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Quest'angolo di Murgia: appena le
otto di metà luglio e la valletta verde, il mare
di alberi con foglie scure dalle cime dorate, una foschia
leggera che scioglie tutto in pastello. È semplice
ma bella da togliere il respiro, qui, la natura. Panorami
profondi della mente. Quasi non sembra di stare in Puglia.
Un malessere che mi prende come una sindrome di Stendhal,
o davanti a una bella donna, se te la ritrovassi nuda
e disponibile. E noi stiamo per entrarci, nella Terra.
Penetrarla.
- Ludovico, dai che ci siamo.
- Eccomi. - Vertigine. Scendo di corsa
nella valletta accodandomi ad Armando e agli altri due,
trascinando i miei borsoni.
- Dev'essere qui. - In realtà
Armando lo sta ripetendo da un po'. Fronteggiamo una
pendice fitta di rovi e vegetazione, la zona in cui
lui garantisce di aver scoperto l'ingresso, tempo fa.
Ernesta grida: - Forse dall'altra
parte - e addita una sporgenza rocciosa con una macchia
di arbusti.
Giacomo tace. È nuovo e parla
solo per pungere. Comunque è carico come un mulo.
- Ora è chiaro, aggiriamo il
costone - è d'accordo Armando. Ci fissa sorridendo:
- Capolinea.- Fa già un gran caldo. Dentro, quando
cominceremo a scendere, staremo meglio
Molto meglio.
* * *
L'uomo era rigido sul lettino. La
pelle irruvidita aveva una brutta tonalità grigiastra.
- Novità da stamattina? - chiese
il Primario. Il dottor Marozzi era giovane, sottile,
modi spicci. L'infermiera cominciò a trafficare
con termometro e polso.
- Nessuna - rispose l'assistente,
la dottoressa Nerini.- Stato stazionario.
- Rifacciamogli le analisi. Tutte.
Sballate come sembrano
Ehi, come si sente?
Il ricoverato, un giovane sui trenta,
il giorno prima era stato raccolto da alcuni contadini
vagante in un viottolo campestre, sotto il solleone,
vestito succintamente e in stato confusionale. Non gli
erano stati trovati documenti. Era appena riuscito a
farfugliare il proprio nome, Ludovico.
- Ci ascolta? Dia un segno
muova
la testa, le mani - aggiunse la dottoressa Nerini.
- Forse - azzardò l'infermiera
- vede che gli parliamo, ma non sente le parole.
- Ok. Rifacciamogliele con queste
in aggiunta. - Marozzi ebbe una smorfia. - Dio buono!
Ridotto proprio male.
* * *
Ci siamo dovuti accampare alla bell'e
meglio. Armando l'ha detto, non dobbiamo preoccuparci
per l'incidente che abbiamo avuto, siamo riusciti ad
arrivare giù tutti e quattro vivi e questo è
l'importante. Le sedici: adesso ci mancano cinque o
sei ore di memoria
Le torce illuminano una progressione
di vani scoperti; a venti metri d'altezza c'è
una gran volta raggrumata. Continuo ad avvertire la
sensazione di stordimento di cui si lamenta soprattutto
Ernesta. Ma è grandioso. Un sito sotterraneo
nuovo, da rivelare al mondo.
- Esplorarlo, ma fin dove? - ha chiesto
Giacomo il taciturno. - Il suolo scende. - Si è
avviato puntando la torcia verso il fondo dell'antro.
- Osservate, c'è una specie di pozzo. - Ha gettato
un sasso nell'apertura: silenzio per vari secondi, poi
un'eco di ticchettii, lontanissima. - Forse arriva all'inferno
- ha insistito Giacomo.
- E noi bruceremo - ha ribattuto appena
ironico Armando.
Ci accorgiamo che queste nicchie separate
da espansioni naturali di roccia possiamo utilizzarle
quasi come camere, una per ciascuno di noi. Scarico
il mio bagaglio, mi attrezzo. Secondo Armando basta
lasciare acceso un solo faretto, riuscirà a diffondere
luminosità ovunque. Loro tre sembrano stanchi,
io sono intorpidito. Sopra, oltre la pelle della Terra
e i muscoli dell'orifizio da cui siamo caduti, è
ancora giorno pieno. Chissà come si mostrano
lassù luci e colori di quella donna lussureggiante,
distesa per chilometri. Amare anche la natura
È bellissimo.
Ma bisogna prima essere capaci di
amare.
* * *
L'infermiera di turno si chiamava
Teresa e sfogliava svogliatamente un numero di Oggi
in Medicheria.
Suonò il cicalino: la Stanza
23 era del ricoverato che avevano trovato quasi nudo
in campagna. Qualcuno aveva ipotizzato che potesse trattarsi
di un maniaco sessuale. Le due di notte; nei corridoi
dell'intera clinica c'erano buio e silenzio. Il tipo
sembrava ancora intontito, ma non di quelli 'fatti'.
- Serve qualcosa? - chiese Teresa
dalla soglia della porta.
L'uomo, che era solo nella stanza
a tre letti, si lamentò. Cercò faticosamente
di girarsi, come per rivolgersi proprio a lei. A giudicarlo
così, pareva peggiorato rispetto a qualche ora
prima. Teresa gli toccò la fronte. Non aveva
febbre, anzi era quasi gelido. - Sen
ti
-
farfugliò lui. Lo sguardo era acquoso, introvabile.
- Sì?
- C'era
- Ansimò. - Era
tutta
per terra, anche sulle rocce. Si
muoveva,
animata. Capito? Il mare
hai presente le onde
del mare? Fremeva. Luccicava
- Inghiottì
rumorosamente. - È stato allora che
- L'uomo
tacque, stecchito come un cadavere.
- Se resti buono ti misuro la pressione
- disse Teresa, un po' impietosita.
* * *
Sembra un mare lontano, nella penombra
notturna del faretto. Sarà senz'altro una allucinazione.
Sono stremato, anche se giaccio sul mio materassino
da ore. Gli altri tacciono. Devo aver dormito molto
tempo... Ho sognato. Me ne stavo con Erika tra queste
rocce, facevamo l'amore furiosamente e io piangevo:
lo so che nella realtà sei morta, dicevo; capivo
che entravo col mio corpo in quello di una morta ma
il suo sguardo era quello dei tempi migliori. Uno sguardo
di felicità, e la desideravo da impazzire.
Troppo vivo, il sogno. Il suo odore,
la sua pelle, i lunghi capelli castani. Mi prende allo
stomaco. Mi fa ripiombare in quelle atmosfere, quando
Erika
Credo di non resistere.
Più tardi ho chiamato Armando,
anche lui pareva in un dormiveglia un po' stuporoso.
Con fatica accende una torcia potente, indirizzando
il fascio verso il fondo della caverna:
- Non riesco a capire - dice; che
mi prenda un colpo! È a questo punto che lo vediamo.
C'è una sostanza grigio-argentea spessa un paio
di dita. Ricopre terreno e rocce e si muove, dilaga
lentamente dal fondo della grotta, una specie di blob
che ha piccole ondulazioni come di brezza su un lago.
Fremendo, il magma incontra i raggi della torcia e ha
scintillii, un ribollire di piccole luci istantanee.
- Ludovico, resta indietro
mantienimi la torcia.
Va fino alla riva, alla prima risacca
di quell'onda gelatinosa, e vi immerge circospetto una
mano. Tira. La sostanza si stacca filando, le propaggini
strappate si ricompongono mollemente, lui prova ad annusare.
Sfiora appena la gelatina con la punta della lingua,
poi sputa. Dice eccitato:
- Ha una composizione organica, mi
sembra evidente! E il sapore è dolciastro.
Restiamo insieme a guardare e toccare,
stupiti, invischiandoci un po' in quell'affare.
* * *
Stiamo perdendo il senso del tempo
e scombussolando i bioritmi. È fisiologico quando
si va giù, però sta accadendo troppo presto.
Abbiamo acceso tre faretti, ma davvero 'vedremo meglio'?
Giacomo e Ernesta - forse anche io - vorrebbero piantar
tutto e tornare in superficie. Armando ha staccato un
pezzo di quella materia molle e l'ha inscatolata sotto
vuoto in un barattolo; con la piccola videocamera ha
effettuato riprese. Giacomo invece ha detto:
- Lo vedete che è una sostanza
mobile. Potrebbe sparire da un istante all'altro, così
com'è apparsa. Vi dico: risaliamo, chiamiamo
subito dei testimoni!
Siamo tutti d'accordo sulla necessità
di agire, ma sorprendendo me stesso ho detto:
- No. Che c'entra il mondo esterno?
È affar nostro. Questo oggetto, questa entità,
ciò che sia
sento che è qui per
noi.
* * *
Con Erika il rapporto era stato subito
ad alta temperatura, ma era durato troppo poco. Dopo
una delle sue gare di nuoto, una mattina Erika uscì
vincitrice dalla piscina, sollevò le braccia
in segno di gioia, poi si accasciò sul pavimento
e non si rialzò più. A ventiquattro anni,
ignorava di avere un'insufficienza cardiaca. Successe
un po' di tempo fa. Di lei mi restano pochi oggetti
e sei mesi di ricordi. Il suo corpo, soprattutto. Fu
il dono più bello che seppe farmi. Nella mia
mente il suo corpo esiste in forma tridimensionale con
odori, tinte e stimoli; un programma che posso richiamare
ancora, benché poco a poco queste sensazioni
si usurino, sbiadiscano.
Che tristezza.
Oltre al corpo Erika mi aveva regalato
anche l'anima, tuttavia io fui anzitutto l'esperto geografo
della sua pelle e dei suoi anfratti, lei la dosatrice
dei miei brividi e dei miei orgasmi.
Stanotte, in questa caverna, per un
tempo statico e indefinibile io l'ho sognata. O l'ho
vista, perché percezioni e sentori erano
vividi, era proprio lei che accarezzavo. Scrutavo pieghe
e chiaroscuri del suo inguine, le sue iridi di ghiaccio
della Croce del Sud, le gambe dalla pelle fresca e sgusciante
di pesci appena presi in rete. Il piacere che miracolosamente
tornava a darmi il suo ventre era lento e voluttuoso,
come silenziosi fiocchi di neve dietro i vetri.
- Erika! - le ho gridato poco
dopo, consapevole della realtà: nella mia nicchia
pietrosa, in penombra, giacevo con una creatura morta
da anni! L'ho scostata con violenza.
- D-d-d
- ha farfugliato lei
deglutendo, ad occhi sbarrati. - T-t
- Erika! - Quasi isterico, stavolta.
Era come se lei desiderasse comunicare: aveva l'espressione
di una bimba di tre anni che vuole dire cose urgenti
ma soffre, impotente a esprimersi. Non ha più
insistito. Elasticamente, quasi al rallentatore, si
è sollevata dal giaciglio fissandomi da un baratro
di malinconia e si è allontanata, quasi risucchiata
dal buio. Addosso mi gravava una pesantezza plumbea.
Devo essermi addormentato subito.
* * *
Al capezzale il dottor Marozzi era
chino sul paziente: - Allora: va meglio, oggi?
L'uomo pareva poco meno irrigidito
ma continuava a tacere. Entrò un'infermiera.
- Dottore, le analisi.
Lui quasi gliele strappò dalle
mani, e si mise a sfogliarle rapidamente in silenzio.
Poi esclamò: - Predisponiamo una Tac. Prima o
poi qualcosa dovrà venir fuori, perdio.
Una delle infermiere, Teresa, disse:
- Stanotte ha balbettato qualcosa.
Parlava del mare, ma non si capiva bene.
- Il mare! Lo vuoi raccontare anche
a me? Forza, Ludovico, siamo tutti amici. Mi vuoi dire
che hai visto o hai fatto di strano, al mare?
Il paziente doveva aver capito. Girò
il viso grigiastro verso il dottor Marozzi, ma restò
muto.
Il primario sospirò. - Per
caso si è fatto vivo nessuno? Qualche parente?
Un medico bussò e s'introdusse
frettoloso. Disse al primario:
- Un fax dalla Stazione dei Carabinieri,
non so se ci può interessare: un gruppetto di
speleologi pugliesi è partito alcuni giorni fa
e non ha dato più notizia. Potremmo
- Chiamiamo subito i parenti - lo
anticipò Marozzi. - Chissà che non lo
riconoscano. - Si voltò al paziente: - Anche
se questo non ci aiuta a risolvere il nostro caso clinico.
Ragazzo mio, dov'eravamo rimasti? Dovevi raccontarci
del mare.
Ludovico si mosse. Tossì catarroso,
poi disse fiocamente: - Il
gas. C'era un gas
I presenti si guardarono, incerti.
* * *
Individuata nel verde l'apertura della
grotta, c'è allegria nel nostro piccolo gruppo!
Effettivamente dall'esterno era invisibile, anche per
un occhio esercitato.
- Non credo che in migliaia di anni
non ci sia mai entrato nessuno - esclama Armando interpretando
i nostri pensieri. - Tuttavia esistono ancora posti
dimenticati, se non altro. Quando l'ho scoperto, il
mese scorso, ho potuto solo affacciarmici un po'.
Il tempo per attrezzare la spedizione, e siamo qui.
A me Armando piace, in questo mestiere è bravo
e con lui siamo sempre sicuri. L'accesso è un
modesto slargo ovoidale che si allunga in un budello
scuro. Ci addentriamo, il cammino è in discesa.
Siamo a un momento sempre di grande emozione, quello
della scoperta assoluta. Ogni grotta può riservare
sorprese, perché può essere un pianeta
a sé, incapsulato nel nostro.
Procediamo sorpresi e caricati, non
sappiamo il prossimo istante cosa ci riserva. Una svolta
quasi ad angolo retto, poi sbattiamo in un'impennata
graduale del suolo fino al soffitto, come un muro inclinato.
Giacomo pesta i pugni contro l'ostacolo. Armando, aggrottato,
ci batte sopra col tacco dello stivale. - Uhm, è
vuoto, ascoltate? Facciamo attenzione, perché
potrebbe
Franare. Un turbine di aria
stantia, strana, una specie di gas mentre rotoliamo
giù.
* * *
Nel torpore, sul breve orizzonte della
caverna danzano forme. Abbiamo stabilito turni sonno-veglia
analoghi ai bioritmi naturali, ma stiamo subendo uno
sconvolgimento. Decidiamo che ciascuno perseguirà
il proprio nuovo equilibrio senza interferenze reciproche.
Per questo lasciamo la penombra, tranne le luci delle
personali nicchie di roccia.
'Stamani' Armando era sveglio, e ne
ho approfittato: - Hai individuato cosa fosse quel gas?
- gli ho chiesto.
- No - ha risposto - ma doveva essersi
formato e accumulato qui dentro da secoli.
Non abbiamo con noi attrezzature per
analisi del genere. Ce lo siamo preso in pieno, inalandolo.
Ci ha addormentato di colpo, facendoci rotolare e saltellare
per un pendio di oltre 50 gradi. Al risveglio eravamo
trenta metri più in basso. Scorticature, lividi,
leggere ferite e indolenzimenti, due attrezzature fracassate.
Siamo stati più che fortunati.
- E hai idea - ho sussurrato - di
cosa sia quella roba? - Il mare di gelatina argentea...
Non sempre è visibile, sulle rocce distanti.
Scompare come se si fosse ritirato in un anfratto, poi
percepisco con la coda dell'occhio che è lì,
quasi presidiasse un avamposto.
O ci scrutasse.
Lui mi ha fissato senza rispondere.
Ancora ignoravo che esso (essi?) l'aveva già
visitato. Ho rincarato: - Non ti pare che nel nostro
comportamento sia subentrato qualcosa di innaturale?
Eravamo scesi per esplorare. Invece siamo immobili,
bloccati: abbiamo perso ogni volontà.
- Ho alzato il tono di voce.
Giacomo mi ha udito, ha urlato dal
fondo: - Traditore! - ad Armando, credo. Lui l'ha ignorato,
ribattendomi alterato:
- Ah, sì? Imbecille! Credi
che io non stia riflettendoci? Dove pensi di voler andare,
se non riusciamo a capire bene neanche cosa ci ha fatto
precipitare qui dentro?
- Forse la risposta non è in
questi cento metri quadrati, dovremmo cercare in giro
e...
Improvvisamente l'orizzonte scuro
ha preso a ribollire di bagliori. Era quell'onda, che
tornava a protendersi. Timida, esitante ma decisa, con
minimi scintillii di ghiaccio, lenta risacca sinuosa
che invia una sensazione voluttuosa, indefinibile, familiare
eppure aliena.
Ho detto: - Credi che sia
un
nuovo animale? Una forma vitale che si è perpetuata
solo qui dentro? - Già: una mutazione evolutiva
probabilmente unica al mondo. Non esiste altra spiegazione.
Le grotte, i vuoti sotterranei, spesso sono altri pianeti
inscatolati nel nostro.
- Un animale, quindi. Non lo so -
ha risposto. Traditore
che Giacomo non
avesse ragione? - Fammi riflettere.
Traditore. L'ho saputo dopo, che lui sapeva già,
ma non me ne aveva parlato. Era stato visitato, la 'notte'
precedente. Di cosa ha paura Armando, o cosa vuol nascondere?
Ora, dopo un altro dormiveglia, mi
sono sollevato di scatto perché ho creduto di
scoprire quei riflessi vagare nella mia nicchia. Possibile
che il mare sia arrivato fin qui, a lambirmi?
Quanto è accaduto dopo
posso riferirlo solo alla parte più intima di
me stesso. È durato secondi, ore, giorni: non
so. Il tempo non esisteva. Era come se quella cosa fosse
fuori dell'universo, crescesse smisuratamente e mi inglobasse
come una pioggia argentina. Mi ha invaso lentamente
la pelle, i pori, s'infiltrava nelle mie narici, sulla
punta della lingua, intorno ai genitali, nei miei orifizi,
come un esercito di serpentelli, o come un liquido carezzevole.
Penetrava nella mia mente. Una sensazione di meraviglia,
direi perfino di piacevolezza... sì, sessuale.
Anche nel senso di vera 'potenza'. Suggeriva alla mia
carne: non temere. Ci siamo noi, per farti stare bene.
Per servirti.
E tu così puoi farci vivere.
* * *
Al risveglio ho udito i tre agitarsi.
Assurdo: solo dopo un quarto d'ora di faccende varie
ho notato che eravamo tutt'e quattro nudi come mamma
ci fece! Passato il primo sbigottimento - quasi terrore
- sono scoppiato a ridere da non riuscire a frenarmi.
- Che altro succede? - mi ha chiesto
Armando incupito.
- Come - ho detto sghignazzando -
non vedi? Hai il culo da fuori anche tu! Il nostro capo!
Come fai a dimostrarlo, eh? Dove si attacca i galloni
il capo, quando ha il culo da fuori?
Mi ha zittito con un'occhiataccia.
Gli altri parevano non aver udito e portavano su e giù
borsoni, attrezzi, pentolame. Ernesta mi è passata
davanti, quasi sfiorandomi. Non ho potuto fare a meno
di guardarle gambe e natiche. - Complimenti! - le ho
gridato - sei da premio Oscar.
Si è fermata e mi ha squadrato
seria, da su a giù. - Tu pure.- Ha ripreso i
suoi affari.
- Ma insomma, che cavolo ci prende?
Armando, tu hai sempre una risposta, no?
Finalmente mi si è accostato,
e ha sussurrato: - L'hai avuta? La 'visita', voglio
dire. Io già da ieri, se vuoi saperlo.
- Non mi hai detto niente... Una cosa
così nuova, così importante. - Traditore.
- Non volevo influenzare le vostre
prime reazioni raccontandovi già le mie. Allora?
Gli ho accennato di Erika. Ha commentato:
- Ok, più o meno come sospettavo. Una diversità
d'approccio individuale che forse cela un piano. È
solo un'ipotesi, sia chiaro. Ma credo che anche per
Giacomo e Ernesta sia, o si rivelerà, differente.
Be', a me hanno rivelato chi sono...
Nuovi animali? Demoni? Una mutazione
di cavernicoli avvenuta milioni di anni fa?
-
ed è chiaro, Ludovico.
Sono alieni. Sono sulla Terra da tempo, non ho capito
se mesi o miliardi di anni. Magari anche in altre grotte.
Sono una specie su basi organiche diverse dalla nostra,
con una capacità di adattamento e sopravvivenza
totale. Si tratta di simbionti perfetti. Ora anche noi
quattro ci stiamo
ecco, adeguando a vivere in
completa simbiosi con loro.
- È spaventoso! - gli dico
sbigottito. - Stai tranquillamente affermando che siamo
già schiavi di questa mucillagine, e forse lo
sarà presto l'umanità intera!
- Non dire cretinaggini. Stanotte
ti sentivi schiavo?
- No, affatto - ho convenuto. Era
una sensazione piacevole, anzi
promettente. Ho
chiesto: - Si è data un nome, questa specie?
- Potrei tradurlo con un'idea di 'penetrazione'.
Ludovico, sei stato in simbiosi con un Penetrante.
* * *
Stanotte ho compreso. Non so quanto
dureranno provviste ed energia, ma sento che siamo tutti
e quattro votati a un'esperienza senza precedenti. Loro
ci vogliono servire e comunicare piacere, scavando nei
meandri nella nostra psiche.
Forse la mia allucinazione con Erika, vividissima, straziante,
non era che un preludio. Quali saranno i desideri da
soddisfare, che queste creature individueranno nel fondo
delle nostre menti? Cosa è più 'naturalmente'
piacevole e gratificante in assoluto, per un corpo umano?
Dormivo. Mi ha risvegliato una strana,
intensa sensazione ai genitali. Ho un'erezione violenta.
Una 'forma' che non riesco a individuare mantiene saldo
il mio membro. Questa cosa comincia a muoversi, riscaldarsi,
a generare ondeggiamenti lievi, un contatto titillante
come le dita di una manina o una piccola lingua. Va
su, giù, avanti e indietro, è inverosimile.
Ha premuto qualche tasto del mio apparato ed esso si
accende - mi accendo - furiosamente. Accelera. È
sesso nudo e crudo, sensazioni primordiali, staccate
da ogni contesto. Lascio fare rassegnato e incapace
di smettere. Pochi secondi ancora. L'orgasmo arriva
implacabile, violento, da ululare.
Affannato, tremante, provo a guardare
C'è una cosa che si sta sfilando dal mio pene.
Non so se è un animale fantastico creato per
la fellatio, o un pezzo di quella materia, il mare alieno.
Mi ha stremato. Non è questo il piacere che preferisco...
non sempre, almeno.
* * *
Loro vivono del nostro godimento.
Credo d'aver capito che non è solo questione
di quantità ma anche di qualità del piacere
che sapranno donarci, il centellinare l'attesa dei nostri
orgasmi, dei preludi. Essi vogliono servirci, esserci
sudditi, perché questo si trasforma in loro vantaggio,
proporzionalmente. E imparano subito. Forse - deduco
- l'estasi della carne (o un suo equivalente cosmico)
è una costante delle forme vitali nell'universo;
o almeno di molte forme di vita, dal momento che esiste
una specie vagante tra le galassie nata per assorbirlo
avidamente.
Armando invece pare capace di sondarli
sotto un profilo più scientifico.
Oggi, era sveglio anche Giacomo, Armando
si è avvicinato e mi ha chiesto in sordina:
- Sono venuti? Hai saputo altro, su
di loro? - Siamo nudi, e gli guardo il pene. È
arrossato, devono averglielo strapazzato in qualche
modo, ma non ne parliamo. Credo però che presto
le vecchie barriere comportamentali cadranno del tutto,
tra noi quattro: quaggiù vigono già altre
leggi. Gli rispondo sfacciatamente:
- Certo che sono venuti. Stanotte
mi hanno manipolato e succhiato a dovere. L'altro giorno
invece
l'allucinazione di Erika, e abbiamo fatto
l'amore da impazzire. - Mi era parso veramente di star
perdendo la ragione.
Finalmente si è sciolto. -
Anche a me hanno mandato
una donna. Una ragazza.
- Ha abbassato le palpebre. - Incredibile, assurdo,
era
- Ma poi ha taciuto. Ha riaperto gli occhi
aggiungendo: - Lo sai come viaggiano nel cosmo?
Non me l'ero ancora chiesto. - Dischi
volanti? - ho detto. - Iperspazio? Buchi neri?
Ha sorriso. - Macché. Penetranti
vuol dire anche che essi penetrano nella materia dell'universo.
Aborriscono l'esterno, il vuoto. Ora ti spieghi perché
sono qui, in una grotta. Sono arrivati direttamente
nel sottosuolo. 'Saltano' lo spazio e passano direttamente,
istantaneamente, dalla materia solida di un pianeta,
dal suo cuore, al cuore di un altro mondo. Capisci?
* * *
Se si chiamano Penetranti, almeno
una cosa dovrebbe essere certa: che sono vari individui
anche se il piccolo mare di stelle sembrerebbe un'unica
creatura. Forse noi siamo anche le loro cavie. Oggi
è successo qualcosa di diverso.
Il mare non si vedeva. Giacomo si
è incamminato per il declivio, verso il grande
pozzo senza fondo. Ho deciso di parlargli e gli sono
corso dietro. In mano aveva una torcia.
- Che vuoi fare? - gli ho chiesto.
- Vieni, vedi anche tu
Ancora
nessuno se n'è accorto! È inammissibile.
Il suo solito fare misterioso e polemico,
ma con me non attacca. - Avanti - ho risposto calmo
- sono ansioso di vedere anche io.
Sul ciglio della voragine ha acceso
la lampada e ha detto: - Osserva giù!
Sono rimasto allibito. Possibile in
effetti che tra noi, solo lui si sia reso conto? La
luce pioveva nelle pareti irregolari creando arcobaleni
con toni rossastri e arancio. Ha ruotato la lampada,
le luci hanno vorticato in un caleidoscopio accecante,
riverberando sui nostri volti e sul soffitto. - Stupefacente!
- ho commentato. - È tua: la Caverna è
di Armando, ma decisamente il Pozzo è di Giacomo.
Credo che saremo tutti d'accordo
Hai un'idea di
come si verifichi il fenomeno?
- Probabilmente una particolare conformazione
dei reticoli cristallini, con
È sopraggiunto Armando, manifestando
a sua volta stupore per le luci. Giacomo ha detto:
- Avete notato che il 'mare' dei Penetranti
quando non è su da noi defluisce in questo pozzo?
No, eh? Io vi dico che questa roba comunica direttamente
con l'Inferno. E allora
Ha posato la torcia, ha allargato
le gambe muscolose da giocatore di football, e ha cominciato
a pisciare nel pozzo con un bel getto robusto, da entusiasmare
un urologo.
- Ma che fai, stronzo - ha inveito
Armando. - Stai contaminando, devi usare le sacche biologiche.
A Giacomo è sfuggito anche
un piccolo peto. - Oh, scusa tanto - ha detto ironico.
- Hai una sacca anche per questo?
* * *
Stanotte. La mia 'notte' soggettiva.
Movimenti, sottili balenii di minuscole luci. Dormiveglia.
Giungono le ancelle del godimento, evocate da creature
d'altri mondi. Forse noi siamo per loro una specie elementare,
con una psicologia banale. Essi sono qui per insegnarci,
aiutarci a usare il cervello, più materia grigia.
Babbo Freud l'ha detto: è il cervello, il vero
organo sessuale. Mi chiedo che simbiosi essi riescano
a instaurare con creature di altri soli, più
evolute di noi. O con esseri fatti ad esempio di onde
gravitazionali, o energia pura.
Le ancelle
Mi addormento. Comincia sempre così,
che cado in un sonno pesante e senza sogni. Forse in
questo modo si carica il programma, penso scivolando
nel graduale torpore, intuendo intorno a me un fervore
di lievi ondeggiamenti e scintillii. Mi risveglio poco
dopo che ho perso ogni propensione ad analizzare, so
solo che negli ormoni mi preme qualcosa di lavico, eruttivo.
- Ciao!
Questa non l'ho mai vista, ma ha qualcosa
di familiare. Anfora greca, prepotenti curve e un musetto
a metà tra la Schiffer e la Bardot dei tempi
d'oro. Un archetipo mio personale, forse.
- Ciao, pupa. - Le parole mi suonano
assolutamente false. Non è una vera pupa. Non
è un cavolo di niente, se non materia ammassata.
- Noi due dovremmo fare l'amore, adesso?
Sorride, con un cinguettio incantevole:
- Sono qui per questo! Non ti piaccio?
- Be
'praticamente' sì.
Ma tu non sei niente. Forse neanche amminoacidi o proteine.
- Non parlarmi di questo
Permetti?
- Mi si sdraia a fianco, mollemente. Mi sfiora. Ha una
pelle, un profumo, un tepore che al confronto la stessa
Erika sbiadisce. Noto con costernazione che il membro
ha già reagito. Lei se ne accorge e lo sfiora
con la manina tiepida, lo saggia premendolo tutto tra
pollice e indice, e commenta: - Ce l'hai d'acciaio,
tesoro. Per me!
- Già. Ancora non lo sai, è
la mia arma impropria portatile.
- E che aspetti? Spara! - Mi si strofina
contro esibendo uno sguardo profondo, esplosivo. - Dai,
amore, rilassati un po'. Io voglio solo dedicarmi a
te. Sei il motivo della mia esistenza... - Mi bacia
con i labbroni teneri, caldi, profumati di sciroppo
di pesche. Sarà un falso, ma il mio confuso organismo
non nota differenze. Un falso d'autore. Senza star più
a pensare entro in lei, prendo a muovermi nel suo ventre.
Ma il pensiero persiste. Sospendo la performance, provo
a sentirle con la punta della lingua il collo, il vallo
appena sudato fra i seni, il ventre. Vado al pube e
affondo la faccia nel cespuglio. È una vera donna,
mi dico. Quell'odore è perfetto, sano, quasi
da torta alla crema o di spiaggia marina, insomma perdo
la testa. Torno a penetrarla, lei mi abbraccia, mi bacia
slinguandomi. Ho gettato via ogni prevenzione, penso
che il ben di dio vada apprezzato da qualunque parte
ci cada nel letto e questo è un ben di dio dell'era
moderna, eppure non riesco a risolvere l'amplesso. Lei
si stacca, comincia a titillarmi con la lingua, la penetro
in gola, quasi nell'esofago, si sta dando a me con tutta
se stessa
Niente.
- Amore - mi dice comprensiva - devi
calmarti. Sospendiamo, va bene? Mi lasci tanta tristezza
dentro. Capisci, non potrò rivederti mai più
Si alza dal mio povero giaciglio infuocato
e lentamente, come in un ralenti, indietreggia risucchiata
dalle ombre. - Addio! - Il suo sussurro si perde lontano.
Resto in tilt, non penso più a nulla, non voglio
arzigogolare sui mille misteri dell'universo. Sono ancora
a gambe leggermente divaricate, con l'asta che punta
al soffitto buio. Una vocina chiama: - Ludovico
Le piccole ancelle!
Esistono davvero, quindi. I movimenti
minimi che credevo di aver colto intorno alla mia visitatrice
di poc'anzi, non erano fantasia. Nella mia nicchia pietrosa
c'è un sommesso viavai di minuscole forme bianche.
NO! Ora più che mai devo impormi di pensare
che quanto vedo o mi palpa, non è organizzato
su una base di carbonio e amminoacidi (lo è?)
Sono cinque o sei ragazzine nude, con i capelli lunghi
sciolti, le forme sfuggenti ma ben accennate. Età
apparente?, calcolo precipitoso cercando di capire se
in qualche modo possa giustificarsi un coito. Otto anni?
Dieci? Impossibile saperlo. Sono assalito, cominciano
a tastarmi una dozzina di mani. - Anche noi - dice una,
con la vocetta oscenamente complice - siamo da te perché
ti vogliamo bene. - Chi ha visto da vicino il perineo
di una bambina di dieci anni? Chi, tra le persone normali,
è in grado di darmi lumi? Sono tutte di carne
e ossa, mi dico colpevolizzandomi. Non è vero,
sono impazzito? Però
'rimandano', alludono
a creature reali. E con questo? Non so decidermi. Lei
intanto mi accarezza con le piccole mani i testicoli,
divenuti rugosi come un mandarino; un'altra mi infila
le dita sottili nell'ano, due o tre mi baciano sulla
bocca e mi leccano corpo, gambe, piedi. L'ultima mi
sale a cavalcioni e, premeditatamente, si infila il
membro nel piccolo ano elastico, s'impala come se l'asta
debba risalire per il corpicino fino al diaframma. Ha
esperti movimenti, mentre stringe le gambe non adulte
ma perfettamente modellate e la contrazione si comunica
al suo sfintere, stringe perché mi vuole spremere
bene, è infuocata e viscida e facendo questa
violenza orribile mi sorride con sguardo d'angelo innocente.
Non ricordo altro, non capisco. So
solo che tornare liberi è esploderle dentro,
e non mi interessa se il mio urlo rimbomba per l'intera
grande grotta.
* * *
Ignoro se noialtri ci rendiamo esattamente
conto della situazione. Siamo sbalestrati nel bel cuore
di una sorta d'utopia del sesso, ignorando se ciò
avrà uno sbocco logico, e con quali conseguenze;
o se alla fine tutto scoppierà come una bolla
di sapone, senza un briciolo di senso.
Intanto ho conferme che, fra noi quattro,
Armando vive il tutto su una base di maggiore razionalità.
Se è così, le sue esperienze con i Penetranti
saranno forse meno eccessive delle mie. Perché
io spesso sono consapevole di essere connivente con
le mie fantasie. E i Penetranti le assecondano, per
regalarmi sensazioni violente e, a loro volta, riceverne
'nutrimento'.
Comunque noi quattro non stiamo lì
a spiarci, per vedere che tipo di corpi visitino i nostri
giacigli. Credo di aver carpito immagini di fanciulle
adolescenti che si intrufolavano da Armando, un paio
di ragazze sue coetanee presso la nicchia di Giacomo;
uomini, un paio anche di colore, da Ernesta. Pure, vige
un'atmosfera di privacy, per quanto suoni inverosimile.
Un po' ciò che accade in un campo di nudisti,
ma con qualcosa in più. Poco fa, ad esempio:
Ernesta mi è transitata nuovamente davanti, e
ammirando le sue natiche polpose, sussultanti, gliele
ho sfiorate con la mano. Si è girata e mi ha
sorriso quasi avessi fatto la cosa più naturale,
poi mi preso i testicoli sorridendo appena, palpandoli
con delicatezza. - Tutto bene? - mi ha chiesto. Sono
rimasto incerto, in quella posizione:
- Be'
sì. - Poi le ho
chiesto in tono comprensivo: - È traumatico anche
per te, vero?
Lei ha sorriso di nuovo ma in modo
molto triste, quasi con occhi di pianto: - È
vero. Ciao. - Mi ha baciato su una guancia ed è
andata al fornello per prepararsi un caffè.
- Capita anche a te? - ho chiesto
a Armando. - Io stento a immedesimarmi. Ma insomma,
si tratta di mostri extraterrestri, dovremmo addirittura
inorridire! Altro che avere reazioni sessuali, intime.
- La vedo in modo diverso - ha spiegato
lui, avviando un discorso affatto banale. - Il paragone
è semplice: tu leggi un libro o vai al cinema,
e la storia ti fa ridere o ti commuove fino alle lacrime.
Reazioni autentiche, eppure te le provoca un
evento raccontato, inesistente: grazie a una
temporanea sospensione della tua incredulità.
Qui è qualcosa di simile. Anzi la rappresentazione
ha maggior forza, perché possiede una realtà
fisica, direi
palpabile. Qualunque essa
sia.
- Ma - ho ribattuto - contrariamente
alle illusioni di un libro o di un film, tutto ciò
che ci sta accadendo qui dentro non proviene da nulla
di umano, e noi lo sappiamo.
- Vero. E allora? Saresti impossibilitato
ad apprezzare il panorama ravvicinato degli anelli di
Saturno, solo perché non è terrestre?
Stavo per controbattere, quando dal
giaciglio di Giacomo sono salite urla improvvise. Nella
penombra ho visto un paio di corpi dileguarsi. Un'imprecazione,
poi uno sgabello è volato fino a pochi passi
da noi.
- Ognuno reagisce a suo modo - ha
sentenziato freddo Armando. - Mi ha già dichiarato
bellicosamente che quanto sta accadendo non gli sta
niente bene. Ma allora perché non se ne va!
- Forse vorrebbe - ho risposto perdendo
la mia determinazione. - Forse, semplicemente, non riesce
a fuggire. - E ho pensato: io, sarei capace di tornare
di sopra adesso? Un sudore gelido mi è
corso giù per la schiena. Cristo, dove siamo,
con chi abbiamo realmente a che fare.
* * *
Prese la parola il dottor Gorla:
- Dunque il paziente, che mi dite
si chiami Ludovico, qui da tre giorni, presenta sintomi
di un male inspiegabile e ora, ad analisi più
approfondite, mostra di essere infettato da germi sconosciuti
sulla cui eventuale pericolosità non siamo in
grado di esprimerci.
Gli altri cinque medici presenti annuirono
cupi, in silenzio.
- Bene. O male, se preferite. In veste
di Direttore Sanitario dell'ospedale, ritengo di dover
prendere immediatamente i provvedimenti del caso. Il
che significa
Il paziente 'Ludovico' fu portato
nell'ala più isolata delle cliniche, appositamente
sgomberata, ovvero l'ex Reparto Infettivi. I ricoverati
del luogo furono smistati in altro padiglione; coloro
che in qualche modo gli erano stati vicini furono messi
in quarantena o sotto osservazione, benché nessun
altro risultasse contaminato. Si cercò di secretare
la notizia. Gli altri componenti della spedizione speleologica
restavano irreperibili. Si fece vivo solo il padre di
Ludovico, l'ex capitano di marina signor Amelio Suma,
anni 79, vedovo.
- Novità? - chiese nel pomeriggio
il dottor Gorla alla psicologa, dottoressa Francesca
Barbarito.
- Sì e no
Parla con minori
difficoltà. Particolari confusi e piuttosto
fantasiosi. Voglio dire
- La dottoressa Francesca,
trent'anni, sposata, occhi chiari, esitava.
- Avanti, dica pure!
- Ho registrato tutto
Dottore:
è un ammasso di autentiche zozzerie. Vedrà.
Ma sono venuta per riferirle di una novità grave.
Ludovico ha accennato anche a un morto.
* * *
Mi ha preso una specie di febbre.
Devo sapere, vedere meglio in me e negli altri. Contravvenendo
a un primo impulso, ho cominciato a spiare morbosamente
nei letti altrui. Ho visto Ernesta - l'ex legnosa Ernesta
- che si lasciava possedere urlando. Era un maori: scuro
come carbone. Chissà quali sogni convulsi agitano
la povera mente della ragazza. Lui muoveva su di lei
capigliatura e barbone incolti, nerissimi, e alla fine
ha sfilato dal suo corpo un pene lungo, nodoso e lucido.
In giro vedo gruppetti di bambine sempre diverse, che
saltellano tra le nicchie. Accompagnano d'abitudine
le nostre attività sessuali, come devote ancelle.
Ora le chiamo 'le Bambine'. Ne ho intravisto anche accanto
a Giacomo, in piedi; ce n'era una bellissima, con lunghi
capelli biondi lisci, che si limitava a guardare in
silenzio corpi che si agitavano sul giaciglio. E Armando
Basta. Inutile richiamare tanti dettagli monotonamente
simili. Vivo in una esaltazione ormonale, e anche se
Armando la giustifica richiamando la sua 'sospensione
temporanea della incredulità', è una messinscena
che rischia di segnarmi a vita. Uno psicodramma collettivo
sparato in un'orbita aperta, alla deriva nel vuoto.
Eppure, ciascuno di noi potrebbe in qualunque istante
piantare tutto e risalire
Incute orrore, che nessuno
lo faccia.
* * *
Quale simbionte ha interesse a consumare
il proprio partner? Dovrei dedurre che non corriamo
alcun rischio? Ma forse i Penetranti ci stanno sfruttando
per poi buttarci come larve succhiate, prosciugate,
e proiettarsi istantaneamente nel cuore di un altro
mondo vergine.
Ernesta: accade qualcosa nel suo boudoir,
la sento piangere! Non visto, mi accosto.
Dalla nicchia esce un uomo, lo vedo
bene perché qui il riflesso del faretto è
più vivo. Chi rappresenta? Avrà cinquant'anni,
fisico prestante, abbronzato. Capelli cortissimi neri
ma appena brizzolati. Tipo playboy, sì, ha le
physique du rôle. Si muove nel caratteristico
modo di questi partner così inquietantemente
autentici: indietreggia lento, come uomo sulla Luna
fa saltelli che sfidano la gravitazione, si lascia aspirare
dal buio verso il grande pozzo. Colgo un dettaglio del
volto
Mi sembra che somigli parecchio a Ernesta.
Perché, come mai. Lei esce e mi vede, fa gesti
sconsolati, accenna a volermi parlare e le vado incontro.
Piange. Lacrime le rigano il volto. Mi tende le mani.
Il piacere estremo può assumere le forme del
dolore: cosa penetrano di questo, i Penetranti? Quasi
fosse contagiata dal suo partner anche Ernesta ha movenze
lente, innaturali. Si lascia cadere su una roccia quasi
galleggiando, vuol sedersi. Dalla vagina colano gocce
filanti di un liquido che si direbbe sperma (a tanto
arriva il loro realismo?), ed è come se
anche il suo ventre, con i suoi occhi, lacrimasse.
Talora penso che non i Penetranti
ma noi, qui dentro, siamo i mostri. Ma forse dimentico
troppo spesso che è tutta finzione.
Siamo mostri innocenti.
* * *
Ho mangiato qualcosa e sono andato
a riposare. Stentavo a chiudere occhio. Sono tornato
a certe antiche sere di malattia, un quarto di secolo
fa. Forse perché allora mi sentivo frastornato
come ora. Mia madre veniva a darmi il bacio della buona
notte sulla fronte febbricitante. Era una specie di
viatico per il sonno: solo così riuscivo ad addormentarmi.
Poi finalmente ho trovato una sistemazione
sulla brandina e devo aver dormito. Ho riacquistato
coscienza molto tardi, in una notte forse solo soggettiva
perché magari fuori, sulla nostra grotta, il
sole sfolgora e lungo spiagge non lontane corpi nudi
intessono riti mascherati, senza sapere cosa nascondono
dietro le loro maschere. Qui gli altri tre dormono.
Quasi mi sento l'unico occupante della grotta.
Distante, colgo l'innesco inequivocabile
dello scintillio. Tempo un minuto, non sarò più
solo. Strano, mi è venuta meno la voracità
sessuale, quasi disturbante, che accompagna questi risvegli.
Eccolo. Il corpo nudo è già
qui. Il viso in ombra, tace, immobile. Mancano perfino
le onnipresenti Bambine. Non so cosa aspetti, io vorrei
respingerlo. Mi giro per evitare di guardarlo.
Persona colta e intelligente, mia
madre si lamentava solo che mio padre, il capitano Amelio
Suma, fosse sempre lontano per lavoro. Era un marittimo,
e a me piaceva assai quando, dopo quindici o mille giorni
rincasava con la sua divisa ricca, odorosa di navi e
oceani, e mi portava strani regali dai mari della Cina.
Toglieva il cappello con dorature e gradi colorati e
io ero sicuro che i folti capelli chiari, tirati all'indietro,
fossero una sabbia celante piccole stelle di mare e
conchiglie, e glieli scompigliavo per guardare. Mia
madre era anche una donna dal parlare piacevole, e quando
ero sui tredici anni facevamo tanti discorsi e l'ascoltavo
ammirato. La mamma era un tipo molto libero, e aveva
l'abitudine di cambiarsi e spogliarsi davanti a me,
o a mia sorella. Era bellissima. Una figura stupenda,
pelle candida, labbra cremisi, ciglia lunghe, occhi
color cielo. Mio padre ne era orgoglioso e lei gli era
fedelissima. Si amavano molto. Allorché si sfilava
le calze di velo, o il reggiseno, scorgere il bianco
della sua pelle segreta mi dava sempre un'emozione che
non sapevo descrivere, ma non era nulla di morboso.
Era dolce, e basta.
- Ciao, Ludo mio
QUESTO NO, mi dico. - Maledetti!
- urlo verso il mare nascosto nei golfi del nulla. I
tre dormono, mia madre è sempre qui e forse io
non ho gridato, non ne ho avuto la forza. Mia madre?!
Devo essere impazzito, è un simulacro. E io devo
portare rispetto a me stesso, e alla memoria dolcissima
che lei mi ha lasciato. Mi ha lasciato, anni fa
- Ludo mio, sono di nuovo da te. -
Siede sul bordo del mio misero letto di rovi, mi posa
sulla fronte uno dei suoi baci soffici. - Perché
ti agiti, tesoro? Hai di nuovo la febbre? Vieni, è
tanto che non posso più stringerti a me. - Mi
abbraccia con trasporto, sento i suoi seni prorompenti,
ritempranti, contro il mio torace gelido di sudore.
- Ma tu stai male
- No, mamma - le rispondo confuso,
mentre il cuore batte da scoppiare. - Sto bene. È
solo che
- Oh, ma non è ammissibile. Lei
si alza, va in una zona più illuminata. Dice:
- Guardami, sono ancora bella, vero?
Bella come allora
Sento che sto per piangere ma mi freno
con uno sforzo immane. Le dico ciò che penso
realmente. - Mamma, sei più che bella. Hai forme
perfette, sei da schianto. - Vorrei anche dirle: la
tua gioventù piena di sogni ti è stata
strappata brutalmente però tu ti sei conservata
come eri, anzi più splendente. Il mio sguardo
scende. Ventre, pube, interno delle cosce. Ricordo il
chiarore accecante! Rivederla con l'ammirazione della
fanciullezza, e in più la consapevolezza dell'uomo
che sono ora: è come se mi stiano sparando eroina
pura nelle vene!
Lei siede placida. - Calmati, Ludo
mio. Non tremare. Vorrei tanto proteggerti. Ma tu continui
a sudare freddo, devi coprirti
- Le sue mani corrono
sul mio corpo, su e giù, come se volesse riscaldarmi.
Sono fuori di me. Incontrano un pene dannato per sempre.
- Oh! - esclama ridendo, complice.
- Il mio Ludo è proprio cresciuto, dall'ultima
volta. - Mi accarezza i genitali, credo che non resisterò.
Morirò. Lei si china. - Non temere - sussurra
fissandomi dal basso - di che hai paura? Forse di te
stesso? - Mi bacia giù, mi distrugge, perché
noto che la mia carica sessuale risorge ancora più
prepotente, suicida, animale. Mai provato nulla di simile,
né credo che sarebbe umanamente sopportabile
ancora. Quando tutto finisce sono tremante, tramortito,
dissanguato.
- Ludo mio
- Mamma.
- Mi vuoi sempre bene? Anche dopo
ciò che abbiamo fatto?
- Da morire, mamma mia. Addio.
- Non devi sentirti in colpa. Addio.
Per sempre.
Bravi, Penetranti.
* * *
Per qualche tempo il mio giaciglio
non ha più ricevuto visite. Ho dormito molto.
Poi mi alzavo, mangiavo qualcosa, per ricadere in un
sonno di piombo.
- Dove sei stato? - mi ha chiesto
Armando oggi. - Eri talmente occupato?
- Macché. - Ho balbettato una
scusa. Anche lui ha un'espressione provata. Mi dice:
- Comunque non dobbiamo mai dimenticare
che questa non è la realtà. Voglio dire,
non è la realtà neanche come 'potrebbe'
essere. È solo una sua rappresentazione fantastica.
- Strano che me lo dica proprio tu.
Invece ho constatato che hai ragione da vendere, la
sospensione dell'incredulità
si verifica
davvero. - Quella era mia madre. Con lei mi sono
comportato come se lo fosse. Ma che dico, mi do la zappa
sui piedi
- Sono solo nostre fantasie. Nel mondo
reale le cose non andrebbero mai così.
- Ti stai creando la corazza?
Mi guarda serissimo. - Dobbiamo, Ludovico.
Per sopravvivere. Io
Interviene Giacomo. - Che avete da
confabulare sempre, voi due? - esclama.
- Non confabuliamo - risponde Armando.
- Ci scambiamo impressioni e pareri.
- Bene! E potrebbe riceverne uno anche
il sottoscritto?
- Sentiamo il caso - dico io con pazienza.
- Prima spiegatemi a chi di voi due
devo chiedere.
- 'Fanculo, parla - dice stizzito
Armando. Giacomo risponde provocatorio:
- Non ho mai preso né scolo,
né sifilide né Aids, né le cosiddette
creste di gallo. Ora, noi veniamo qua e scopiamo da
matti tutti quanti con cose che non sappiamo chi e come
sono.
- Dove vuoi arrivare? - obietto. Ho
già i miei problemi, per poter sopportare le
sue sparate. - Se non ti va di scopare nessuno ti obbliga,
nemmeno a restare. Vorresti incolpare chi, di che?
- Personalmente - aggiunge serafico
Armando - penso che i Penetranti siano una forma vitale
così malleabile e evoluta che, per fare ciò
che fanno, virus e simili devono essere un giochetto,
per loro. Perché inoltre la cosa, se ci pensi,
è reciproca: anche loro rischierebbero di morire
su ogni pianeta che visitano, se non sapessero come
sistemare germi e parassiti locali. Non avevi pensato
a questo? E infine, a nessun simbionte gioverebbe la
morte del suo partner.
- Brillantissimo - risponde Giacomo
- se non fosse che la tua difesa galattica si fonda
su una serie di presupposti tutti indimostrati, con
crepe logiche da spaventare. Guardate!
Si mette in piena luce esibendo l'interno
dell'inguine, delle cosce, sotto le braccia: la pelle
è ricoperta da una scia di pustolette e piccole
ferite. Armando nota senza scomporsi:
- Probabilmente un'infezione contratta
da microbi di questo ambiente, o una forma di allergia.
Anzi, ne sono certo. Abbiamo antibiotici, antistaminici,
disinfettanti e quanto serve. Non è il caso di
creare allarmismi, tanto più che a nessuno di
noialtri è venuto nulla di simile.
- Neanche questa è una prova!
- sbraita Giacomo invasato. Fissa Armando con uno sguardo
di fuoco, poi gli dà una spinta per farsi strada
e se ne torna verso la sua nicchia.
- Potrebbe avere ragione? - gli chiedo.
- Forse. Tuttavia ne dubito molto.
Non conosco quel genere di pustole, ma l'apparenza mi
sembra tipica di allergie. Qualche fungo, magari. Al
solito per lui due più due fanno cinque prima
di aver cercato la spiegazione più semplice.
Seminare panico non giova a nessuno.
Sopraggiunge Ernesta, che si era avvicinata
e seguiva la discussione.
- Ciao - le dico sorridendo. Sento
un'intesa diversa, tra me e lei, che però non
ha rapporti diretti con la sfera del sesso. Anche se
trovo particolarmente provocante il suo corpo nudo.
Sotto il volto apparentemente disteso individuo ancora
uno strato di amarezza. - Come va?
- Meglio, Ludovico, grazie. Sentite
Giacomo io lo vedo strano, su di giri. Se ha visite
litiga sempre, inoltre non gli va niente bene. Forse
ha bisogno di un tranquillante.
- Eviteremo altre discussioni - dice
Armando. - Ha una personalità molto rigida e
ciò che succede qui fondamentalmente lo disturba,
anche se non sa svincolarsi.
Belle parole. Mi chiedo per chi di
noi non sia così. A Ernesta lancio uno sguardo
d'apprezzamento, le do un bacio sulla guancia. Mi sorride
e torna al suo posto sculettando.
Me ne torno anche io, tastandomi tutto
per scoprire se per caso ci sono pustole.
* * *
Mi sono assopito con pensieri misti
a sensi di colpa, ma anche a nuove speranze. Penso che
se resto in questa grotta, è perché sono
curioso. Ho desiderio di esplorare i limiti e so di
farlo a mio rischio. Mi convinco che la simbiosi con
i Penetranti può rivelare cose essenziali.
Era dormiveglia, e in questo
limbo pensavo che sono sempre stato bene, in mia compagnia.
Anche il mio corpo: non è il top in bellezza
e prestanza, ma sono affezionato alla vecchia carcassa
e mi piacerebbe saggiarne le possibilità. Per
esempio, ci sono stati tentativi di impiantare un ovulo
fecondato nell'omento del maschio, un tessuto particolare
situato dinanzi all'intestino. L'ovulo attecchì.
Potrei fecondare me stesso? Rinascerebbe l'androgino
universale?
Sono steso su un fianco. Una forma
bisbiglia, mi accarezza. Sento montare il desiderio,
straripa lentamente come ormai so che mi accade in questi
casi. - Chi sei - sospiro.
- Girati - mi risponde nell'orecchio.
Al buio non vedo granché, ma faccio un salto.
- Grazie, no - dico secco. Non m'interessano
i rapporti omo, e costui ha già un bel bastone
rigido piantato contro di me. - Scusa tanto - dico,
sgusciando dal giaciglio.
- Ludovico
- Si alza anche lui.
Lo vedo.
Mi cadono le braccia. Il desiderio
era già crollato prima.
- Che vuoi, tu? - dico senza forze.
- Che altra infamia è questa?
- Lo sai che alcune volte ci hai anche
pensato.
- Sì, lo so. - Mentire ai Penetranti
è stupido. Ma ridicolo sarebbe mentire a se stessi.
- Non voglio ricordare - rispondo. - Sono successe cose
che mi hanno già stravolto. Va' al diavolo.
A me stesso posso rivolgermi così,
anche se so che non demorderà. Ha la testa dura
lui, lo so bene. - Avanti, sediamoci a parlare un po',
d'accordo? - gli dico.
L'alter-ego è più giovane.
Meno smagrito. Più bello, senza la mia stempiatura.
Mi guardo, deduco che se fossi davvero così potrei
definirmi fighetto. Ma arrapante, magari, no.
- Perché mi resisti? - dice.
- Lo sai che cederai. Piantiamola. Io sono qui perché
ti voglio. Lo sapremo solo noi due. Sbrighiamoci,
e sarà fatta anche questa.
Mi viene da ridere. - Già.
Tu da dove cominceresti?
- Da qui. - Sembra che sia la mia
stessa mano, a manipolarmelo. - Vedi? Così. Sono
bravissimo, lo faccio come ti piace tanto, toccando
i punti giusti con le velocità giuste ai momenti
importanti. Ricambia! - Mi afferra la mano, se la porta
all'inguine. - Oh, bravo
Ah!
Forse ha ragione, prima finisce meglio
è. So che finirà presto, ma pare che non
sia così facile. Interrompe, mi spinge sul letto.
- Sta' buono, lo so che questa non te l'aspettavi.
È subentrata una specie di
trance. Ci muovevamo in rituali noti. Ero plagiato,
non so se era sgradevole. Estremamente conturbante,
questo sì. Forse una cosa che, ripetuta, poteva
diventare una droga. Mi ha sussurrato sconcezze leccandomi
la spalla. - Entro in te, vuoi? Sì, fammelo anche
tu
Non ti incuriosisce sapere come sarebbe? Non
preoccuparti, non sono uno qualunque
Dammi un
nome, chiamami
Lu. Non è omosex questo,
forse è masturbazione o forse neanche, magari
una nuova forma di incesto, decidi poi. Mettiti supino,
io siedo sul tuo inguine, frontalmente. Infilamelo
così, ora alza il bacino, portalo verso di te
in modo che mi tendo a ficcartelo in bocca. Non vuoi
sapere com'è arrivarsi in bocca? Impazzirai,
credimi...
Una droga che poteva stordire, abbrutire,
se non fosse prima accaduto qualcos'altro. E il nuovo
è venuto: un grido di disperazione quasi folle.
Da Ernesta.
La morbosa indescrivibile atmosfera
si è frantumata in mille pezzi. Ci siamo staccati.
A fatica sono rientrato nella vertigine della realtà
cercando di correre verso lo spiazzo, alla luce. Con
la coda dell'occhio vedevo il mio partner che si alzava
lento, quasi sollevato dal suolo, come sospinto da una
forza trascendente verso le ombre insondabili del fondo
grotta.
- Che succede - dico. Arriva Armando.
Ernesta è sconvolta, grida:
- Giacomo!
Andato. Giacomo è uscito dalla
grande grotta, ma non dalla porta. - Avevamo avuto scambi
di opinione, ultimamente - dice Ernesta in lacrime.
- Ce l'aveva un po' con voi, secondo lui non capivate.
Ho cercato di farlo ragionare. Ieri farfugliava assurdità
su sesso, normalità
- Ernesta, calmati. Non è colpa
tua, chiaro? - le ha detto Armando guardandomi.
Giacomo ha voluto andarsene: significativo
che per farlo si sia gettato tra le braccia dei Penetranti,
per così dire. Si è lanciato a capofitto
nel grande pozzo buio. L'anima nera del mondo, o dell'universo.
Forse là in fondo essi avranno un loro quartier
generale, non so.
- Proviamo a dare un'occhiata - dice
Armando con una voce priva di speranze.
- Non si è sentito nessun rumore,
quando è precipitato - dice atona Ernesta.
- Lo immagino - aggiungo cupo.
Siamo sull'orlo. Mi affaccio e indirizzo
il fascio potente della torcia verso il basso.
Dal fondo ci investe un vampata di
luce che è un vortice di fuoco! Ci acceca di
rosso e altri colori violenti, penetra addirittura attraverso
le palpebre abbassate. Resto dolorante, impietrito.
- Spegni! - urla Armando.
Torna il buio, ma negli occhi resta
ancora quel sole.
- Che accidenti
- farfuglia
Ernesta.
Non lo so. Forse è che abbiamo
perso l'abitudine alla luce, e anche i riflessi di quelle
strane rocce diventano un'esplosione stellare. O i Penetranti
hanno ulteriormente modificato qualcosa, nel pozzo.
Avranno salvato per caso Giacomo?
L'unica cosa certa è che non
sappiamo.
* * *
Marozzi fissava un po' divertito la
vecchietta minuta, che veniva a chiedere la 'verità'
su sua figlia. Disse:
- Ernesta e il suo collega Armando
sembra che non corrano pericoli.
- Allora perché me la tenete
qui in isolamento, cos'è successo? Io i segreti
li so conservare, glielo giuro solennemente su Sant'Antonio,
che è il mio protettore.
- Mi creda, signora Zarri. La quadra
di soccorso che ha individuato la grotta ha trovato
anche sua figlia in uno stato di forte stress, ma in
pochi giorni si dovrebbe risolvere tutto.
- Dottore
- la vecchietta si
torse le mani. - Il capitano Suma è preoccupatissimo,
suo figlio Ludovico ha un male sconosciuto! - Scoppiò
a piangere. - E poi
Si parla di porcherie a base
di sesso, erano tutti nudi! Quel povero Giacomo, dicono
che si è suicidato
Marozzi si sforzò di sorridere.
- Signora, Ernesta ha 29 anni, e comunque questi aspetti
sono da chiarire. Per Giacomo potrebbe trattarsi di
un incidente. Ludovico ha cominciato a parlare un po',
e la Polizia cerca di comporre il mosaico. Ripeto: né
Armando né la sua Ernesta, alle analisi, hanno
rivelato virus, o altro, dannosi o estranei alle nostre
conoscenze.
Marozzi si alzò dalla sua sedia.
La vecchietta lo imitò, riluttante.
- Signora: si fidi. Vada a casa e
guardi alla tv il suo programma preferito. - Le sorrise.
Uscita la vecchietta, Marozzi chiamò
al citofono l'assistente. - Dottoressa Nerini? A Ludovico
mandiamogli la psicologa, anche oggi. - Estrasse una
cartella dal cassetto. Era intestata con la grafia legata
di Gorla: EXTRATERRESTRI(?) La sfogliò rapido,
poi la richiuse a chiave con una smorfia.
* * *
Sì, abbandono tutto. La grotta
alle mie spalle, il cielo è bianco... Il mondo
pieno di luce. Mattino, come allora. Verde scuro, vallette
rovi arbusti. Troppa luce, perché. Nitido, forte.
Intenso e strazia. La sindrome di Stendhal, mi sento
male
Che staranno facendo ancora là
sotto loro due. Non mi trovano. Al diavolo. Cosa pensano,
che mi sono gettato nel pozzo. Macché. Non troveranno
questi vestiti. Ho lasciato pure il bagaglio. Basta.
Il viottolo. Dov'è il Land
Rover. Il sole alto? Mezzogiorno. Lì sotto mezzanotte.
Questa pietra mi ha indolenzito a
stare seduto, il sole picchia da matti. Sotto gli alberi.
Picchia. All'ombra picchia. Ernesta
Vedere uno
che si butta giù, che si ammazza. Poveretta.
Che amplesso da stordire. Sei polposa. Durato troppo
poco. Hai smesso subito di piangere. Il tuo leggero
grido
Fare l'amore non solo per spremersi testicoli
o vagina. Un atto di amicizia, di consolazione: comunicare:
abbiamo comunicato. Si potesse sempre. Amore, sesso
come amicizia, consolazione naturale. Una stretta di
mano. Di corpo. Più di un abbraccio fraterno.
Ho fame.
Stanchezza. Già pomeriggio?
Ma dove sono finito. Evito i centri abitati. Fa un caldo.
Orino, defeco. Il furore del sesso. Mi torna? Svanito?
Perché il cielo ha sempre questa luce strana,
il mondo continua a sfolgorare. Troppo intenso! I suoni.
Cielo acido, blatera con quel caleidoscopio acido. L'orizzonte
con le reti grigie che ribollono, ho dolori lancinanti.
Di notte il cielo è cremisi.
Vedo come un gufo? Nictalopia? Ma vorrei dormire.
.
Come mai sono qui. Ricordo? La testa
un macigno. Dov'è la grotta, il giaciglio di
pietra. Perché sono in aperta campagna sotto
gli alberi, il cielo stellato con la luce rossastra.
Ricordo... La grotta, l'uscita di
luce bianca accecante. Vuoto, sensazioni strane, come
posso capire questo. Riorganizzare la memoria. Con Ernesta
è stato dolce, là in fondo. C'erano le
Bambine. Sfrontate. Ricordo. Carezzavano, manipolavano.
Basta ho urlato, cos'altro volete da noi dopo quello
che è successo. Si sono bloccate, non ho sentito
più niente.
Credevo fosse finita, ma c'era ancora
qualcuno. Piccolo, mi strisciava sulle gambe, le natiche,
si adattava alla forma del corpo. Soffice rassicurante,
un pupazzo di peluche, un gattino che s'infila nel letto
e gioca a nascondersi.
Sì, è incominciato così.
La piccola cosa ha premuto un pulsante bio-elettrico
e ho sentito accendermi. Lui sguscia, si attorciglia
intorno al pube, dà calore accogliente, acquista
movimento, ritmo, mi seduce. Mi lascio andare, galleggio
E arriva l'onda. Altissima. Una folgorazione,
e allora LI HO VISTI. I Penetranti, sì. Una comunione
della carne. O forse delle proteine e amminoacidi, delle
forme vitali cosmiche. Comunione della sopravvivenza
rabbiosa, feroce, della vita che in un istante dissipa
miliardi di anni, eoni, sofferente arrogante ma orgogliosa.
C'era un grande silenzio nella grotta, la notte delle
galassie nere dell'anima, e il fuoco mi bruciava alto,
ruggiva. Piccolo partner spigliato! L'ho afferrato -
sensuale cedevole affettuoso - e posizionato bene. Ha
trovato la strada, estenuante, sfibrante. Entrava in
me, mi penetrava per fecondarmi. Ho creduto di scoppiare,
ho stretto i denti da spaccarli, un atto dal dolore
sfrenato, esaltante, maledetto. Un urlo contro il mondo,
un patto d'amore col nemico, il bacio di un giuda alieno.
Da quest'altura scopro nuovi cieli,
nuove terre. Luce, tenebra. Entro nella natura vivida,
rutilante. Vedo atomi nelle cose. Mi arrendo un poco
alla morte. Svengo per risuscitare. Spengo e riaccendo
arcobaleni. Cammino. I piedi nell'erba, la testa fora
il cielo di cemento. Studio la voluttà di ammassi
stellari. Specchio il mio viso sui laghi lucenti di
una cellula. Ho dimenticato o ricordato? Queste immagini
frammenti vogliono regalarmi o rubarmi pensieri? La
pelle si accappona, il tempo mi si rovescia addosso,
in me una nuova solitudine brucia bluastra. Cammino
tra rovi e arbusti, mi imbatto in creature. Io parlo
ma loro non capiscono, o non ascoltano. Mi attorniano
esagitati e urlano comunicano, comunicano ma a voltaggio
troppo basso. Mi forzano.
Troppa luce...
* * *
Io lo sapevo, dottoressa Francesca,
che presto saresti venuta bussando delicatamente alla
vetrata, con occhi grandi come luci sulla tua mascherina
antibatterica. I tuoi colori così accesi. I nuovi
colori del mondo. Avremmo cominciato a parlare, ancora.
Tu di là sulla tua sedia, io sul mio giaciglio.
La penombra della mia camera, le serrande sempre a metà
(la luce). Ieri mi avevi detto: Ludovico, sono contenta
che la memoria le stia tornando e continueremo la nostra
conversazione. Ti avevo risposto, ne ho recuperato forse
un ottanta per cento, dottoressa Francesca mi dia del
tu. D'accordo diamocelo e non dispero che recuperi anche
quel venti residuo, avevi ribattuto, tutto il resto
della tua memoria, dalla risalita fuori della grotta
fino al 'risveglio' qui in ospedale.
Stavi per ripresentarti silenziosa
alla vetrata. C'era un buco di due giorni come uno squarcio
nella mia carne, di cui però ricordavo... lampi.
Scariche nervose che neanche potete immaginare. Forse
non di questo mondo. Perse, mai più rivivibili.
Capivo che avrei dovuto coabitare con questa falla,
per sempre.
Ed eccoti, ciao Ludovico, novità
da stamani. Scuotevo il capo.
Mi fissavi quasi turbata e dicevi:
Ludo, hai uno sguardo così profondo che si vede
appena. A me piaceva assai questa frase. Mi raffigurava
occhi che presagiscono immagini mai concepite. Tacevo.
C'erano altre cose che ricordo bene. Non le dirò
mai. I Penetranti? Mi sforzavo a chiedere come stanno
Ernesta, Armando. Pensavo, se so cosa hanno detto loro
forse ricordo particolari nuovi. Rispondevi: nulla di
diverso da quanto mi racconti.
Dei Penetranti non si sapeva niente,
o tu tacevi presumendo di lasciare vergine il mio narrare.
Ma non capivi che esistono esperienze così diverse
da esigere il pudore del silenzio.
Il grumo che mi arroventa dalla mente
ai testicoli è febbre solo mia, nessun vostro
termometro saprà mai misurarla. Ludovico, dicevi,
la novità è che quelle cellule estranee
non abitano più il tuo sangue. Metabolizzate?
Sparite. Cade la quarantena? Io capivo solo il mio bisogno
di falciare il passato, come un campo incolto. Leggevo
i tuoi occhi. Sei psicologa, ma so scoprirti dentro
cose che non sai.
Ernesta. L'amore sull'orlo di un
baratro...
Cose che neanche immagini. Potrei
prenderti adesso, Francesca. Saresti felice ma non puoi
renderti conto, lo saremmo entrambi per un attimo o
per un'ora. Leggo che in te contieni a stento un grumo
ignoto di lava. Ma a queste condizioni non lo farei
mai. Sesso e piacere come routine, ricatto, potere,
violenza. Basta per sempre.
Comunicazione: comunione, fraternità.
Attimi di gioia come una carezza, un saluto, uno sguardo
significativo. Unirsi, come un sospiro, un abbraccio.
Amare, amare se stessi, conoscersi. Ma tacevo.
Dicevi ciao, la nostra ora è
terminata chiamami se hai bisogno. Andavi, insoddisfatta
per non riuscire ancora a elevarmi ai tuoi test, sconcertata
da un nuovo che non coglievi. Il dolore sordo che continuava
a scorrermi dentro, lento; il fastidio della luce dei
colori. Si assesteranno, pensavo. Ora sento salire qualcosa
di avvolgente, con cui vedo e sento all'interno e fuori.
È estraneo ma familiare, più umano che
mai. Non tornerò mai come ero. Sono sperduto,
diverso. In attesa. Potenzialmente pronto. I Penetranti
sono giunti perché il momento era giusto, perché
il mutamento era nell'aria.
Ho raccolto un testimone di fuoco,
ma lo impugnerò come uno scettro per congiungere
fra loro cielo e terra.
© 1997 Vittorio Catani
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