Robert Silverberg

Recensioni

Marcello Bonati


STARHAVEN
(Starhaven, ’58)
traduzione di Matteo Puggioni
"Il libro d'oro della fantascienza" n.44, ed.Fanucci, ’90
221 pagine, 20. 000 £-edizione originale: (Avalon, '58); ampliamento di "Thunder Over Starhaven", originariamente apparso in "Sf Adventures", ottobre '57; anche in "Urania" n.213, ed.Mondadori, '59, nella traduzione di Stanis La Bruna, col titolo di "Il pianeta dei fuorilegge"
Questo "Starhaven" altro non è che la riedizione di un romanzo del primo periodo di Silverberg, edito, per di più, con lo pseudonimo usato dall'autore nella prima edizione, ovvero Ivar Jorgenson.
Qui da noi era già stato tradotto nel lontano settembre del '59 sulla mitica "Urania", nel n.213, col titolo azzeccatissimo di "Il pianeta dei fuorilegge".
La trama è molto semplice, ma l'idea centrale su cui si basa decisamente interessante, direi dickiana.
Infatti un poliziotto cui vengono inseriti falsi ricordi per superare il sondaggio psichico del pianeta dei fuorilegge non torna ad essere un poliziotto nemmeno quando gli viene svelata la sua vera identità, ma rimane in quella posticcia perchè per un errore essa non si rimuove, ma rimane, per lui, l'unica vera, l'unica in cui riesca a riconoscersi.
Inevitabile, in quanto di attualità, il raffronto con l'idea di base di "Atto di forza" (Total Recall), tratto, appunto, da un racconto di Philp Dick.
Il volume è poi completato da tre racconti di cui non si dà, molto scorrettamente, nessuna indicazione.
Il primo è la riedizione di quel "Schwartz in mezzo alle galassie" (Schwartz Between the Galaxies, '74), antologizzato in "Stellar" (Stellar 1, '74), "Fantapocket" n.14, ed.Longanesi, '77; gli altri due si intitolano "Thaiquen" e "Navarre", ma non sono riuscito a capire altro della loro identità.
da "Algenib notizie" n.7-febbraio '91
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IL CASTELLO DI LORD VALENTINE
(Lord Valentine Castle, ’80)
traduzione di Roberta Rambelli
"Fantacollana" n.45, ed.Nord, ’82
472 pagine, £ 10.000-originariamente apparso in "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", novembre-dicembre '79 e gennaio-febbraio '80; edizione originale: (Harper & Row, '80); premio Locus '81, finalista premio Hugo '81, finalista (25°), premio Locus Best ''87, miglior romanzo fantasy
È, questo, il romanzo col quale Silverberg è tornato, dopo l'annuncio, che aveva destato tanto clamore, del suo ritiro.E ritornò con un tipico romanzo-fiume, come tanti che ultimamente siamo abituati a vedere nelle nostre librerie.
Principalmente si tratta di un ingegnosissimo gioco ad incastri, che si rifà agli stilemi più classici della fantasy, ovvero, innanzi tutto una nettissima e mai smentita divisioni tra buoni e cattivi, oltre che essere frequentemente costellato di simboli che mettono in movimento zone del nostro inconscio collettivo non indifferenti.L'azione si svolge su Majipoor, un pianeta gigante su cui vivevano pochi milioni di indigene prima che arrivassero le astronavi dei terrestri; non che ci sia stato un genocidio di alieni, ma bensì una sorta di "apartaid", tanto per intenderci.
Su Majipoor vivono poi altre razze aliene di diversa provenienza.Il potere è così distribuito; vi è un Pontifex che corrisponde più o meno al nostro concetto di imperatore, ed ha il potere legislativo, e poi un Coronal, con il potere esecutivo.
La trovata, quello che dà il tocco, il sapore, al romanzo, è il suo iniziare a storia già avviata, ovvero con Valentine che, svegliandosi, si ritrova ad assistere ad una festa in onore di Lord Valentine...un puro caso di omonimia?All'inizio il Valentine povero crede che sia così, ma poi, gradualmente, ritornano in lui i ricordi, e capisce di essere lui il vero Coronal e che colui che siede sul trono non è che un usurpatore, Dominin Barjazid, figlio del re dei sogni, Simonan Barjazid.
Come si può facilmente capire, con un tale metodo il lettore è estremamente facilitato nella sua opera di costruzione del quadro, sia perchè da una parte si è matematicamente sicuri che quel Valentine è il protagonista, per intuizione minimale, basata sulla conoscenza dei meccanismi basilari della fantasy, sia perchè in quel modo la quest che il protagonista compie è la stessa che si attua nella psiche, del lettore.
Gli antefatti verranno rivelato solo verso la fine, quando Valentine, dopo essersi fatto riconoscere ed essersi fatto dare protezione da sua madre, la Signora dell'Isola, e dal vecchio Pontifex, suo padre, si mette in marcia verso il Castello: acclamato di città in città dai cittadini, a dire il vero un po' sconcertati da quell'improvviso e così importante cambiamento del loro mondo, pensa: "Sembrava prodigiosamente familiare, entrare in una grande città lungo i viali fiancheggiati da folle acclamanti.Valentine ricordava, sebbene gli sembrasse il ricordo di un sogno, l'inizio della grande visita di stato incompiuta, quando nella primavera del suo regno era andato sul fiume sino ad Alaisor, sulla costa occidentale, e aveva attraversato il mare per raggiungere l'isola e s'era inginocchiato accanto a sua madre nel tempio Interno quindi aveva intrapreso il grande viaggio per mare verso occidente, fino a Zimroel, e le folle l'avevano acclamato a Pipiplok e Velathys e Narabal, nei tropici lussureggianti.Le palme, i banchetti, i festeggiamenti, lo splendore, e poi a Til-Omon, altre folle, altre grida: -Valentine!Lord Valentine!-E a Tilomon rammentava una sorpresa: Dominin Barjazid, il figlio del Re dei Sogni, era venuto da Suvrael per accoglierlo e onorarlo con un banchetto, perchè abitualmente i Barjazid rimanevano nel loro regno assolato, lontani dall'umanità a curare le macchine che inviavano i sogni, a mandare i messaggi notturni per istruire,comandare e punire.E il banchetto a Til-Omon, e la caraffa di vino versato da Barjazid e poi Valentine s'era trovato a guardare la città di Pidruin dall'alto d'un dosso di calcare, con vaghi, confusi ricordi di essere cresciuto nello Ziorel occidentale.Adesso, dopo tanti mesi, gridavano di nuovo il suo nome per le vie di una grande città, dopo la lunga, strana interruzione." (pag.408-409).
Comunque, al di là della trama, di cui non vi dico come va a finire, terrei a far notare alcune particolarità che mi hanno colpito.
Innanzi tutto il tono su cui è tenuta l'intera narrazione, ovvero un tono parecchio aulico, che rende l'idea di quella civiltà in modo soddisfacente, dell'atmosfera appunto medioevalistica che vi si respira a pieni polmoni.I protagonisti sono un numero estremamente ristretto, la cui caratteristica principale è quella di essere come calamitati dal vero Valentine, durante l'intero corso della vicenda.Molto apprezzabili i due episodi centrali, in cui Valentine cerca, poi riuscendoci, di avere udienza presso sua madre, prima, e poi presso suo padre, il vecchio Pontifex. Il primo mi ha ricordato parecchio la "Divina commedia" di Dante, l'ascesa dell'eroe dall'inferno dei suoi pensieri confusi e dilaniati, al purgatorio delle varie prove che i pellegrini devono superare per accedere ad un livello più elevato, al paradiso di delizia che l'incontro con la Madre; in questa "madre" io vi riscontro gli antichi echi della mitologia pagana della Grande Madre, soprattutto mediterranea-latina.Il secondo, invece, mi ha fatto venire in mente "Il processo" di Kafka.Non stà qui ora ad approfondire queste mie intuizioni, se così è poi lecito chiamarle, per il semplice fatto che, con molta probabilità a voi faranno o hanno fatto venire in mente altre cose, se non addirittura non vi stimoleranno o hanno stimolato affatto.Nel complesso un romanzo decisamente troppo lungo, che, per di più, avrebbe potuto benissimo essere accorciato senza togliere nulla nè alla trama nè all'atmosfera, anzi, sicuramente ne avrebbe guadagnato.E a guadagnarci, invece, è Silverberg, che per questo romanzo ha firmato un contratto per una cifra astronomica; che l'annuncio del ritiro fosse una trovata pubblicitaria?Dagli americani aspettiamoci questo ed altro!
Sul "Cosmoinformatore" il primo del '83, infine, leggo che il caro Robert ha scritto un romanzo intitolato "Le cronache di Majipoor"...non so proprio se lo leggerò (Majipoor Chronicles, '81, '82), "Fantacollana" n.49, ed.Nord, '83; di questo ciclo fa parte anche "Il pontifex Valentine" (Valentine Pontifex, '83), "Fantacollana" n.57, ed.Nord, '84).
Comunque, se non avete mai letto Silverberg, vi prego vivamente di non accantonarlo, caso volesse, per questa mia recensione; "Monade 116", "Vacanze nel deserto", "Vertice di immortali", "Mutazione", "Il figlio dell'uomo" e tanti altri sono veri gioiellini.
Un consiglio per Silverberg; vai a prendere lezioni da Herbert e da Delany, se vuoi scrivere romanzi-fiume!
Altri contributi critici:
"Recensione" di R.D.Geis, "Dimensione cosmica" n.9, vecchia serie, ed.Solfanelli, '81, pag.V° dell'inserto "News"
A proposito di castelli, vi consiglio caldamente la lettura di "L'ultimo castello" (The Last Castle,'76), di Jack Vance, "Robot speciale" n.5, ed.Armenia, '77, pag 49; quello merita, veramente.
da "The Dark Side" n.3, anno II°, '83

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LA STAGIONE DEI MUTANTI
(The Mutant Season, ’89)
traduzione di Roldano Romanelli
"Fantascienza" n.8, ed.Sperling & Kupfer, ’92
311 pagine, 24.900 £
in collaborazione con Karen Haber
Ampliamento di un vecchio racconto omonimo di Silverberg [in "Grande enciclopedia della fantascienza", vol.4, ed.Del Drago, '81-originariamente apparso in "Unfamiliar Territory" (Scribner's Sons, '73)], è, in effetti, un romanzo della moglie Karen: "...Karen ha realizzato la prima stesura del libro, che io ho in seguito rivisto riga per riga suggerendo revisioni tanto tematiche quanto stilistiche, dopo di che è toccato di nuovo a Karen sedersi alla tastiera." (pag.X).
C'è, in effetti, ben poco dell'inconfondibile stile di Silverberg.
Nel 2017 vi è una razza di mutanti rivelatasi da poco ai normali, e tra di loro alcuni che non esitano a ricorrere al rapimento, all'omicidio e alla sperimentazione genetica su oggetti umani per creare il supermutante.
I mutanti "Avevano...creato comunità chiuse, segrete, lontane da sguardi indiscreti e da domande imbarazzanti."; in seguito alle: "...terrorizzate, violente reazioni da parte della ben più ampia popolazione "normale"" (pag.17).
Dagli occhi dorati, hanno come principale caratteristica di avere molto sviluppate particolari doti mentali, quali la precognizione, l'obnubilazione, la telepiresi, la telepatia e la telecinesi, e una vita mediamente più breve dei normali.
La trama è infarcita di infinite storie d'amore con, anche,non poche scene di erotismo notevoli.
Sembra che questo non sia che il primo di una serie di romanzi su questo futuro.
da "Alpha Aleph" n.2-marzo '93

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LETTERE DA ATLANTIDE
(Letters from Atlantis, ’90)
traduzione di Francesca Crisigiovanni e Vittoria Viscardi
"Superjunior" n. 51, ed. Mondadori, ’93
118 pagine, 13. 000 £
Siverberg, che ci ha saputo regalare tanti capolavori, ha, come sappiamo, scritto anche alcuni romanzi per ragazzi; in traduzione, abbiamo a disposizione "Su Marte segui il gatto" (Lost Race of Mars, ’60) e "I tre superstiti" (Three Survived, ’69), entrambi in un "Oscar" del ’72. Ora, sempre la Mondadori, ci mette a disposizione quest’altro, davvero buono. È, come si può facilmente desumere dal titolo, redatto in forma epistolare; sono lettere che si immaginano essere scritte da un viaggiatore del tempo di un futuro prossimo che, : ". . . sotto forma di impulsi elettrici impalpabili. . . " (pag. 26), si nasconde nella mente dell’erede al trono di, appunto, Atlantide.
È, infatti, quello, ". . . l’unico modo possibile. . . poiché non possiamo viaggiare fisicamente. . . " (Idem).
Si immagina che le scriva per mano stessa dell’uomo che possiede, e che siano indirizzate all’altro viaggiatore temporale inviato in quella remota epoca per esplorarne i segreti.
In sintesi, vi si sostiene la teoria secondo la quale la nostra civiltà sia sorta a partire da un’invasione aliena; gli atlantidi, vi si dice, infatti, sarebbero degli alieni che, scampati alla distruzione del loro pianeta, sarebbero venuti sul nostro, e che, alla distruzione anche di quella colonia, avrebbero fondato le culle della nostra attuale civiltà.
È una teoria che in molti ritengono non assolutamente peregrina, e che, in effetti, non ha alcuna impossibilità logica reale, per quanto incredibile.
La collana è indirizzata ai bambini che abbiano superato i dodici anni, ma Silverberg non si è risparmiato di immettervi la sua naturale bravura di narratore, rendendolo decisamente piacevole.
Nel finale c’è anche una sorta di riflessione su un atteggiamento fatalistico nei confronti del destino, che va, dopo quanto detto precedentemente, a dare il messaggio educativo che un’opera del genere deve avere.

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NOTTURNO
(Nightfall, '90)
traduzione di Gino Scatasta
ed.Bompiani, ’90, "I grandi tascabili" n.217, ed.Bompiani, '92
1° ed.: 380 pagine, 28. 000 £
in collaborazione con Isaac Asimov
Silverberg ha scritto alcuni romanzi tratti dai maggiori racconti di Isaac Asimov, e questo è il primo di quelli tradotti qui da noi.(gli altri sono "Robot ndr-113" e "Il figlio del tempo").
"Notturno", il racconto di Asimov (In "Il meglio di Asimov", (The Best of Isaac Asimov, '73) ,1° volume, "Oscar", ed.Mondadori, '75-'76), è da molti considerato addirittura il più bel racconto di fantascienza che sia mai stato scritto, ed anche se magari questo è eccessivo, è, anche a mio parere, decisamente molto buono.
E per di più, si adatta molto bene ad essere ampliato a romanzo.In effetti quest'ultimo è una collaborazione in quanto il racconto originale costituisce il libro centrale, quasi del tutto fedelmente, a cui Silverberg ne ha aggiunti due, uno che narra di come si fosse arrivati alla situazione da cui parte il racconto, e l'altro che narra invece quello che succede poi.E che sono completamente differenti.
Infatti il primo si svolge in quella civiltà aliena, su questo pianeta dai sei soli, in pieno fulgore e funzionamento, ed ha una struttura ad incastro delle varie storie dei protagonisti del racconto, che vanno poi a convergere, tutto assolutamente essenziale all'economia della trama, o meglio, dell'idea di base che la sorregge.
Il secondo, invece, si svolge quando quella civiltà è crollata, in seguito alla Notte e alle Stelle, ed ha la tipica fisionomia dei romanzi catastrofici o del dopobomba, con quegli stessi personaggi che si reincarnano e che sviluppano tutto quello che il racconto aveva lasciato aperto, e lo concludono.
In generale, il risultato è abbastanza apprezzabile, e direi che il merito è senz'altro in larga misura da attribuirsi all'idea che sorregge il tutto, che è un bellissimo esempio di quella che mi piace definire relativitivismo culturale.

da "Algenib notizie" n.12/13-giugno/luglio '91

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IL FIGLIO DEL TEMPO
(Child of Time, '91)
traduzione di Gino Scatasta
ed.Bompiani, ’91, "I grandi tascabili" n.263, ed.Bompiani, '93
1° ed.: 398 pagine, 32. 000 £
in collaborazione con Isaac Asimov
È, questo, il risultato dell'ampliamento di un celebre racconto di Asimov, "The Ugly Little Boy", prontamente pubblicato da Bompiani, così come è stato per "Notturno".
Contrariamente a "Nightfall", però questo racconto non l'ho letto, e non posso quindi dirvi se sia stato lasciato praticamente inalterato come là, e se, nel tal caso, dove esso sia collocato all'interno del romanzo.
L'idea su cui è basato è una variazione del tema classico del viaggio nel tempo.
Infatti, in un futuro non troppo remoto, il ventunesimo secolo, si trova il modo di prelevare dal passato oggetti, vegetali, animali e persone.
Ma questa sovrastruttura è piuttosto marginale, con alcuni accenni ai tipici problemi che esso comporta: "Bisogna mantenere l'equilibrio del potenziale temporale." (pag.179); "Un problema di conservazione dell'energia.Ciò che viaggia nel tempo attraversa linee di forza temporali. Spostandosi crea del potenziale.Nella Stasi noi lo neutralizziamo e dobbiamo necessariamente conservarlo tale." (pag.180); "La quantità del mutamento tende a diminuire col tempo, e alla fine le cose tornano ad essere così come sarebbero state senza l'interferenza." (pag.190); la vera attenzione è invece incentrata sul rapporto che si viene a creare fra i due protagonisti, un piccolo Neanderthaliano, detto Timmie, e una donna che la Stasis Technologies ha assunto per prendersene cura.
La vera storia che viene raccontata è infatti proprio quella del loro rapporto, fatto di profondo affetto, dei progressi di lui e delle conseguenti soddisfazioni di lei.
Lei è una donna molto sola e frustrata, dopo un breve matrimonio, e c'è, inevitabilmente, anche una, seppur solo accennata sua sbandata, come la definirebbe lei, che è decisamente repressa.
Lui impara prima a parlare, poi "Riesce a capire dei libri semplici.Quando mangia usa coltello e forchetta.Si veste e si spoglia da solo." (pag.308), e poi, passo molto importante, a leggere, e gli viene anche affiancato un amico odierno.
Nel frattempo scienziati di molteplici discipline lo esaminano.Ma non c'è solo questa parte, anche se è quella più quantitativamente rilevante.
Ci sono anche, e sono i brani più interessanti, brevi episodi che si svolgono nell'età della pietra, l'epoca di Fuoco Divino Sul Viso, che sarà Timmie, veramente molto suggestivi, fra cui quello del suo rapimento.
Molto rilevante, poi, un accenno di psicologia junghiana: "E se l'uomo nero delle favole-accigliato, sporco e torvo-fosse stato un residuo della memoria della nostra razza, di un tempo in cui gli uomini di Neanderthal vagavano per l'Europa?" (pag.353).
Il finale, senza che vi stia a dire quale sia, è abbastanza poco prevedibile, ed è comunque un gesto d'amore che solleva anche delle problematiche antropologico-culturali di tipo religioso.

Altri contributi critici:

da "Alpha Aleph" n.2-marzo '93

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ROBOT NDR-113
(The Positrinic Man, '92)
traduzione di Gino Scatasta
ed.Bompiani, ’92
260 pagine, 29. 000 £
in collaborazione con Isaac Asimov
Dopo "Nightfall" e "The Hugly Little Boy", Robert Silverberg ho ripreso un'altro celebre racconto di Isaac Asimov, e l'ha ampliato a romanzo.
Questa volta si tratta di "The Bicentennial Man" ("L'uomo bicentenario", in "Robot" n.30, ed.Armenia, '78, e in "I premi Hugo 1976-1983", "Grandi opere" n.10 e "Tascabili super omnibus" n.2, ed.Nord, '84, '91), premio Hugo '77 quale migliore racconto lungo.
A mio parere Silverberg riesce ad usare quest'operazione letteraria, che non sempre da risultati soddisfacenti, dignitosamente, offrendo un prodotto piacevole e scorrevole.
Il racconto di Asimov era si buono, ma non certo un capolavoro di stile; il Buon Dottore non ha mai eccelso, in quanto a stile; buone idee, questo si, ma non certo estese in una prosa di qualità.
Silverberg vi aggiunge molto della sua capacità di sapere creare delle ottime atmosfere, il suo saper scrivere bene.
Anche qui vi sono varie parti del racconto originale che sono totalmente riportate nel romanzo, ad esempio l'undicesimo capitolo.
Sembra che questa collaborazione postuma debba dare altri frutti, anche se non sono a conoscenza di quali racconti di Asimov Silverberg intenda fare un'ampliamento a romanzo.

da "Intercom" n.144/145, '97

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I VIAGGIATORI DI JESPODAR
(Kingdom of the Wall, '93)
traduzione di Andrea Di Gregorio
"I romanzi Sonzogno" , ed. Sonzogno, ’93
333 pagine, 28. 000 £
È uno science-fantasy molto ben riuscito, che racconta di un pianeta sul quale i Terrestri vanno a stabilire una base, cosa che crea una credenza, un mito, per il quale gli abitanti dei villaggi di quel pianeta intraprendono un pellegrinaggio annuale alla vetta del monte ove credono risiedano gli Dei.
In realtà i loro Dei sono i Terrestri, che rivelano al Primo Scalatore, il primo che osò infrangere la proibizione divina di salire alle loro alture, da cui non potevano scendere per una questione di densità di atmosfera: "...avevano vietato la scalata alle alture raccontando che Sandu Sando il Vendicatore ci aveva cacciato un tempo e ora ci proibiva di ritornarvi." (pag.309), molte preziose tecniche e cognizioni che permisero a quegli alieni di migliorare di molto il livello di qualità della vita: "Egli apprese da loro l'uso del fuoco, e la tecnica per costruire utensili, per raccogliere le messi e fabbricare solide case, oltre a molte altre utili cose." (pag.10).
Il romanzo è la narrazione di uno di questi pellegrinaggi, che parte, appunto,dal villaggio di Jespodar.
Questi alieni sono antropomorfi, ma con delle caratteristiche fisiche essenziali molto differenti; la più rilevante è che sono normalmente asessuati, e che assumono gli attributi sessuali solamente quando desiderano accoppiarsi: "...sapevo che se l'avessi toccata fra le coscie, non avrei trovato un'apertura ad attendermi.Era Completamente neutra e intenzionata a rimanere in quello stato." (pag.91).
Altre differenze, il loro essere dotati di ventose alle mani, anche differentemente strutturate in quanto a dita, e di poter, seppure con fatica, trasformare volontariamente alcuni loro arti.
La loro vita media, poi, è sui quarant'anni.
Un'altra cosa denotante il loro basso livello di conoscenza, è che ritengono che il loro pianeta sia piatto: "...anche un bambino può dirti che il mondo è piatto...dovetti riconoscere che riuscivo a intravedere una leggera curvatura in lontananza, vicino all'orizzonte." (pp.98-99).
Moltissimi i miti e le leggende che permeano la loro cultura: "Gli altri noi stessi, perfetti e invulnerabili.Vivono nel Mondo Doppio che pende dal cielo e tocca le pendici più alte del Mondo." (pag.105).
Il racconto è costellato da innumerevoli strane creature, abitanti i molti reami, vedi il titolo originale, che si ritrovano alle e sulle pendici del Kosa Saag.
Ci sono gli Elfi del vento, con: "...corpi non troppo differenti dai nostri, ma molto piccoli e delicati, come infantili, morbidi e flosci, dalle braccia esili e dalle gambe di nano...quei piccoli corpi infelici pendevano da enormi ali pelose, dall'ampiezza straordinaria e dalla grande potenza, che li tenevano sospesi nell'aria, in una sorta di lieve, quieta planata." (pp.129-30); i Liquefatti,:"...esseri deformi oltre ogni immaginazione...non ve n'erano due simili tra loro." (pag.133); i Grandi Nove, i Re dei Liquefatti, Elfi del vento succhiasangue; la Kavnalla: "Una feroce creatura del Muro.Un'entità che è stata posta in questo luogo per deviare i più deboli dal loro cammino...Un essere gigantesco; un parassita; un nemico del genere umano." (pag.218); i Trasformati del reame della Kavnalla: "...esseri lunghi e bassi, dalle membra allungate, che servivano loro per spingersi in avanti lentamente" (pag.222); e quelli del reame del Knuz: "Pellegrini che hanno perso la strada.Arrivati fin qui non sono più andati oltre e hanno lasciato che il fuoco di Mutamento li riplasmasse a suo piacere.(...).Le gambe erano piccole e rattrappite e visibilmente muscolose, e terminavano con minacciosi artigli ricurvi.Nudo e glabo, la pelle incolore formava delle pieghe che gli pendevano dal corpo che era scarno e informe.Il muso, invece, gonfio e distorto dalla paura e dall'odio, era tutto occhi e bocca, le nari ridotte a fessure e senza nessuna traccia di orecchie." (pp.238-9); i trasformati della Fonte della Vita: "Ci andiamo ogni cinque anni, o anche più spesso se vogliamo, vi entriamo e ne usciamo fuori come ci vedi adesso." (eternamente giovani; pag.276); le creature al servizio del Sembital, che non si sa che cosa sia: "...i loro arti erano...estremamente allungati e deformi...In mezzo a questa struttura di lunghe membra ossute, piccoli, esili corpi pendevano come un'appendice...gente del tutto pacifica..." (pp.228-9); la gente degli Alti Reami che: "...avevano spinto la loro capacità di mutare la nostra forma oltre ogni immaginazione, e lo avevano fatto volutamente e in perfetta coscienza...questa gente ave(va) mutato se stessa dall'interno, per libera scelta." (pag.266).
Quel pianeta è chiamato dai suoi abitanti Mondo, ed è orbitante in un sistema di stella doppia, tra i soli Ekmalios e Marilemma.
Sebbene ci sia un tentativo di esplicitazione simbolica da parte del capo-protagonista-narratore dell'attraversamento dei primi reami: "La Kavnalla era il luogo della più miserevole impotenza, il Sembitol, il Reame dell'ottusa perdita della coscienza, il Kvuz, infine, quello del più totale e squallido isolamento dello spirito." (pp.240-1), è fin troppo esplicito il significato simbolico del racconto; è un viaggio iniziatico dall'ignoranza delle credenze fasulle alla conoscenza della realtà.
Particolarmente interessanti gli ultimi capitoli, in cui i pellegrini, una volta appresa la verità, subiscono un doloroso travaglio interiore, per arrivare, dopo aver, molto simbolicamente significativo, uccisi i falsi dei, arrivare ad accettare la realtà, e ad apprezzarne i lati positivi.

da "Intercom" n.144/145

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DOMANI L'APOCALISSE
(Hot Sky at Midnight, '93)
traduzione di Anna Maria Sommariva
"I romanzi Sonzogno" , ed. Sonzogno, ’94
382 pagine, 22. 000 £,
Quest'ultimo romanzo di Silverberg tradotto segna un pò il ritorno di quest'autore a quelli che erano i temi della Sf degli anni '70, in cui predominavano le tematiche sociogiche, di denuncia sociale; fu proprio in quegli anni che Silverberg produsse le sue cose migliori, come forse saprete.
Qui il racconto è incentrato sulle conseguenze dell'inquinamento sull'atmosfera del nostro pianeta: "...tra quattro o cinque generazioni, sei secondo una stima estremamente favorevole, l'aria di questo pianeta diverrà irrespirabile per la razza umana, così com'è attualmente." (pag.55).
La trama si sviluppa attorno a due progetti per tentare di salvare la razza umana, uno mirante a modificare radicalmente la struttura genetica dell'uomo per renderlo atto a vivere in quelle condizioni, l'altro al viaggio interstellare alla ricerca di un altro pianta abitabile.
Il primo è decisamente quello su cui, mi sembra, Silverberg voglia insistere; principalmente, si sofferma sui problemi etici concernenti la modificazione radicale del genere umano, andando quindi a parlare di quei già oggi attualissimi problemi di bioetica che gli sperimentatori del settore devono affrontare.
Degli scienziati pensano di: "...modificare l'intero funzionamento del sistema respiratorio-circolatorio del corpo umano, per fare in modo che gli esseri umani potessero respirare una miscela di anidride solforosa-metano-anidride carbonica e mandare al diavolo qualunque necessità d'ossigeno." (pag.53); "Trasformare la razza umana in qualcosa di grottesco e ripugnante, qualcosa che non può affatto essere considerato umano.Creare una nuova razza di mostri fantascientifici." (pag.78) ; "...quando tutto sarà compiuto, avremo una creatura forse perfettamente adattata alle nuove condizioni ambientali, ma che razza di essere sarà?Potremo ancora chiamarlo essere umano?" (pag.80).
L'altro filone è, mi sembra, più che altro funzionale all'inserimento, nella trama, di elementi più piacevoli, più leggeri, con un elemento di novum abbastanza originale, quello della necessità di uomini dalle facoltà del tutto particolari per la guida di astronavi, attorno al quale si struttura buona parte della narrazione.
Non mancano, fortunatamente, alcuni cenni erotici, dovuti, essenziaslmente, all'inserimento di un personaggio femminile decisamente caldo.
Nel complesso, risulta una lettura decisamente avvincente, con quegli elementi di stimolo ad una riflessione etica che dicevamo.

Altri contributi critici:
recensione di Marzio Tosello, "Urania" n.1242, ed.Mondadori, '94, pag.173

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L'ARCA DELLE STELLE
(Starborne, '96)
traduzione di Giuliano Acunzoli
"Urania" n.1306 , ed. Mondadori, ’97
296 pagine-5.900 £
Silverberg, nelle sue opere di quest'ultimo periodo, riesce decisamente bene ad utilizzare gli stilemi che la Sf classica gli mette a disposizione, e di cui, indubbiamente, ha dimestichezza estrema, per costruire dei romanzi che solo apparentemente sono delle Space opera, ma che, in realtà, sono dei grandi apologhi sull'Uomo.
Qui mi pare che miri, in particolar modo, ad una sorta di grande allegoria dell'abbandono della sacra dimora, dei primi tentennanti tentativi di uscire alla scoperta di altre realtà; il racconto, infatti, è imperniato sul viaggio di una gigantesca astronave, la prima ad abbandonare il sistema solare, che si avvia alla ricerca di altri pianeti abitabili dall'uomo.
E, successivamente, vari altri elementi di trama mi paiono confermare senz'altro questa tesi; il primo pianeta che incute timore, il secondo con forti valenze sessuali, ecc…
La fantascienza è una letteratura rivolta agli adolescienti, ma questo è un'ottimo esempio di come essa sia, per così dire, duplice, nel senso di come essa possa venir letta da un adolescente, per così dire, in maniera diretta, assorbendone ciò che se ne riesce ad assorbire, mentre può risultare una lettura molto accattivante, e, direi, istruttiva, anche per gli adulti, che ne possono trarre spunti educativi.
Non sempre ciò avviene, purtoppo; sappiamo bene delle moltissime opere di Hard Sf che, in quanto a contenuti, davvero bisogna andarli a cercare col rampino.
Il romanzo, poi, ha un'impennata verso il finale, dove viene ad inserirsi il cosidetto elemento di novum specifico di quest'opera; la telepate dell'equipaggio perde il contatto con la sorella sulla Terra, e si ipotizza che ciò possa essere dovuto ad una qualche interferenza, ad un qualcosa o qualcuno che là, negli immensi spazi siderali, li impedisce.
Dopo qualche tentativo, ella riesce a mettersi in contatto con essi: "...qualcosa di enorme, qualcosa di immensamente potente e pieno di energia radiante." (pag.271).
Poi, purtroppo, Silverberg spreca un'idea che poteva essere sviluppata molto meglio, dicendo che quegli angeli (così vengono denominate quelle presenze interferenti dai componenti l'equipaggio) altro non sono che le stelle: "...Una stella vivente, dotata di intelligenza....stelle che vivono, che pensano, che hanno una mente e un'anima e che comunicano tra loro." (pag.286).
Il tutto è condotto veramente in maniera magistrale; l'attenzione del lettore è quasi sempre tenuta desta, tranne che in alcuni passaggi, in cui vi sono delle cadute di tono che lo rallentano un pò, specie quando si sofferma un pò troppo sulle descrizioni scientifiche dei pianeti da esplorare.
Ma la Sf è letteratura, lo sappiamo, anche di scienza, che prende spunto da essa, anche se, spesso, si potrebbe benissimo evitare di inserire i dati, per dare più spazio a quelle che sono le estrapolazioni da essi.
Silverberg, qui, riesce a confezionare un prodotto davvero buono, partendo da una base di Hard Sf, proprio perchè costruisce, su un'intelaiatura, per così dire, prettamente tale, un racconto che ha più le caratteristiche di, come dicevamo, un apologo.
Una delle linee di lettura, poi, è la storia d'amore fra il comandante e quella telepate, con, anche, alcuni elementi sessuali che, per quanto assolutamente soft, non fanno che allegerire e rendere più gradevole la lettura.
In conclusione, dopo le ottime prove di "Il volte delle acque" (The Face of the Waters, '91) e "Domani l'apocalisse" (Hot Sky at Midnight, '93), il Silverberg più prettamente fantascientifico dà dimostrazione di aver raggiunto e superato il già ottimo livello delle sue opere precedenti l'interruzione di ben quattro anni, durante i quali tutti noi abbiamo trepidato nel timore che potesse davvero, come aveva detto, aver smesso di scrivere per sempre.
Il volume è completato da un "Ritratto dell'autore" di Giuseppe Lippi.

da "Future shock" n.22, '97

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GLI ANNI ALIENI
(The Alien Years, '98)
traduzione di Cecilia Scerbanenco
"Urania" n.1360-1361 , ed. Mondadori, ’99
510 pagine- 11800 £
È, questo, l’ultimo romanzo di Silverberg tradotto qua da noi, e, certo, non delude; rimane di quell’ottima qualità alla quale il buon Robert ci ha, ormai da anni, abituati.
Ed è, basilarmente, un’innovativa ripresa del tema iper-classico dell’invasione aliena.
In estrema sintesi, infatti, narra dell’arrivo di alieni che lo sono talmente tanto da assoggettare, sconvolgere e sottomettere l’Umanità, senza mai, praticamente, neppure rivolgersi ad essa in un qualsivoglia modo.Per, poi, andarsene via, come se ne andrebbero via degli Dèi, in un’epopea che si estende nel tempo per una cinquantina d’anni.
Ecco; Silverberg ci racconta, di questo scenario, una storia intensa, struggente, di amori, passioni, odi, di Resistenza e rassegnazione, che, assai spesso, riesce a toccare quelle fatidiche corde riposte del nostro animo.Nelle cinquecento e più pagine che lo compongono, poi, riesce a non farla sfilacciare, la sua storia, a mantenerla sempre bella compatta, sempre della stessa intensità, cosa che non è assolutamente facile.
Verso la fine, nell’ottavo capitolo, troviamo anche un Silverberg in una versione decisamente insolita, quella di scrittore cyberpunk, che ci porta in una lunga e, mi pare, abbastanza ben condotta scena di navigazione, appunto, nelle lande elettroniche del cyberspazio.
Sicuramente, due racconti che poi sono andati ad inserirsi interamente nel romanzo, sono stati precedentemente editi separatamente, "Bellezza nella notte" (Beauty in the Night) (In "Il gioco infinito", "Millemondi estate 1999", "Millemondi" n.64, ed.Mondadori, ’99, traduzione di Antonella Pieretti, © ’97, by Agberg Ltd; 41 pagine, pag.151), e "Il racconto del venditore di indulgenze" (The Pardoner’s Tale) (In "La macchina che uccide", "Millemondi inverno 1998", "Millemondi" n.62, ed.Mondadori, ’98, traduzione di Delio Zinoni, originariamente apparso in "Playboy", giugno ’87; 23 pagine, pag.100), il primo ad iniziare dal 2° capitolo, da pag.166 a pag.177, per poi proseguire nel 3°, da pag.206 a pag.225, e da pag.245 a pag.250, l’ultimo del primo volume, uscito con data 25/4 (3), per concludersi nel 4°, da pag.29 a pag.41 del 2°, uscito con data 23/5 (4).Il secondo è inserito, invece, a partire da pag.145 del 7° capitolo, a pag.147, per poi proseguire da pag.153 a pag.154 dello stesso, e da pag.156 a pag.172 dell’8°, e terminare da pag.177 a 191 dello stesso.
È abbastanza probabile che altre parti abbiano avuto la stessa sorte, avendone tutte le caratteristiche necessarie, un’altra almeno direi quasi sicuramente, ma non ve lo so dire con precisione.

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ALLA FINE DELL'INVERNO
(At Winter's End, '88), di Robert Silverberg
traduzione di Vittorio Curtoni
"Altri mondi", ed.Mondadori, '89
355 pagine, 24.000 £
È, questo, il primo romanzo di una trilogia che Silverberg ha voluto dedicare al lontanissimo futuro del nostro pianeta, e a cui fece seguito "La nuova primavera". Qualcosa come milioni di anni nel futuro, veniamo a sapere che a intervalli di quella medesima portata arrivano sulla Terra le Stelle Assassine, ovvero che la Terra attraversa una fascia di asteroidi, provocando la fine ciclica della civiltà. Ma questo lo scopriamo solo gradualmente, essendo protagonista del racconto una tribù di scimmie che "…imbozzolatesi…" praticamente ancora animali all'inizio di una di queste catastrofi in settecentomila anni di attesa ed evoluzione, sono ormai "…umani…" all'inizio della Nuova Primavera.Gli umani veri, i nostri discendenti, sembra, sono "…andati via…", su altre stelle ed altri pianeti.Ma il Grande Mondo, prima della distruzione, non comprendeva solo loro, ma era formato dai Sei Popoli: gli Occhi di zaffiro, evolutisi dai rettili, tipo coccodrilli: "…bestie grandi e terrificanti, con enormi mascelle grandi e terrificanti, con enormi mascelle e la miriade di denti scintillanti e le ruvide scaglie verdi e gli occhi sporgenti..." (pag.154); gli Hjjk, evolutisi dagli insetti, tipo formiche: "Non possedevano entità singole, indivualità.Ognuno faceva parte dell'entità più vasta che era il gruppo...e ogni gruppo era parte della razza...nella sua totalità" (pag.155); i Vegetali, piante mobili ed intelligenti: "I petali dei loro visi erano gialli o rossi o blu, e avevano al centro un solo occhio dorato.I gambi centrali erano robusti, mentre gli arti erano molto più morbidi e flessibili" (idem); i Meccanici, robot perfetti, con piana coscienza di sè come individui: "...massicce creature di metallo dalle teste a cupola... erano i servi degli Occhi di zaffiro"; "...possedevano...una chiara consapevolezza della propria esistenza." (pag.156); i Signori del mare, evolutisi dai pesci, o forse dai delfini: "...snelli esseri dal pelo marrone, con una struttura fisica piacevolmente affusolata, rubusti e dotati di arti simili a pinne" (Idem); e loro, gli umani, antichissimi e fieri, rispettati e riveriti da tutti gli altri, superstiti dal precedente arrivo delle Stelle Assassine. La trama è decisamente accattivante, e molto ben condotta; il protagonista indiscusso, anche se fra comprimari di rilievo, tutti fortemente delineati psicologicamente, è Hresh, intellligente e curioso ragazzino che, da bambino combina-guai, diventa addirittura il saggio della tribù. Certamente un demerito di simili ambientazioni è che escludono nel modo più assoluto valutazioni di qualsiasi tipo sulla nostra società, visto che non è certo un futuro estrapolato. È, invece, un futuro molto magico, e facilmente, vista la scusante che in quei milioni di anni può essere successo di tutto ed inventato di tutto. Credo, comunque, che la traduzione del buon Curtoni abbia contribuito in modo determinante a rendere questo romanzo un lettura decisamente buona.

"Algenib notizie" n.14-agosto '91



LA NUOVA PRIMAVERA
(The New Springtimem, '90),di Robert Silverberg
traduzione di Nicoletta Vallorani
"Altri mondi", ed.Mondadori, '92 (2° edizione)
431 pagine, 29.000 £
Secondo romanzo della trilogia iniziata con "Alla fine dell'inverno" (vedi), vede la guerra tra quella razza di scimmie evolutasi in migliaia di anni di ibernazione e gli Hjjk, evolutisi dagli insetti.
Il messaggio di fondo è un messaggio di pace universale: "La verità è...che tutti i sei popoli del Grande Mondo devono essere considerati umani, qualunque forma prendano i loro corpi.(...)Sono tutti umani: sei popoli civilizzati, capaci di vivere in pace insieme, e di crescere e di costruire." (pag.100).
Gli Hjjk, dapprima considerati dei diversi, dei mostri da combattere in quanto tali, vengono completamente rivalutati per la morte di un loro ambasciatore, assunto ad una sorta di divinità.
I neo-umani scoprono che essi: "Vivono in un'atmosfera di sogni, di magia, di stupore." (pag.189); che "Il legame del Nido (la loro struttura sociale) è la consapevolezza della relazione esistente tra ogni cosa nell'universo con ogni altra cosa." (pag.30).
Io, sinceramente, ho trovato più divertente il primo; questo è più lento, meno intrigante.


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