathan, l’unico che mancava all’appello dei festeggiamenti per il centesimo numero della serie. Per questi "festeggiamenti" Serra ha preferito chiudere un ciclo narrativo, con La vendetta di Selena (NN #99), mentre Vigna ha voluto gettare le basi per una nuova serie di eventi (NN #100); Medda invece sembra aver deciso di portare in scena un personaggio di cui tutti i lettori sanno tutto…. e nulla! E sicuramente è riuscito nell’intento di riportare in scena Sara, di cui sicuramente sentiremo parlare in futuro sempre più frequentemente…
Dal punto di vista grafico invece ci troviamo di fronte a un’altra grande prova di Roberto De Angelis, che non risente assolutamente del super-lavoro cui si è sottoposto nell’ultimo periodo (sue sono le tavole dei nn. 99 e 100). Come al solito infatti De Angelis si dimostra totalmente padrone della tavola, scegliendo in maniera ottima le inquadrature, realizzando espressioni e pose dei personaggi in maniera eccellente – e va sottolineato come in questo numero siano di fondamentale importanza le espressioni dei personaggi, proprio per la natura introspettiva della storia.
Un albo che ha poco di fantascientifico, quindi decisamente sconsigliato per chi legge NN solo saltuariamente e vuole trovare storie di sf, ma che risulta tuttavia ben scritto e disegnato. Impedibile per i lettori di vecchia data (che comunque avranno già provveduto a procurarselo).
Giovanni Delibra

Soggetto e sceneggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Massimiliano Bertolini
FUGA DISPERATA - Nathan Never 103
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 98, L. 3.500

Ecco un numero di Nathan Never di cui preferirei non parlare… Perché? Beh, perché secondo me è un albo di cui si può fare benissimo a meno, con una trama fiacca e soporifera, totalmente priva di avvenimenti importanti. Unica cosa da segnalare è l’ennesima apparizione di Aristotele Skotos alla fine dell’albo, che mostra un altro assaggio di quello che ci dovremo aspettare nei prossimi mesi. Peccato che il flash in questione sia totalmente slegato dal resto della storia, che come dicevo ha ben poco da offrire.
Prima di tutto gli appassionati di sf che non riescono a soffrire le storie "investigative" di Nathan sappiano che questa è proprio una storia di quel tipo, dove di sf non c’è davvero nulla… e di solito passo per uno che ha una concezione fin troppo "ampia" di termini come fantascienza e fantasy.
La trama può essere riassunta in due parole: Nathan si trova ad aiutare una vecchia amica della polizia, cui è stata affidata la custodia di un pubblico ministero in procinto di aprire un importante processo contro un noto mafioso. Con queste due righe ho riassunto almeno l’80% della storia, che continua poi con uno scontatissimo "colpo di scena" finale.
Vi sembra che abbia demolito questo albo? Beh ancora non ho parlato dei disegni!
Al termine della lettura ero quasi convinto che questo fosse il primo lavoro di Bertolini, ma la scheda presente nell’introduzione mi ha smentito…. Bertolini infatti ha firmato altri albi in precedenza, albi decisamente migliori di questo. I personaggi infatti risultano decisamente inespressivi, con pose poco credibili, gli sfondi sono poco curati e nella maggior parte delle vignette totalmente assenti …. infine risulta anche abbastanza discutibile la scelta delle inquadrature – che però potrebbe anche essere dovuta alle indicazioni dello sceneggiatore…
Beh penso di aver detto tutto: trama inesistente, disegni mediocri… praticamente da evitare come la peste, secondo me uno dei peggiori numeri di tutta la serie.
Giovanni Delibra

Soggetto e sceneggiatura: Michele Medda
Disegni: Stefano Casini
IL NEMICO NELL'OMBRA - Nathan Never 104
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 98, L. 3.500

Con questo numero inizia la tanto attesa Saga Alfa, ciclo di storie che terminerà a maggio, che promette di rivelare molti misteri dietro la fondazione dell’Agenzia Alfa, svelare cosa stanno complottando Siggy e Reiser da ormai una decina di albi e riportare in scena il nemico n° 1 di Nathan: Aristotele Skotos.
La trama dell’albo è all’incirca la seguente: Reiser incarica Legs e Nathan di scoprire chi abbia assoldato un sicario per rubare i dati in possesso di una ricordante che lavorava per l’Alfa.
Il principale dell’agenzia non vuole indietro i dati, ma semplicemente scoprire chi abbia commissionato il furto... il tutto senza dare un minimo di spiegazione ai suoi migliori agenti.
Chi è il misterioso mandante? Beh, è Skotos – il lettore lo sa fin dal principio della storia… cosa c’era nei file rubati? Beh, c’era la spiegazione al nervoso comportamento di Reiser e Sigmund. Come continuerà la storia? Vorrei tanto saperlo!
Insomma questo albo funge da vero e proprio prologo alla saga, rivelando solo parzialmente quali sono i timori e le decisioni di Reiser….. e la decisione che prende alla fine dell’albo è veramente sbalorditiva e preannuncia un forte cambiamento nella struttura dell’Agenzia.
Di più non dico – forse in effetti ho già parlato troppo!
Passiamo a un commento, iniziando dall’aspetto grafico della storia. Apre l’albo una stupenda copertina di Roberto De Angelis, secondo me una delle migliori in assoluto.
Le tavole invece sono di Stefano Casini, disegnatore su cui anni addietro non avrei puntato neanche una lira, che invece continua a migliorare ad ogni albo che realizza. Secondo me è innegabile che debba ancora lavorare sulle figure, troppo spesso insopportabilmente spigolose, ma ormai padroneggia con disinvoltura l’impostazione della tavola, le pose dei personaggi e soprattutto l’uso del chiaroscuro – essenziali in un fumetto in bianco e nero come NN. Secondo me questo albo è l’ennesima riprova che, col passare degli anni, Casini è passato da ruota di scorta dello staff di Nathan a colonna portante dello stesso.
Per quanto riguarda la storia, è indubbio che funga da prologo all’intera saga: da un lato sembrerebbe rivelare molto, ma alla fin fine ci si accorge di saperne quasi meno di prima!
Nonostante ciò Medda è indubbiamente riuscito a mettere insieme una trama avvincente, con un ritmo serrato e un cliffhanger finale che farà passare notti insonni ai fan di vecchia data di Nathan, che non aspettano altro che un nuovo incontro con Aristotele.
Evidenti risultano i riferimenti al cyberpunk di Gibson, in particolare a Johnny Mnemonic, sicuramente fra i più noti – e imho deludenti – film di sf.
Personalmente sono convinto che non sia semplice scrivere un prologo a un evento annunciato, perché troppo spesso si rischia di cadere nel banale o di svelare troppo presto particolari importanti: Medda invece è riuscito benissimo a bilanciare azione e rivelazioni, tenendo accesa l’attenzione del lettore per tutte le tavole dell’albo.
Concludendo: un albo veramente ben scritto, con un ritmo incalzante e soprattutto ben disegnato.
Giovanni Delibra

Soggetto e sceneggiatura: Alberto Ostini & Stefano Piani
Disegni: Paolo Di Clemente
MISSIONE NELLO SPAZIO - Nathan Never Speciale 9
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 130, L. 6.500

La storia si apre con Nathan in prigione, arrestato su una stazione spaziale. E’ proprio lui che ci narrerà come ci è finito, indagando su una serie di incidenti che si sono verificati su un asteroide–miniera.
Beh per una volta forse sono riuscito a riassumere la vicenda senza fare nessuna anticipazione, per cui mi fermo qui passando direttamente a un commento.
Innanzi tutto partiamo dalla sceneggiatura: secondo me risulta buona l’idea di far descrivere i fatti direttamente a Nathan, che li rievoca dalla sua cella a favore del lettore. La storia inoltre risulta un mix abbastanza bilanciato di investigazione e fantascienza – cosa un po’ rara nell’ultimo periodo. Quello che però proprio non va è la mancanza di ritmo… insomma di solito leggo gli albi tutti d’un fiato, mentre in questo caso ho interrotto almeno tre volte. Probabilmente le 30 pagine in più rispetto al solito hanno portato gli autori ad essere troppo prolissi, indugiando su particolari di secondaria importanza. Da questo punto di vista quindi, sarebbe stato meglio riservare questa storia alla serie regolare, che ha albi più corti.
Lodevole tuttavia l’affiatamento della coppia Ostini-Piani, che è riuscita a scrivere una storia omogenea in cui risulta impossibile stabilire chi dei due abbia curato le diverse sequenze.
Da segnalare alcuni riferimenti al primo Alien e ad un vecchio film di sf di cui non ricordo assolutamente il titolo!
Per quanto riguarda i disegni, partiamo dalla copertina, disegnata come al solito da Claudio Villa (sue infatti tutte le cover degli speciali). Villa secondo me è un buon disegnatore, ma troppo lontano dagli scenari di sf per potersi permettere di disegnare una cover ambientata nello spazio… insomma è decisamente bruttina e per di più viene rovinata da un thumbnail della copertina dell’allegato di Sigmund e dal codice a barre…. Qualcuno mi vuole spiegare l’utilità del thumbnail e la necessità di mettere proprio lì il codice a barre? Misteri dell’editoria!
Passiamo ai disegni, dove troviamo John Romita Jr! Come? Non è JRJr ma Paolo di Clemente? Beh mi sono sbagliato!….. pensare che JRJr l’ho pure incontrato a Lucca!
Tutta questa scena per sottolineare l’indubbia ispirazione di Di Clemente allo stile di JRJr (uno dei più apprezzati disegnatori di supereroi americani)… per qualcuno un’imitazione così spudorata potrà essere un difetto, altri invece l’apprezzeranno, vuoi perché fan di Romita, vuoi perché le tavole sono effettivamente ben fatte, con un sapiente uso dei chiaroscuri – forse la caratteristica fondamentale di JRJr. Ottima anche la sequenza delle inquadrature e l’uso dei primi piani, da sempre bestia nera dei disegnatori di tutto il mondo. Da sottolineare infine come il bianco e nero si addica molto di più dei colori ad un tratto alla JRJr…
Beh non me ne voglia Di Clemente, ma l’effetto "clonazione" è fin troppo evidente… e comunque sia è riuscito sicuramente a non far rimpiangere l’illustre originale!
Concludendo: una storia un po’ troppo lenta, ma per il resto abbastanza intrigante – Nathan si è alla fine procurato un nuovo nemico – e ben disegnata, che vi piaccia o meno JRJr. Forse il prezzo è un po’ alto….. specie se si tenta di giustificarlo con l’allegato: un albetto di Sigmund di cui parlo qui sotto…..
Giovanni Delibra

Soggetto e sceneggiatura: Alberto Ostini
Disegni: Luigi Simeone
IL MINOTAURO - Allegato a Nathan Never Speciale 9
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 32

Come giustificare il fatto che un albo normale (100 pagine) costa 3.500 lire mentre uno speciale (130 pagine) costa 6.500 lire? Chiaramente con la presenza dell’allegato, un albo che in principio assolveva a parte dei compiti adesso affidati all’Almanacco della fantascienza e che successivamente ha presentato storie di Legs e Sigmund.
Nella maggior parte dei casi si può tranquillamente affermare che questi albi sono poco più che spazzatura….. e in questo caso non facciamo certo eccezione.
Partiamo con quella che probabilmente è la più brutta copertina di Roberto De Angelis, cui probabilmente avrà dedicato sì e no mezzo pomeriggio…. Si passa poi a 32 fra le più brutte e malcurate tavole che abbia mai visto, lungo le quali si dipana una delle storie più banali e insulse che abbia mai letto…. un vero affronto ai capolavori cyberpunk di Sterling e Gibson.
Insomma quest’albo non ha nulla di positivo? Beh una cosa c’è: nella prefazione c’è scritto i prossimi speciali saranno di 160 pagine senza lo squallido allegato…
Giovanni Delibra

Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch
Disegni: Luca Enoch
IL CORTEO DI DIONISIO - Gea 2
Milano, Sergio Bonelli Editore, 1999
pagg. 9130, L. 4.000

Ammetto che se il primo numero di Gea è stato una piacevole sorpresa, questo secondo numero è una piacevole conferma!
La nostra scatenata teen ager mostra ancora una volta i suoi due volti: la studentessa casinara amante del rock da un lato, il Baluardo che rispedisce a casa i mostri extradimensionali dall’altro.
Già come teen ager Gea ha i suoi gravi problemi – in questo caso trovare un nuovo batterista per la sua band – se poi si aggiunge anche una banda di satiri che rapiscono delle giovani fanciulle…. direi che il gioco è fatto!
Insomma questo albo è scanzonato e divertente come e più del primo, con trovate veramente esilaranti alternate a momenti più "seri"…. Il vero problema della trama comunque resta il fatto che Enoch insiste masochisticamente nel parlare in maniera sbrigativa e terribilmente superficiale di temi "seri"… nel primo numero infatti c’era una presa di posizione contro la pena di morte che quasi faceva tenerezza per quanto risultava banale; in questo numero si fa il bis affrontando l’argomento omosessualità.
Questa voglia di "impegno sociale", sebbene ammirevole, finisce per costituire l’unico punto debole di una sceneggiatura altrimenti impeccabile, infarcita di citazioni mitologiche, fantascientifiche e fantasy…. Spero solo che Enoch se ne renda conto!
Passando ai disegni, apre l’albo una copertina di per sé niente male (anche se ci sarebbe da ridire sulle dimensioni della spada di Gea e sul suo balzo poco "plastico"), ma con una scelta dei colori da far accapponare la pelle… un vero pugno in un occhio!
All’interno invece i disegni sono ben fatti, migliori rispetto a quelli del numero di esordio sia per le espressioni dei personaggi che per la scelta delle inquadrature. Rispetto al numero precedente migliora anche l’uso dei retini, sebbene Enoch sia ancora lontano anni luce (forse parsec) dalla perfezione…
Concludendo non posso che consigliare la lettura di questo albo che, nonostante i difetti menzionati precedentemente, conferma le buone impressioni del primo numero, permettendo al lettore di leggere qualcosa di nuovo e – una volta tanto – divertente!
Giovanni Delibra

IntercoM