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Quando Roberto Sturm mi chiese di mandargli
qualche pagina su Vittorio Catani, perché gli
stava preparando una specie di amichevole giubileo,
pensai subito: ah, ecco, finalmente! Perché da
tempo considero Vittorio - e non credo che mi faccia
velo l'antica amicizia - uno degli autori più
interessanti della nostra narrativa di fantascienza,
anche se il suo nome è venuto alla luce un po'
alla volta, senza le fanfare oggi di moda, signorilmente,
come è nel suo stile.
Da vecchio lettore di fantascienza (anche italiana,
che una volta non era molto diffusa al di là
della cerchia degli specialisti), avevo intuito subito
le sue potenzialità, sin da quando mi fece leggere
i primi racconti, ancora inediti, alla fine degli anni
Sessanta. Di quei testi ricordo che mi colpirono soprattutto
I mostri e Breve eternità felice di
Vikkor Thalimon (titolo palesemente ispirato a un
racconto di Hemingway): il primo per come coinvolgeva
il lettore nell'angoscia del protagonista, che sperimenta
concretamente su di sé l'estrema soggettività
del reale; il secondo per lo stile sicuro con cui veniva
trattata la vicenda - un'emblematica caccia a un animale
alieno che richiama la nostra Chimera - e le figure
dei personaggi minori, che fanno da controcanto al personaggio
principale nel dare spessore e significato alla storia.
Entrambi i racconti, insieme con altri due, vennero
pubblicati sul n. 168 di "Galassia", L'eternità
e i mostri, nel 1972, e quell'antologia personale
fu il primo riconoscimento importante delle capacità
di Vittorio. Noi ci conoscevamo da tre anni. Ma sulle
singolari modalità del nostro incontro - come
di tante altre cose che riguardano ciò che abbiamo
realizzato insieme - Vittorio ha avuto modo di parlare
in varie occasioni, soprattutto nel suo articolo Un
trentennio di letteratura fantastica in Puglia: 1969-2000,
su "Nova sf" n. 47. Mi limiterò a dire
che rimpiango lo spirito comitale che c'era quando costituimmo,
con altri appassionati, il primo gruppo pugliese di
cultori della sf.
Tra Vittorio e me, in particolare, si stabilì
immediatamente una corrente di simpatia, proprio
in senso etimologico. Quando ci conoscemmo, mi confidò
che in quel periodo stava quasi per allontanarsi dalla
fantascienza, ma che il nostro incontro gli aveva infuso
nuovo entusiasmo; cosa della quale - oggi più
ancora di ieri - mi compiaccio.
Vittorio ha sempre posseduto la rara capacità
di essere attentissimo ai pareri di chi legge i suoi
racconti, sollecitandone anzi i consigli, quando possibile:
ricordo con piacere le serate in cui mi leggeva le sue
storie e poi ne discutevamo insieme; erano occasioni
preziose per chiarire a noi stessi, al di là
di questi testi, le rispettive opinioni in fatti di
narrativa fantascientifica, argomento su cui, all'epoca,
non era facile trovare interlocutori.
E fu soprattutto questo che ci spinse a cercare con
ogni mezzo altri appassionati e a fondare un gruppo
organizzato che nel corso degli anni produsse, tra il
gioco e l'impegno più serio, quei risultati che
Malaguti - bontà sua - ha definito "invidiabili
per qualsiasi movimento letterario". Certo è
che riuscimmo a intrigare praticamente con tutti i modi
le orme i luoghi e le occasioni che potessero venirci
in mente, per diffondere la nostra passione: dalla collaborazione
a riviste, specializzate e no, alla compilazione di
alcune voci dell'Enciclopedia della Fantascienza Del
Drago; dalle trasmissioni radiofoniche ai seminari all'università
di Bari; dalla partecipazione ai programmi delle tv
locali alla creazione di "audiodrammi" su
nastro magnetico; dal teatro per le scuole al cortometraggio
cinematografico. Accenno a tutto questo - peraltro già
raccontato da Catani, come ho detto - non per vantare
titoli di merito del nostro gruppo, ma come testimonianza
dell'entusiasmo e dello spirito di collaborazione che
ci animava e che, soprattutto per alcuni componenti
come me e Vittorio, era fondato su una solida amicizia.
Tra le cose fatte insieme da noi due, ricordo con affettuosa
nostalgia le puntate di Quarta dimensione realizzate
con Guido Bottone per Radio Bari Centrale nel 1976,
e la stretta collaborazione per la stesura di due terzi
del saggio Il gioco dei mondi (la parte restante
venne compilata da Antonio Scacco). Dalla prima di queste
due esperienze ricavammo una non tracurabile abilità
nel ridurre e adattare testi letterari quasi sempre
troppo lunghi per essere trasmessi nella stesura originale.
E questo diede luogo, parecchio tempo dopo, a un piccolo
ma significativo episodio, quando Vittorio, che allora
curava una rubrica estiva di racconti per La Gazzetta
del Mezzogiorno, "rinfrescò" (soprattutto
abbreviandola), una storia scritta molti anni prima
da un grosso nome della sf italiana; costui, che non
si accorse mai della oculata (ed occulta) operazione
di cosmesi di Catani, gli confidò poi che, prima
di rileggerlo su quel giornale, non avrebbe creduto
che il suo racconto reggesse così bene al tempo!
E ciò sia detto con buona pace di quegli amici
scrittori che ritengono sacrilegio cambiare anche una
sola virgola delle loro opere, sia pure giovanili
Quanto al lavoro svolto insieme per Il gioco dei
mondi, nel 1975, fu forse il collaudo più
severo del tandem Catone-Ragani: per un'intersa
settimana, ogni giorni dalle 8 alle 21, ci barricammo
nella casa di Vittorio (mogli e figli distanti più
chilometri possibili) e, a parte la pausa pranzo - preparato
da Vittorio, date le sue sperimentate abilità
culinarie - praticammo una rigorosa full immersion
finalizzata alla stesura accelerata dei capitoli che
ci competevano. Il metodo da noi seguito per scrivere
a quattro mani era, come scoprimmo anni dopo, lo stesso
dei fratelli Strugatskij: uno sedeva alla macchina da
scrivere mentre l'altro passeggiava nervosamente su
e giù, e dal dialogo ininterrotto fra noi scaturiva
il testo. Raggiungemmo un tale affiatamento che quando
uno cominciava una frase, l'altro immancabilmente la
completava.
Da quando ci conosciamo, Vittorio è costantemente
progredito come scrittore, dimostrando di saper padroneggiare
le tematiche più varie, adattando di volta in
volta
lo stile ai contenuti. Basterà pensare ad alcuni
racconti, diversissimi tra loro, come Davanti al
Palazzo di Vetro, uno degli esempi dai forti contenuti
sociali, reso con un ritmo incalzante fino al drammatico
epilogo a sorpresa; oppure a Tre per uno, che
prende spunto da ricerche scientifiche d'avanguardia
per porre al lettore problemi etici di non facile soluzione,
con un fare quasi sornione, che spesso nasconde la spigolosità
dell'argomento. Ma se le problematiche che scienza e
tecnologia ci pongono costituiscono uno dei filoni più
fortunati di Catani, la sua variegata tavolozza narrativa
si palesa anche in racconti che prescindono dall'attualità.
Vorrei accennare ad alcuni di questi: L'angelo senza
sogni, ad esempio, in cui l'affresco di una società
da incubo è reso con immagini che sono vetriolo
puro; mentre, per contrasto, Storia di Omero
sa rendere con toni di sfumata malinconia un ambiente
crepuscolare alla Simak. E descrizioni altrettanto coinvolgenti
di esperienze futuribili ci vengono offerte in Tra
cielo e terra, bell'esempio di come si possa attualizzare
una situazione classica della sf tecnologica; così
come non mancano elaborati racconti inchiave grottesca
come Il grande gioco, nobilitato da una sotterranea
inquietudine esistenziale, o piccole gemme come lo struggente
e sobrio In attesa di Aline, che ha un impatto
più forte di un intero saggio sulla solitudine
di chi è diverso.
Insomma, a conti fatti, un risultato tutt'altro che
disprezzabile, soprattutto quando si pensi che, fino
a tempi recenti, Vittorio ha dovuto conquistare, volta
per volta, con una non facile battaglia, il tempo necessario
per scrivere (e per leggere: indispensabile per affinarsi).
Non vorrei però che il tono di queste mie disordinate
parole facesse pensare a un epitaffio: il Catani Vittorio
è vivo, vegeto e operante e
in progress,
e a me non resta che concludere indirizzandogli un sentito
ad maiora!
Eugenio Ragone
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