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Erano luoghi di notte negra con martellare
di pianoforti, bocche nere sorridenti rosse, sguardi
liquidi e fumo stantio che ottura i timpani e sentore
d'alcool fino al mattino, il controcanto di un basso
- dum, dum, du-dum, anima gonfia da scoppiare,
l'alito freddo del sax un sussurro dell'anima, silenzi
di cristallo dopo una nevicata. Un attimo ed è
finito per sempre, pensò Shani.
Aprì gli occhi, scuotendosi.
Sollevò le coperte e fu in piedi.
- Resti fuori per molto, oggi? - chiese
a Martina con voce impastata. Un soundtrack a volume
quasi zero, Dea antica dei Wormholes.
- Fino all'una o le due, almeno. -
Lei sistemò l'orlo di una calzavelo sull'interno
della coscia color panna, sfilò un adesivo dallo
slip bioaderente - un piccolo lampo di peluria nera
- e lo lanciò nell'impolveritore. - Che stai
a guardare? - aggiunse maliziosa, ma sul frettoloso.
- La pelliccetta tua, tesoro, mi mette
sempre allegria.
- Non solo allegria - ribatté
la ragazza con aria complice. Aveva i capelli acconciati
alti, a torre. Shani le diede un bacio veloce dicendo:
- Hai una torta nuziale a tre piani
sulla testa, stamattina...
- Stronzo.
- ...e me la divorerei con tutta l'impalcatura
che c'è sotto.
- Delizioso! Oggi sfilerò col
gruppo in provincia, e il dottor Mazich romperà
certamente più del solito. Se non torno per il
pranzo vedi un po' nel frigo... Ti telefono. Dovrai
arrangiarti.
- Ok, Marty. Sono maestro in arrangiamenti.
- Una delle sue battute preferite. Guardò senza
entusiasmo l'intellifrigo Sandy, ultimo modello "panino
imbottito", trecentotrenta euro (scontato). - Vai
di corsa?
- Si vede, immagino.
- Come no... Vorrei rubarti due minuti
di orologio. Stanotte ho completato una delle due musiche
che mi mancavano. Non puoi ascoltare?
Lei si arrestò sulla soglia,
appena contrariata. Poi addolcì il visetto impertinente.
- Ma certo. Due minuti per il mio nonsochi redivivo,
Gershwin, Cole Porter o chi altro...
- Ora mi devi solo dire se la canzonetta
funziona.
Tommaso e quelli del solito business
gli avevano richiesto per lo spettacolo di Monsieur
Agradis musiche in stile canzone americana del primo
Novecento. E lui, perdio, era un professionista puro.
L'ispirazione? Quella migliore mi scende dal cielo
con una telefonata del mio impresario.
Si accostò alla tastiera, ancora
programmata su "pianoforte tradizionale".
Martina posò la borsetta sui cuscini del piccolo
divano, poi anche la punta delle natiche. Funzionerà?
Shani sedette allo sgabello. Disse:
- Mente locale: Agradis ha ventidue
anni, ha appena vinto un concorso internazionale fra
oltre un milione di partecipanti per uno stage di tutela
ambientale nel bacino del Rio delle Amazzoni: deve lasciare
Cherbourg, la Francia e i genitori. È l'avvio
della sua carriera folgorante... Titolo: You're my
hope, Brasilia. - Aggredì i tasti.
- Ecco - concluse tre minuti dopo.
L'ultimo accordo esalava, ma alle sue spalle Martina
taceva. Con una smorfia di presentimento si voltò
verso di lei.
Scoprì sorpreso che stava lacrimando
in silenzio.
- Cazzo - esclamò Shani. -
Una marcetta che fa piangere! È esattamente ciò
che si aspettano da me. Oh... - Si passò una
mano sulla faccia ispida.
- Scusa - disse lei tirando fuori
un asciugatore Koh-i-noor. - Non volevo. Shani, non
so come dire... Il motivo è perfetto, giusto
nello spirito dell'argomento e del tuo spettacolo, ma
ha... qualcosa.
- Già - rispose lui cupo -
ma cosa, questo il dannato punto!
- Non saprei spiegarlo. - Si alzò.
- Ma non curartene, sarà che sono in tensione
da ieri sera. Sei bravissimo, davvero, non dubitavo.
Be', ora devo proprio. - Afferrò la borsetta,
la tessera magnetica dell'auto.
- Sicura? Pensi che possa andare?
- Giuro. Ora concentrati soltanto
sull'ultimo brano che ti manca. Così ti togli
davanti questo lavoro una buona volta e puoi rilassarti
un po'. Almeno tu. - Gli indirizzò un sorriso
e uscì.
Avrebbe voluto stringerla da soffocarla,
sentire il suo alito caldo, il corpo caldo. Gli davano
sicurezza. Certo, doveva pensare all'altra musica. Tirarla
fuori entro domani sera e consegnarla alle diciotto
al massimo, altrimenti scattava la penale; magari anche
una causa. Un tipo da pigliare con ogni precauzione
quel committente, Monsieur Agradis. Mai stato
in ritardo così mostruoso, ma forse aveva qualche
idea su cui lavorare.
Sedette alla tastiera. Ecco: per esempio...
* * *
Manuel componeva musica a tempo perso
e in realtà si chiamava Emanuele Cotrone ma lo
sapevano in pochi. La mano sulla spalla di Shani era
sua.
- Amico - urlò Manuel levandogli
la cuffia - sono tre ore che martelli su quei tasti.
Come cazzo fai in questo baccano, non lo capisco. Vogliamo
rilassarci un momento?
In giro era pieno di ogni tipo di
gente. Normale. Non la gente. C'era sempre movimento,
all'Equador. La musica arrivava da tutti i lati
come una radiazione dura, a decibel da sisma di nono
grado. Shani guardò l'ora: le diciotto. Sul petto
depilato di Manuel si rincorrevano tatuaggi multicolori
mobili, come un nido di ragni. - Marty non mi ha più
chiamato - disse. - E questa musichetta di merda, che
non riesco a eiaculare.
- Rilassati - rispose Manuel. - Non
posso dire che sei bianco come un panno, ma ti trovo
sul nero livido. Su, beviamo qualcosa.
- Eccomi. Aspetta... mai sentita,
questa? Solo un momento: è la prima delle due.
- Con tono da imbonitore: - You're my hope, Brasilia!
- Vai. - Michel mise la cuffia.
- Allora? - chiese Shani quando terminò
di suonare.
Manuel aveva cambiato faccia. Disse
lentamente: - Capperi, ma che cocktail hai usato? Mi
fa quasi paura, 'sta roba...
- So di avere un'espressione da perfetto
imbecille: cosa non va?
- Cosa? Niente! Tutto va. Anche troppo,
forse. Complimenti! Shani, per una volta non ho parole.
Anche se è una musica allegra, c'è...
tristezza. Ma è una voragine. - Si riscosse.
- Be', i bicchieri aspettano. - Shani si sentì
afferrare quasi di peso.
Sedettero in un angolo, fingendo di
trovarsi più isolati. Shani urlò: - Se
dobbiamo conversare, la prossima volta verrò
innestato con un microfono in gola e un microricevitore
nel mastoide.
- Ok, ok. Dunque, torniamo a ciò
che devi fare. Ma bada, se non vuoi diffonderti sui
dettagli...
Shani gli dette una pacca su un braccio.
- Figurati, per te non ci sono segreti. - Spiegò:
- Ci sarà una festa nella villa di questo manager
di un'azienda transnazionale, o qualcosa del genere.
Si occupa di disboscamenti e rimboschimenti su tutto
il pianeta... almeno questa è l'attività
ufficiale. Monsieur Philippe Agradis... Uno di
quelli in cima. Vuole rappresentare una commedia musicale
con attori e cantanti in carne e ossa, una specie di
'Signori, questa è la storia della mia brillante
vita'. Che mi frega! Sono l'autore delle musiche, ma
se non elaboro in tempo un altro motivetto decente rischio
di rimetterci le penne.
- Ma va' - lo esortò Manuel.
- Se hai difficoltà non è il caso di fare
il puritano... Devo dirtele io, certe cose?
- Mi rifiuto categoricamente di scopiazzare.
Ammetterei il fallimento. Di riciclaggi del cavolo è
satura l'intera biosfera. Anche in questo istante il
tuo locale ci affligge con ritornelli da tre soldi ascoltati
e riascoltati.
Manuel lo interruppe con un ghigno.
- Per la gente va più che bene!
- Già. E che gente - sussurrò
lui a mezza voce.
Si rilassò contro lo schienale,
fissando un punto all'infinito dinanzi a sé.
Ciò che si rimescolava tra lui e quel punto non
erano esseri umani ma macchie mobili di colori. Piume,
lustrini, fard, proiezioni di luce, abiti virtuali olografici,
innesti biomeccanici con funzioni puramente accessorie
o decorative. Chiuse gli occhi.
- Ti do una mano. - La voce di Manuel.
- Anzitutto: stai già lavorando su un'idea?
- Ne avrò scartate cinquanta,
da stamattina.
- Vogliamo rivederne insieme un paio?
- Si alzò allontanandosi.
- Sì... E te ne vai?
- Trovo una seconda cuffia - gli urlò.
Tornò poco dopo. - Ecco fatto.
- Alle volte - disse Shani - mi va
davvero tanto di stare qui. Ricordatelo: da Irving Berlin
a George Gershwin a mille altri, i musicisti americani
negli anni Venti e Trenta del secolo scorso si ispiravano
nel chiasso e nel folklore della Tin Pan Alley, a Broadway.
- Me ne frego, non ci riesco, io.
Andiamo a sedere dietro, è stretto ma c'è
meno fracasso. E non serviranno cuffie.
Il retro era un vero bugigattolo.
Su uno sgabello era posata una tastiera, appena più
piccola di quella nella sala.
- Dunque - esordì Manuel -
sediamo. Anzitutto tieni questa. - Gli tese una pasticca
gialla.
- Uhm - fece Shani con una smorfia.
- Vai tranquillo. - L'altro buttò
giù la sua con una sorsata di rum. - Effetti
collaterali: zero. Effetti reali... all'infinito! -
Scoppiò a ridere. - Vuoi essere Beethoven per
dieci minuti senza neanche pagare pegno?
* * *
Era per strada senza sapere dove e
perché. Si costrinse a una dolorosa ricognizione.
Strombazzare furioso di decibel, e luci, fiumana di
gente, arcobaleni intermittenti, notte, la notte di
sensazioni acide. A un incrocio si arrestò, inebetito.
Dunque...
Aspettava ancora che Martina lo chiamasse.
E aspettava anche che gli piovesse dal cielo la seconda
musica! Cazzo di quel Manuel... Già le due di
notte. Le telefonò lui. - Marty? - Rispose la
segreteria. Gli balenò un'idea: il Memorator.
Lì, doveva andare. Fermò un taxi.
La vettura doveva essere l'ultima
nata in casa Volkswagen, la Yacht, quasi la prora
appuntita di una barca da Vip internazionali. Si aprì
una specie di oblò scorrevole, entrò e
prese posto. Il volante era una ruota di timone. Il
tassista lo fissò piccato: - Che guardi, non
ti piace? - Shani bofonchiò qualcosa. D'altronde
le navi assumevano sempre più le forme di auto.
- Al Memorator - disse.
Poco dopo intravide semafori automatici
autoattivanti, piccoli paracadute di puntini gialli
e rosso fuoco che lasciavano brevi tracce nel cielo
nero. Relè monitoravano il percorso, i cartelli
indicatori prendevano vita con scritte dorate su sfondi
più neri della notte. Lampi, ostacoli, rotatorie,
nastri di strada che si biforcavano, innalzavano, interravano.
Ingressi, persone. Alla fine fu lì.
Galleggiava nell'aria più o
meno nel centro geometrico di un vasto locale semisferico,
a degravitazione. Qualcosa gli fluiva in vena da un
microago e un tubicino sottile come un capillare, pendente
dal nulla. A tutto c'era un limite: quella musica negli
orecchi...
- Spegnete questa cagata - gracidò,
era qualcosa post-New Age, sonorità imbelli contrabbandate
per relax, sottofondi statici di violini pacchiani quasi
all'unisono. La cacofonia tacque di colpo. Si ritrovò
sospeso, solo, nel vasto ambiente.
Cazzo che ce l'avrebbe fatta. Che
ci vuole a mettere insieme quattro note per un motivetto,
un riff, otto battute che abbiano un minimo di originalità.
Vero anche che ormai ne aveva tirate fuori una marea,
pensò. Perfino Gershwin a un certo punto se n'era
reso conto: Non potrò fare altro che ripetermi,
confessava con timore dopo aver partorito settecento
canzoni, molte delle quali successi strepitosi. Attivò
la tastiera che gli galleggiava davanti e ordinò
alle luci dell'ambiente di attenuarsi ancora.
Bastava che si concentrasse. Stava
pensando al fatto che strimpellando Manuel aveva tirato
fuori una buona idea, e mentre quello la suonava lui
aveva intravisto una elaborazione diversa della struttura
sottostante, il giro degli accordi. Si poteva tentare.
Era l'unica. L'ultima.
Digitò le sue varianti sulla
tastiera. Il silenzio intorno era interplanetario. Nel
tempo congelato lui si muoveva sospeso, in una deriva
lentissima. Che pace lì dentro, che concentrazione.
Finalmente.
...E all'improvviso... vide
quel cerchio di fuoco. Lo vide nitido: lui si affacciava
da una terrazza elevatissima, nella notte fonda, e la
città invisibile pareva subisse un blackout totale.
Il cerchio di fuoco stringeva l'intero orizzonte, a
360 gradi. Le fiamme lingueggiavano fino allo zenit,
lente solo in apparenza, poi dalla base si staccarono
convergendo in alto. Su, a perpendicolo, si coagulò
una bolla di magma rovente, una mongolfiera di plasma
stellare che saliva, saliva, si allontanava nello spazio.
Si svegliò sobbalzando sul
nulla. Era sempre a gravità zero. - Marty...
- si lamentò. Un breve incubo. La mano cercò
istintivamente il corpo confortatore di lei. Le tre
di notte. Stasera, si disse. L'ultimatum. Entro le diciotto
devo consegnare il lavoro. Fatemi scendere.
Poco dopo era nuovamente fuori. Il
traffico notturno superava quello diurno, la città
era in pieno delirio di suoni gente bit info esplosioni
decisioni lampo come il pensiero. Su un palazzo il tabellone
a tutta parete della Borsa muoveva su e giù un
balletto interminabile insensato di cifre luminose,
valori e disvalori, l'inconscio violento del pianeta
eruttato, capace di creare e sgretolare tesori, sconvolgere
miliardi di incolpevoli. Lui si ritrovava ancora a mani
vuote. Vuote.
* * *
Entrò in casa in punta di piedi.
Martina doveva essere rientrata. Aveva visto una sua
chiamata sul cellulare, disattivato mentre era al Memorator:
Sono a casa ora vado a nanna baci +++. A luci
spente entrò in camera e si infilò tra
le coperte. Lei si girò:
- Sei tornato... Com'è andata?
Le sfiorò il viso con le labbra.
- Un disastro. E tu?
- Indovina un po'.
- Non saprei. Che altro succede?
- Dopo una giornata lavorativa, su
e giù per quindici ore senza intervallo, ho mandato
al diavolo il dottor Mazich: ci ha tentato di brutto.
Shani saltò sul letto. - Ma
guardalo, 'sto vecchio rimbambito...
- Calmati, l'ho messo a posto. Ha
perfino alzato le mani, quando si è accorto che
lo smerdavo.
- Brava. Come l'hai sistemato?
- Gliele ho cantate tutte, fino all'ultima.
Sai cosa vuol dire, Shani.
- Hai perso il lavoro.
- Già. Ma non ho avuto scelta.
Ho perso anche i soldi della giornata.
Tacquero entrambi. Shani disse: -
Se non consegno tutto oggi pomeriggio succede un altro
pasticcio.
- Ma possibile - disse Martina avvicinandoglisi
- che non ce la fai? Non hai mai avuto problemi come
questo. Ce l'hai nel Dna la musica, tu!
Shani tacque ancora, poi rispose:
- Non lo so, cosa mi succede. Ho paura. Abbracciami,
Marty, ho bisogno di sentirti tra le mie mani. Voglio
una boccata di ossigeno puro.
- Be', respiriamolo insieme! - ridacchiò
lei.
- Pensa, anche Manuel mi ha detto
qualcosa sulla canzone che ti ho fatto ascoltare ieri
mattina. Dice che dentro c'è un baratro di tristezza.
- Ha ragione. Uhm...
Si strinsero di più, e per
alcuni minuti non poterono che darsi l'uno all'altro
con tutta la loro foga, ma lui si accorse con riusciva
a raggiungere l'orgasmo. Giacquero in silenzio per un
tempo indefinito. Quando Shani riaprì gli occhi,
la cromovetrata faceva filtrare un chiarore ectoplasmico
di alba. Martina, appena visibile, era seduta contro
il guanciale a occhi sbarrati, immobile.
- Sei bellissima - le disse. Aveva
seni un po' a pera, prosperosi, con areole grandi, come
piaceva a lui. Glieli accarezzò. - Mi ricordano
tanto i seni delle donne in Somalia. Quando ero piccolo...
- Figure statuarie, dai lineamenti delicati, come temi
musicali purissimi. Il piccolo paese a pochi chilometri
da Baraawe, nell'interno del Benadir. Sua madre. Il
precoce sradicamento e la sua completa occidentalizzazione.
Ma quei canti rituali di notte, in cori che si espandevano
lontano verso il pianoro, sulla boscaglia: lo avevano
segnato a vita. Contenevano tutto. Ritmi spezzati, accordi
inconsueti, gioia, morte. Il jazz, e tanto altro, era
già tutto là dentro, i neri d'America
lo avevano semplicemente reinventato, ri-estratto dal
profondo dell'anima trasformando ciò che erano
stati violentati ad abbandonare per sempre.
- Ascolta - disse Martina - sto pensando
che devi fare qualcosa. Ho un'amica, una collega di
lavoro, Velia si chiama. Il fratello del suo uomo è
un grosso esperto di programmi di musica... Lasciami
finire! Lo so che queste cose non ti piacciono.
Ma dico: ora siamo a un'emergenza, no? Scendi un po'
da tuo scanno, accidenti. Tenta! È uno che lavora
di notte, forse è ancora sveglio.
Shani rifletté. Il pensiero
di rimettersi a provare alla tastiera gli dava la pelle
d'oca. Forzò se stesso. Si ascoltò dire:
- Grazie, Marty. Anche se mi peserà.
Telefoniamogli.
* * *
Le cinque di mattina era in città
un'ora di fantasmi grigi e strade scure lucide sotto
un cielo incastrato fra torri e linee frantumate, perché
adesso la vita con i bioritmi di otto ore creava uno
dei suoi momenti di assenza. Shani attraversò
solitario in auto una stasi fumosa fredda, residue luci
ammiccanti lontane colorate come dipinti di Mondrian.
L'amico di amici si chiamava Valeriano Nardi.
Nardi appariva sui trent'anni o poco
più, era di media altezza, tarchiato, occhi chiarissimi,
riflessi bluastri di una barba appena rasata. Col suo
vestito scuro e cascante aveva più l'aspetto
di un burocrate in pensione - sia pure un burocrate
della net life - che di un genio rampante dei bit. -
Allora? - chiese Nardi. Sedettero.
Shani cominciò a spiegare.
Nardi l'interruppe:
- Philippe Agradis? Credo di averne
sentito parlare... Lo hanno soprannominato le Bûcheron?
- Già, "il Tagliaboschi".
Un tipo chiacchierato. D'altronde la gestione dell'ambiente
è un business sfacciato e sempre più appetibile.
- Insolito che abbia richiesto musiche
di quel genere, lui che è francese. A metà
Novecento anche la Francia ebbe una magnifica tradizione,
coi suoi chansonniers.
- Credo - spiegò Shani - che
il song americano abbia rappresentato in modo
migliore lo spirito del self-made man in cui, guarda
caso, si identifica Agradis. All'inizio voleva far eseguire,
in un ricevimento privato, semplicemente una canzone
imperniata sulle sue vicende personali. Si è
rivolto a un'agenzia locale, è emerso il mio
nome. La musica che ho proposto in prova gli è
piaciuta tanto che il progetto è cresciuto parecchio,
fino a farne un intero spettacolo. Ho già preparato
una dozzina di canzoni. - Shani esitò, poi disse:
- Vengo al mio problema. In linea di principio non sono
contrario a servirmi di programmi di composizione assistita,
o automatica, di motivi musicali. Finora non ne ho fatto
mai uso perché mi piace inventarmeli da me. Ma
sono in un momento di... - Impotenza creativa? - ...urgenza.
L'altro rispose con aria familiare:
- Non deve giustificarsi proprio con me. - Sorrise.
- Lei sa della Banque Musicale Thématique Universelle
canadese, ovviamente.
- Ne ho letto. Un'enciclopedia ipertestuale
dei motivi e dei temi musicali di tutti i tempi.
- Un'opera colossale, disponibile
in rete. A pagamento, e anche un po' salato. Perciò
sono nate banche tematiche alternative gratuite, ma
col grave difetto di essere ancora incomplete o settoriali.
Un'impresa simile ha un senso se è totale,
vero?
Shani annuì. - Solo se sono
registrati i motivi di tutti i tempi posso testare on
line la originalità della mia composizione.
- Già. Comunque per navigare
adeguatamente nella Banque bisogna disporre di un programma
valido, flessibile e veloce, altrimenti... Si sprecano
giornate.
- E un programma del genere, a sua
volta costa.
- Se è all'altezza sì,
parecchio. Ma posso fornirgliene una copia. Garantita.
D'altronde il programmatore sono io.
- Be'... le dico solo questo: non
ho idea di come ringraziarla!
- E non lo faccia. Ma la devo avvisare
che giocattoli del genere sono usati molto poco. Non
solo per il prezzo.
- Strano. E per cos'altro?
- Mica tanto strano. Non molti compositori
gradirebbero scoprire che la loro ultima creazione è
una riproposizione di note già scritte. Magari
duecento anni fa. O l'estate scorsa.
- Un momento, signor Nardi...
- Valeriano, andiamo. Leri, per gli
amici. - Sorrise ancora.
- Grazie... Ok, Leri: raccontami perché
io - ad esempio - dovrei avere paura del tuo programma.
- Shani si distese in poltrona. I guai continuavano?
- Semplice. - Nardi lo puntò
con occhi chiari, fissi come quelli di un manichino.
- La macchina-business produttrice musicale negli ultimi
cento anni ha superprodotto musica per tutte le occasioni.
Il vostro bimbo mangia il biscotto o fa pipì
nei pannetti di marca? Musichetta giusta. Volete fare
bei sogni? Premete un pulsante con il cristallo musicale
ad hoc nel guanciale, e così via. Il che ha di
fatto logorato quasi l'intero patrimonio musicale possibile,
ponendo per di più ovvi vincoli di copyright.
Le sette note sono come un Dna... le combinazioni non
sono poi tantissime.
- Un momento, Leri: tu stai dicendo
proprio a me che quasi non posso più scrivere
musica? Se è così chiudiamo il discorso...
Grazie lo stesso.
- Ma, Shani, non devi prendertela!
- Nardi sembrava sinceramente sorpreso. - Voglio solo
aiutarti, spero sia chiaro.
- Scusa. Ma insomma: sette note, coi
tasti neri dei semitoni siamo a dodici, in realtà.
Aggiungi le varianti della durata dei suoni, del ritmo,
degli accordi...
- Certo - tagliò l'altro -
comunque... vedrai tu stesso. - Ebbe un sorriso, ma
molto breve. - I motivi musicali già esistenti
sono miliardi. Abbiamo tracce di temi musicali dell'antica
Grecia, alcuni decifrati di recente; di altre popolazioni,
e così via. Basta un calcolo semplice: possibilità
combinatorie delle note con ritmi eccetera, e numero
dei temi registrati nella Banque.
- Tu l'hai fatto?
- Sì.
Shani esitò, incerto se approfondire.
Poi pensò incupito: Cazzo!, ma perché
mi vado a impegolare alle cinque di mattina in questa
discussione delirante che mi deprime, mentre io ho solo
bisogno di tirarmi su per buttare fuori due note del
cazzo che siano appena decenti. Disse: - Ok, me la vedrò
da me. È semplice da manovrare?
- Elementare. Ci sono le istruzioni,
impari in cinque minuti. - Nardi conservava in mano
una bustina, e lui non se ne era accorto. - Ecco, il
cristallo è qui.
- Ripeto, non hai idea del favore
che mi fai.
- Vuol dire che mi regalerai una tua
futura nuova musica, quando sarai disponibile a farlo.
Me la dedicherai. Ne sarò onorato, non dimenticare
che sono anche un melomane accanito! Ho una musicoteca
sterminata, se dovessi ascoltarla tutta di seguito non
mi basterebbero altri 35 anni di vita.
- Sarà il minimo che potrò
fare.
Ci fu una pausa, e Shani non seppe
se licenziarsi o meno. Tommaso era sempre in un angolo
della mente e aspettava qualcosa da lui: dodici ore
utili, ancora. Ma col programma... ce l'avrebbe fatta,
in un modo o nell'altro.
Stava per alzarsi. Nardi riprese:
- D'altronde c'è in ogni campo un business sempre
più vorticoso, un serpente che si morde la coda...
Un guazzabuglio di ritorni travestiti di nuovo.
- Ma con la musica è molto
diverso - sottolineò Shani. - Non è una
nuova marca di abito intelligente né il nuovo
bioschermo con i pixel innestati a fior di pelle. La
musica è una di quelle cose che o ce l'hai nell'anima
o non ce l'hai.
Nel corridoio in penombra, Leri gli
lasciò negli occhi la sua immagine scura e un
po' informe, con quel sorriso leggero, quasi invisibile,
mentre aggiungeva: - E ricorda: i musicisti devono pur
campare, oggi.
* * *
Rientrò che erano le sette
e mezza. Martina stava preparando un caffè. -
Va meglio? - gli chiese. - Vuoi una tazzina?
Le esibì il minuscolo contenitore
del cristallo. - Qui c'è il programma di Nardi
che ci salva. - Bevve il caffè. - Vuoi vedere
anche tu?
- Vorrei, ma non so se ce la faccio.
Devo uscire.
- Qualcosa in vista?
- Chissà. Nel frattempo ho
risposto a un paio di offerte di lavoro in rete e poco
fa è arrivato un messaggio automatico. Devo presentarmi
a un colloquio alle nove, fuori città. Mi serve
l'auto.
- Sfilate di moda?
- Sì - ammise Martina, a mezzo
tra l'ovvio e il deluso.
- Ok! Se non ti è ancora bastato...
Io parto subito col programma, non vedo l'ora di liquidare
Tommaso e farmi una gran dormita... Ma quando rientri
svegliami, mi raccomando. - Le fece un sorriso allusivo
e le dette un bacio.
Shani si accorse appena che Martina
stava uscendo, e rispose al saluto a mezza voce. Poi,
improvvisamente, lo colpì il fatto che col programma
giostrava nella Banque Thématique da quasi un'ora,
e ancora brancolava con il suo problema.
Si accorse di sudare freddo.
La faccenda non si rivelava facile
come l'aveva presentata Nardi. Il programma era di uso
immediato, ma il materiale su cui doveva lavorare appariva
sterminato. O lo era in rapporto al suo tempo, che si
stava stirando ai limiti. Nove ore.
Con calma, si impose. Se mi attorciglio
su me stesso non ne esco più. Per comporre ho
bisogno di essere rilassato, io. Magari anche di un
tocco di buonumore.
Cazzo. Buonumore! Si stava prendendo
per i fondelli da solo?
Dunque-dunque. Il programma automatico
gli aveva scodellato motivi uno più bastardo
dell'altro, nonostante i filtri selezionatori della
qualità. E comunque non andavano: ora gli serviva
una musica conclusiva dello spettacolo. Il titolo del
pezzo era Agradis forever, for you e doveva sancire
l'apoteosi del self-made man o ricottaro della malora
che fosse. Una cosa fra il trionfalistico, il borghese
e il ruffiano, per pompare negli ascoltatori il tocco
finale: ammirazione e invidia per il patrimonio economico,
sentimentale e intellettivo del Monsieur.
Scartò le musiche automatiche.
Impostò quelle abbozzate con Manuel, facendole
rielaborare dal programma: ma dopo alcune prove capì
che non serviva insistere. O si stava innervosendo o
non capiva più cosa fosse musicalmente valido.
Forse era meglio sospendere una mezz'ora e pensare ad
altro. Per esempio...
Il cuore gli fece una specie di salto
nel torace: poteva andare nel programma "Originali"
e testare You're my hope, Brasilia, confrontandola
col contenuto della biblioteca. Vedere se era davvero
originale, insomma.
Immise i dati confessando a se stesso
che, maledizione, Nardi era nel vero dicendo che non
tutti gradivano quel tipo di programma. Vide le sue
mani tremare. Se risultava un plagio nascevano anche
problemi di copyright. Se immetteva la sua musica nel
circuito commerciale doveva comunque registrarla, per
tutelarsi. Pareva che poi i gestori della Banque Thématique
avessero l'abitudine di chiedere d'iniziativa ai registri
delle società di copyright i dati delle musiche
registrate; lo facevano per l'aggiornamento - d'altronde
imprescindibile - della Banque medesima. Diveniva facile
scoprire plagi, anche involontari. Truffe. Dalla metà
del ventesimo secolo in poi questo contenzioso era cresciuto
in via esponenziale, ma a ben pensarci quasi esclusivamente
per plagi clamorosi di grandi star. Perché, poi?
"La macchina superproduttrice
del business musicale negli ultimi cento anni ha logorato
il patrimonio della musica", aveva detto Nardi.
Vero! Musica a tutte le ore, per tutte le occasioni,
per tutti. Musica-tappezzeria istituzionalizzata, da
compagnia più che da ascolto. La musica allontana
l'angoscia del silenzio, ecco cosa.
"I musicisti devono pur campare,
oggi."
E lui era andato avanti nel suo lavoro
per anni senza sospettare niente? Be', no: la Banque
il realtà era attiva da non più di sei
o sette mesi.
Verificò con stupore che le
sue richieste di notizie alla Banque gli provocavano
già un addebito di quasi quarantacinque euro,
dannazione. Ladri, strozzini! Sullo schermo pulsò
una banda rossa: la risposta.
...Un respiro di sollievo profondo:
NEGATIVO.
Il suo Brasilia non plagiava
nulla, poteva dormire sonni tranquilli. Lui era - come
autodefinirsi? - un non-scopiazzatore nato. La banda
scomparve, si accorse che ne lampeggiava una più
grande, con una scritta:
ATTENZIONE!
Con questa
tua composizione si esaurisce il numero di combinazioni
musicali possibili sulla base dei dati complessivi inseriti.
D'ora in poi nessun altro tema originale ed esteticamente
valido sarà mai più componibile. Si prega
pertanto di non riutilizzare questo programma.
ATTENZIONE!
Ogni altra
operazione del genere sarà ritenuta non valida.
Questo
programma viene terminato.
Lo schermo diventò bianco.
Shani annaspò fra i tasti,
non era certo di avere capito il senso dell'avviso.
Assurdo! Che programma del cazzo gli aveva dato Nardi?
Doveva essere fasullo, imputridito, pazzo o contagiato
da qualche virus. Mai più un motivo originale
componibile, in tutto il mondo, per sempre? Si accorse
che stava cincischiando, come un giorno che gli avevano
fregato la valigia dal bagagliaio dell'auto e lui lo
aprì ma non credeva ai suoi occhi e lo richiudeva
e poi riapriva incapace di interrompere il circuito.
Seppe che erano le sedici perché
al rumore dell'uscio che si spalancava guardò
automaticamente l'ora. Martina entrò come un
vortice col musetto stravolto. - Che altro succede!
- esplose Shani pestando un pugno sulla tastiera.
- Succede non so neanch'io cosa. Il
lavoro l'avrei trovato. Ma non è quello di moda
che credevo.
- Cioè? Avanti!
- Dovrei sfilare non per i vestiti,
o meglio non solo. Ci sono truccature sperimentali,
il che significa nuovi tatuaggi, perforazioni, scaring,
tubi, innesti elettronici in ogni parte del corpo, piattelli
alle labbra, anelli, apparati bioluminescenti, maglierie
intime per attrici e attori di spettacoli privati e
con i genitali modificati per il nuovo sesso estremo
e io non so cos'altro. Assicurano che i materiali sono
nuovi, inerti e non provocano danni e...
- Basta, Marty - insorse Shani alzandosi
in piedi. - Non voglio assolutamente che tu traffichi
col tuo corpo e magari ti rovini. Non mi pare un lavoro
che ti si addice.
- Lo penso anche io - disse Martina.
- Almeno per ora. Almeno se non trovo subito un altro
lavoro. Al diavolo!
- Be'? E se non trovi subito che fai,
ti lasci scarnificare? Questo è un settore sconfinante
in ambienti coi quali non è il caso di mescolarsi.
Martina gettò la borsetta sul
tavolo e si lasciò cadere sul divano. Disse pungente:
- L'ho capito, l'ho capito bene, Shani! - Tacquero un
po'. Lei riprese: - E tu, a che punto sei?
Sollevò le braccia. - A che
punto? Non ho concluso niente. Programma di merda! Anzi,
guarda un po' lo schermo. E mancano solo sei ore.
- E "cazzo"? Non dici "cazzo"?
La cosa è seria davvero, allora.
- Seria che più non si può.
Leggi qui, ti dico. - Inserì nuovamente quei
dati. Comparve la scritta:
PROGRAMMA NON PIU' DISPONIBILE
COMPITO ESAURITO
- Cosa vuol dire? - chiese incerta
la ragazza.
* * *
Alle cinque squillò il videotelefono.
- È per te - chiamò Martina dall'altra
stanza. Sul piccolo video si materializzò la
faccia temuta.
- Salve, Shani. - L'espressione di
Tommaso era tesa come quella di un mastino ringhiante,
la voce sopra i toni. Il mastino incalzò: - Ma
che fai... ma a che punto sei, stronzo... Maledizione,
siamo in ritardo mostruoso, ai limiti, passeremo guai
entrambi!
- Non devi preoccuparti... e neanche
urlare così - rispose lui secco.
- Ah, no? Io...
- Basta! - gli gridò. - Non
ti sto a dire le cose che sono successe, le saprai dopo.
Entro massimo un'ora giuro che avrai via modem la tua
dannata musica, con le indicazioni per l'orchestrazione.
Tommaso aveva un faccione con un naso
a melanzana e due occhietti celesti a fior di pelle,
come bottoni su due taschini. Disse paonazzo: - Non
voglio altre chiacchiere da te. Dobbiamo finire di montare
i materiali sonori, fare le prove con i cantanti, organizzare
lo spettacolo. Non ci si riduce mai all'ultimo secondo,
stronzo! Ci restano due giorni e mezzo di tempo. Se
non ricevo subito la merce stavolta la paghi cara. E
comunque con Tommaso Druso hai finito, vaffanculo!
Lo schermo divenne grigio smorto.
- Che faccio, adesso? - disse Shani.
- Adesso lavori. - Martina si affacciò
nella stanza, stretta nella vestaglia. - Lavori e metti
su la cosa più stronza che ti viene in testa.
- Mosse un paio di passi. - Basta a fare il puro. Fottitene!
Tira via una cosa qualunque, ti dico. Se sarà
ripetitiva andrà meglio, la gente vuole roba
rimasticata. La fa sentire in casa sua.
Shani sedette alla console
e uscì in un risolino. - Il tempo scade, mia
moglie ha perso il lavoro e lo sto perdendo anch'io,
le prospettive sono quelle di un tuo avvio soft alla
prostituzione, e io devo comporre una cosa qualunque...
Be', anzitutto questa cosa qualunque dovrà pur
piacere. È il pezzo che chiude, quello che risuona
negli orecchi più degli altri. - Si rialzò
mettendosi a passeggiare su e giù. - Ok, non
farò il sofista, ma io per scrivere appena decentemente
ho bisogno di... un minimo di tranquillità, lo
sai. Allegria. Buonumore... - Canzonò Martina:
- Capirai, questa situazione è l'ideale!
- Certamente no - esclamò la
ragazza. - Però...
Shani la vide avanzare come un'indossatrice:
lenta, con un'espressione diversa, andò verso
un mobile basso. Girata verso di lui si sollevò
sulle punte e sedette sul mobile. Quasi al ralenti
alzò bene una gamba, la accavallò sull'altra,
ma senza stringere. Un lampo nero fra i bordi interni
della vestaglia...
- Mi pare che questo ti dà
l'allegria, no?
* * *
Martina gli si accostò all'orecchio
sussurrando: - Azzeccate le musiche, bravi i cantanti...
hai visto che Brasilia ha colpito tutti? Anche
i brani successivi sono stati...
- Sssst! Ora viene l'ultimo pezzo.
Vediamo che succede. - È un plagio... Anche
se non so da chi, come e quando. Qualunque cosa comporrò
d'ora in poi sarà un plagio, si disse ancora
una volta Shani. Un nuovo genere di ritornello.
Sul palcoscenico vuoto uscì
il l'attore che impersonava Agradis, in doppiopetto
gessato stile anni Trenta del '900, capelli neri lucidi
tirati indietro. L'occhio di bue lo centrò, partì
la base musicale e gli altri cantanti sbucarono dalle
quinte, sullo sfondo degli alberi e di una falce affilata
di luna. Silenzio in tutto il giardino, fra i tavoli
e i gruppi che li occupavano. Una leggera brezza della
sera muoveva le fronde più alte, oltre i colonnati
vetero-classici. I regolatori non permettevano un filo
di umidità.
Il protagonista attaccò a mezza
voce la strofa di Agradis forever, for you.
Non sapeva dire se lo spettacolo risultasse
riuscito; non si sentiva in grado di provare certezze.
Consegnato sullo scoccare del tempo massimo. Nonostante
tutto. Eccoli lì, parenti conoscenti personaggi
del top set legato a Monsieur Tagliaboschi. Duecento
e passa persone. Crema di una società sui cui
lussi e nuovi eccessi poco o nulla sapeva. Bella pubblicità
inattesa, per lui e la sua musica. Musica? Strinse
i denti. La strofa terminò, il cantante attaccò
il ritornello.
- Lo senti? Brodaglia melensa, risaputa.
Vomito! - sussurrò a Martina.
- Fottitene. - Gli mollò una
gomitata.
Quando l'aveva partorita in fretta
e furia, sullo scadere del tempo, lui si era categoricamente
rifiutato di vedere se il programma "Originali"
avesse ripreso a funzionare. Comunque non l'avrebbe
usato. Caro Leri, tienitelo, il tuo bel software.
Il cantante terminò il ritornello
con un appoggio pletorico e smaccato del coro. La base
musicale mise il punto con un'esplosione di tube e tromboni.
Un istante di silenzio sospeso...
Scattò un applauso fragoroso.
Martina lo scosse: - Sei... - Non
capì cos'altro gli diceva. Si accorse stupito
che la musica era finita e invece proseguiva. Bis.
Era stato richiesto a furor di popolo il bis dell'ultimo
brano. Con le note conclusive fu sparato un clangore
ancora maggiore; alla regia avevano colto al volo, e
potenziato i decibel. Di nuovo silenzio assoluto...
altro big bang di battimani e urla. Martina gridò:
- Che aspetti? Vai, ti chiamano sul palcoscenico.
Attraversò la platea intontito
e salì fra gli attori. C'erano anche Tommaso,
l'autore dei testi e il regista. E naturalmente Monsieur
Agradis. Monsieur lo abbracciò in pubblico,
mentre a lui balzava incongruamente alla memoria l'immagine
di quel sogno strano: una sfera di fuoco che si allontanava
in cielo, sulla città buia. Strette di mano,
altri abbracci, complimenti. Camerieri in livrea si
materializzarono con guantiere lucide, folte di calici.
Botti dei tappi, champagne francese. Shani riuscì
a dirigersi al suo tavolo dopo un ultimo inchino. Martina
lo abbracciò e lo baciò radiosa.
- Che ti dicevo? Amore mio, grande
stronzone mio.
Alle spalle del palcoscenico ci fu
il fragore di una salva e il cielo fu nascosto da fuochi
artificiali sagomati. Seguirono piogge di colori che
per alcuni istanti erano i volti della famiglia Agradis.
La regia mandò in sottofondo Agradis forever,
for you versione solo musica. Presso loro due si
creò un capannello.
- Signor Shani... poi vorrei parlarle
in privato, ho una proposta da farle - disse un signore
alto e bruno, con la faccia dura e il tight.
Gli era stato presentato. Un diplomatico.
Di colpo fra il tight e Shani
si catapultò una figura malvestita, grondante
sudore e miasmi. Tommaso. Esclamò con un sorriso
rivolto alla faccia dura: - Salve! Io sono il suo agente.
- È soddisfatto della sua serata?
- si intromise una voce roca. Veniva da una signora
alta, bionda, in un completo scuro con gonna stretta,
e carica di gioielli antichi. Madame Coranda
Szigeti Agradis, consorte del tagliaboschi. Pelle, ossa,
fasci muscolari, organi (anche sessuali) rifatti al
sessanta per cento, era notorio. Stringendogli forte
una mano fra le sue, Madame aggiunse invitante:
- La prego, Shani: faccia un brindisi con me!
Ritirò la mano e la posò
sulla spalla di Martina. Sollevò il calice verso
lo zenit del cielo ridiventato nero. I fuochi artificiali
si erano spenti. Anche quell'altro fuoco se n'era andato...
- Addio, Euterpe - sussurrò.
© Vittorio Catani 1999
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