Servizio Civile
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Molly Brown


- Prologo -

 

Kathy Lopez dormiva nella sua capanna di cartone sul ponte tra il ventiquattresimo piano dei due palazzi protetti dai Ragni quando fu svegliata dal rumore delle pale rotanti. No, pensò, non può essere. Infilò la testa nella piccola apertura che le serviva da porta sulla passerella e guardò in alto, ma era difficile riuscire a vedere cosa stesse succedendo nel crepuscolo perpetuo delle rampe, molto al di sotto della rete fine come una ragnatela che era stata stesa da tetto a tetto. Poi, per il suo orrore, filtrò la luce del sole. Sollevò una mano per ripararsi gli occhi e vide che la rete era stata tagliata a metà. Dietro di essa erano sospese dozzine di elicotteri blu e oro, le armi puntate sulla gente di sotto. "Il terrorismo non sarà tollerato. Arrendetevi ora," sbraitava una voce da un altoparlante mentre gli elicotteri iniziavano a scendere, "...e sarete trattati con clemenza."

I ponti oscillavano paurosamente da una parte e dall'altra mentre la gente correva verso i palazzi. Le finestre si spalancavano violentemente lungo le torri mentre i soldati dei Ragni accompagnavano la gente dei ponti in salvo all'interno. Poi gli elicotteri aprirono il fuoco. Molti passaggi collassarono, lasciando sprofondare verso terra case, mercanzie e gente urlante. Kathy inciampò lungo il ponte, ansimando e annaspando in cerca d'aria. Aveva appena raggiunto una finestra che il terreno dietro a lei cadde giù. Un soldato dei Ragni l'afferrò per le spalle e la tirò dentro. "Tutto bene, Kath?"

Il soldato era un caporale che si chiamava Raymond ed era una vita che lo conosceva. Erano cresciuti assieme, era stato il miglior amico del suo fratello minore, prima che Louie, suo fratello, fosse catturato e subisse l'esecuzione. La stanza in cui si trovava era un magazzino per il cibo che i Ragni tenevano per gli abitanti del ponte. Era piena di file e file di scaffali in metallo che reggevano sacchi di farina e pile di lattine. Si lasciò andare sul pavimento e cercò nella tasca interna del giubbotto l'inalatore.

"Dai, Kath," fece Raymond, inginocchiandosi accanto a lei. "Devi muoverti. Tutti devono andare negli scantinati. Siamo in contatto coi Cobra, ci aprono un tunnel."

Scosse la testa, non poteva farlo. Non c'era mai riuscita lungo tutti quei piani di scale a chiocciola.

"Non puoi restare qui, Kath."

Il rombo dei motori si fece più forte che mai, fuori della finestra apparve un elicottero. Raymond spinse giù la testa di Kathy e saltò in piedi afferrando il fucile. La stanza fu bersagliata da spari prima che Raymond riuscisse a sparare un solo colpo.

Kathy sollevò la testa per vedere Raymond che giaceva a terra poco lontano da lei. Il sangue di lui le macchiava i capelli e i vestiti ed era coperta da roba che veniva dagli scaffali; c'era del cibo sparpagliato dovunque. Fuori della finestra, l'elicottero si sollevò leggermente, sparendo di vista. Tenendosi appiattita sul pavimento, Kathy iniziò lentamente a retrocedere, in direzione della porta. Poi sentì qualcuno entrare dalla finestra.

"Fermati, terrorista."

Kathy s'immobilizzò sul posto.

"Alzati ora."

Sollevò la testa e vide un uomo con una corazza blu e oro che le puntava una pistola molto grossa con una mano mentre con l'altra sganciava una corda dalla bardatura che portava attorno alla vita. Non poteva vedere molto del viso dell'uomo dietro l'elmetto, ma quella voce l'avrebbe riconosciuta comunque. No, si disse tra se, era impossibile. Con calma si sollevò in piedi, sollevando le mani in segno di resa. Stringeva ancora l'inalatore.

"Buttalo," ordinò l'uomo.

"E' solo..."

"Buttalo!"

L'inalatore cadde a terra.

"Contro il muro," disse l'uomo. "Ora!"

Rimase a fissarlo a bocca aperta. Non era soltanto la sua voce, ma la bocca, la pelle, il modo in cui stava, il modo come teneva la testa non proprio diritta. Se solo fosse riuscita a vedergli gli occhi, allora avrebbe saputo senz'ombra di dubbio...

"Ho detto di muoverti," urlò l'uomo.

"Louie? Sei tu, non è vero?"

L'uomo sollevò la pistola alla sua fronte. "Muoviti!"

"Louie, ma che fai? Sono io, Kathy, tua sorella..."

Premette il grilletto. 

- I -

 

Facevo il turno di giorno al Controllo Traffico quando mi accorsi che qualcuno faceva delle ombre oscene con le dita sullo schermo di uno dei miei computer. Mi volsi e vidi una coppia di ragazzi che stava in fondo alla stanza con una torcia. "Molto buffo," dissi, rivoltandomi verso lo schermo. Poi una banda di gomma mi colpì alla testa. Sapevo chi l'aveva fatto ed ero determinata ad ignorarlo.

Jimmy Rodriguez fece strisciare la sedia accanto alla mia. Quando continuai ad ignorarlo, iniziò a darmi delle piccole gomitate. "Ehi, Nora!"

Sollevai gli occhi dal terminale, dandogli lo sguardo più gelido che avessi. Ero furiosa con Jimmy quella mattina, anche se sembrava che ancora non lo avesse capito.

Indicò una crepa sul muro di fronte a sinistra, tra due file di schermi che mostravano una linea di auto quasi immobili che si allungava per quasi tutto il settore quindici. Era il settore di Angela Greenman che si stava strappando i capelli per far muovere un po' la situazione. Meglio lei che io, pensai.

"E' la mia immaginazione," disse Jimmy, "o quella crepa sta diventando sempre più grossa?"

Erano due mesi che Jimmy chiamava quelli dell'assistenza per quella crepa. E aveva ragione, stava proprio aumentando. Ma non glielo avrei mai detto, perché non gli parlavo. Alzai le spalle.

Tornai ai miei schermi. Mi si stava formando una strozzatura sulla Valley View Road; ridussi la velocità dei veicoli a 20 km/h e deviai tutte le seconde macchine su una strada alternativa, più lunga. Zoomai su un particolare guidatore, osservando il viso contorto mentre tirava con forza il volante cercando di andare dalla parte opposta. Non c'era modo di riuscire, ero io che avevo la situazione in mano e lui stava prendendo la panoramica, che gli piacesse o no. L'uomo alla fine abbandonò il volante per agitare un pugno verso la telecamera.

Jimmy rise e mi dette delle pacche alle spalle. Gli piaceva quando i conducenti cercavano di resistere e più si arrabbiavano e più gli piaceva. Non poteva biasimarlo. Il poveraccio era costretto a monitorare il settore nove, il settore più noioso che si potesse immaginare. Semi rurale. Non succedeva mai niente nel settore nove.

L'espressione sul viso di quell'uomo mentre scuoteva il pugno verso di me era così comica che quasi scoppiai a ridere anch'io. Poi mi ricordai che si supponeva che fossi arrabbiata. Mi morsi il labbro e guardai fisso in avanti allo schermo.

Jimmy scese dalla sedia e si sedette sul piano della mia scrivania. Si piegò in avanti bloccandomi la vista del terminale. "Nora, c'è qualcosa che non va?"

Scossi la testa "no".

"E allora perché la cura del silenzio?"

"Cura del silenzio?" chiesi con fare innocente,

"Non mi hai rivolto una parola per tutta la mattina."

Urrà, pensai. L'ha notato finalmente. "E' vero? Be' forse perché pensavo che ormai avevi detto tutto dopo la tua lunga conversazione con l'Ufficiale Stone, l'altra notte."

Jimmy spalancò la bocca. "Vuoi dire Francie? Il motivo è tutto qui?"

"Tutto cosa? E per favore vuoi scendere dalla mia scrivania prima che ti butto giù i denti con un pugno?"

Tornò alla sedia. "Non fare così, Nora! Parlavamo solo di lavoro."

"E' per questo che ve ne siete andati soli in una cabina, vero? Così potevate parlare di lavoro?"

"Esattamente." Abbassò la voce ad un sussurro. "Stanno accadendo delle cose che non dovremmo sapere. Da quando Francie è andata di sopra ha sentito cose proprio sorprendenti."

"Per esempio?"

"Sembra che ci sia qualche grossa..." Jimmy si fermò a metà. "Te lo dirò un'altra volta," disse accennando a qualcosa dietro di me.

Mi voltai e vidi un uomo con la corazza blu e oro della Pattuglia Aviotrasportata che era entrato nella stanza.

Tutti guardarono su. Per quanto ne sapevamo questo tipo era uno dell'élite, la sua uniforme aveva delle spalline fino a qua e sembrava che avesse appesa alla cintura potenza di fuoco a sufficienza per far saltare un isolato intero.

L'aviotrasportato si tolse l'elmetto rivelando un viso spigoloso incorniciato da una zazzera arruffata di capelli neri ricci, si mise a fare su e giù lentamente tra le fila di terminali come se stesse cercando qualcuno o qualcosa.

Riportai la mia attenzione sul collo di bottiglia nel mio settore. Un camion aveva iniziato a fare marcia indietro sulla Valley View Road. Grande, pensai, proprio quello che mi ci voleva.

Sollevai lo sguardo dopo un minuto e il poliziotto si sporgeva sopra il mio terminale. Dall'aspetto era sui venticinque, un paio d'anni più giovane di me, con grossi occhi scuri e labbra piene. Attraente. "Posso aiutarla, Ufficiale?" Gli chiesi.

Sollevò una mano alla fronte e poi si affrettò ad uscire dalla stanza.

Il tizio aspettava al Larry's Bar quando uscimmo dal turno. Sulle prime non lo riconobbi, senza il blu e l'oro. Sedeva al bar, fissando fisso davanti a sé, un bicchiere mezzo vuoto di fronte a lui. Vestito nel modo tipico del poliziotto fuori servizio: jeans e un giubbotto di pelle, abbastanza ampio da nascondere una fondina da spalla. Era solo.

Ero insieme ad altri sette o otto dell'ufficio. Oltre al poliziotto nel bar eravamo i soli clienti, ma ancora era presto. Le cose si sarebbero risvegliate più tardi, quando sarebbe cambiato il turno alla Pattuglia coi Mezzi Armati. Allora il posto sarebbe diventato un manicomio, quei tizi sanno come far festa.

"Hey," disse Jimmy mentre ci sedevamo al solito tavolo, "quello non è il tizio che è venuto a sficcanasare stamattina?"

"Non stava sficcanasando," dissi. "Aveva sbagliato strada o qualcosa del genere."

"Dovrebbe venire a sbagliare strada con me," disse una delle donne. "Chiunque sia, è assolutamente stupendo."

Fui d'accordo con lei, tanto per far arrabbiare Jimmy.

"Un tizio mai visto prima," borbottò Jimmy, "e ora lo incontriamo due volte nello stesso giorno." Batté il dito sul naso. "Non viene dalla nostra area e anche se ci venisse, da quand'è che gli aviotrasportati si abbassano a visitare il traffico? Me l'avevi chiesto, c'è qualcosa di buffo che sta accadendo."

"Buffo come?" gli chiesi.

"Non lo so. Ho solo una sensazione." Poi si voltò e iniziò a parlare con Angela Greenman.

Okay, pensai, si può giocare in due a quel gioco. Mi alzai e mi diressi al bancone piazzandomi sullo sgabello accanto al poliziotto aviotrasportato. Cercai nella borsa una manciata di gettoni di credito e li sistemai sul bancone davanti a me. "Posso offrirti da bere?"

C'era uno specchio dietro al bancone, potevo vedere Jimmy e gli altri riflessi nel vetro. Angela parlava con qualcun altro, ora, ma mi sembrava che Jimmy stesse ancora cercando di ignorarmi. Si alzò, si diresse all'apparecchio dell'holovideo e premette alcuni bottoni. Lo guardai con costernazione mentre una donna con una gonna a taglio basso di almeno due taglie più piccola apparve in un piccolo palcoscenico nel lato più lontano della stanza, in completa colorazione 3D. Iniziò a divincolarsi e a roteare, con la voce digitalizzata che strillava versi stupidi ad un livello di decibel da far tremare i muri. Sicuramente scherzava, pensava sul serio di rendermi gelosa con un holovideo?

Il poliziotto buttò giù tutto d'un sorso l'ultimo bicchiere, facendo una smorfia di dolore.

"Tutto bene?" gli chiesi.

"Mal di testa," rispose.

Mi voltai per strillare verso la stanza, "Abbassa un po', ti dispiace?"

Jimmy non mi sentì. Era sul palco con l'holovideo, stava facendo qualcosa che assomigliava alla danza della pioggia.

C'era una ciotola di noccioline sul bancone. Me ne cacciai una manciata in bocca. Erano tostate nel sale, naturalmente. Come se il tizio che teneva il Larry's pensasse che i poliziotti avessero bisogno dell'incoraggiamento per bere.

Il poliziotto fece scivolare il bicchiere vuoto sul bancone. "Mi chiamo Rico Salvo. Sono addetto agli elicotteri fuori della Centrale Sud. Quell'offerta di pagare da bere è ancora valida?"

"Certo."

"Allora un triplo Scotch," disse. "Liscio."

"Siete un tipo economico, vero?" Cercai nella borsa altri gettoni di credito. "Ehi, Freddie," chiamai verso il barista. "Uno Scotch triplo e una birra."

Freddie versò da bere poi contò la pila di gettoni che avevo piazzato sul bancone. Li prese tutti, anche il più piccolo.

"Salute," disse Rico Salvo. Mandò giù il contenuto del bicchiere poi si voltò verso di me, la testa piegata leggermente da un lato. "Ti sembro ubriaco?"

"No."

Sospirò. "Non pensavo di esserlo neppure io. Non è che volessi provarci." Indicò il bicchiere che aveva appena vuotato. Ne ho avuti quattro di questi nell'ultima ora, tutti tripli, ma non sembra che funzioni niente."

"Sul serio?" dissi. Avevo ancora il sapore di quelle noccioline salate. Feci una lunga sorsata, roteando la birra attorno alla lingua prima di inghiottire. "E io che ero venuta qua pensando di farti ubriacare."

"Da quand'è che lavori al traffico?"

"Da sempre."

"E quant'è lungo sempre?"

"Sei anni."

"Sei anni?" ripeté, gli occhi leggermente spalancati.

"Be', quasi. L'anniversario ricorre la settimana prossima. E' deprimente, vero? Tutto quel tempo passato in accademia, tutto quell'addestramento antisommossa e lo sparare ai bersagli e il combattimento senza armi... e dov'è che m'hanno mandata dopo il diploma? In un ufficio dove non faccio altro che starmene seduta tutto il santo giorno a guardare ad una serie di schermi. Vorrei sapere che tipo di lavoro è questo per un poliziotto?"

"Ma non è che hai lavorato sempre al Nordovest tu, vero? Lavoravi in un'altra area e sei stata trasferita qui da un paio di mesi, vero?"

"No. Ho sempre lavorato al Nordovest."

Si girò per guardare al tavolo dove stavano seduti gli altri. "E loro? Da quand'è che stanno qui al traffico?"

"La maggior parte già c'era quando ho iniziato io." Mi strinsi nelle spalle. "Sono anni che siamo qua."

Il tizio si fece praticamente verde.

"Sei sicuro di star bene?" gli chiesi.

"Sì, tutto bene." Si alzò per andarsene. "Grazie per la bevuta."

"Ehi, aspetta," dissi. "Ti ho pagato un triplo Scotch e non mi chiedi neppure come mi chiamo?"

"E' vero, come ti chiami?"

"Nora. Nora Kelly."

"Grazie per la bevuta, Nora Kelly."

Uscì dalla porta senza nemmeno voltarsi.

Freddie si avvicinò per portare via i bicchieri. Mi dette un'occhiata di comprensione, poi mi versò una birra offerta dalla ditta. "Dimenticalo, dolcezza. Comunque, non era il tuo tipo."

"Ma chi era?" gli chiesi.

Fece un cenno verso il palco. "Questo lo sai meglio di me, tesoro."

L'holovideo si arrestò bruscamente, lasciando Jimmy da solo sulla piccola piattaforma, le labbra arricciate in un bacio. "Che diavolo," disse mentre scendeva a mettere altri gettoni nella macchina. Poi vide che ero sola. Si avvicinò per appoggiarsi al bancone. "Allora?"

"Allora cosa?"

Girò gli occhi. "Cosa avevate da dire tu e quel tizio. E' stato amore a prima vista?"

Mi strinsi nelle spalle. "A te, che importa?"

"Oh per favore, bambina, non fare così." Mi fece uno dei suoi sguardi da bambino. "Sai cosa provo per te, allora perché vuoi combattere su ogni cosa? Eh?"

Non riuscivo mai a resistere ogni volta che mi guardava a quel modo. "Usciamo da qui," dissi.

Il giorno dopo al lavoro non si faceva altro che parlare della notizia che un bar della polizia nel Nordest era stato fatto saltare la notte precedente. La sezione locale dei Ragni aveva rivendicato il fatto, dicendo che era come rappresaglia per un raid della polizia alla Centrale Sud, che definivano come "un massacro ingiustificato dei poveri e dei senzatetto". Il tributo di morti fino a quel momento si aggirava attorno alla trentina, ma ci si aspettava che salisse a cinquanta, il che avrebbe portato il numero dei poliziotti uccisi nell'anno a circa quattrocento.

C'era un ingorgo che si andava formando nel mio settore. Iniziai a deviare un paio di camion e poi mi alzai.

"C'è qualcosa, pupa?" mi chiese Jimmy?

Sì, c'era qualcosa. Mio padre e mio fratello erano stati uccisi tutti e due dalle bande terroriste e quest'ultima atrocità dei Ragni li aveva riportati alla mente.. Non ero diventata un poliziotto per stare seduta in uno scantinato a monitorare il traffico mentre la feccia terrorista tirava avanti con gli assassini. "Mi copri per favore?"

Andai di sopra all'ufficio personale e chiesi un trasferimento alle pattuglie. "Non sono fatta per stare dietro ad una scrivania," dissi. "Dovrei stare sulle strade, là dove servo."

"Si sieda, Ufficiale Kelly," disse la donna dietro alla scrivania., "e facciamo due chiacchiere." 

 

- II -

 

Mi fu ordinato di presentarmi ad una stanza nel Quartier Generale della Centrale Est dove una donna con l'uniforme da Capitano mi fece un paio di domande di routine prima di dirmi che venivo assegnata alla Pattuglia Mezzi Armati nel diciassettesimo settore.

Pattuglia Mezzi Armati! Non vedevo l'ora di dirlo a Jimmy.

Il capitano premette un bottone sulla sua scrivania. "Mandate qua Kopalski."

Ci fu un battito alla porta poi entrò un uomo alto che indossava il giubbetto armato blu e bianco del poliziotto motorizzato, l'elmetto infilato sotto un braccio. Aveva tra i venti e i trenta anni, con capelli biondo chiaro tagliati molto corti. Il viso era tondo e da fanciullo e gli occhi avevano la tinta più blu che avessi mai visto.

"Ufficiale Kopalski," disse il Capitano, "Questo è l'Ufficiale Kelly. L'ho assegnata a lei come compagno."

Kopalski mi afferrò la mano e la scosse su e giù. "Felice di incontrarti, compagno."

"Ufficiale Kopalski," dissi sobbalzando. Il tizio aveva una presa non indifferente. Tirai via la mano e mi volsi verso il Capitano. "Quand'è che inizio?"

"Stanotte. Si presenti alla sottostazione quattro per le ventuno."

"Ma ho lasciato tutta la mia roba..."

"E' tutto sotto controllo," interruppe il Capitano. "Nel giro di un'ora tutte le sue cose dovrebbero essere nel suo nuovo appartamento." Cercò in un cassetto e mi allungò una chiave. "Casamento Blocco B. E' proprio dietro l'angolo."

L'entusiasmo che provavo qualche momento prima era scomparso. Tutto accadeva troppo velocemente. Avevo pensato che avrei avuto un paio di giorni per sistemare ogni cosa. Avevo pensato che avrei potuto passare un po' di tempo con Jimmy e dire addio a tutti gli amici e che forse avremmo fatto una bisboccia d'addio da Larry's e ora sembrava che non avrei fatto nessuna delle tante.

E non mi piaceva il pensiero di gente estranea in camera mia che si preoccupava delle mie cose.

Posai quattro borse pesanti sul pavimento d'ingresso del Casamento Blocco A e allungai il mio I.D. all'impiegato dietro la scrivania. "Ah, sì, Kelly," disse, controllando il nome su una lista sul computer. "Siete stata a far spesa?"

Girai la chiave nella porta del nuovo appartamento al trentunesimo piano e accesi le luci. Non solo erano state consegnate tutte le mie cose in mia assenza, ma erano state anche sistemate. Sbattei le palpebre molte volte, scuotendo la testa per l'incredulità. Tutto era esattamente uguale, gli stessi mobili standard, la stessa carta blu chiaro alle pareti. Potevo benissimo essere ancora alla mia stanza all'Area Nordovest, se non fosse stato per il fatto che questo posto era molto più pulito.

Ma questo non sarebbe durato, pensai, buttandomi sul letto. Mi girai su un lato e nel giro di pochi secondi ero addormentata.

Ufficiale James Rodriguez
Stanza 1728
Casamento Blocco A
Area Nordovest

Caro Jimmy,
Devo averti scritto almeno una dozzina di volte negli ultimi due mesi, perché allora non ho sentito niente da parte tua?
Da questa parte va tutto bene, anche se mi manchi terribilmente assieme a tutta la banda del traffico. Non mi hanno scritto neppure loro. Cosa diavolo succede, eh?
Bruce (ti ho parlato di lui, è il mio compagno) ed io andiamo abbastanza d'accordo, ma... può sembrare banale, ma lui non è te. Buffo, vero? Posso quasi sentire che ridi attraverso la rete.
Per favore, Jimmy, per favore per favore rispondimi.

Nora

Rilessi la lettera che avevo scritto nello schermo accanto al letto prima di premere il bottone d'invio. Questa volta avevo cercato di lasciarla corta e brillante; l'ultimo paio di lettere suonavano abbastanza disperate. Ma che potevo fare? Questa di non ricevere niente mi stava facendo diventare pazza.

Mi alzai per fare una tazza di caffè.

Un paio d'ore dopo mi aprii una bottiglia di Scotch. Jimmy ancora non aveva risposto.

Kopalski bussò alla porta poco dopo le otto. Viveva un paio di piani sopra a me e avevamo preso l'abitudine di uscire insieme per l'adunata. Ma questa era la nostra notte libera.

Aprii la porta con la bottiglia in mano. Era vuota solo a metà, dovevo ancora fare molta strada. "Che vuoi, Kopalski?"

"Sembra che sia arrivato in un brutto momento," disse accennando alla bottiglia.

"Pensi che ci sia qualcosa come un buon momento?" mi scansai per farlo passare. "Entra."

Si sedette al tavolo del cucinino. "Va tutto bene, Nora?"

"Sto bene."

"E' che... sembri contrariata."

Feci una lunga sorsata dalla bottiglia. "E' vero?"

"Forse non sono affari miei..."

"Non lo sono."

"Ma come tuo compagno... e spero... amico tuo..." Sospirò e scosse la testa. "Stare a bere da soli da una bottiglia non lo chiamerei un bel segno."

"Kopalski, quello che faccio nella mia notte libera nella mia stanza e un mio maledettissimo affare, va bene? E per la cronaca, non mi fa niente." Allungai la mano per mostrarglielo. "Vedi? Solida come roccia. Potrei bere più di venti litri di questa roba, non cambierebbe un bel niente."

"Credo che sia molto peggio di quanto sembrasse," disse.

"Ma che vuoi Kopalski? Dimmi quello che vuoi, va bene? E poi te ne puoi andare via e lasciarmi in pace."

Si alzò. "Me ne vado."

Dannazione, pensai, perché mai faccio così? Andiamo avanti bene quando siamo in servizio. Quel tipo mi piaceva. Misi giù la bottiglia e allargai le braccia per fermarlo. "Guarda, non volevo dirlo, va bene? Rimettiti seduto, faccio il caffè."

Annuì e tornò a sedersi.

Girai attorno al tavolo e iniziai a scaldare l'acqua. "E allora, che cosa ti porta a bussare alla mia porta stanotte, Bruce?" Gli chiesi, tenendo la voce briosa e casuale per fargli sapere che eravamo ancora amici. "Di solito non ti si vede nelle notti libere."

"Avevo bussato alla porta perché mi chiedevo se ti potesse far piacere uscire per una pizza o qualcosa d'altro," disse, guardando lontano.

"Uscire con te?" Questo non era come uscire a bere alla fine di un turno, mi chiesi dove voleva arrivare. "Perché?"

"Senza ragioni," disse. "E' solo che è il mio compleanno, e mi andava di uscire o qualcosa del genere e mi chiedevo se ti fosse andato di venire." Sollevò le mani. "Dimentichiamo tutto, va bene? Mi spiace di averti importunata." Si alzò e si diresse verso la porta.

Gettai uno sguardo allo schermo vuoto del computer accanto al letto. Jimmy non avrebbe finito il turno ancora per ore. Sapevo che non avrebbe scritto. Non lo avrebbe fatto mai. "Aspetta," dissi.

Kopalski prese a camminare.

"Bruce!"

Si fermò e si voltò.

"Perché non mi hai detto che era il tuo compleanno? Ti avrei fatto un regalo, qualcosa."

"Oh, sì?" Le guance gli tornarono rosa. "Che mi avresti preso?"

"Qualcosa..." Presi il soprabito. "Allora dove vuoi andare?"

Una settimana dopo ci chiamarono per delle sommosse vicino alle Heights, un gruppo di palazzi che i locali chiamavano "la Fortezza" perché la loro posizione in cima alla collina l'avevano resi un caposaldo per il ramo Centrale Est dei Ragni. I poliziotti non andavano mai nella Fortezza, ma questa era solo una bega domestica nella terra di nessuno dei sobborghi vicino alla sommità della colina, con un accesso troppo facile dall'esterno per essere di qualche utilità alle bande terroriste.

Era il mio turno alla guida. Il sole stava calando quando ci avvicinammo alla collina. Non riuscii a non alzare lo sguardo verso le torri scure della Fortezza che si stagliavano contro un cielo rosso brillante. Mentre altre bande terroristiche come i Cobra o le Lame avevano spostato le loro operazioni nei tunnel sotterranei, i Ragni si erano spostati nell'aria. Erano famosi per le immense reti che drappeggiavano sui loro tetti e per i loro intrichi di passaggi sospesi. Si diceva che sulla Fortezza ci fossero delle persone i cui piedi non avevano mai toccato terra. La Fortezza rappresentava tutto ciò che io odiavo, tutto ciò contro cui avevo giurato di lottare... ma in quel momento non potevo fare a meno di pensare che quei contorni alti e neri avevano anche una specie di bellezza strana e paurosa. Notai che anche Bruce stava guardando in quella direzione e non riuscii a trattenere un sorriso.

Un gruppo di bambini apparve dal nulla e iniziò a bersagliare la macchina con delle pietre. Digrignai i denti e continuai a guidare, i bambini con le pietre erano una di quelle cose a cui ti abitui nelle pattuglie motorizzate.

L'indirizzo che ci era stato dato risultò essere quello di un garage convertito in fondo ad un vicolo. Frenai, abbassai il finestrino ed ascoltai. "Nessun rumore di vetri rotti, nessun urlo. Forse si sono già baciati e hanno fatto pace."

"Speriamo," fece Bruce.

Scendemmo dall'auto e ci dirigemmo verso la porta. Mi allungai per suonare il campanello e una finestra sopra la mia testa si spalancò. Ci fu un suono simile ad un'esplosione. Bruce ruzzolò in avanti, serrandosi il petto. "Ufficiale colpito!" urlai nella radio. "Occorrono rinforzi! Ora!"

Ci furono altri spari in alto. Spirali, quei proiettili rotanti simili a razzi con una coda di propellente infiammabile che potevano bruciare una buco attraverso cinque centimetri di solido acciaio. Questa non era una chiamata locale, era un'imboscata. Mi accucciai con la pistola sfoderata in una mano cercando di schermare il corpo di Bruce mentre lo trascinavo verso l'auto. "Non morirmi addosso, maledetto," lo misi in guardia. "Non pensarci nemmeno."

Una spirale mi passò accanto alla testa, fondendo un buco nell'elmetto. Sparai molte volte nella finestra da dove veniva il colpo. Ci fu un momento di silenzio, poi una spirale mi sfiorò il braccio, bruciandomi la manica del giaccone. Un'altra mi sfiorò la gamba.

Continuai a tirare Bruce con la mano libera finché non riuscii a metterlo dietro all'auto. Sparai e sparai contro le finestre alte con le lacrime che mi scendevano lungo il viso. Bruce non si muoveva.

Di colpo l'aria si riempì del rumore delle pale rotanti. Ci fu una forte esplosione d'arma da fuoco poi una figura in blu e oro scese da una corda, atterrando proprio dietro di me. Mi voltai in tempo per vedere una donna che teneva un ago ipodermico. "Rilassati," mi disse, "ti sentirai meglio se ti rilassi." 

 

- III -

 

Mi risvegliai in una specie di clinica, con un forte odore di disinfettante nelle narici e un terribile sapore chimico in bocca. Un uomo in camice bianco stava ai piedi del letto. "Come vi chiamate?" mi chiese.

Dovevo pensarci. Notai una caraffa accanto al letto e mi sedetti per versarmi un bicchiere d'acqua. "Kelly," dissi infine. "Nora Kelly."

"E che fate per vivere?"

Questo era facile. "Sono un ufficiale della polizia."

"Ricordate altro?"

Di colpo fui cosciente di una dolore pulsante dietro alla fronte. "Mio padre era impiegato nella Pattuglia coi Mezzi Armati alla Centrale Ovest," dissi strofinandomi le tempie. "Fu ucciso in servizio quand'ero una bambina. Entrai in accademia l'anno che spararono a mio fratello."

L'uomo mi accese un piccolo raggio in un occhio, il che rese ancora peggiore il dolore alla testa. "E poi?"

Sollevai una mano per bloccare la luce. "Sei anni di noia al Controllo del Traffico. Che ci faccio qui?"

"Avete avuto un piccolo incidente, ma ora siete a posto. Siamo contenti di riaverla con noi, Ufficiale Kelly," disse l'uomo.

Fui assegnata ad una piccola stazione nel diciassettesimo settore a Sudest, che immediatamente esplose in una guerra su grande scala tra noi e un'alleanza tra Cobra e Lame. Ricordo quei pochi mesi successivi come un susseguirsi sfocato di sparatorie e bombardamenti. La quarta volta che venni ferita mi dettero una medaglia. E poi mi dissero di farmi un completo blu e oro perché venivo trasferita agli aviotrasportati.

Dovevo tornare all'Area di Nordovest, un'ultima volta. Dovevo mostrarglielo.

Andai giù nello scantinato e mi ritrovai in una stanza piena di estranei. Un uomo guardò su dal suo terminale. "Posso esserle d'aiuto, Ufficiale?"

"Sto cercando qualcuno," dissi. "Conoscete un Ufficiale James Rodriguez?"

Scosse la testa.

Iniziai a chiedermi se avevo sbagliato stanza. Poi vidi la striscia irregolare di intonaco di colore diverso con cui qualcuno aveva finalmente coperto la crepa per cui Jimmy si lamentava sempre. Feci altri nomi di persone con cui avevo lavorato.

"Provi al personale, al secondo piano."

"Lo farò," dissi. "Per inciso, da quand'è che lavorate qui al Traffico del Nordest?"

"Quasi otto anni."

"Otto anni? Qui? In questa stanza?"

Rise. "E' triste, non è vero?"

Attraversai la strada per andare al Larry's Bar, ma non c'era. Al suo posto c'era un prefabbricato tozzo. Un'insegna sopra la porta diceva: "Colette's Lounge".

Entrai. Nessuno al Colette's aveva sentito nominare Jimmy Rodriguez.

Non lo avevano sentito nominare neppure nel suo blocco di appartamenti.

Passai tutto il tempo del lungo viaggio di ritorno a cercare di capirci qualcosa, ma non ci riuscivo.

Scesi dall'ascensore al ventinovesimo piano e aprii la porta del mio appartamento. Anche se la stanza era al buio non potei non notare il contorno familiare di quella figura nell'ombra accanto alla finestra. "Jimmy!"

Attraversai la stanza di corsa per gettargli le braccia al collo, con le parole che mi uscivano di bocca senza sosta. "Jimmy, per l'amor di Dio dove sei stato? Perché non hai scritto? E che ci fai qui? Oh, Dio! è così bello vederti."

Mi spinse via e accese le luci. Quando vidi il suo viso rimasi pietrificata. C'erano delle linee profonde attorno ai suoi occhi e attorno alla bocca e i suoi capelli erano striati d'argento. Appariva come un vecchio. "Jimmy, cosa ti è successo?"

"Mi dia la pistola, Ufficiale."

Notai in quel momento che aveva una fascia da Capitano. "Quando ti hanno fatto Capitano?"

"Ho detto mi dia la pistola, Ufficiale! Ora!"

"Va bene, Jimmy," gli detti la pistola. "Ma che succede?"

"Avete infranto le regole, Ufficiale. Lasciare la propria area senza permesso è rigorosamente vietato, anche l'ultima delle reclute lo sa. Ma voi siete stata al Nordovest oggi, non è vero?"

"Ci sono andata soltanto per vedere te, babbeo," dissi in modo scherzoso dandogli un pugno sulla spalla.

Spinse via la mia mano come se non potesse sopportare l'idea di essere toccato da me. "Non lo rifaccia."

"Jimmy, perché fai così? Stai parlando con me! Me, Nora. Ricordi?"

"Non ti permettere," sibilò. "Non ti permettere!"

Gli occhi mi si riempirono di lacrime. "Jimmy, per favore. Non è da te..."

Mi colpì in pieno viso, forte. "Zitta, sporca terrorista assassina!"

"Cosa?" rantolai. Le lacrime ora mi scorrevano lungo le guance, non riuscivo a fermarle.

"Feccia, ecco cosa sei. Facevi le bombe per i Ragni in una torre alla Centrale Nord. Ma questo non lo ricordi, vero, Ufficiale?"

Mi pentii di avergli dato la pistola. Jimmy era diventato pazzo. Feci un passo indietro e mi ritrovai contro il muro. "Jimmy, hai bisogno d'aiuto..."

"Non muoverti," disse puntandomi addosso la mia pistola. "Tu pensi veramente d'essere Nora, vero? Ma succede anche a tutti gli altri; devi essere la quinta o la sesta ormai. Ricordo che la seconda aveva l'abitudine di bombardarmi di lettere, quella stupida troia. Ma tu sei stata la prima che m'ha cercato veramente."

"Jimmy," dissi tenendo d'occhio la pistola, "non ragioni."

"Sul serio? Allora fammi spiegare. L'Ufficiale Nora Kelly ha acconsentito di prender parte ad un esperimento..."

"Questo me lo ricordo," lo interruppi. "Andai su al personale chiedendo un trasferimento e mi chiesero se volessi prendere parte ad un qualche nuovo programma, poi mi mandarono da un qualche dottore per una visita fisica ma tutto ciò che fece fu una specie di scannerizzazione del cervello o qualcosa..."

S'incupì in volto, poi continuò lui. "La memoria di Nora Kelly fu scaricata in un computer. Tutto ciò che aveva imparato, fatto, visto o sentito."

Quella parte non la ricordavo.

"E' morta in un attentato terrorista al Larry's Bar sette mesi dopo. Questo è stato venti anni fa e da allora hanno continuato a fare delle nuove Nora. E' solo una delle centinaia che riusiamo ogni tre o quattro anni."

"Cosa?"

"Quali altre scelte avevamo? La mortalità tra le fila della polizia era ai picchi massimi, e grazie alla propaganda anti-polizia diffusa dai Ragni e dalle altre bande terroriste, il reclutamento non era mai sceso così in basso. Così iniziammo a prendere criminali riconosciuti colpevoli e terroristi condannati a morte, cancellavamo la loro precedente identità e li programmavamo con le memorie e le personalità dei poliziotti morti e poi li mandavamo nei settori più pericolosi. Erano disponibili, come carne da macello. Non aveva importanza se venivano uccisi in servizio, di fatto era ciò che supponevamo dovesse accadere. Invece di mandarli sulla sedia elettrica o di fargli un'iniezione letale, le corti ci davano il consenso di farne un qualche uso prima che morissero. Naturalmente è stato tutto molto sotterraneo, non è proprio la cosa che rendi di dominio pubblico. Ma direi che da sempre almeno la metà della forza (in pattuglia cioè, non nei lavori di ufficio) è formata da criminali condannati che svolgono il servizio civile."

Ripensai a quella sera di tanto tempo prima al Larry's Bar, sembrava ieri. "Ricordo un poliziotto aviotrasportato che venne nella stanza mentre lavoravamo al Traffico di Nordovest. Sembrava confuso, come se stesse cercando qualcuno... Come mi sono sentita oggi io. Ricordo che quella notte gli pagai da bere, mentre te ne stavi a ballare con un holovideo. Era così triste... Disse di chiamarsi Rico Salvo. Era...?"

Jimmy finì la domanda a posto mio: "Un altro ex-Ragno con impiantati dei ricordi di lavoro al Traffico di Nordovest?"

Annuii.

"Il suo vero nome era Louie Lopez, e neppure lui poteva accettare i divieti," disse Jimmy. "Anche se nel suo caso quello che successe non fu veramente colpa sua. Sembra che qualche idiota nell'assegnazione abbia combinato un casino assegnando il tizio alla Centrale Sud, che era la sua area d'origine e immagino che là ci sia stato qualcuno che l'abbia riconosciuto, il che ha fatto esplodere tutta la sua programmazione. Le assegnazioni dovrebbero essere orchestrate con molta attenzione; nessuno deve essere messo in un posto dove potrebbe incontrare dei conoscenti passati. E questo include anche altri poliziotti che possono aver conosciuto una versione precedente della personalità impiantata. Ma il punto non è se Lopez fosse la vittima di un casino amministrativo o meno. Il problema era l'insubordinazione: è quello che non possiamo e non vogliamo tollerare." Sospirò. "La sua sentenza originaria fu eseguita il giorno successivo."

Sentii gli occhi spalancarsi: "Non vuoi dire quello che credo tu stia dicendo..."

"Non preoccuparti tanto. Non l'hai neppure incontrato quel tizio. Ti ricordi soltanto di quel particolare incidente perché è accaduto alla Nora reale prima che venissero scaricati i suoi ricordi e ancora non siamo riusciti a capire come fare a cancellare quella maledetta cosa." Si sedette sul mio letto, mantenendo sempre la pistola puntata contro di me. "Che ne dici di un tizio di nome Bruce Kopalski? Te lo ricordi?"

Scossi la testa.

"Naturalmente non lo ricordi. Così come l'attuale Kopalski non ricorda una donna di nome Nora Kelly. Anche se si dice che una volta i due siano diventati amici stretti, se capisci l'allusione." Raccolse la bottiglia vuota che avevo lascito sul comodino. "Questo nonostante il fatto che il terzo Kopalski fosse più che preoccupato per il bere della seconda Nora." Rise. "Alla Nora originale piacevano uno o due bicchierini, ma non reggeva mai il liquore. Tutte le volte che l'ho dovuta riportare a casa da Larry's..."

"Non ti fa nessun effetto, vero? E neppure le droghe vi fanno niente, neppure... C'è sempre qualcosa che è meglio non lasciare al caso." Fece cadere la bottiglia che andò a pezzi ai suoi piedi. "Il tuo nome era Martina Wiley, comunque. Nel caso ti stessi chiedendo..."

Sollevò il cane della mia pistola.

"Jimmy, per favore non farlo. Non importa quello che hai detto, io so ciò che ricordo e la cosa che non posso dimenticare è che ti ho amato sempre."

Il suo viso si ammorbidì per un attimo. "Dubito che ti sia di consolazione, ma dopo di te non ci saranno altre Nora Kelly. Non era un cattivo poliziotto, ma era troppo emotiva. Non è la prima volta che una Nora ci causa problemi."

Sollevai una gamba in un calcio a volo e feci volare via la pistola dalla mano di Jimmy. Come si piegò per raccoglierla abbassai una mano dietro al suo collo, sentii un crac.

Crollò a terra. Mi inginocchiai accanto a lui, cullandogli la testa con le braccia. "Oh, Jimmy, Jimmy, perché?"

Il mio mondo stava cadendo a pezzi. Jimmy, il mio migliore ed unico amico, l'uomo che avevo amato più di ogni altra persona, aveva cercato di uccidermi.

Non respirava.

"No," singhiozzai, cullandogli la testa come un bambino. "Non morire. Non lasciarmi!"

Gli cadde qualcosa dal giubbotto. Lo raccolsi e vidi una foto scolorita di una donna coi capelli rossi, con grossi occhi verdi e un viso rotondo macchiato di lentiggini. Attraverso la foto c'erano scritte le parole: A Jimmy, per sempre con amore, Nora.

Non ero io.

Sentii il suono di passi di corsa nel corridoio. Presi la pisola e mi sollevai, lasciando cadere sul pavimento la testa di Jimmy. Qualcuno batteva alla porta e poi cercarono di sfondarla con un calcio.

Mi arrampicai sul cornicione e mi incamminai dall'esterno verso l'altro lato del palazzo. Sembrava proprio che fossi portata per le grandi altezze.



© 1966, 1967 Molly Brown
tit. orig. Community Service, Interzone 107, May 1966;
edizione online [http://www.okima.com/fiction/service.html],
traduzione italiana Danilo Santoni