Perché la Fantascienza ha perso la corsa allo spazio


Keith Brooke
 

Lo scorso anno mi trovavo ad una convention, seduto al tavolo del bar con altri tre scrittori; la conversazione si diresse sulla esplorazione spaziale: cosa si era raggiunto, dove erano andate male le cose, che cosa potremmo fare a proposito.
Uno degli argomenti che è emerso è stato che il quasi fallimento del programma spaziale ad andare molto oltre l'orbita terrestre, con le poche eccezioni conosciute, è anche un fallimento della fantascienza: la fantascienza dovrebbe produrre le opere positive e ispiratrici che potrebbero far tornare l'impeto a spostarsi nello spazio. Dalla discussione è venuto fuori che questo, semplicemente, non sta succedendo. Al contrario, il declino dell'interesse per lo spazio vent'anni fa ha trovato un parallelo in un passaggio dell'interesse dallo spazio esterno allo spazio interno: siamo passati dal folle ottimismo tecnologico al pessimismo planetario. Nella fantascienza scritta siamo passati dalle storie future con ampiezza galattica della Golden Age alla New Wave e poi al Cyberpunlk più cinici e scettici.
Io, in questo dibattito, mi sentivo distintamente fuori tono. Gli altri tre scrittori appartenevano alla generazione di mio padre; quando parlavano di Apollo 11 e programmi Mercury e Gemini erano state tutti là, li avevano vissuti: il discorso di Kennedy nel 1961; le prime orbite dell'uomo attorno alla Luna; gli allunaggi; il susseguente rilassamento e il fallimento nel trovare una nuova meta a cui la nazione americana e l'ambiente politico potessero aspirare. I Tre Scrittori avevano vissuto tutto questo: ogni successo e ogni insuccesso stava nei notiziari, erano eventi attuali. I tre si stavano abbandonando ad una storia condivisa. Avevano vissuto tutti in un tempo in cui lo spazio interessava realmente.
Io faccio parte della generazione post-Apollo; sono nato quando la corsa allo spazio raggiungeva il punto più alto, avevo sei anni quando l'ultima missione Apollo tornava a terra. Sono cresciuto quando lo spazio era già stato conquistato: eravamo stati sulla Luna, sapevamo che si poteva fare. Lo spazio aveva perso gran parte del suo richiamo, era diventato quasi un'estensione del mondo reale.
Chiedete alle generazioni precedenti di scrittori di fantascienza e vi diranno che cosa hanno provato quando giunse notizia di una palla d'acciaio in orbita che conteneva una trasmittente radio e delle batterie chiamata Sputnik. Vi parleranno dell'eccitazione di un periodo alla fine degli anni '50 e durante gli anni '60 in cui americani e sovietici si scavalcavano a vicenda, un periodo in cui dal di fuori nessuno avrebbe potuto dire chi delle due parti avrebbe fatto la mossa successiva, rubando il passo all'avversario. Un periodo in cui qualsiasi cosa sembrava possibile.
Io sono cresciuto con lo Space Shuttle. Lo Space Shuttle. Un aereo spaziale riutilizzabile che non era completamente riutilizzabile, disegnato per servire una stazione spaziale che non si costruì mai, ritardato ogni volta a causa della poca attendibilità di motori principali che dovevano essere molto astuti e rivestimenti resistenti al calore che dovevano essere innovativi.
Naturalmente anche i programmi precedenti avevano avuto i loro ritardi e i loro accidenti (pensate al fuoco che distrusse l'Apollo 1, o al quasi disastro dell'Apollo 13), ma allora era ancora una grande avventura, una cosa eroica da portare avanti. Direi una bugia se dicessi che a volte lo Shuttle non è apparso dannatamente eccitante, ma guardando indietro tutto appariva in qualche modo farsesco. Tutti quei pronunciamenti iniziali sul viaggio spaziale che sarebbe diventato un fatto della vita comune, le celebrità che annunciavano che avrebbero fatto il primo volo turistico e il costante accumulo di fallimenti e di ritardi, l'enorme spesa in continua ascesa. Il viaggio spaziale non era più eroico... ci aspettavamo che avrebbe funzionato ma tutto ciò che ricevevamo erano scuse e ritardi.
E poi la farsa s'è trasformata in tragedia nel gennaio dell'86. La missione maledetta dello Challenger era stata pubblicizata enormemenete nel tentativo di dimostrare le potenzialità eccitanti dello spazio: le cose che potevamo imparare, i massicci miglioramenti che si sarebbero potuti raggiungere portando su la gente comune. L'insegnante Christa McAuliffe avrebbe diffuso le lezioni direttamente nelle scuole degli Stati Uniti. Per un brevissimo istante lo spazio aveva catturato di nuovo il perduto sense of wonder. E poi tutto andò storto. Quando il programma dello Shuttle ripartì, due anni e mezzo dopo, la maggior parte delle cose eccitanti fu messa decisamente a lato in modo che il programma di Guerre Stellari potesse riguadagnare un po' di terra perduta.
Cinque mesi dopo il disastro dello Challenger io scrissi il mio primo racconto. Non è che ci sia un qualche collegamento, si tratta solo di una coincidenza temporale. Quello che voglio far vedere è lo sfondo da cui ho iniziato a scrivere.
L'altra faccia della medaglia è ciò che è successo qui sulla Terra in quel periodo. I tre scrittori che ho citato prima erano giovani quando il mondo si rimetteva dalla Seconda Guerra Mondiale. Sono cresciuti in un periodo in cui tutto appariva possibile, dalle meraviglie della tecnologia fino all'età dell'Acquario e al Potere dell'Amore. Io sono cresciuto coi punk e gli hooligan del calcio, con una recessione economica che è durata per tutta la mia vita da adulto, con una coscienza crescente del sovraccarico ambientale imcombente, presagito cupamente da carestie dopo carestie in Africa. Gli hippies degli anni sessanta credevano che l'amore avrebbe cambiato il mondo; gli hippies degli anni 90, i Viaggiatori New Age, ci dicono che l'amore avrebbe potuto cambiare il mondo, se solo gli avessimo dato una possibilità.
C'è forse da meravigliarsi se gli scrittori di fantascienza di questi tempi siano più cinici e meno inclini a suonare la grancassa del Progresso?
Avendo reclamato il diritto al cinismo, è probabilmente il momento giusto per chiedersi se comunque potrebbe fare qualche differenza. Anche se gli scrittori odierni iniziassero a produrre estrapolazioni in levare dell'avanzamento dell'umanità nel sistema solare, ci sarà mai qualcuno che realmente pensi che le cose saranno diverse?
La fantascienza come forma scritta è un ghetto. Quasi ogni cosa come forma scritta è qualcosa che si avvicina al ghetto, pensateci. Una o due storie edificanti possono arrivare a qualche migliaio di lettori che sono già inclini ad accettare quelle idee. Un buon romanzo potrebbe raggiungerne un po' di più, ma è difficile che riesca a cambiare il mondo. La maggior parte del tempo la fantascienza non crea un'opinione, riflette semplicemente il genere di mentalità che esiste già.
Forse sto facendo il pessimista in modo eccessivo (un prodotto dei miei tempi?). Mentre trovo che sia difficile accettare che una ventata di fantascienza positivista rilanci di nuovo la corsa spaziale, devo riconoscere quella che chiamerei una ambiguità nella mia posizione. Altri potrebbero chiamarla ipocrisia.
Nego che la fantascienza possa cambiare il mondo, eppure ho sempre parlato a favore di un potere nella letteratura a smuovere la gente, per farla iniziare a pensare a cose su cui altrimenti potrebbe mantenere visioni abbastanza fisse.
Per me questa è la forza della buona fantascienza: fornisce un ampio ventaglio di strade che possiamo usare per bypassare i nostri preconcetti. La fantascienza non potrebbe (la fantascienza non dovrebbe) usare questo potere per pungolare alcune menti chiave in una certa direzione?
Ho letto recentemente di uno studio psicologico che mostra l'incidenza della depressiva in gruppi che lavorano a progetti a lungo termine per la NASA: questa gente potrebbe lavorare per 25 anni su un progetto unico, spesso con riscontro scarso o nullo, e sempre con la minaccia di bilancio che pende sulla testa; poi, alla fine del lavoro, si troverebbe di colpo con il problema di trovare qualcosa da fare per il resto della vita. Il rapporto suggeriva che la medaglia o la citazione una volta ogni tanto, o anche la pacca sulle spalle occasionale potrebbero rappresentare una grossa differenza per persone in una situazione di questo tipo. Sappiamo che gli scienziati, specialmente gli scienziati spaziali, spesso sono grossi appassionati di fantascienza: non è che la scuola positivista della fantascienza, mostrando loro quanto potrebbe essere bello, sarebbe capace di svolgere un ruolo importante nel motivare e nell'assicurare questa gente vulnerabile che in fondo la realizza sul serio?
Forse sbaglio ad essere allo stesso tempo scettico e speranzoso, forse dovrei scegliere tra le parti, ma in fondo è il mestiere dello scrittore il riuscire ad avere due vedute contraddittorie simultaneamente. E' il mestiere dello scrittore, particolarmente dello scrittore di fantascienza, esplorare le idee e gli effetti che esse hanno sulla gente, per mostrare come potrebbe essere bello ma anche per mostrare come potrebbe andare tutto male, o come potrebbe funzionare ma avere allo stesso tempo costi imprevisti. E' il mestiere dello scrittore di fantascienza l'esplorare, non il propagandare.
In precedenza ho reclamato il diritto al cinismo. Vorrei reclamare anche il diritto all'ottimismo, al realismo e a qualsiasi altro -ismo che riesca ad alimentare ciò che scrivo. Fondamentalmente, di certo non è il lavoro della fantascienza quello di promuovere l'esplorazione spaziale, o qualsiasi altra cosa: il lavoro della fantascienza, come quello di ogni altra buona scrittura, è quello di esplorare l'intera gamma di esperienze umane, quelle buone, quelle cattive, quelle perverse, quelle ottimistiche, quelle tristi,... tutto ciò che ci rende umani. La fantascienza ha un vantaggio sulle altre forme di letteratura nel fatto che ci procura molte prospettive differenti.
La fantascienza non dovrebbe diventare veicolo di una gamma ristretta di punti di vista, è la letteratura dell'esplorazione. Non è la letteratura della propaganda, è la letteratura del dibattito.
 


Keith Brooke, How SF lost the Space Race, Infinity Plus, (apparso in Beyond #1), tr.it. Danilo Santoni


fantascienza