LA VITA E ALTRE SCIOCCHEZZE 

      Roberto Sturm 
      Epilogo parte prima

      Buio.

      Silenzio.

      Paura.

      Riccardo si guardò intorno maledicendo se stesso per aver acconsentito ad incontrarsi con il cliente in un posto così solitario.

      Latrati di cani abbandonati e scricchiolii di strutture in decadenza laceravano l'assurdo silenzio del vecchio quartiere dormitorio deserto da tempo.

      In mezzo alla piazza, circondato da rottami d'auto, vetri infranti ed elettrodomestici fuori produzione, rantolii di una tecnologia superata, si stagliava, illuminato debolmente da anacronistiche luci al neon, il vecchio inceneritore della città.

      Aveva smesso di piovere da poco e l'aria sapeva di acciaio. E di sangue, il suo. Il cattivo presagio lo aveva accompagnato durante tutto il viaggio, non avrebbe dovuto fidarsi anche se il suo cliente aveva preteso che l'incontro avvenisse in un posto fuori mano.

      "E' un grosso affare, e molto rischioso, no?" gli aveva detto al telefono.

      Era un grosso affare, ma valeva la vita? La sua probabilmente sì, pensò Riccardo con una punta di amarezza.

      Sentì uno scatto alle sue spalle, come un coltello a serramanico che libera la lama. D'istinto si toccò la tasca sinistra del giaccone impermeabile che indossava, dove aveva il CD con il programma completo. Si guardò intorno cercando un nascondiglio per mettersi al sicuro, ma la luce tremolante non gli fu d'aiuto.

      Alle sue spalle passi veloci che si avvicinavano, Riccardo pensò che i giapponesi l'avessero fottuto. Svoltò veloce l'angolo ma si sentì chiamare per nome.

      Bye, Bye Blu

      Si vedeva il tramonto a quell'ora, dalla strada.

      Era stata una giornata radiosa, che aveva aperto squarci di sereno dentro le sue tenebre. Davide rallentò l'andatura costante dell'auto automatica, portandola a quaranta chilometri l'ora, per godersi lo spettacolo fino in fondo.

      Un treno si frappose tra lui e il disco rosso che stava per essere inghiottito dal mare, alzò gli occhiali da sole sulla fronte e vide una ragazza sporgersi dal finestrino agitando un fazzoletto bianco. Per un attimo gli sembrò Laura che lo salutava e questo strappò un sorriso alla sua indifferenza.

      Le altre automobili, intanto, lo superavano.

      All'improvviso il sole riapparve e Davide calò di nuovo gli occhiali sulla propria apatia.

      Sole. Soli.

      Anche la ragazza che salutava dal finestrino del treno era sola. Chissà quali storie, quali tormenti dietro quel sorriso, pensò.

      Era una casa vuota quella che lo attendeva, quella casa dove fino a poco tempo prima c'era Laura ad aspettarlo.

      "E' la vita il tuo male" gli aveva detto mentre preparava le valigie. Se ne andava, per sempre.

      Le otto e mezza. Davide guidava senza fretta verso casa, verso la sua solitudine, anche se gli avevano detto che la solitudine non esiste più.

      Strano gioco di parole, di pensieri.

      La realtà virtuale che cancella la solitudine. Ma è un paradosso. Se non esistesse più la solitudine sarebbe la realtà stessa a non esistere più.

      "Forse non è mai esistita" pensò Davide, e comunque lui era solo.

      I colori sfumarono, il celeste sopra il mare si infiammò e poi si scurì, tendendo al blu cobalto.

      Il buio si avvicinava. Bye, Bye Blu.

      BBB. Il Prozac 4, la quarta generazione dell'antidepressivo per eccellenza, sostanza chimica senza effetti collaterali. Una pasticca ogni mattina e via tutti i problemi. Personalità forte, pronta ad affrontare qualsiasi problema, disturbi del sonno scomparsi, timidezza superata, instabilità fisica e psicologica solo un lontano ricordo.

      BBB. Bye, Bye Blu. Arrivederci malinconia.

      Così l'avevano chiamata gli americani, sempre all'avanguardia in tutto.

      Ma ai giapponesi non bastava. BBBL. Bye, Bye Bad Life.

      La realtà virtuale, la Rete, innesti per microchip cellulari.

      Sedute di psicoterapia individuali fatte a casa, uno psicologo a disposizione ventiquattr'ore su ventiquattro, microchip personalizzati inseriti nella presa corticale dietro l'orecchio, invisibili ai più, che agivano condizionando la personalità.

      "Ma non riesci a capire che così non sei più tu? Invece di continuare a farti pippe mentali tutto il tempo agisci, per Dio!"

      Era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

      Si era fatto fare l'innesto senza dirlo a Laura, illudendosi che non se ne sarebbe accorta.

      "Mi vuoi spiegare cosa ti manca? Qual'è il problema?"

      "Sto male. L'ho fatto solo per la psicoterapia, non per la realtà virtuale. Credo possa aiutarmi a fare a meno del Prozac" si era giustificato Davide.

      "Però sei convinto che si possano scrivere romanzi per campare. Vuoi capire che nessuno legge più niente oltre quello che c'è in Rete? E' il tuo idealismo esasperato che ti rovina, te ne rendi conto o no?" gli aveva urlato in un accesso d'ira.

      Laura aveva deciso che il problema era lei, anche se Davide le aveva detto che lo psicologo della Rete aveva individuato nella sua paura della morte il motivo del suo malessere.

      "'fanculo" la sua risposta, laconica.

      Laura era forte, decisa, gratificata dal suo lavoro di ricercatrice nel campo dell'alimentazione sintetica. E intransigente. Troppo, a volte.

      All'inizio Davide aveva pensato che lei avrebbe potuto compensare i lati deboli del proprio carattere, ma invece il loro rapporto non aveva funzionato come si aspettava.

      La luce si attenuò, fin quasi a scomparire.

      La fine della giornata, sollievo e sofferenza. Il mondo gira, la vita è sempre uguale, con o senza Laura. Soli o in compagnia.

      Le giornate si allungheranno per un'altra quindicina di giorni, il crepuscolo tarderà ancora e Davide dovrà rallentare l'andatura dell'auto per vederlo dalla strada.

      "E' strano" pensò, "sto cominciando a fare a meno del Prozac e delle sedute in rete da quando Laura se n'è andata. Forse perché non ho più la scusa di dover star meglio per qualcuno."

      Il sole era scomparso dietro il mare e Davide digitò 60 sul display della velocità, il limite massimo consentito su quel tratto di strada.

      Fumo azzurro

      Il fumo azzurro aveva invaso la stanza.

      La caccia aveva dato buoni risultati la notte precedente, e Riccardo aveva trovato parecchi mozziconi di sigarette di marijuana per terra.

      Con calma, per non sprecare niente, aveva recuperato tutto il possibile che gli era servito per un paio di canne. Cartine corte, aveva rollato il tabacco misto all'erba con lentezza esasperante, pregustando il momento dell'accensione.

      Era roba buona che lui non si sarebbe potuto permettere. Cominciava a invecchiare, il suo sistema informatico era già vecchio da un pezzo e il suo lavoro di hacker della Rete ne aveva risentito. I suoi tempi si erano dilatati con conseguente diminuzione dei compensi e aumento del rischio di essere beccato. E le multinazionali della Rete oggigiorno non scherzavano. Doveva rubare un pezzo alla volta e poi assemblare le informazioni e i programmi, successivamente offrire la merce a chi non aveva la possibilità di sborsare cifre esorbitanti per le novità, né tantomeno per gli originali inseriti in Rete.

      Così era rimasto invischiato in un circolo vizioso da anni perché non aveva mai fatto i soldi per comprarsi un sistema più veloce ed elevarsi a un livello di vita che gli consentisse qualcosa di più della semplice sopravvivenza.

      Navigava verso i cinquanta mentre i pirati di oggi erano quei giovinastri di vent'anni con la mente sveglia e soldi a palate, con sistemi sofisticati che gli permettevano di avere in tasca i programmi di simulazione e le informazioni al massimo un paio di giorni dopo la loro immissione in Rete. In più roba sintetica di ottima qualità a piacimento.

      Meno il BBBL, però. Per questo prodotto la "Levante Corporation" aveva installato difese inattaccabili. Solo a provarci ed eri fritto.

      Il BBBL. Il suo asso nella manica. I giapponesi non avevano fatto i conti con i sistemi più vecchi, più lenti ma meno identificabili, quelli in via di estinzione.

      Riccardo ci stava provando, qualche minuto ogni giorno ed era arrivato quasi a metà lavoro. Un paio di volte era riuscito a scollegarsi per un pelo, prima che lo riconoscessero, ma ormai era allenato.

      "Quasi inattaccabili" pensò tra le volute di fumo con un ghigno che gli illuminò le rughe di stanchezza.

      BBBL. Bye, Bye Bad Life. Addio brutta vita. Potevi scegliere, bastava un innesto cellulare dietro un orecchio, un modulo estratto dal programma e vivevi la vita che volevi. Con chi volevi. Quando volevi. Programmi di utilità domestica, case nei più bei posti del mondo, la donna dei tuoi sogni, perfino strizzacervelli a disposizione per l'intero arco della giornata. Non c'era che l'imbarazzo della scelta.

      Era la realtà virtuale ai massimi livelli.

      Già, virtuale. Ma cos'era virtuale, il programma o la vita stessa?

      Riccardo sapeva soltanto che avrebbe venduto il programma (un sacco di soldi), fatto un innesto e vissuto una vita diversa usando il BBBL. Virtuale o meno, la sua vita di adesso faceva schifo. Realmente.

      Aspirò più profondamente, il sapore dolciastro del tabacco misto alla marijuana gli riempì la bocca e i polmoni non facendogli rimpiangere, per una volta, la droga sintetica. Espirò e vide del fumo giallastro. Si allarmò perché si diceva che ci fosse in giro qualche bastardo che lasciava in giro mozziconi avvelenati per far fuori i barboni, il cui tabacco si riconosceva soltanto dal colore diverso del fumo. Giallastro, appunto.

      Spense nel portacenere l'ultima canna della giornata, osservando con evidente disappunto la metà ancora intatta.

      "Forse sono solo voci, e poi non sono un barbone io, stronzi." E per non pensarci troppo si rimise ad armeggiare attorno al suo personal per rubare un altro pezzetto di BBBL.

      "Altri quindici giorni e poi... Bye, bye."

      Guardò l'orologio.

      Tanto era ancora troppo presto per andare a caccia di cicche.

      "Apri."

      Il sistema si accese al suo comando vocale.

      Good Bye, Blu Sky

      Davide fece tutta la strada del ritorno a trenta chilometri l'ora. Era il solstizio d'estate, il 21 giugno, e si gustò l'intero spettacolo di quel dolce tramonto, il più lungo dell'anno. Ormai erano alcuni giorni che faceva a meno del Prozac e dello psicologo della Rete, e pensò che forse avrebbe dovuto cercare Laura per dirglielo. Ne sarebbe stata contenta e chissà che...

      No, non era il tipo di persona che tornava sulle proprie decisioni, pensò spegnendo ogni residua illusione

      Forse un figlio, si trovò a pensare per la prima volta, avrebbe cambiato qualcosa, lo avrebbe responsabilizzato, reso più sicuro e migliorato il loro rapporto. Ma era tardi, e lui doveva cercare di recuperare quella vita che aveva smarrito. A quarant'anni scarsi forse era ancora possibile.

      Il sole, lentamente, si tuffò nel mare, tingendo il cielo di colori irreali.

      "Good bye, blu sky" mormorò parafrasando un vecchio motivo rock.

      "A domani, cielo azzurro."

      E sorrise, dopo tanto tempo, apparentemente senza un perché.

      Aumentò la velocità costante prima di imboccare la strada del vecchio quartiere dormitorio che lo portava verso casa.

      Il buio, intanto, era sceso di colpo.

      Epilogo parte seconda

      "Riccardo?"

      Riccardo pensò che non era più possibile scappare. Meglio affrontare il cliente e sperare bene.

      "Sì" rispose voltandosi lentamente. Aveva di fronte un uomo sui trentacinque, molto elegante e distinto. Si rilassò un poco, era un interlocutore tipico nei suoi affari.

      "Allora, ce l'ha la copia del programma?"

      "Certo."

      "Un bel colpo eh?" fece l'uomo allungando una mano.

      "Prima i soldi, amico. E poi credi che ce l'abbia addosso?" bluffò senza convinzione.

      Un'altro scatto metallico dietro di lui. "Ecco" pensò, "ci siamo."

      "E dove ce l'avresti, maledetto hacker? " sentì una punta far pressione sulla schiena da sopra il giaccone. "Non fare scherzi, i giapponesi non hanno per niente il senso dell'umorismo."

      I giapponesi. Lo avevano fottuto.

      Probabilmente era stato usato solo come cavia per vedere fino a che punto fosse in grado di arrivare.

      "Nella tasca sinistra."

      Una mano frugò dentro la tasca, estraendo il CD.

      "Ora amico" gli disse un'altra voce alle sue spalle, "ci dai le chiavi della tua stamberga e ci dici dove hai tutte le altre copie che noi provvederemo a ritirare."

      Ritornò la voce di prima. "Non senza avere messo fuori uso quel cesso del tuo sistema anteguerra."

      Risero tutti, anche quello che aveva di fronte.

      "Bastardi" sibilò Riccardo, ma una ginocchiata in piena schiena lo fece piegare all'indietro.

      Pensò che sarebbe diventato un barbone molto presto, sempre che lo avessero lasciato in vita.

      Ritorno

      Laura rientrò in casa di Davide usando le chiavi che si era dimenticata di restituirgli quando se n'era andata. Era stato un segno del destino, pensò.

      Il disordine che regnava dimostrava tutto il tempo che era stata assente: se n'era andata all'improvviso, stanca di quella vita accanto a un uomo insicuro e senza fiducia in se stesso. Si era illusa che l'avrebbe cercata, che avrebbe fatto qualcosa per rintracciarla, che la sua partenza sarebbe servita a scuoterlo. "Come se non lo conoscessi" disse tra sé pensando da dove cominciare a riordinare.

      Forse la colpa era stata anche del suo atteggiamento troppo aggressivo mentre Davide avrebbe avuto bisogno di comprensione.

      "Forse" rafforzò mentalmente.

      Davide sarebbe rientrato entro breve, era un abitudianario, e lei gli avrebbe rivelato la notizia.

      "Sono incinta."

      Come avrebbe reagito? Era quella la loro ultima possibilità.

      Lei lo amava, senza dubbio, solo che non riusciva a convivere con un uomo come Davide. Ci aveva pensato a lungo prima di decidersi a tornare, ma poi aveva concluso che la sua gravidanza era l'unica cosa che potesse staccare Davide dal torpore congenito che provava verso la vita. Non avevano mai parlato di figli, ma era certa che sarebbe stato felice e che non gli avrebbe potuto fare che bene. E poi era il 21 giugno, l'anniversario di quando si erano conosciuti.

      "Che sia buon segno?"

      Pensò di prepararsi un caffé per ingannare l'attesa.

      Epilogo parte terza

      Sentì qualcuno vicino a lui e riuscì ad aprire un attimo gli occhi dopo aver ripreso conoscenza. Il dolore allo stomaco era insopportabile, la lama del coltello doveva avergli fatto un bello squarcio.

      "Ehi amico, resisti. Ho chiamato soccorso dal tuo telefonino da polso. Quei bastardi..."

      Davide non riuscì a mettere a fuoco i lineamenti del viso sopra di lui. Qualcuno, a carponi, lo stava osservando da vicino.

      "Quella lama sarebbe stata per me se non fossi intervenuto tu. Mi hanno preso le chiavi, ora staranno sistemandomi la casa e fottendomi il sistema... Coraggio, non sto tanto meglio di te, sono fregato in tutti i sensi."

      Davide fece un lieve cenno col capo, ma non riusciva a capire cosa volessero dire quelle parole. Lentamente le immagini presero corpo nella sua mente, e rammentò l'uomo che gli stava parlando aggredito da tre individui nei pressi del vecchio inceneritore. Qualcosa era scattato in lui, un sentimento che non aveva mai provato prima, ed era balzato fuori dalla macchina per aiutarlo.

      Una ridda di immagini confuse gli annebbiò il cervello, fino al lucido ricordo della fitta allo stomaco.

      "Andiamo, abbiamo quello che ci serve" aveva urlato uno dei tre assalitori agli altri prima di scappare.

      Un sapore dolciastro, tiepido in bocca, lo fece sussultare.

      "No, amico. Dai, resisti."

      Un suono senza alcun significato gli si strozzò in gola. Avrebbe voluto chiamare Laura, urlare che qualcuno l'avvertisse, ma gli mancarono improvvisamente le forze.

      Tutte.

      Intorno a lui il mondo si dissolse. Fu solo un lieve attimo.

      Paura.

      Silenzio.

      Buio.