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Sibelius [immagine di Antonio Folli]
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Lascia pur passare il tempo
/ giorni andare, altri venire / e di me bisogno
avranno / me di nuovo cercheranno / per rifare
un nuovo Sampo / fabbricar nuovo strumento / ricondurre
nuova luna / nuovo sole liberare / quando sole
e luna manchi / e dal mondo fugga gioia.
Dal KALEVALA, 50°
Runo: l'ultimo canto di Väinämöinen.
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Uscendo da casa verso il viale alberato,
Jean quella mattina ebbe una delle sue impressioni forti.
Rimase ad annusare l'aria gelida incapace di proseguire,
quasi toccando con i sensi le tinte del paesaggio.
- Buona giornata, signor Sibelius
- chiamò una voce profonda.
- Ciao, Martti. - Jean si riscosse.
- Ricordati del legname per il camino. Sento che anche
questo inverno sarà molto duro. E bisogna riparare
l'asse della veranda al piano superiore, penzola e rischia
di caderci in testa. - Indicò in alto con la
punta del bastone, poi serrò la massiccia porta
di legno, rimasta socchiusa alle sue spalle.
Martti avanzò tagliando per
il prato, inconfondibile sagoma fulva e baffuta. - Sissignore.
Ecco per lei. - Jean prese il giornale e lo infilò
sotto il braccio, evitando volutamente di sbirciare
i titoli.
- Sembra che la Russia attaccherà
ancora - disse Martti accigliato. - Il Terzo Reich...
- Ne parliamo dopo - troncò
Jean. - Sì, sarà un altro inverno tremendo.
- Lui aveva sempre avuto una specie di sesto senso,
per le manifestazioni della natura. I panorami, lì
a Järvenpää, a volte toccavano queste sue corde fin quasi
a farlo star male.
- Signore... qualcosa non va? Si sente
bene?
- Sto benissimo. A più tardi.
Si avviò. Tutti che si preoccupavano
per lui! L'aria pungente sotto il cielo coperto sembrava
trattenere il fiato, come in attesa di un movimento,
un segno. Le betulle si ergevano quasi spoglie del ricco
fogliame giallo autunnale, una trama di tronchi come
linee verticali, con larghe chiazze bianche. A sinistra
il viola inatteso di una bouganvillea accendeva una
macchia clamorosa. Camminò facendo ticchettare
il bastone; lo portava più che altro per avere
una mano occupata. I suoi settantacinque anni non avevano
bisogno di stampelle. Superò il cancello, si
calcò il cappello a falda larga stringendosi
nel pastrano di lana, e inforcò il viottolo per
i boschi e il lago a passo spedito, masticando il solito
sigaro. Si sentì piacevolmente avvolgere dalla
umidità fresca della foresta.
Anche Aino a volte lo innervosiva
con attenzioni eccessive... o con affettuosi rimbrotti.
- Tornerai qui con Heidi? - le aveva chiesto ieri l'altro,
prima che lei andasse a Helsinki... O no, forse era
stato qualche giorno prima. E Aino, di rimando: - Ma
come... ti ho già detto che Heidi è partita
per Tampere e ci resterà una settimana.
- Per niente! Lo apprendo giusto ora.
- Ne avevamo parlato, Janne. Ma tu
non mi ascolti.
- Cosa vuoi dire, che è colpa
dell'età, vero?
- Be'... forse. A metà. Per
l'altra metà della tua musica. Quella che hai
sempre in testa. E che non ti decidi mai a tirar fuori.
E tirala fuori, una buona volta!
Jean non gradiva che si accennasse
in questi modi al suo problema con la musica. - Cosa
credi? - aveva risposto insolitamente acido. - Anche
tu non sei più la persona di un tempo, con quel
tuo profilo così appuntito.
Aino lo aveva fissato in silenzio.
La donna non se lo meritava, e gli era balenata una
immagine di Aino ventenne... Il volto di un fascino
chiaro, empatico. A lui, d'altronde, il tempo aveva
regalato una calvizie completa e l'espressione severa.
Ora gli alberi si infittivano, e qui
la mattina (come in qualunque altro momento) il silenzio
non era di casa. Lui l'aveva sempre sostenuto: per risalire
alle origini dell'orchestra, anche quella sinfonica,
occorreva scavare nelle foreste. Fra le chiome dei pini,
nelle betulle dei pantani, sul ciglio dei mille laghi
di Suomi. Martore, anatre azzurre, gru, cicogne, fogliame,
vento, piogge, avevano ciascuno la propria voce; eppure
questa orchestra era in miracolosa consonanza, né
era mai occorso accordare gli strumenti.
Il Capanno non era lontano, un paio
di chilometri, e solitamente Jean non impiegava più
di mezz'ora per raggiungerlo. Più difficile era
la rampa finale, su un modesto rilievo. Da lassù
si godeva una bella vista del lago. Si aiutò
al corrimano di fune che Aino gli aveva amorevolmente
fatto montare.
Aprì il lucchetto ed entrò
nella stanza.
17 dicembre 1909: "Tutto è
terribilmente scuro e solitario, e butta giù
il mio fisico."
27 dicembre: "Di nuovo un Himalaya.
Tutto chiaro e forte. Ho lavorato come un matto."
6 gennaio 1910: "Ho grandi progetti
in vista. Impegnati, caro Ego! Uccidi il dubbio, e lavora.
Forse vivrai ancora a lungo."
17 gennaio: "Questo mio diario
comincia a crescere. La morte! Bisogna rassegnarsi.
Lavora finché puoi. Quanto tempo hai sciupato..."
7 maggio: "Ho fatto una passeggiata
di dieci chilometri mentre componevo, cioè mentre
martellavo sul metallo musicale per ottenere suoni d'argento."
5 novembre: "Ho lavorato molto,
con l'ultimo movimento della mia Quarta Sinfonia.
La giornata è stata meravigliosa e tipicamente
finlandese, con neve sui rami."
5 novembre: "Una sinfonia non
è una composizione nel comune senso della parola.
È una professione di fede nei diversi punti evolutivi
della nostra vita."
2 aprile 1911: "La mia Quarta
è finita..."
Altri tempi, altri suoni. Altro animo.
Da allora, quasi trent'anni. Ventinove per l'esattezza;
lui ne aveva avuti quarantasei... Aprì i pesanti
scuri del Capanno, la piccola stanza fu invasa da un
biancore perlato. Erano pochi metri quadri, ma ci si
sentiva a casa sua più che ad Ainola. Quanta
buona roba aveva composto, qui. Be', ciascuno ha la
sua nicchia creativa: anche il vecchio Edvard... Già,
ma Grieg era morto nel lontano 1907. Sulla scrivania
erano sparse delle carte, come le aveva lasciate una
settimana fa. Mai che un troll amico di Edvard
venisse di nascosto a scrivergli una nota, una indicazione...
Sfilò cappello e pastrano e sedette pesantemente
alla scrivania.
In verità, le incertezze creative
non erano l'unico problema. C'erano le mani. Le sue
mani, che non volevano più star ferme.
Ainola, 23 gennaio 1940: "Caro Walter, spesso penso
a te, ora che sei rimasto l'unico dei comuni amici.
Chi avrebbe mai scommesso che noi due avremmo vissuto
tanto? Ieri notte ho sognato la tua Ljunga, bellissima!
Io cercavo di raccontarle la mia amicizia con te, che
l'avevi creata nei tuoi versi, ma poi mi sono svegliato."
Nel Capanno, posato su un vecchio
mobile, c'era il suo violino preferito: un Guarneri
del 1733. Si alzò, lo prese, rigirandolo tra
le mani.
E quante volte la gente gli chiedeva:
- Signor Sibelius, ma dunque: a che punto è la
sua Ottava Sinfonia? - Gli scrivevano, arrivavano
ad Ainola per intervistarlo, lo invitavano alle manifestazioni.
- L'Ottava? Eh, ce l'ho già tutta qui
nella testa, nota per nota.
- Da dieci anni lei tiene in sospeso
il mondo musicale.
Solita spiegazione: - Prima di affidare
qualcosa al pentagramma, devo essere certo che ogni
dettaglio sia al suo posto. Lavoro così, io.
* * *
- Signor Sibelius...?
- Entra, Martti. Mi ero appena svegliato
e stavo per chiamare te. Accompagnami al lago, voglio
uscire in barca.
Alle tre e mezza pomeridiane il cielo
appariva cupo. Martti poteva pensare che fosse impazzito,
con questa sua richiesta, ma aveva replicato solo: -
Bene... Bene, signore.
Sì, aveva percepito qualcosa
di diverso già stamani uscendo da Ainola. E oggi
pomeriggio, dopo il pasto, c'era stato quel sogno buio,
come se fosse notte; una voce vagamente familiare diceva:
"Non arrenderti con la tua Ottava! Guarda in te
stesso! Devi solo riprendere il filo interrotto."
Uscirono. Il lago apparve come uno
specchio immobile, grigio alle rive, celeste allo slargo;
l'aria era tersa; sull'orizzonte una fascia di fuoco
testimoniava l'esistenza di un sole ormai sepolto. Canneti
e giunchi si protendevano riflettendosi in limpide pozze
scure. - Spingiamo - disse Jean. La barca lunga e sottile
fece gorgogliare l'acqua sul greto. Dal fondale trasparivano
forme indistinte, come corpi di ninfe in movimento.
- Il remo, signor Sibelius.
- Grazie. Non preoccuparti, non andrò
lontano. Ci vediamo tra un'ora. Che fai lì impalato?
Ciao.
Ecco. Finalmente! Azzardò un
salto come ai vecchi tempi, e fu nella imbarcazione.
La luce moriva e si intuiva ancora il verde chiaro del
canneto. Il verde era sempre stato qualcosa fra il Re
e il Mi bemolle, una nota che non tutti avrebbero saputo
distinguere o suonare. Perciò lui preferiva il
violino, uno strumento non ad accordatura fissa. A Hameenlinna
nella casa dei suoi genitori c'era il tappeto dalle
tinte sgargianti, e aveva sempre cercato sul pianoforte
le note corrispondenti. Il muschio imprigionato nella
scatola dei fiammiferi invece lo annusava per ritrovarsi
nel bosco, con lo stormire degli alberi e il richiamo
delle gru.
Ad Ainola, Aino diceva:
- Non divagare, Janne. Parlavamo di
denaro.
- Mah, mi rassegno alla mia indigenza.
Sistemeremo il piano superiore di Ainola con altre mie
composizioni di circostanza.
Infatti la sua Quarta era stata
compresa da pochi estimatori: difficile, l'avevano definita.
Involuta, personale.
- Ma tu salti di palo in frasca!
- La mente di un quasi ottuagenario,
cara, non è lineare come un bel tema melodico.
È... indeterministica, ecco.
- Già. Come quella dodecafonia,
che a te non va giù.
- La dodecafonia, sai bene che non
è affatto casuale.
- Oh, be'... insomma...
Ma stasera, scivolando sul lago, si
sentiva padrone anche delle sue mani. Posizionò
il violino, lo accordò, afferrò l'archetto.
Trasse una nota lunga e vibrante: il Re sarebbe stato
più basso, il Mi bemolle alquanto più
alto. Il verde del canneto brillò, ma forse era
una sua fantasia.
Fermò la barca al largo e si
lanciò con lo strumento in un'improvvisazione:
per le acque. Fremiti infinitesimali della superficie,
il sentore dell'umido, il volo di una folaga si espandevano
in melodie evanescenti, o severe, o singhiozzanti. Le
estati trascorse a Sääksmäki, sulla roccia
presso Kalalahti: doveva essere stato intorno al 1880.
Con il panorama dell'orizzonte capovolto sulla superficie
argentea del Vanajavesi... e fra le mani il suo primo
violino, uno Steiner regalatogli dallo zio Pehr, che
aveva saputo vedere il suo talento. Come un canto a
Luonnotar, Madre delle acque. A Väinämöinen,
figlio di Luonnotar e cantore eterno.
Ainola, 23 ottobre 1940: "Caro Walter, un destino
crudele di guerra e ingiustizie ci impedisce di incontrarci
e di parlarci, ma spero in tempi migliori. Ci sono tante
cose che si possono dire, ma non scrivere. Il cielo
e la terra quest'autunno sono stati di una bellezza
indescrivibile."
* * *
- Hai ricominciato a comporre, dunque
- disse la donna sedendo dinanzi al camino.
- Non proprio - rispose Jean. - In
barca improvvisavo, la mano riusciva a seguire il pensiero.
Le idee fluivano! Se alludi alla sinfonia però
è un'altra cosa, lo sai bene.
- La solita storia che ormai ti senti
fuori del tuo tempo?
- Oh, ma che dici - esclamò
risentito. - Io non sono un naufrago dell'Ottocento,
ci sono nuove generazioni che stanno partendo dalla
mia musica per comporre, e tu lo sai. Ma sarò
me stesso solo se riuscirò a non ripetermi.
Tacquero entrambi. In Ainola, nella
notte che dilagava, l'unico rumore era lo scoppiettare
del fuoco e il crepitio di occasionali scintille. Heidi
era a Tampere, le altre figlie a Helsinki, o altrove.
Ma il sottofondo inaudibile lo ascoltavano entrambi:
dopo Tapiola, lui aveva smesso di scrivere. Dal
1926: quattordici anni. Aino dai capelli bianchi si
accostò e gli strinse la destra, appena tremula:
- Se non riesci più a leggere
in te, devi cercare di vederti dall'esterno, Janne.
E mi piacerebbe tanto accompagnarti al pianoforte, come
abbiamo sempre fatto. Con la tua nuova musica. - Lo
fissò con intensità, con fiducia.
* * *
Si svegliò di soprassalto.
Disse ad Aino, concitato:
- Avevi ragione! Me l'ha detto anche...
Il letto era vuoto. Ricordò:
la donna era ripartita per Helsinki quella mattina.
Pensò: Me l'ha detto di nuovo. Chi? Nel
sogno era tornata la voce: cavernosa, dura. Conosciuta?
Forse: ma dove, quando. E quell'accento strano. "Se
non sai vederti con i tuoi occhi, guardati con quelli
degli altri." E chi potevano essere gli 'altri'
che lui già non conoscesse a memoria. Era piena
notte, ma decise di uscire.
Fuori l'investì il gelo di
un inverno precoce. La Russia aveva aggredito Suomi
il 30 novembre 1939 per non aver voluto cedere i territori-cuscinetto
della Carelia; la Guerra d'Inverno era durata cento
giorni, a 40 gradi sotto zero, con la resistenza eroica
di una piccola nazione che aveva stupito il mondo. Migliaia
di morti. Si erano dovuti cedere l'Istmo di Carelia
e la zona di Viipuri.
Centinaia di migliaia di sfollati
allo sbando. Dagli Usa gli avevano offerto di trasferirsi
lì. Per unirsi a illustri esuli europei:
Schoenberg, Bartók, Strawinskij...
Non avevano capito.
Trovò sei cinture d'oro
/ sette azzurre sottanine / le indossò, ne adornò
/ la gentile personcina / pose gli ori sulla fronte
/ e gli argenti sui capelli / sopra gli occhi, intorno
al capo / mise nastri, fasce rosse... Era la triste
Aino, sorella del malvagio lappone Joukahainem. Quando
Santeri Levas gli aveva chiesto: - Ha terminato la sua
Ottava? - egli aveva risposto al suo segretario:
- Certo. Più volte, e più volte l'ho distrutta.
So che lei prende appunti: ma la prego di non pubblicare
nulla su di me, prima della mia morte.
Il buio era fitto, fuori della cancellata
di Ainola, ma lui non lo temeva. Anche il buio aveva
la sua nota corrispondente sul pianoforte, nel pulsare
silenzioso della foresta. Di colpo si bloccò:
il cielo intero si stava accendendo di onde rosse, spezzate,
dissimili da quelle dei laghi. Revontulet! Il
Fuoco delle Volpi. Si riverberava sulla foresta come
se fosse giorno. E alla sommità, quel fuoco era
tagliato da una immensa fascia lampeggiante di verde
smeraldino. Il suo verde.
* * *
Ainola, 12 novembre 1940: "...così,
caro Walter, ho intuito dove potevo cercare per 'guardarmi
con gli occhi degli altri'! È accaduto stanotte,
poco fa, mentre ero nei boschi al culmine di un'aurora
boreale davvero magica. Ero incantato, e ho dovuto forzarmi
per non correre subito a casa a cercare. Quando poi
sono giunto qui, nella pila di recensioni riguardanti
le mie musiche ho scovato il ritaglio di un settimanale
di quart'ordine, il Boston Listener, del 30 dicembre
1926. Me n'ero dimenticato! Il recensore si firmava
Lone Bard ('bardo solitario', certo uno pseudonimo).
Un dilettante, magari, eppure a rileggere mi ha illuminato.
Ora ho capito!"
Jean depose la penna. Avrebbe terminato
la lettera l'indomani mattina, all'improvviso gli era
venuto altro in mente. Hai ancora le vecchie energie,
caro Ego? Certo, e ce le hai rinnovate! Se Aino
avesse potuto vedere cosa stava per fare... Sì
rivestì lentamente, poi prese la lanterna.
Uscì di nuovo.
Fuori la temperatura doveva essere
calata ancora, forse sui meno dieci, ma non nevicava.
Due chilometri erano nulla, con l'energia che gli stava
ribollendo. L'aurora boreale si era dileguata, ma sul
biancore delle betulle esitava l'illusione di una rossa
polverina fatata. Giunse al Capanno, entrò: i
soliti fogli sparsi e pasticciati dell'Ottava
incompiuta, incompletabile. Robaccia! Quel Sibelius?
Un rottame. E tuttavia... L'esecuzione della sua Quarta
a GØteborg, nel 1913: era stata coperta da fischi,
ma perché troppo nuova, ostica, personale. Prese
il manoscritto e la lanterna, richiuse il Capanno e
si diresse al lago.
Notte da fiaba. Lo splendore di certe
notti può rendere pazzi. Le propaggini liquide
del Tuusulanjärvi rimandavano splendori glaciali;
Jean alzò la lanterna avanzando per lo sterrato
umido nel canneto. Sedette su un masso.
Bene: era nuovamente al Da capo.
Estrasse un buon sigaro, lo accese, tirò alcune
boccate. Col fiammifero dette fuoco allo spartito. Un
fumo si unì all'altro. Bisbigliò: - Autocritica,
mio caro Ego! Morire ancora, ma per rinascere.
Immense si estendono le cupe foreste
dei paesi del Nord / antichi, misteriosi, selvaggi sogni.
/ In mezzo ad esse dimora il potente dio della foresta
/ e gli altri spiriti, nell'oscurità, intrecciano
magici segreti.
Dal Boston Listener, 30 dicembre
1926: "Ci ha sorpreso e coinvolto non poco Tapiola,
l'ultima composizione del signor Sibelius che abbiamo
ascoltato il 26 scorso al Metropolitan di New York,
diretta del Maestro Walter Damrosch. Un 'poema sinfonico'
di circa venti minuti. Tapiola (la parola significa
'il luogo di Tapio', divinità delle foreste finlandesi)
si è rivelata un'opera intrisa d'una stupefatta
sacralità. Essa consiste in continue - talora
minime - metamorfosi di un'unica breve cellula tematica,
dipanate con estrema perizia orchestrale: quasi una
metafora sonora della inarrestabile, ma in apparenza
immobile, vita vegetale delle foreste del Nord. Forse
una negazione dell'essenza stessa della musica (che
è flusso temporale), la quale diviene così
un perpetuo presente. Insomma non un brano che richiami
sonorità della natura, o spazi vasti; piuttosto
l'immagine astratta eppure stordente di un archetipo.
A nostro avviso, Tapiola sancisce la morte del
poema sinfonico come genere: il passo successivo a una
musica 'immobile' come questa, infatti, non potrà
essere che il silenzio. LONE BARD."
* * *
Jean accese la luce.
Non si sbagliava. Uno dei suoi sogni
vuoti, tranne la voce scura, che stavolta aveva detto
chiaramente: VIENI! Erano le due e cinquanta. Rifletté,
poi con decisione mise i piedi fuori dalle coperte.
Non capiva. Stava diventando un animale
notturno. Stava impazzendo. Diede una sbirciata ai fogli
numerosi della partitura orchestrale della nuova Ottava,
sul piccolo scrittoio presso la finestra. Era ripartito
da zero. Ma nessuno aveva mai concepito qualcosa di
simile. In mente c'era già l'intero schema generale.
Sarebbe stata un gioco di cesello, di sensazioni, tensioni,
rilassamenti. Nascita, esitazione, arretramento, morte,
speranza... Non riusciva a staccarsi da quei fogli,
li portava sempre con sé. Li mise in tasca.
Fuori era buio pesto. Si accorse di
aver dimenticato la lanterna. Vecchio rincitrullito!
Ma nell'aria c'era una inconsueta luminosità...
si preparava un'altra aurora boreale? Qualcosa lo spinse
a lasciarsi il lago alle spalle e svoltare verso la
radura, a circa trecento metri da lì. Sì,
c'era luce!
Si fermò.
Le truppe sovietiche. Dovevano aver
sfondato anche il nuovo fronte. Povera Carelia, povera
Suomi. Durante la Prima Guerra mondiale lui viveva già
a Järvenpää, e con l'occupazione socialista di Helsinki,
distante solo una trentina di chilometri, gli era toccato
un soggiorno coatto.
Ainola, 14 febbraio 1918: "Le
guardie rosse sono venute in casa a ispezionare e vedere
se avevo armi... Sono stato obbligato ad aprire ogni
cassetto, quasi avevo le lacrime. Armati fino ai denti
contro un musicista inerme. Mio fratello Christian è
stato arrestato, ma ora è di nuovo libero. Forse
per prudenza sarà bene trasferirsi a Helsinki
da lui, può ospitarci presso l'ospedale psichiatrico."
Bene, se dopo più di vent'anni dovevano rientrargli
in casa con i mitra tanto valeva che si costituisse
egli stesso. Per sfregio.
Accelerò il passo. Alla svolta
si apriva una zona spoglia, la luce s'era fatta più
intensa ma, strano, non arrivava il vociare acido della
soldataglia. Ora avrebbe dovuto...
Rimase abbagliato. Al limitare opposto
dello spiazzo sostava una slitta con un alto cavallo
bardato, stellato sulla fronte. In piedi sulla slitta
c'era un vecchio enorme con una gran barba grigia, vestito
con mantello e cappuccio. Schioccò una lunga
frusta e la slitta avanzò. Le pietre scricchiolarono
sotto il peso, le cinghie del collare gemettero come
vive, le stanghe cigolarono nel tintinnare degli anelli.
- Sei venuto, dunque - disse il vecchio
con voce forte. Ebbe un sorriso largo e si tolse il
cappuccio.
- Tu... - balbettò impietrito
Jean. - Väinämöinen!
* * *
Il verace Väinämöinen
/ il cantore sempiterno / cominciò dolce a suonare
/ cantò l'arpa con le corde / la sua kantele
di luccio / fabbricata di ossi e lische / ed il tendine
cantava / e i capelli di fanciulla. / Rimbombaron massi
e monti / echeggiarono le rupi / era suono di letizia
/ si sposava il suono al suono / rispondeva al canto
il canto.
Forse lui non era mai uscito da Ainola
e quello era ancora un sogno, ma non poté starci
a pensare. La bestia correva impazzita per il viottolo
tortuoso con un galoppo quasi esultante. Abeti incatramati,
rozze zolle nere, cespi spogli di ginepri tra i sassi,
pini dai rami d'argento. Saliva un sottile vapore, come
se Uutar figlia della nebbia setacciasse una bruma fine,
eppure la luminosità aumentava. Seduto sulle
assi di betulla non poteva ignorare la figura imponente
e ondeggiante di Väinämöinen. Udì
un rumore come di cascata, che divenne un vociare intenso.
Un nuovo, più grande slargo; la slitta vi entrò
a piena velocità, virò, poi rimase immobile.
Si alzò un urlo fragoroso.
Väinämöinen esclamò:
- Amici, c'è con noi un altro
amico. Jean: che aspetti? Alzati!
Il clamore riesplose. Una selva di
mani si tese per aiutarlo a scendere. Frastornato, tremante
d'emozione, Jean chiese il silenzio alzando una mano.
- Grazie, è tutto troppo bello. Sono vecchio
e stanco...
Väinämöinen troncò
con un gesto le nuove grida. - Andiamo a sedere, Jean.
Sono ansiosi di salutarti.
Si sistemarono su alcuni massi, e
solo allora riuscì a mettere a fuoco la folla.
Ma non era facile precisare i dettagli di un sogno,
o di un incantesimo. C'era il vispo Lemminkäinen /
il leggiadro Kaukomieli / consumò cento stivali
/ cento remi ruppe mentre / corteggiava la fanciulla
/ era Kyllikki l'altera / di Saari il più bel
fiore.
Väinämöinen faceva
gli onori di casa: - Costui è Paavali, il giovane
idealista... Ecco Ilmarinen, Jean, il fabbro creatore
e scassinatore che fucinò il magico Sampo. Uhm...
fucinò anche un nuovo sole e una nuova luna,
ma non riuscì a farli risplendere! - Un amichevole
spintone al fabbro, che rispose con una risatina irridente.
Giganti gli stringevano le mani, fanciulle lo baciavano
sulle guance, braccia gli si posavano sulle spalle,
dita lo sfioravano quasi fosse un oggetto raro. - Kullervo.
- ...che di Kalervo era figlio / dai capelli gialli,
bello / con i bei calzari in cuoio. / Afferrò
Kullervo allora / la tagliente spada aguzza / domandò
se preferisse / le piacesse di gustare / la colpevole
sua carne / e l'infame sangue suo. - Jean, sei tra
le fanciulle di Saari. - Con le liete giovinette
/ fra le belle altochiomate / dove il capo egli voltava
/ tosto un bacio si prendeva / se la mano egli porgeva
/ una man la sua stringeva. Una moltitudine di visi
dolci, capelli di lino, occhi di lago, sguardi complici,
labbra sorridenti. Lega i nastri sopra gli occhi
/ metti gli ori sulla fronte / e le pure perle al collo
/ i capelli avvolgi a treccia / alle dita anelli d'oro
/ e la cintola di seta / stivaletti poi di pelle.
Alcune erano nude, maliziose, quasi fosse estate e si
trovassero in solitaria intimità sul greto del
Tuusulanjärvi; due avevano corpi e liquidi sguardi
fauneschi. Oh, ma non poteva accadere tutto in così
poco tempo, le ore erano dilatate, la notte era il miglior
palcoscenico.
- Parlaci di te, Jean! Della tua musica
che tante volte ci ha fatto rivivere in tutti gli angoli
del mondo! - Väinämöinen gli porse una
coppa di scorza di betulla e comandò: - Raccogliete
pane di segale! Prendete l'orzo dal moggio, conciate
buona birra! - Corpi, vesti, fuochi, sguardi. Väinämöinen
insisté: - Dicci delle tue gioie, della tua tristezza.
Jean rispose emozionato con una delle
sue frasi: - La musica è tristezza.
Väinämöinen annuì.
- Anche la guerra lo è.
- La signora di Pohjola, la malefica
figlia del Nord, è tornata ancora. C'è
una guerra brutale, Väinö. Stasera temevo
che gli invasori si fossero di nuovo spinti alla mia
porta.
L'omaccione sorrise appena. - Lo so
bene io, re di Carelia in esilio. E fremo. Ma voialtri
- puntò l'indice verso Jean - vi siete alleati
con i barbari.
- La Germania ha...
- Barbari! E a est e nord premono
altri selvaggi! Genti anche oneste, ma che acconsentono
al comando di barbari sanguinari! Chiunque attenti alla
libertà delle popolazioni lo è.
- Vero. Ma allora tu, Väinö
- disse Jean con voce tesa - dimmi quali sono le scelte.
Lo sguardo dell'uomo si fece intenso,
feroce, scuro come le rocce di Tuonela. - Io...
- Ascoltate! - gridò qualcuno.
- Siamo circondati! - strillò
una ragazza correndo.
Väinämöinen salì
su un masso e scrutò in giro: - Orsi! Orsi a
decine nella foresta, calati dall'eterno nemico, il
maledetto Nord. Stringiamoci in cerchio!
Si raggrupparono al centro della radura.
Jean vide spuntare musi tra gli alberi. Confluivano
da ogni direzione, ondeggiando il capo in una pantomima
allucinante.
- Sono affamati - disse qualcuno.
- Attaccheranno.
- Non muovetevi - comandò una
voce. Lasciatemi scoprire il capo branco.
Chi aveva parlato uscì allo
scoperto. Fronteggiò un animale enorme, che emise
un ringhio di bestialità pura e allungò
una zampata da squartare un alce. L'uomo scattò
indietro appena in tempo; girando intorno all'avversario
urlò: - Hai davanti Lemminkäinen, figlio di Lempi.
Tu non mi fai paura. Sono sceso nell'antro di Tuonela,
mi hanno gettato a pezzi nel fiume Tuoni e poi ricomposto,
per risuscitarmi. - Ebbe un ghigno, poi uno scatto di
ferocia assoluta e saltò con le mani alla gola
del mostro. Jean non vide cos'altro accadesse. Alla
fine il gigante si rialzò grondando sangue e
lasciando la bestia strangolata, in agonia. Il gruppo
uscì in un urlo assordante. Ma gli orsi, vide
Jean, stringevano ancora. Da un lato si udì una
risatina acuta.
- Soffiate su quel fuoco! - disse
chi aveva riso. Si alzò un uomo alto e mingherlino,
Ilmarinen. Gridò: - Chi ha un anello d'acciaio,
una fibbia? Soffiate, attizzate!
Ilmarinen afferrò due enormi
pietre piatte. Dalla foresta si sollevò un vento
impetuoso, le fiamme lingueggiarono alte, le scintille
crepitarono, una colonna di fumo crebbe oscurando ogni
cosa, ma il tempo interiore pareva congelato. Ilmarinen
batté pietra su pietra, martellò per un'eternità
l'acciaio incandescente in colpi assordanti, urlò
un suo incantesimo. E all'improvviso il fracasso era
terminato, il fumo scomparso e il Fabbro Eterno stringeva
uno spadone lucido appena fucinato, sfidando la bestia.
L'orso calò un fendente. L'arma
volò verso la foresta, l'uomo fu scaraventato
per terra. Si rialzò, riafferrò ginocchioni
la spada, la belva caricò. Anche stavolta Jean
perse il seguito, vide solo il dorso ursino, immobile
come una montagna scura. Poi l'animale rotolò
di lato. Ne emerse Ilmarinen innaffiato di sangue nero,
la spada nella destra e la testa dell'animale nella
sinistra. L'urlo che si levò fu come un boato
di guerra.
- Ci accerchiano - disse Jean a Väinö.
- Non ce la farete. - Aveva rinunciato a porsi domande;
e il suo fisico pareva non risentire degli eventi, dell'ora,
del luogo.
- Non abbiamo possibilità,
dici - rispose Väinö duro. - Indietro, Jean. Spero
che gli orsi siano disorientati, due capi branco sono
stati uccisi e hanno nel naso l'odore del loro stesso
sangue. - Gridò: - Abbassatevi... A terra!
Lo spiazzo diventò un mare
di corpi neri accoccolati mentre il fuoco ruggiva di
nuovo come in un camino, e a quel frastuono Väinö
unì una sua cantilena roca, incomprensibile,
mentre girava su se stesso fissando le belve negli occhi,
una per una. - Dovrei tramutarvi in serpenti, ma i serpenti
sono inorriditi nel saperlo. Dovrei trasformarvi in
morta terra, ma la terra si è vergognata nel
sentirlo. Vi cambierò in modo che dobbiate nascondervi
per sempre agli occhi del mondo! - Riprese la litania
dell'incantesimo, come il ronzare rabbioso di un grosso
calabrone. E qualcosa accadde.
Ci fu movimento tra le bestie, un
rimescolare crescente. Brillii di piccoli flutti, onde
sinuose. La marea di corpi si sfaldò, parve sciogliersi
come un fango scuro che si allargava sul suolo, poi
Jean vide un brulicare e contorcersi di piccole entità
molli. Una fiumana di vermi, milioni di vermi neri che
si sopravanzavano in uno scavare frenetico, cercando
scampo nelle viscere del mondo. Poco ancora, e si inabissarono.
Dal suolo prese a levarsi una nebbia sottile.
Il fragore che esplose superò
i precedenti.
Vino e birra presero a scorrere a
fiumi in coppe di ferro, di oro, e nel lippi,
il boccale di scorza di betulla. Furono montati spiedi
e accesi altri fuochi. A Jean una ragazza offrì
un piatto di legno con burro fresco, carne di porco
e crema fritta. Väinämöinen prese la
sua kantele poggiandone la cassa sulle ginocchia, e
pizzicò le corde di capelli di fanciulla. Non
c'è forse un posto a Saari / qui di Saari sulla
terra / dove possa porre giochi / e ballar su suolo
liscio / con le liete giovanette / danzatrici altochiomate?
La notte fu ancora alta, il fuoco rumoreggiò
gonfiandosi, i canti si allargarono nella foresta e
le danze non si fermavano nel carosello di boccali e
bevande. Venne una fanciulla:
- Concedimi questo ballo - disse sorridente
a Jean.
La guardò. Era vestita riccamente
con spesse gonne, monili preziosi e un corsetto istoriato
dai colori vividi. I lineamenti erano purissimi, i capelli
color grano, fermati da una stretta fascia di velluto
rosso con guarnizioni di oro. - Chi sei - le chiese
stupito.
Lei gli porse la mano e Jean si lasciò tirare
su, trascinare verso il centro dello spiazzo. I presenti
fecero spazio. - Sono Kyllikki l'altera, la ribelle.
- Väinö trasse arpeggi dalla sua kantele, avviando
una danza vorticosa.
- Oh - si schernì lui sorridendo
- non è esattamente il ritmo che mi si addice.
- Ma prese a muovere alcuni passi.
La ragazza aggiunse: - Mi hai dedicato una delle tue
musiche più belle. Molti oggi la conoscono.
Jean aveva l'affanno, Kyllikki se
ne accorse e si fermò. Gli strumenti tacquero.
- Prendi - gli disse con occhi brillanti. Sciolse la
fascia rossa dal capo e gliela porse; poi gli diede
sulla guancia un bacio affettuoso, reverente.
La musica riprese a vorticare, le
danze si scatenarono. Jean tornò a sedere stordito.
La baldoria proseguì, finché il fuoco
perse vigore e i canti si affievolirono. La voce di
Väinö disse accanto a lui:
- Abbiamo battuto l'Orso. Questo è
un segno importante, per noi e per te.
- Vuoi dire - disse Jean tornando con fatica a pensieri
di ogni giorno - che la guerra verrà vinta? Suomi
avrà finalmente pace e libertà dal giogo
russo?
- Io - disse Väinö seduto contro
il tronco di un albero - ti dico che Suomi vincerà.
Ma non sarà ora. E tu, vecchio, vivrai ancora
a lungo, e avrai modo di vedere l'avvio di una faticosa
rinascita. Lunga vita a Jean Sibelius!
I calici si sollevarono nel coro. - Lunga vita!
- Quest'uomo - riprese Väinö
- ha scritto musiche che parlano di Kaleva e di Karjalan,
di Suomi Terra dei Mille Laghi e del suo desiderio di
libertà. Le ha rese famose. La sua opera è
valsa più di cento falangi armate fino ai denti.
- Poi il Cantore si rivolse con aria più seria
a Jean: - Vieni a sedere da quella parte, amico mio.
Ora dobbiamo parlare con calma di una cosa... la più
importante fra tutte. La tua nuova musica. Questa 'ottava
sinfonia', come tu la chiami.
Jean sentì una vampata salirgli
dalle gambe alla testa. Ricordò la voce dei suoi
sogni. - Eri tu, quindi!
- Siedi, ti prego.
Adesso erano al riparo nella foresta
scura e Jean improvvisamente sentì un gran freddo,
il gelo gli contava tutti i suoi anni. Si strinse nel
pastrano.
- Prendi, amico. - Väinö si
sfilò il mantello di renna e glielo pose sulle
spalle.
Sullo spiazzo ricominciavano libagioni
e canti. Jean udì la voce scherzosa di Ilmarinen
e di una ragazza che replicava, ridendo forte. Vide
Lemmi danzare e piroettare sorridendo con Kyllikki.
- Perché è importante parlarne? - chiese.
- Per me lo è, comunque. Più di ogni cosa
al mondo. Ho qui lo spartito. - Impulsivamente l'aveva
preso con sé, prima di uscire nella notte. Estrasse
la risma di fogli.
L'altro ebbe un gesto di diniego.
- Non saprei leggere una sola di quelle tue note, ma
so bene cosa vogliono dire.
- Ti piace? Dimmelo, almeno. L'idea
complessiva...
- È l'idea più grande
che potrebbe mai concepire un musico. Io stesso, il
Cantore sempiterno, non avrei mai potuto arrivarci.
Eppure, tu non dovrai scrivere quei suoni.
- Ma... Perché, cosa vuoi dire!
- Ebbe un moto di rifiuto, anche verso Väinämöinen.
Non c'era neanche da pensarci. - La scriverò.
Mi spiace, ma devo. È l'esito di un'intera esistenza.
- Ti credo. Ma ora che conoscerai
i motivi capirai da te. Anzi, non potrai non essere
d'accordo.
* * *
"...ora, caro Walter, comprendo
le ragioni per cui avevo rimosso dalla mia mente la
recensione di Tapiola sul Boston Listener.
Lone Bard scriveva che oltre quella musica per me sarebbe
potuto esistere solo il silenzio: e questo, come compositore,
non potevo assolutamente accettarlo... forse anche perché
intuivo un fondo di verità. Dio, per quanti anni,
o decenni, in effetti non ho più scritto
qualcosa che potesse definirsi vera musica? Solo minuscoli,
insignificanti brani di circostanza. Ma ora attraverso
Bard capisco che, invece, posso compiere un passo oltre
Tapiola. Se questa era l'apoteosi di una atemporalità
archetipica, metamorfosi continua di un'unica breve
cellula tematica, il gradino successivo (ciò
che definirei la immobilità dell'increato sulla
soglia della creazione o della stasi definitiva) sarà
una composizione giocata su una unica nota. Quale,
è presto detto: un suono fra La e Sol diesis
sotto il Do nella chiave di basso, sul pianoforte; quattro
sesti circa di tono sotto il La e due sopra il Sol diesis.
Detta così l'indicazione resta vaga, dovrei precisarla
con un riferimento matematico (l'esatta frequenza del
suono) e prima o poi lo farò, ma sai bene come
detesti ogni accenno di razionalizzazione in campo creativo.
Questa suono è per me il momento in cui nella
notte comincia a intuirsi un fantasma di luminosità
del giorno incipiente.
"Una nota simile, inesistente
negli strumenti tradizionali ad accordatura fissa, comporterebbe
grossi problemi di esecuzione orchestrale. Comunque,
l'orchestra dovrà avvolgere la mia unica nota
(la Nota) in una nube timbrica discreta, sotterranea,
entrando continuamente in sintonia e in estrema tensione
con essa: questa 'storia' sarà il cuore dell'Ottava.
"
* * *
Stavolta Jean si svegliò rendendosi
conto che non aveva sognato assolutamente nulla.
Accese la luce: le tre e mezzo. Il
gonfiore sotto le coltri, accanto a lui, lo rese consapevole
della presenza di Aino. Lentamente, in silenzio, sgusciò
fuori dal letto.
Accidenti! In serata - subito dopo
questo secondo arrivo ad Ainola della donna - si erano
seduti ancora nel soggiorno e lei gli aveva raccontato
delle ragazze e delle cose fatte e non fatte a Helsinki;
e poi naturalmente avevano parlato della maledetta guerra;
il discorso era scivolato su questioni di denaro e quindi,
conseguenza inevitabile, sul suo lavoro. D'altronde,
che fare? Per stargli accanto, una donna brillante come
Aino aveva rinunciato ad ogni aspirazione artistica
e lavorativa appena sposata (e meno male che suonava
ancora bene il piano). Ora non poteva pretendere di
lasciarla al buio su tutto.
- Ci siamo crogiolati nella beata
solitudine, eh? - aveva scherzato Aino. - Situazione
ideale, per un artista.
Qui Jean, guardandola soprappensiero,
si era lasciato scioccamente sfuggire:
- Stanotte Väinämöinen
mi ha detto che... - Si era bloccato dandosi dell'imbecille.
Ma Aino aveva buon udito.
- Väinämöinen? Janne,
hai sognato o che altro? - Sospirò. - Devi assolutamente
fare qualcosa per la tua salute. Non smetto mai di rammaricarmi
doppiamente per la morte del povero Christian, lui certo
avrebbe...
- Mio fratello se n'è andato
nel lontano '22, tesoro, e per fortuna non ho mai avuto
bisogno delle sue cure psichiatriche! Spero che l'argomento
sia esaurito.
- Scusa, ma cosa hai inteso? Volevo
solo dire che voi due avevate un affiatamento anche
musicale, e forse Christian con la sua scienza avrebbe
saputo aiutarti a uscire da questo vuoto creativo, che
certo sarà cosa transitoria, e io...
- Badava ai matti, Aino.
- A proposito, sai cosa ho saputo
da Heidi? - se n'era uscita lei con l'aria di chi ha
capito l'antifona.
Ecco, questa la nuova situazione attuale:
dover tenere ormai tutto per se stesso. Cose enormi.
In punta di piedi si allontanò dal letto dirigendosi
verso l'appendiabiti. Sullo scrittoio giaceva ancora
la lettera per Walter von Konow. La prese. Ovvio che
dopo quanto era accaduto la notte precedente lì
fuori sullo spiazzo, ciò che aveva appreso, non
aveva più senso spedirla. La custodì nella
tasca interna del pastrano. In quel momento accadde
l'inevitabile.
- Janne... ma dove vai, a quest'ora!
Aino era a occhi sgranati, seduta
sul letto.
- Oh, non preoccuparti... È
un'abitudine recentissima. No, ho già preso
le medicine. Vado e rientro, non temere. Una mezz'oretta,
le idee si chiariscono e il sonno ritorna.
Aino scese dal letto sempre più
esterrefatta, un fantasma pallido nella lunga camicia
bianca. - Ma saranno venti gradi sotto zero! E sta nevicando!
- quasi gridò in falsetto.
- Ti dovrai abituare - le disse burbero,
continuando a vestirsi. - Mi giova: è per la
mia Ottava, capisci? - Parola magica! L'espressione
di Aino cambiò, non diminuirono però le
sue sollecitazioni. Colbacco, guanti, stivali da neve.
Maglie. Sei pazzo, Jean. Da legare. Oh, mio dio. Eccetera.
E torna presto ma attento a non scivolare. Ti accompagno!
Maledizione, sei tu la matta, non te lo permetto assolutamente.
Infine si accostò alla donna: - Ti prego, non
temere. Rientro subito. Su, torna a letto. - Le sorrise.
Lei aveva uno sguardo smarrito che gli comunicò
tanta tenerezza dei loro tempi migliori. - Ciao... e
sta' tranquilla! - L'abbracciò e uscì.
Fuori era davvero tempo da orsi, e
magari lui era proprio un incosciente, ma doveva. Nulla
sarebbe stato più come prima, ormai. Si mosse
con fatica nella leggera tormenta, vide tuttavia che
la nuova neve ancora non attecchiva. Perfetto. La radura
non era poi distante. Mentre camminava si rammentò
della lettera per Walter: ottimo momento per sistemare
la faccenda. Si fermò, la lacerò in pezzi
minuti gettandoli via, e furono altri effimeri fiocchi
di neve. Cercò nella tasca interna del cappotto...
i fogli della sinfonia erano lì. Väinö
non l'aveva neanche guardata. Eppure...
* * *
- Non potrò non essere d'accordo
con te sul fatto che non devo scriverla? Ma...
Väinö lo fissò, ed era
triste. Poi il Magico Cantore parlò, e la voce
parve giungere a Jean da lontananze ormai irraggiungibili.
- Jean, tu sai che questa musica è
diversa da tutte le altre. Con le tue parole di uomo
di un tempo così lontano dal mio, in tutti i
sensi, hai definito la nuova composizione come l'increato
in equilibrio fra il soffio vitale e la stasi definitiva.
Ma sappi, Jean, che la tua è davvero quella
musica. Molto semplice, come ora capisci. Chiamala Musica
Primordiale, quella che governa (e giustifica) il mondo...
o come vuoi. Essa accompagnò i primi istanti
di Ukko, dio supremo reggitore delle nubi; di Luonnotar
Madre delle acque, quando uova di folaga scivolando
dal nido sulle sue ginocchia si ruppero e i frantumi
formarono terra, cielo, astri, profondità e secche
dei mari. Un'altra sola volta dovranno risuonare quelle
sonorità di vita e di morte assoluta. E io e
te ci auguriamo che sia in un tempo futuro, impensabilmente
lontano.
- Ma se io... - Jean esitò,
non trovava parole. - Se io almeno terrò solo
per me l'intero spartito... Väinö: almeno vederlo
realizzato! L'ultima fatica della mia vita!
- Troppo rischioso. Quelle carte non
devono sopravviverti. Domani le troverebbero, vorrebbero
suonarle, diffonderle al vento. Venderle. Guadagnarci
denaro. Sarebbe la devastazione. - Jean vide
su di sé occhi di profondità oltre-umana.
- Eppoi, l'hai già scritta: essa è
tutta ben chiara nella tua mente. Avrai molti anni davanti
a te per farla crescere ancora, renderla perfetta nel
silenzio della tua memoria. Altri concepiranno un'idea
paragonabile alla tua. E la realizzeranno. Ma non troveranno
il suono esatto, saranno solo versioni spurie, snaturate,
prive d'ogni sacralità. - Sorrise. - Non ci sarà
alcun pericolo.
- Oh - esplose Jean - ma allora perché
mi hai esortato a completarla? Era tua, la voce
che ascoltavo di notte: 'Guarda in te stesso', 'guardati
con gli occhi degli altri'.
Il gruppo aveva smesso ogni attività.
I fuochi erano spenti. Tra il buio pesto e la luce intuibile
di un'alba a venire c'era solo una impressione di sagome
immobili, ectoplasmi sbiaditi, e a Jean sembrava che
fissassero lui. Väinö era immaginabile, più
che visibile. Jean si sfilò il mantello - Tieni,
non ho più freddo - disse secco. - Allora: perché
completarla?
- Ti sarà facile capirlo -
furono le parole svanenti di Väinämöinen.
* * *
Ecco, ce l'aveva fatta. Aino era tornata
a letto, docile ma non del tutto convinta Percorrere
il tragitto era stato abbastanza facile, nonostante
le condizioni atmosferiche. Era quasi giunto allo spiazzo.
Oh, non avrebbe più potuto vivere con quel peso.
Chissà che la notte precedente non fosse stata
tutta una sua allucinazione di vecchio svampito: e magari
sarebbe stato meglio. Ma altrettanto (e forse più
forte), ammise, era la speranza che si fosse trattato
di eventi reali.
Lo slargo gli si aprì davanti,
deserto. La luce della lanterna evidenziò che
la neve cominciava a ricoprire ogni cosa. Dovevano aver
sbaraccato tutto essi stessi: nessuna traccia del bivacco,
del pasto. Le libagioni, le carcasse degli orsi uccisi.
Il sangue. Sangue, sogni. Follia! I massi... c'erano
ancora. Sedette sotto la tormenta crescente, ma rintanandosi
fra gli alberi del vicino bosco. Chiamò: - Väinö!
- sentendosi un po' ridicolo. Lui doveva crearla...
e poi distruggerla. Perché? Perché avrebbe
dovuto capirlo da solo? No, non ci sarebbe riuscito.
Non l'avrebbe mai distrutta.
La lanterna, smossa, trasse un bagliore
nella neve al limitare degli alberi. Si alzò
e andò a vedere. C'era un minuscolo oggetto semisepolto.
Lo estrasse: il nastrino di velluto rosso con le guarnizioni
d'oro di Kyllikki. Della sua Kyllikki. L'aveva
lasciato cadere, era quasi ubriaco stanotte quando lei
se l'era sfilato per lui e...
Fermò il ricordo, trattenendosi
a stento. Non poteva essere il tipo che si commuove
facilmente per un pezzetto di stoffa.
Però poteva fare qualcos'altro.
Custodì in tasca il nastro.
All'improvviso gli saliva alla memoria l'enigmatico
motto che Beethoven, nel Quartetto n. 16, aveva
apposto come commento a un suo singolare tema musicale:
"Muss es sein? Es muss sein". Grande,
il vecchio Maestro: "Dev'essere così? Che
sia". Ora capiva, certo. È legge che le
opere dell'uomo debbano nascere e perire, in un modo
o nell'altro. Devastazione. Affacciati sull'orlo
della totale consapevolezza, saper tacere. E... d'accordo,
la mia Ottava non può trasgredire a questa
norma.
Era una notte stupenda, nonostante
tutto. Da fiaba. Una di quelle in cui fumarsi un buon
sigaro sarebbe stato un piacere speciale. Che dici,
vecchio Ego? Sei alla tua prova migliore. Tornò
a sedersi. Con calma accese il sigaro, riprese i fogli
dello spartito e appiccò loro il fuoco con lo
stesso fiammifero. Li lanciò in aria, e si sparpagliarono
come il getto di una fontana bruciando con violenza,
divorati da fiamme rabbiose. Esplose un boato assordante.
Jean traballò sul masso e scivolò per
terra, stordito.
Si rialzò a fatica, rassettandosi.
Riprese la lanterna, si guardò
intorno, poi lentamente si mosse sulla via per Ainola.
Da ovest giungeva un presagio di alba. Quindi il
vecchio Väinämöinen / prese il largo
con la barca / tra il frusciare della chiglia / il battel
di rame spinse / fino al punto dove il cielo / si congiunge
all'orizzonte.
VITTORIO CATANI

Sibelius [immagine di Antonio Folli]
NOTA DELL'AUTORE
Jean Sibelius si spense ad Ainola il 20
settembre 1957, all'età di 92 anni. Nella ricorrenza
del suo novantesimo anniversario sir Winston Churchill
gli inviò dei sigari, Arturo Toscanini alcune
registrazioni discografiche di sue composizioni, sir
Thomas Beecham diresse una serie di concerti a lui dedicati.
La fama del compositore subì nei decenni varie
vicissitudini, ma rimase sempre molto viva - oltre che
in Finlandia - soprattutto in Inghilterra e negli Usa.
Nonostante Sibelius avesse ripetutamente annunciato
una ottava sinfonia, nulla è mai stato trovato
fra le sue carte. "Oh, ma io continuo a comporre!"
fu nella vecchiaia la sua sorridente, enigmatica risposta
agli ammiratori sconcertati dal suo radicale silenzio
creativo.
Molte delle notizie concernenti la vita del compositore,
e alcune frasi del suo diario, sono attinte dal prezioso
volume "Jean Sibelius" di Ferruccio Tammaro,
ed. ERI, 1984.
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