Robert
Silverberg
Recensioni
Marcello
Bonati
STARHAVEN
(Starhaven,
’58)
traduzione
di Matteo Puggioni
"Il
libro d'oro della fantascienza" n.44, ed.Fanucci, ’90
221
pagine, 20. 000 £-edizione originale: (Avalon, '58); ampliamento
di "Thunder Over Starhaven", originariamente apparso in "Sf Adventures",
ottobre '57; anche in "Urania" n.213, ed.Mondadori, '59, nella traduzione
di Stanis La Bruna, col titolo di "Il pianeta dei fuorilegge"
Questo "Starhaven" altro non
è che la riedizione di un romanzo del primo periodo di Silverberg,
edito, per di più, con lo pseudonimo usato dall'autore nella prima
edizione, ovvero Ivar Jorgenson.
Qui da noi era già
stato tradotto nel lontano settembre del '59 sulla mitica "Urania", nel
n.213, col titolo azzeccatissimo di "Il pianeta dei fuorilegge".
La trama è molto
semplice, ma l'idea centrale su cui si basa decisamente interessante, direi
dickiana.
Infatti un poliziotto cui
vengono inseriti falsi ricordi per superare il sondaggio psichico del pianeta
dei fuorilegge non torna ad essere un poliziotto nemmeno quando gli viene
svelata la sua vera identità, ma rimane in quella posticcia perchè
per un errore essa non si rimuove, ma rimane, per lui, l'unica vera, l'unica
in cui riesca a riconoscersi.
Inevitabile, in quanto di
attualità, il raffronto con l'idea di base di "Atto di forza" (Total
Recall), tratto, appunto, da un racconto di Philp Dick.
Il volume è poi completato
da tre racconti di cui non si dà, molto scorrettamente, nessuna
indicazione.
Il primo è la riedizione
di quel "Schwartz in mezzo alle galassie" (Schwartz Between the Galaxies,
'74), antologizzato in "Stellar" (Stellar 1, '74), "Fantapocket" n.14,
ed.Longanesi, '77; gli altri due si intitolano "Thaiquen" e "Navarre",
ma non sono riuscito a capire altro della loro identità.
da
"Algenib notizie" n.7-febbraio '91
/\ inizio
/\
IL
CASTELLO DI LORD VALENTINE
(Lord
Valentine Castle, ’80)
traduzione
di Roberta Rambelli
"Fantacollana"
n.45, ed.Nord, ’82
472
pagine, £ 10.000-originariamente apparso in "The Magazine of Fantasy
and Science Fiction", novembre-dicembre '79 e gennaio-febbraio '80; edizione
originale: (Harper & Row, '80); premio Locus
'81, finalista premio Hugo '81, finalista (25°),
premio
Locus Best ''87, miglior romanzo fantasy
È, questo, il romanzo
col quale Silverberg è tornato, dopo l'annuncio, che aveva destato
tanto clamore, del suo ritiro.E ritornò con un tipico romanzo-fiume,
come tanti che ultimamente siamo abituati a vedere nelle nostre librerie.
Principalmente si tratta
di un ingegnosissimo gioco ad incastri, che si rifà agli stilemi
più classici della fantasy, ovvero, innanzi tutto una nettissima
e mai smentita divisioni tra buoni e cattivi, oltre che essere frequentemente
costellato di simboli che mettono in movimento zone del nostro inconscio
collettivo non indifferenti.L'azione si svolge su Majipoor, un pianeta
gigante su cui vivevano pochi milioni di indigene prima che arrivassero
le astronavi dei terrestri; non che ci sia stato un genocidio di alieni,
ma bensì una sorta di "apartaid", tanto per intenderci.
Su Majipoor vivono poi altre
razze aliene di diversa provenienza.Il potere è così distribuito;
vi è un Pontifex che corrisponde più o meno al nostro concetto
di imperatore, ed ha il potere legislativo, e poi un Coronal, con il potere
esecutivo.
La trovata, quello che dà
il tocco, il sapore, al romanzo, è il suo iniziare a storia già
avviata, ovvero con Valentine che, svegliandosi, si ritrova ad assistere
ad una festa in onore di Lord Valentine...un puro caso di omonimia?All'inizio
il Valentine povero crede che sia così, ma poi, gradualmente, ritornano
in lui i ricordi, e capisce di essere lui il vero Coronal e che colui che
siede sul trono non è che un usurpatore, Dominin Barjazid, figlio
del re dei sogni, Simonan Barjazid.
Come si può facilmente
capire, con un tale metodo il lettore è estremamente facilitato
nella sua opera di costruzione del quadro, sia perchè da una parte
si è matematicamente sicuri che quel Valentine è il protagonista,
per intuizione minimale, basata sulla conoscenza dei meccanismi basilari
della fantasy, sia perchè in quel modo la quest che il protagonista
compie è la stessa che si attua nella psiche, del lettore.
Gli antefatti verranno rivelato
solo verso la fine, quando Valentine, dopo essersi fatto riconoscere ed
essersi fatto dare protezione da sua madre, la Signora dell'Isola, e dal
vecchio Pontifex, suo padre, si mette in marcia verso il Castello: acclamato
di città in città dai cittadini, a dire il vero un po' sconcertati
da quell'improvviso e così importante cambiamento del loro mondo,
pensa: "Sembrava prodigiosamente familiare, entrare in una grande città
lungo i viali fiancheggiati da folle acclamanti.Valentine ricordava, sebbene
gli sembrasse il ricordo di un sogno, l'inizio della grande visita di stato
incompiuta, quando nella primavera del suo regno era andato sul fiume sino
ad Alaisor, sulla costa occidentale, e aveva attraversato il mare per raggiungere
l'isola e s'era inginocchiato accanto a sua madre nel tempio Interno quindi
aveva intrapreso il grande viaggio per mare verso occidente, fino a Zimroel,
e le folle l'avevano acclamato a Pipiplok e Velathys e Narabal, nei tropici
lussureggianti.Le palme, i banchetti, i festeggiamenti, lo splendore, e
poi a Til-Omon, altre folle, altre grida: -Valentine!Lord Valentine!-E
a Tilomon rammentava una sorpresa: Dominin Barjazid, il figlio del Re dei
Sogni, era venuto da Suvrael per accoglierlo e onorarlo con un banchetto,
perchè abitualmente i Barjazid rimanevano nel loro regno assolato,
lontani dall'umanità a curare le macchine che inviavano i sogni,
a mandare i messaggi notturni per istruire,comandare e punire.E il banchetto
a Til-Omon, e la caraffa di vino versato da Barjazid e poi Valentine s'era
trovato a guardare la città di Pidruin dall'alto d'un dosso di calcare,
con vaghi, confusi ricordi di essere cresciuto nello Ziorel occidentale.Adesso,
dopo tanti mesi, gridavano di nuovo il suo nome per le vie di una grande
città, dopo la lunga, strana interruzione." (pag.408-409).
Comunque, al di là
della trama, di cui non vi dico come va a finire, terrei a far notare alcune
particolarità che mi hanno colpito.
Innanzi tutto il tono su
cui è tenuta l'intera narrazione, ovvero un tono parecchio aulico,
che rende l'idea di quella civiltà in modo soddisfacente, dell'atmosfera
appunto medioevalistica che vi si respira a pieni polmoni.I protagonisti
sono un numero estremamente ristretto, la cui caratteristica principale
è quella di essere come calamitati dal vero Valentine, durante l'intero
corso della vicenda.Molto apprezzabili i due episodi centrali, in cui Valentine
cerca, poi riuscendoci, di avere udienza presso sua madre, prima, e poi
presso suo padre, il vecchio Pontifex. Il primo mi ha ricordato parecchio
la "Divina commedia" di Dante, l'ascesa dell'eroe dall'inferno dei suoi
pensieri confusi e dilaniati, al purgatorio delle varie prove che i pellegrini
devono superare per accedere ad un livello più elevato, al paradiso
di delizia che l'incontro con la Madre; in questa "madre" io vi riscontro
gli antichi echi della mitologia pagana della Grande Madre, soprattutto
mediterranea-latina.Il secondo, invece, mi ha fatto venire in mente "Il
processo" di Kafka.Non stà qui ora ad approfondire queste mie intuizioni,
se così è poi lecito chiamarle, per il semplice fatto che,
con molta probabilità a voi faranno o hanno fatto venire in mente
altre cose, se non addirittura non vi stimoleranno o hanno stimolato affatto.Nel
complesso un romanzo decisamente troppo lungo, che, per di più,
avrebbe potuto benissimo essere accorciato senza togliere nulla nè
alla trama nè all'atmosfera, anzi, sicuramente ne avrebbe guadagnato.E
a guadagnarci, invece, è Silverberg, che per questo romanzo ha firmato
un contratto per una cifra astronomica; che l'annuncio del ritiro fosse
una trovata pubblicitaria?Dagli americani aspettiamoci questo ed altro!
Sul "Cosmoinformatore" il
primo del '83, infine, leggo che il caro Robert ha scritto un romanzo intitolato
"Le cronache di Majipoor"...non so proprio se lo leggerò (Majipoor
Chronicles, '81, '82), "Fantacollana" n.49, ed.Nord, '83; di questo ciclo
fa parte anche "Il pontifex Valentine" (Valentine Pontifex, '83), "Fantacollana"
n.57, ed.Nord, '84).
Comunque, se non avete mai
letto Silverberg, vi prego vivamente di non accantonarlo, caso volesse,
per questa mia recensione; "Monade 116", "Vacanze nel deserto", "Vertice
di immortali", "Mutazione", "Il figlio dell'uomo" e tanti altri sono veri
gioiellini.
Un consiglio per Silverberg;
vai a prendere lezioni da Herbert e da Delany, se vuoi scrivere romanzi-fiume!
Altri
contributi critici:
"Recensione" di R.D.Geis,
"Dimensione cosmica" n.9, vecchia serie, ed.Solfanelli, '81, pag.V°
dell'inserto "News"
A proposito di castelli,
vi consiglio caldamente la lettura di "L'ultimo castello" (The Last Castle,'76),
di Jack Vance, "Robot speciale" n.5, ed.Armenia, '77, pag 49; quello merita,
veramente.
da
"The Dark Side" n.3, anno II°, '83
/\ inizio
/\
LA
STAGIONE DEI MUTANTI
(The
Mutant Season, ’89)
traduzione
di Roldano Romanelli
"Fantascienza"
n.8, ed.Sperling & Kupfer, ’92
311
pagine, 24.900 £
in
collaborazione con Karen Haber
Ampliamento di un vecchio racconto
omonimo di Silverberg [in "Grande enciclopedia della fantascienza", vol.4,
ed.Del Drago, '81-originariamente apparso in "Unfamiliar Territory" (Scribner's
Sons, '73)], è, in effetti, un romanzo della moglie Karen: "...Karen
ha realizzato la prima stesura del libro, che io ho in seguito rivisto
riga per riga suggerendo revisioni tanto tematiche quanto stilistiche,
dopo di che è toccato di nuovo a Karen sedersi alla tastiera." (pag.X).
C'è, in effetti,
ben poco dell'inconfondibile stile di Silverberg.
Nel 2017 vi è una
razza di mutanti rivelatasi da poco ai normali, e tra di loro alcuni che
non esitano a ricorrere al rapimento, all'omicidio e alla sperimentazione
genetica su oggetti umani per creare il supermutante.
I mutanti "Avevano...creato
comunità chiuse, segrete, lontane da sguardi indiscreti e da domande
imbarazzanti."; in seguito alle: "...terrorizzate, violente reazioni da
parte della ben più ampia popolazione "normale"" (pag.17).
Dagli occhi dorati, hanno
come principale caratteristica di avere molto sviluppate particolari doti
mentali, quali la precognizione, l'obnubilazione, la telepiresi, la telepatia
e la telecinesi, e una vita mediamente più breve dei normali.
La trama è infarcita
di infinite storie d'amore con, anche,non poche scene di erotismo notevoli.
Sembra che questo non sia
che il primo di una serie di romanzi su questo futuro.
da
"Alpha Aleph" n.2-marzo '93
/\ inizio
/\
LETTERE
DA ATLANTIDE
(Letters
from Atlantis, ’90)
traduzione
di Francesca Crisigiovanni e Vittoria Viscardi
"Superjunior"
n. 51, ed. Mondadori, ’93
118
pagine, 13. 000 £
Siverberg, che ci ha saputo
regalare tanti capolavori, ha, come sappiamo, scritto anche alcuni romanzi
per ragazzi; in traduzione, abbiamo a disposizione "Su Marte segui il gatto"
(Lost Race of Mars, ’60) e "I tre superstiti" (Three Survived, ’69), entrambi
in un "Oscar" del ’72. Ora, sempre la Mondadori, ci mette a disposizione
quest’altro, davvero buono. È, come si può facilmente desumere
dal titolo, redatto in forma epistolare; sono lettere che si immaginano
essere scritte da un viaggiatore del tempo di un futuro prossimo che, :
". . . sotto forma di impulsi elettrici impalpabili. . . " (pag. 26), si
nasconde nella mente dell’erede al trono di, appunto, Atlantide.
È, infatti, quello,
". . . l’unico modo possibile. . . poiché non possiamo viaggiare
fisicamente. . . " (Idem).
Si immagina che le scriva
per mano stessa dell’uomo che possiede, e che siano indirizzate all’altro
viaggiatore temporale inviato in quella remota epoca per esplorarne i segreti.
In sintesi, vi si sostiene
la teoria secondo la quale la nostra civiltà sia sorta a partire
da un’invasione aliena; gli atlantidi, vi si dice, infatti, sarebbero degli
alieni che, scampati alla distruzione del loro pianeta, sarebbero venuti
sul nostro, e che, alla distruzione anche di quella colonia, avrebbero
fondato le culle della nostra attuale civiltà.
È una teoria che
in molti ritengono non assolutamente peregrina, e che, in effetti, non
ha alcuna impossibilità logica reale, per quanto incredibile.
La collana è indirizzata
ai bambini che abbiano superato i dodici anni, ma Silverberg non si è
risparmiato di immettervi la sua naturale bravura di narratore, rendendolo
decisamente piacevole.
Nel finale c’è anche
una sorta di riflessione su un atteggiamento fatalistico nei confronti
del destino, che va, dopo quanto detto precedentemente, a dare il messaggio
educativo che un’opera del genere deve avere.
/\ inizio
/\
NOTTURNO
(Nightfall,
'90)
traduzione
di Gino Scatasta
ed.Bompiani,
’90, "I grandi tascabili" n.217, ed.Bompiani, '92
1°
ed.: 380 pagine, 28. 000 £
in
collaborazione con Isaac Asimov
Silverberg ha scritto alcuni
romanzi tratti dai maggiori racconti di Isaac Asimov, e questo è
il primo di quelli tradotti qui da noi.(gli altri sono "Robot ndr-113"
e "Il figlio del tempo").
"Notturno", il racconto
di Asimov (In "Il meglio di Asimov", (The Best of Isaac Asimov, '73) ,1°
volume, "Oscar", ed.Mondadori, '75-'76), è da molti considerato
addirittura il più bel racconto di fantascienza che sia mai stato
scritto, ed anche se magari questo è eccessivo, è, anche
a mio parere, decisamente molto buono.
E per di più, si
adatta molto bene ad essere ampliato a romanzo.In effetti quest'ultimo
è una collaborazione in quanto il racconto originale costituisce
il libro centrale, quasi del tutto fedelmente, a cui Silverberg ne ha aggiunti
due, uno che narra di come si fosse arrivati alla situazione da cui parte
il racconto, e l'altro che narra invece quello che succede poi.E che sono
completamente differenti.
Infatti il primo si svolge
in quella civiltà aliena, su questo pianeta dai sei soli, in pieno
fulgore e funzionamento, ed ha una struttura ad incastro delle varie storie
dei protagonisti del racconto, che vanno poi a convergere, tutto assolutamente
essenziale all'economia della trama, o meglio, dell'idea di base che la
sorregge.
Il secondo, invece, si svolge
quando quella civiltà è crollata, in seguito alla Notte e
alle Stelle, ed ha la tipica fisionomia dei romanzi catastrofici o del
dopobomba, con quegli stessi personaggi che si reincarnano e che sviluppano
tutto quello che il racconto aveva lasciato aperto, e lo concludono.
In generale, il risultato
è abbastanza apprezzabile, e direi che il merito è senz'altro
in larga misura da attribuirsi all'idea che sorregge il tutto, che è
un bellissimo esempio di quella che mi piace definire relativitivismo culturale.
da
"Algenib notizie" n.12/13-giugno/luglio '91
/\ inizio
/\
IL
FIGLIO DEL TEMPO
(Child
of Time, '91)
traduzione
di Gino Scatasta
ed.Bompiani,
’91, "I grandi tascabili" n.263, ed.Bompiani, '93
1°
ed.: 398 pagine, 32. 000 £
in
collaborazione con Isaac Asimov
È, questo, il risultato
dell'ampliamento di un celebre racconto di Asimov, "The Ugly Little Boy",
prontamente pubblicato da Bompiani, così come è stato per
"Notturno".
Contrariamente a "Nightfall",
però questo racconto non l'ho letto, e non posso quindi dirvi se
sia stato lasciato praticamente inalterato come là, e se, nel tal
caso, dove esso sia collocato all'interno del romanzo.
L'idea su cui è basato
è una variazione del tema classico del viaggio nel tempo.
Infatti, in un futuro non
troppo remoto, il ventunesimo secolo, si trova il modo di prelevare dal
passato oggetti, vegetali, animali e persone.
Ma questa sovrastruttura
è piuttosto marginale, con alcuni accenni ai tipici problemi che
esso comporta: "Bisogna mantenere l'equilibrio del potenziale temporale."
(pag.179); "Un problema di conservazione dell'energia.Ciò che viaggia
nel tempo attraversa linee di forza temporali. Spostandosi crea del potenziale.Nella
Stasi noi lo neutralizziamo e dobbiamo necessariamente conservarlo tale."
(pag.180); "La quantità del mutamento tende a diminuire col tempo,
e alla fine le cose tornano ad essere così come sarebbero state
senza l'interferenza." (pag.190); la vera attenzione è invece incentrata
sul rapporto che si viene a creare fra i due protagonisti, un piccolo Neanderthaliano,
detto Timmie, e una donna che la Stasis Technologies ha assunto per prendersene
cura.
La vera storia che viene
raccontata è infatti proprio quella del loro rapporto, fatto di
profondo affetto, dei progressi di lui e delle conseguenti soddisfazioni
di lei.
Lei è una donna molto
sola e frustrata, dopo un breve matrimonio, e c'è, inevitabilmente,
anche una, seppur solo accennata sua sbandata, come la definirebbe lei,
che è decisamente repressa.
Lui impara prima a parlare,
poi "Riesce a capire dei libri semplici.Quando mangia usa coltello e forchetta.Si
veste e si spoglia da solo." (pag.308), e poi, passo molto importante,
a leggere, e gli viene anche affiancato un amico odierno.
Nel frattempo scienziati
di molteplici discipline lo esaminano.Ma non c'è solo questa parte,
anche se è quella più quantitativamente rilevante.
Ci sono anche, e sono i
brani più interessanti, brevi episodi che si svolgono nell'età
della pietra, l'epoca di Fuoco Divino Sul Viso, che sarà Timmie,
veramente molto suggestivi, fra cui quello del suo rapimento.
Molto rilevante, poi, un
accenno di psicologia junghiana: "E se l'uomo nero delle favole-accigliato,
sporco e torvo-fosse stato un residuo della memoria della nostra razza,
di un tempo in cui gli uomini di Neanderthal vagavano per l'Europa?" (pag.353).
Il finale, senza che vi
stia a dire quale sia, è abbastanza poco prevedibile, ed è
comunque un gesto d'amore che solleva anche delle problematiche antropologico-culturali
di tipo religioso.
Altri
contributi critici:
-
recensione di Fabio Gadducci,
in "Recensioni e massacri", febbraio '92, pag.II°
-
recensione di Errico Passaro,
"L'eternauta" n.110, ed.Comic art, '92, pag.20
-
recensione di Luca Accomazzi,
"Il tarlo mentale" n.19, '94, pag.w
da "Alpha
Aleph" n.2-marzo '93
/\ inizio
/\
ROBOT
NDR-113
(The
Positrinic Man, '92)
traduzione
di Gino Scatasta
ed.Bompiani,
’92
260
pagine, 29. 000 £
in
collaborazione con Isaac Asimov
Dopo "Nightfall"
e "The Hugly Little Boy", Robert Silverberg
ho ripreso un'altro celebre racconto di Isaac Asimov, e l'ha ampliato a
romanzo.
Questa volta si tratta di
"The Bicentennial Man" ("L'uomo bicentenario", in "Robot" n.30, ed.Armenia,
'78, e in "I premi Hugo 1976-1983", "Grandi opere" n.10 e "Tascabili super
omnibus" n.2, ed.Nord, '84, '91), premio Hugo '77
quale migliore racconto lungo.
A mio parere Silverberg
riesce ad usare quest'operazione letteraria, che non sempre da risultati
soddisfacenti, dignitosamente, offrendo un prodotto piacevole e scorrevole.
Il racconto di Asimov era
si buono, ma non certo un capolavoro di stile; il Buon Dottore non ha mai
eccelso, in quanto a stile; buone idee, questo si, ma non certo estese
in una prosa di qualità.
Silverberg vi aggiunge molto
della sua capacità di sapere creare delle ottime atmosfere, il suo
saper scrivere bene.
Anche qui vi sono varie
parti del racconto originale che sono totalmente riportate nel romanzo,
ad esempio l'undicesimo capitolo.
Sembra che questa collaborazione
postuma debba dare altri frutti, anche se non sono a conoscenza di quali
racconti di Asimov Silverberg intenda fare un'ampliamento a romanzo.
da
"Intercom" n.144/145, '97
/\ inizio
/\
I
VIAGGIATORI DI JESPODAR
(Kingdom
of the Wall, '93)
traduzione
di Andrea Di Gregorio
"I
romanzi Sonzogno" , ed. Sonzogno, ’93
333
pagine, 28. 000 £
È uno science-fantasy
molto ben riuscito, che racconta di un pianeta sul quale i Terrestri vanno
a stabilire una base, cosa che crea una credenza, un mito, per il quale
gli abitanti dei villaggi di quel pianeta intraprendono un pellegrinaggio
annuale alla vetta del monte ove credono risiedano gli Dei.
In realtà i loro
Dei sono i Terrestri, che rivelano al Primo Scalatore, il primo che osò
infrangere la proibizione divina di salire alle loro alture, da cui non
potevano scendere per una questione di densità di atmosfera: "...avevano
vietato la scalata alle alture raccontando che Sandu Sando il Vendicatore
ci aveva cacciato un tempo e ora ci proibiva di ritornarvi." (pag.309),
molte preziose tecniche e cognizioni che permisero a quegli alieni di migliorare
di molto il livello di qualità della vita: "Egli apprese da loro
l'uso del fuoco, e la tecnica per costruire utensili, per raccogliere le
messi e fabbricare solide case, oltre a molte altre utili cose." (pag.10).
Il romanzo è la narrazione
di uno di questi pellegrinaggi, che parte, appunto,dal villaggio di Jespodar.
Questi alieni sono antropomorfi,
ma con delle caratteristiche fisiche essenziali molto differenti; la più
rilevante è che sono normalmente asessuati, e che assumono gli attributi
sessuali solamente quando desiderano accoppiarsi: "...sapevo che se l'avessi
toccata fra le coscie, non avrei trovato un'apertura ad attendermi.Era
Completamente neutra e intenzionata a rimanere in quello stato." (pag.91).
Altre differenze, il loro
essere dotati di ventose alle mani, anche differentemente strutturate in
quanto a dita, e di poter, seppure con fatica, trasformare volontariamente
alcuni loro arti.
La loro vita media, poi,
è sui quarant'anni.
Un'altra cosa denotante
il loro basso livello di conoscenza, è che ritengono che il loro
pianeta sia piatto: "...anche un bambino può dirti che il mondo
è piatto...dovetti riconoscere che riuscivo a intravedere una leggera
curvatura in lontananza, vicino all'orizzonte." (pp.98-99).
Moltissimi i miti e le leggende
che permeano la loro cultura: "Gli altri noi stessi, perfetti e invulnerabili.Vivono
nel Mondo Doppio che pende dal cielo e tocca le pendici più alte
del Mondo." (pag.105).
Il racconto è costellato
da innumerevoli strane creature, abitanti i molti reami, vedi il titolo
originale, che si ritrovano alle e sulle pendici del Kosa Saag.
Ci sono gli Elfi del vento,
con: "...corpi non troppo differenti dai nostri, ma molto piccoli e delicati,
come infantili, morbidi e flosci, dalle braccia esili e dalle gambe di
nano...quei piccoli corpi infelici pendevano da enormi ali pelose, dall'ampiezza
straordinaria e dalla grande potenza, che li tenevano sospesi nell'aria,
in una sorta di lieve, quieta planata." (pp.129-30); i Liquefatti,:"...esseri
deformi oltre ogni immaginazione...non ve n'erano due simili tra loro."
(pag.133); i Grandi Nove, i Re dei Liquefatti, Elfi del vento succhiasangue;
la Kavnalla: "Una feroce creatura del Muro.Un'entità che è
stata posta in questo luogo per deviare i più deboli dal loro cammino...Un
essere gigantesco; un parassita; un nemico del genere umano." (pag.218);
i Trasformati del reame della Kavnalla: "...esseri lunghi e bassi, dalle
membra allungate, che servivano loro per spingersi in avanti lentamente"
(pag.222); e quelli del reame del Knuz: "Pellegrini che hanno perso la
strada.Arrivati fin qui non sono più andati oltre e hanno lasciato
che il fuoco di Mutamento li riplasmasse a suo piacere.(...).Le gambe erano
piccole e rattrappite e visibilmente muscolose, e terminavano con minacciosi
artigli ricurvi.Nudo e glabo, la pelle incolore formava delle pieghe che
gli pendevano dal corpo che era scarno e informe.Il muso, invece, gonfio
e distorto dalla paura e dall'odio, era tutto occhi e bocca, le nari ridotte
a fessure e senza nessuna traccia di orecchie." (pp.238-9); i trasformati
della Fonte della Vita: "Ci andiamo ogni cinque anni, o anche più
spesso se vogliamo, vi entriamo e ne usciamo fuori come ci vedi adesso."
(eternamente giovani; pag.276); le creature al servizio del Sembital, che
non si sa che cosa sia: "...i loro arti erano...estremamente allungati
e deformi...In mezzo a questa struttura di lunghe membra ossute, piccoli,
esili corpi pendevano come un'appendice...gente del tutto pacifica..."
(pp.228-9); la gente degli Alti Reami che: "...avevano spinto la loro capacità
di mutare la nostra forma oltre ogni immaginazione, e lo avevano fatto
volutamente e in perfetta coscienza...questa gente ave(va) mutato se stessa
dall'interno, per libera scelta." (pag.266).
Quel pianeta è chiamato
dai suoi abitanti Mondo, ed è orbitante in un sistema di stella
doppia, tra i soli Ekmalios e Marilemma.
Sebbene ci sia un tentativo
di esplicitazione simbolica da parte del capo-protagonista-narratore dell'attraversamento
dei primi reami: "La Kavnalla era il luogo della più miserevole
impotenza, il Sembitol, il Reame dell'ottusa perdita della coscienza, il
Kvuz, infine, quello del più totale e squallido isolamento dello
spirito." (pp.240-1), è fin troppo esplicito il significato simbolico
del racconto; è un viaggio iniziatico dall'ignoranza delle credenze
fasulle alla conoscenza della realtà.
Particolarmente interessanti
gli ultimi capitoli, in cui i pellegrini, una volta appresa la verità,
subiscono un doloroso travaglio interiore, per arrivare, dopo aver, molto
simbolicamente significativo, uccisi i falsi dei, arrivare ad accettare
la realtà, e ad apprezzarne i lati positivi.
da
"Intercom" n.144/145
/\ inizio
/\
DOMANI
L'APOCALISSE
(Hot
Sky at Midnight, '93)
traduzione
di Anna Maria Sommariva
"I
romanzi Sonzogno" , ed. Sonzogno, ’94
382
pagine, 22. 000 £,
Quest'ultimo romanzo di Silverberg
tradotto segna un pò il ritorno di quest'autore a quelli che erano
i temi della Sf degli anni '70, in cui predominavano le tematiche sociogiche,
di denuncia sociale; fu proprio in quegli anni che Silverberg produsse
le sue cose migliori, come forse saprete.
Qui il racconto è
incentrato sulle conseguenze dell'inquinamento sull'atmosfera del nostro
pianeta: "...tra quattro o cinque generazioni, sei secondo una stima estremamente
favorevole, l'aria di questo pianeta diverrà irrespirabile per la
razza umana, così com'è attualmente." (pag.55).
La trama si sviluppa attorno
a due progetti per tentare di salvare la razza umana, uno mirante a modificare
radicalmente la struttura genetica dell'uomo per renderlo atto a vivere
in quelle condizioni, l'altro al viaggio interstellare alla ricerca di
un altro pianta abitabile.
Il primo è decisamente
quello su cui, mi sembra, Silverberg voglia insistere; principalmente,
si sofferma sui problemi etici concernenti la modificazione radicale del
genere umano, andando quindi a parlare di quei già oggi attualissimi
problemi di bioetica che gli sperimentatori del settore devono affrontare.
Degli scienziati pensano
di: "...modificare l'intero funzionamento del sistema respiratorio-circolatorio
del corpo umano, per fare in modo che gli esseri umani potessero respirare
una miscela di anidride solforosa-metano-anidride carbonica e mandare al
diavolo qualunque necessità d'ossigeno." (pag.53); "Trasformare
la razza umana in qualcosa di grottesco e ripugnante, qualcosa che non
può affatto essere considerato umano.Creare una nuova razza di mostri
fantascientifici." (pag.78) ; "...quando tutto sarà compiuto, avremo
una creatura forse perfettamente adattata alle nuove condizioni ambientali,
ma che razza di essere sarà?Potremo ancora chiamarlo essere umano?"
(pag.80).
L'altro filone è,
mi sembra, più che altro funzionale all'inserimento, nella trama,
di elementi più piacevoli, più leggeri, con un elemento di
novum abbastanza originale, quello della necessità di uomini dalle
facoltà del tutto particolari per la guida di astronavi, attorno
al quale si struttura buona parte della narrazione.
Non mancano, fortunatamente,
alcuni cenni erotici, dovuti, essenziaslmente, all'inserimento di un personaggio
femminile decisamente caldo.
Nel complesso, risulta una
lettura decisamente avvincente, con quegli elementi di stimolo ad una riflessione
etica che dicevamo.
Altri
contributi critici:
recensione di Marzio Tosello,
"Urania" n.1242, ed.Mondadori, '94, pag.173
/\ inizio
/\
L'ARCA
DELLE STELLE
(Starborne,
'96)
traduzione
di Giuliano Acunzoli
"Urania"
n.1306 , ed. Mondadori, ’97
296
pagine-5.900 £
Silverberg, nelle sue opere
di quest'ultimo periodo, riesce decisamente bene ad utilizzare gli stilemi
che la Sf classica gli mette a disposizione, e di cui, indubbiamente, ha
dimestichezza estrema, per costruire dei romanzi che solo apparentemente
sono delle Space opera, ma che, in realtà, sono dei grandi apologhi
sull'Uomo.
Qui mi pare che miri, in
particolar modo, ad una sorta di grande allegoria dell'abbandono della
sacra dimora, dei primi tentennanti tentativi di uscire alla scoperta di
altre realtà; il racconto, infatti, è imperniato sul viaggio
di una gigantesca astronave, la prima ad abbandonare il sistema solare,
che si avvia alla ricerca di altri pianeti abitabili dall'uomo.
E, successivamente, vari
altri elementi di trama mi paiono confermare senz'altro questa tesi; il
primo pianeta che incute timore, il secondo con forti valenze sessuali,
ecc…
La fantascienza è
una letteratura rivolta agli adolescienti, ma questo è un'ottimo
esempio di come essa sia, per così dire, duplice, nel senso di come
essa possa venir letta da un adolescente, per così dire, in maniera
diretta, assorbendone ciò che se ne riesce ad assorbire, mentre
può risultare una lettura molto accattivante, e, direi, istruttiva,
anche per gli adulti, che ne possono trarre spunti educativi.
Non sempre ciò avviene,
purtoppo; sappiamo bene delle moltissime opere di Hard Sf che, in quanto
a contenuti, davvero bisogna andarli a cercare col rampino.
Il romanzo, poi, ha un'impennata
verso il finale, dove viene ad inserirsi il cosidetto elemento di novum
specifico di quest'opera; la telepate dell'equipaggio perde il contatto
con la sorella sulla Terra, e si ipotizza che ciò possa essere dovuto
ad una qualche interferenza, ad un qualcosa o qualcuno che là, negli
immensi spazi siderali, li impedisce.
Dopo qualche tentativo,
ella riesce a mettersi in contatto con essi: "...qualcosa di enorme, qualcosa
di immensamente potente e pieno di energia radiante." (pag.271).
Poi, purtroppo, Silverberg
spreca un'idea che poteva essere sviluppata molto meglio, dicendo che quegli
angeli (così vengono denominate quelle presenze interferenti dai
componenti l'equipaggio) altro non sono che le stelle: "...Una stella vivente,
dotata di intelligenza....stelle che vivono, che pensano, che hanno una
mente e un'anima e che comunicano tra loro." (pag.286).
Il tutto è condotto
veramente in maniera magistrale; l'attenzione del lettore è quasi
sempre tenuta desta, tranne che in alcuni passaggi, in cui vi sono delle
cadute di tono che lo rallentano un pò, specie quando si sofferma
un pò troppo sulle descrizioni scientifiche dei pianeti da esplorare.
Ma la Sf è letteratura,
lo sappiamo, anche di scienza, che prende spunto da essa, anche se, spesso,
si potrebbe benissimo evitare di inserire i dati, per dare più spazio
a quelle che sono le estrapolazioni da essi.
Silverberg, qui, riesce
a confezionare un prodotto davvero buono, partendo da una base di Hard
Sf, proprio perchè costruisce, su un'intelaiatura, per così
dire, prettamente tale, un racconto che ha più le caratteristiche
di, come dicevamo, un apologo.
Una delle linee di lettura,
poi, è la storia d'amore fra il comandante e quella telepate, con,
anche, alcuni elementi sessuali che, per quanto assolutamente soft, non
fanno che allegerire e rendere più gradevole la lettura.
In conclusione, dopo le
ottime prove di "Il volte delle acque" (The Face of the Waters, '91) e
"Domani l'apocalisse" (Hot Sky at Midnight, '93), il Silverberg più
prettamente fantascientifico dà dimostrazione di aver raggiunto
e superato il già ottimo livello delle sue opere precedenti l'interruzione
di ben quattro anni, durante i quali tutti noi abbiamo trepidato nel timore
che potesse davvero, come aveva detto, aver smesso di scrivere per sempre.
Il volume è completato
da un "Ritratto dell'autore" di Giuseppe Lippi.
da
"Future shock" n.22, '97
/\ inizio
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GLI
ANNI ALIENI
(The
Alien Years, '98)
traduzione
di Cecilia Scerbanenco
"Urania"
n.1360-1361 , ed. Mondadori, ’99
510
pagine- 11800 £
È, questo, l’ultimo romanzo
di Silverberg tradotto qua da noi, e, certo, non delude; rimane di quell’ottima
qualità alla quale il buon Robert ci ha, ormai da anni, abituati.
Ed è, basilarmente,
un’innovativa ripresa del tema iper-classico dell’invasione aliena.
In estrema sintesi, infatti,
narra dell’arrivo di alieni che lo sono talmente tanto da assoggettare,
sconvolgere e sottomettere l’Umanità, senza mai, praticamente, neppure
rivolgersi ad essa in un qualsivoglia modo.Per, poi, andarsene via, come
se ne andrebbero via degli Dèi, in un’epopea che si estende nel
tempo per una cinquantina d’anni.
Ecco; Silverberg ci racconta,
di questo scenario, una storia intensa, struggente, di amori, passioni,
odi, di Resistenza e rassegnazione, che, assai spesso, riesce a toccare
quelle fatidiche corde riposte del nostro animo.Nelle cinquecento e più
pagine che lo compongono, poi, riesce a non farla sfilacciare, la sua storia,
a mantenerla sempre bella compatta, sempre della stessa intensità,
cosa che non è assolutamente facile.
Verso la fine, nell’ottavo
capitolo, troviamo anche un Silverberg in una versione decisamente insolita,
quella di scrittore cyberpunk, che ci porta in una lunga e, mi pare, abbastanza
ben condotta scena di navigazione, appunto, nelle lande elettroniche del
cyberspazio.
Sicuramente, due racconti
che poi sono andati ad inserirsi interamente nel romanzo, sono stati precedentemente
editi separatamente, "Bellezza nella notte" (Beauty in the Night) (In "Il
gioco infinito", "Millemondi estate 1999", "Millemondi" n.64, ed.Mondadori,
’99, traduzione di Antonella Pieretti, © ’97, by Agberg Ltd; 41 pagine,
pag.151), e "Il racconto del venditore di indulgenze" (The Pardoner’s Tale)
(In "La macchina che uccide", "Millemondi inverno 1998", "Millemondi" n.62,
ed.Mondadori, ’98, traduzione di Delio Zinoni, originariamente apparso
in "Playboy", giugno ’87; 23 pagine, pag.100), il primo ad iniziare dal
2° capitolo, da pag.166 a pag.177, per poi proseguire nel 3°, da
pag.206 a pag.225, e da pag.245 a pag.250, l’ultimo del primo volume, uscito
con data 25/4 (3), per concludersi nel 4°, da pag.29 a pag.41 del 2°,
uscito con data 23/5 (4).Il secondo è inserito, invece, a partire
da pag.145 del 7° capitolo, a pag.147, per poi proseguire da pag.153
a pag.154 dello stesso, e da pag.156 a pag.172 dell’8°, e terminare
da pag.177 a 191 dello stesso.
È abbastanza probabile
che altre parti abbiano avuto la stessa sorte, avendone tutte le caratteristiche
necessarie, un’altra almeno direi quasi sicuramente, ma non ve lo so dire
con precisione.
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ALLA
FINE DELL'INVERNO
(At
Winter's End, '88), di Robert Silverberg
traduzione
di Vittorio Curtoni
"Altri
mondi", ed.Mondadori, '89
355
pagine, 24.000 £
È, questo, il primo romanzo
di una trilogia che Silverberg ha voluto dedicare al lontanissimo futuro
del nostro pianeta, e a cui fece seguito "La nuova primavera". Qualcosa
come milioni di anni nel futuro, veniamo a sapere che a intervalli di quella
medesima portata arrivano sulla Terra le Stelle Assassine, ovvero che la
Terra attraversa una fascia di asteroidi, provocando la fine ciclica della
civiltà. Ma questo lo scopriamo solo gradualmente, essendo protagonista
del racconto una tribù di scimmie che "…imbozzolatesi…" praticamente
ancora animali all'inizio di una di queste catastrofi in settecentomila
anni di attesa ed evoluzione, sono ormai "…umani…" all'inizio della Nuova
Primavera.Gli umani veri, i nostri discendenti, sembra, sono "…andati via…",
su altre stelle ed altri pianeti.Ma il Grande Mondo, prima della distruzione,
non comprendeva solo loro, ma era formato dai Sei Popoli: gli Occhi di
zaffiro, evolutisi dai rettili, tipo coccodrilli: "…bestie grandi e terrificanti,
con enormi mascelle grandi e terrificanti, con enormi mascelle e la miriade
di denti scintillanti e le ruvide scaglie verdi e gli occhi sporgenti..."
(pag.154); gli Hjjk, evolutisi dagli insetti, tipo formiche: "Non possedevano
entità singole, indivualità.Ognuno faceva parte dell'entità
più vasta che era il gruppo...e ogni gruppo era parte della razza...nella
sua totalità" (pag.155); i Vegetali, piante mobili ed intelligenti:
"I petali dei loro visi erano gialli o rossi o blu, e avevano al centro
un solo occhio dorato.I gambi centrali erano robusti, mentre gli arti erano
molto più morbidi e flessibili" (idem); i Meccanici, robot perfetti,
con piana coscienza di sè come individui: "...massicce creature
di metallo dalle teste a cupola... erano i servi degli Occhi di zaffiro";
"...possedevano...una chiara consapevolezza della propria esistenza." (pag.156);
i Signori del mare, evolutisi dai pesci, o forse dai delfini: "...snelli
esseri dal pelo marrone, con una struttura fisica piacevolmente affusolata,
rubusti e dotati di arti simili a pinne" (Idem); e loro, gli umani, antichissimi
e fieri, rispettati e riveriti da tutti gli altri, superstiti dal precedente
arrivo delle Stelle Assassine. La trama è decisamente accattivante,
e molto ben condotta; il protagonista indiscusso, anche se fra comprimari
di rilievo, tutti fortemente delineati psicologicamente, è Hresh,
intellligente e curioso ragazzino che, da bambino combina-guai, diventa
addirittura il saggio della tribù. Certamente un demerito di simili
ambientazioni è che escludono nel modo più assoluto valutazioni
di qualsiasi tipo sulla nostra società, visto che non è certo
un futuro estrapolato. È, invece, un futuro molto magico, e facilmente,
vista la scusante che in quei milioni di anni può essere successo
di tutto ed inventato di tutto. Credo, comunque, che la traduzione del
buon Curtoni abbia contribuito in modo determinante a rendere questo romanzo
un lettura decisamente buona.
"Algenib
notizie" n.14-agosto '91
LA
NUOVA PRIMAVERA
(The
New Springtimem, '90),di Robert Silverberg
traduzione
di Nicoletta Vallorani
"Altri
mondi", ed.Mondadori, '92 (2° edizione)
431
pagine, 29.000 £
Secondo romanzo della trilogia
iniziata con "Alla fine dell'inverno" (vedi), vede la guerra tra quella
razza di scimmie evolutasi in migliaia di anni di ibernazione e gli Hjjk,
evolutisi dagli insetti.
Il messaggio di fondo è
un messaggio di pace universale: "La verità è...che tutti
i sei popoli del Grande Mondo devono essere considerati umani, qualunque
forma prendano i loro corpi.(...)Sono tutti umani: sei popoli civilizzati,
capaci di vivere in pace insieme, e di crescere e di costruire." (pag.100).
Gli Hjjk, dapprima considerati
dei diversi, dei mostri da combattere in quanto tali, vengono completamente
rivalutati per la morte di un loro ambasciatore, assunto ad una sorta di
divinità.
I neo-umani scoprono che
essi: "Vivono in un'atmosfera di sogni, di magia, di stupore." (pag.189);
che "Il legame del Nido (la loro struttura sociale) è la consapevolezza
della relazione esistente tra ogni cosa nell'universo con ogni altra cosa."
(pag.30).
Io, sinceramente, ho trovato
più divertente il primo; questo è più lento, meno
intrigante.
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