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Gli universi di Moras
romanzo vincitore della prima edizione del Premio Urania
"Urania" n. 1120
del 9 febbraio 1990,
Mondadori
da Vola l'Ufo tricolore, articolo-recensione
di Roberto Marabini,
"Il Resto del Carlino" dell'8/02/1990.
Gli universi di Moras sono ambientati
a Bari, città in cui vive Catani, e il tema è
uno dei più classici e sfruttati: gli universi
paralleli.
A "Urania" comunque sembra di capire che se
questo libro venderà meno del solito (la media
è sulle trentamila copie [Nota di "Intercom":
a noi risulta che la media fosse inferiore; solo i libri
di Asimov toccavano punte di 25-30 mila; il libro di
Catani vendette ventunomila e cinquecento copie compresi
i millecinquecento abbonati, superando quindi altri
volumi della collana in quel periodo]) la prossima edizione
del concorso riservato agli italiani rischia di saltare,
e per sempre. "Catani è l'ariete della nostra
fantascienza - ammette Marzio Tosello, Caporedattore
- e se fallisce, noi dovremo analizzare il fenomeno.
Ma già i francesi vendono meno degli anglosassoni".
Lo stesso Catani, paradossalmente, è scettico:
"Se comprerei un libro di fantascienza scritto
da un italiano? Temo di no: i contro sono più
dei pro. Certo, sarei incuriosito ma anche terribilmente
prevenuto e, eventualmente, lo leggerei in maniera molto
critica. Dagli americani si accettano porcherie (come
per esempio le ultime opere di Asimov, per me illeggibili)
ma dagli italiani no." [Nota di "Intercom":
il discorso di Catani non è ben riportato, infatti
ciò che si legge può apparire un controsenso].
Purtroppo anche Catani ("uno scrittore della domenica",
come si autodefinisce) cade nel solito errore dei nostri
autori: una trama relativamente semplice (la disillusione
di un viaggiatore per professione negli universi paralleli
e una conseguente, misteriosa malattia incurabile) è
complicata e resa di difficile lettura dal morbo che
sembra contagiare tutti gli italiani che scrivono opere
più lunghe di un racconto: appunto l'introspezione,
che soffoca l'azione. Così, sotto un diluvio
di citazioni di Freud, Leibnitz, Hegel, Borges (a un
certo punto compare anche il fantasma di Nietzsche),
il
lettore si perde e fatica a seguire i passaggi.
Il tema degli universi paralleli è stato trattato
in tutti i risvolti concepibili da grandi maestri della
science fiction mondiale come Heinlein, van Vogt, Dick,
e il risultato è stato quasi sempre ottimo. La
stessa analisi psicologica non manca nelle pagine di
capolavori come Dune e The mote in God's eye,
dove però il difficile equilibrio tra caratterizzazione
dei personaggi e pathos viene mantenuto costantemente,
e il lettore resta coinvolto della prima all'ultima
pagina. Nel romanzo di Catani vi sono invece cadute
di tensione e parti inutili. L'impressione è
quella di un racconto allungato e neppure l'apocalittico
finale in cui il protagonista compie una sorta di suicidio
cosmico distruggendo anche migliaia di mondi paralleli
riesce ad appassionare.
Il tentativo italiano finirà dunque in un disastro?
A "Urania" sperano di no. "Possiamo fare
altre prove, ma non possiamo permettereci un insuccesso
clamoroso: altrimenti la produzione italiana diventa
zona nuclearizzata e sospendiamo tutto". Lo stesso
Catani ammette i rischi: "Se fallisco, la fantascienza
italiana verrà identificata con me e non riuscira
a decollare".
Da domani la risposta sarà nelle mani dei lettori.
La stessa copertina de Gli universi di Moras
sembra simboleggiare il finale ricco di incognite e
pericoli del lungo viaggio senza bussola della fantascienza
italiana: due persone, mano nella mano, varcano una
porta che, apparentemente, porta nel Nulla.
Gli universi di Moras: recensione
di Gianfranco de Turris,
in "Fantascienza italiana Doc"
("L'Eternauta" n. 83 del marzo 1990, ed. Comic
Art)
Ne Gli universi di Moras c'è
il "ventaglio", cioè un fascio di universi
paralleli, di diseguaglianze varie rispetto al nostro,
che è possibile esplorare con la tecnologia dell'organizzazione
Unipar, ma l'avventura tecnologica è qui vista
tutta in chiave psicanalitica, a volte freudiana a volte
junghiana: il "ventaglio" viene esplicitamente
definito come "potenziale serbatoio dell'inconscio"
e quindi "una ciclopica allegoria tangibile dell'uomo",
sicché dopo averlo inizialmente esplorato con
curiosità ed interesse per cinquemila ore, il
protagonista dopo ogni viaggio prova uno "straniamento"
e si sente uno "straniero" nella propria realtà.
Poco alla volta ne capisce il motivo: egli, homo
supertechnologicus non può restare estraneo
a ciò che vede, e ciò che vede è
il perpetuarsi, se non l'accentuarsi, della condizione
umana in tutti gli universi paralleli, con il suo carico
di ingiustizie, obbrobri, miserie, moltiplicati all'infinito:
"Ho dentro di me tutti gli orrori di tutti gli
universi, la condizione umana moltiplicata per enne",
afferma Moras. "Sono uno spettatore-catalogatore-voyeur,
reduce da anni da questa tortura: ed è come essere
un reduce di guerra, un'immane guerra perpetua con tutte
le dannate conseguenze psicologiche, lo sconvolgimento
e la rabbia impotente..." In questa condizione
esistenziale in cui si addossa non solo tutti i mali
del mondo ma addirittura di tutti i mondi possibili,
Moras non potendo modificare le innumerevoli situazioni
d'ingiustizia sociale che ha osservato decide coscientemente
di distruggerle, innescando una reazione a catena che
pian piano annienterà tutti gli universi, quello
della Terra-Base compreso. È una conclusione
nichilisticamente folle cui lo conduce l'ultima delle
undici tesi su Feuerbach scritte due secoli prima da
un pensatore "praticamente dimenticato", Karl
Marx: "Fino ad ora i filosofi si sono limitati
a interpretare il mondo, adesso si tratta di cambiarlo".
Conscio che non esiste il "migliore dei mondi possibili"
e che esso, come afferma Leibniz, conferma Voltaire
e ripropone oggi Popper, consiste nella nostra realtà,
nella nostra società, e anche che la nostra realtà
e società con le sue ingiustizie e i suoi dolori
si perpetua negli altri universi come un frattale di
Mandelbrot; conscio di non poter assolvere al proprio
"imperativo etico" che gli imporrebbe di rimuovere
tutte quelle situazioni; gravato da "iperboliche
nevrosi", Moras decide: "Fino ad ora le masse
si sono limitate a tentare di cambiare il mondo, ora
si tratta di distruggerlo".
È l'insanabile dicotomia fra teoria e prassi
marxista che porta alla follia rivoluzionaria e genocida
nel tentativo di adeguare la realtà alla impostazione
filosofica originaria. Mai, nella fantascienza, era
stata scritta una condanna più netta della lucida
nevrosi sovversiva del marxismo, pur presentata come
necessità ineludibile di catarsi universale,
di assolvimento di un "imperativo etico",
di un desiderio di purezza che porta ad una specie di
palingenesi cosmica sull'annichilamento. Non per nulla
Mircea Eliade ha posto su due piani paralleli marxismo
e cristianesimo.
Gli universi di Moras:
da Verso altre Terre partendo da Bari futura,
recensione (estratto) di Lorenzo Iacobellis
"La Gazzetta del Mezzogiorno", 1° marzo
1990.
[...] Così, piazzatosi al suo
terminale, servendosi di un "universo vampiro",
pur di non morire, Moras fa piazza pulita della Realtà.
E mentre Bari e la Terra, tra aurore boreali viola fosforescenti,
immani terremoti e incendi di un fosco color granata,
precipitano in uno scenario apocalittico che prelude
alla fine, il nostro eroe se la squaglia in Africa e
di lì, con un finale a sorpresa, verso la salvezza.
Davvero un bel tipo, questo Moras! Per tutto il romanzo
non fa altro che rimpiangere l'inesistenza del "migliore
dei mondi possibili" e angosciarsi per le infinite
sofferenze umane. Ma poi, quando si tratta della sua
pelle, non esita a sacrificare alcune decine di migliaia
di universi paralleli, con tutto il loro già
inflelice carico umano!
Complesso, cupo, claustrofobico, il romanzo di Catani
si fa leggere tutto d' un fiato. Un lavoro che regge
bene il confronto con le opere d'autore straniero, di
solito anglo-americane, che "Urania" pubblica
abitualmente. Con questa iniziativa Mondadori promette
di valorizzare la fantascienza nazionale. La sua prestigiosa
collana pubblicherà un romanzo italiano all'anno.
Anche di più, se sarà positiva la risposta
di lettori pronti ad arricciare il naso dinanzi a prodotti
made in Italy.
La fantascienza italiana reggerà il confronto
con quella straniera? Vittorio Catani, questo esploratore
di universi che nella vita d'ogni giorno si aggira rigorosamente
camuffato da direttore di banca, è fiducioso.
È essenziale, dice, "scrivere fantascienza
partendo dalle nostre costanti culturali, esprimere
al meglio ciò che sentiamo noi cittadini di Roma
o Bari o Cantù, senza pretendere di metterci
nei panni di Jack a New York o a Cape Kennedy".
Lui ci è riuscito. Ha dimostrato che anche partendo
da Bari, e con un protagonista che si chiama Antonio,
è possibile viaggiare negli infiniti universi
narrativi di una fantascienza più matura, quella
che parla non di mostri ed astronavi, ma che privilegia
l'uomo "nei suoi aspetti psicologici, sociali,
etici e filosofici" e "che esprima all'occorrenza
anche una punta di trasgressione".
Gli universi di Moras:
dall'articolo di Mirko Tavosanis Su due romanzi meritevoli
di attenzione
"Intercom" n. 111/112, 1980
Tavosanis tratta prima il romanzo di Lino Aldani La
croce di ghiaccio, poi esamina il volume di Catani
[...] Per Gli universi di Moras
di Vittorio Catani (romanzo dapprima annunciato come
Gli universi di Antonio Moras) c'era, credo,
una certa attesa; sicuramente c'è stata poi un'abbondanza
di commenti e recensioni, tutte, se non sbaglio, altamente
positive [Nota di "Intercom": anche qualcuna
non positiva, come si può vedere, e d'accordo
con Catani vogliamo darne testimonianza]. Come mai questa
piccola valanga di accoglienze favorevoli? Innanzitutto
perché si trattava della prima opera lunga di
autore italiano pubblicata su Urania da trent'anni (o
più) a questa parte; e poi perché si trattava
anche del primo vero e proprio romanzo di Vittorio Catani,
autore che aveva già prodotto eccellenti opere
di media e breve lunghezza. Legittime quindi le speranze
del pubblico fremente, massa di fantascientifici cuori
pulsanti - ma, ahinoi, il risultato pare inferiore alle
aspettative le più modeste (e difatti, anche
se sottovoce, si alza di già qualche mugugno
sotterraneo, appena percepibile oltre la cortina dei
plausi d'obbligo).
Stringendo stringendo, la qualità dei lavoro
pare infatti non eccelsa: singoli spunti interessanti
vengono lasciati allo stato d'accenno, mentre il tronco
portante della trama, la lotta tra Antonio Moras di
Bari ed il resto del multiverso (il "ventaglio",
cioè "la gamma degli infiniti universi teoricamente
possibili", pag. 7), nonostante tutto si manifesta
come un'impalcatura piuttosto fragile, tendente a collassare
sotto il proprio stesso peso. Il crollo giunge infine,
come d'obbligo, nelle pagine e nei capitoli finali,
dato che la maggior parte degli autori italiani non
sembra capace di concludere un romanzo senza infilarci
almeno qualche cataclisma planetario con descrizione
dettagliata della follia che prende le vittime sventurate
(l'appassionato ricorderà forse, con motivato
terrore, La donna immortale di Gustavo Gasparini,
volume uscito nel 1974 presso Dall'Oglio, nel n. 10
della collana "Andromeda"). Il "cannone
ontologico", poi!... Ed è la classica goccia
che fa traboccare il vaso.
Intendiamoci: non che il romanzo sia secondo me peggio
di buona parte di quanto viene pubblicato su "Urania"
(Cook, John Maddox Roberts... ), ma sinceramente, date
le premesse ci si poteva aspettare qualcosa di ben migliore,
e non so se questi tentativi siano più utili
che nocivi alla causa dell'Autore italiano, causa che
a mio modestissimo parere sarebbe meglio patrocinata
da chi pubblicasse antologie di racconti di vari autori,
o addirittura - oso? sì, oso dirlo: una rivista
di fantascienza! Proprio qualcosa del genere, del
resto, viene sostenuto da anni da Catani stesso e da
molti altri, mentre in questo senso si sono mosse ormai
da molto alcune delle iniziative Solfanelli e Perseo,
anche se con più di un'ombra nella scelta del
materiale da pubblicare. Stupisce quindi il fatto che
lo stesso Catani, ottimo autore sulla misura dei racconti,
sia caduto in questa trappola, offrendo un'opera che
non contribuisce molto a incrementare l'opinione sulle
sue qualità letterarie, e che invece evidenzia
come il modo di scrivere già incontrato nei racconti
(e che non sempre ha dato risultati esemplari - benché
per me, ad esempio, Il pianeta dell'entropia
sia ben riuscito anche da questo punto di vista), questo
modo di scrivere, dicevo, mostri la corda se applicato
a testi di ampio respiro.
Del resto, le prime pagine del lavoro restano valide,
e sono probabilmente la parte più significativa
dell'opera.
Ad ogni modo, uscendo dal giudizio puramente estetico
e di valore, l'appassionato può ritrovare ne
Gli universi di Moras un certo numero di caratteristiche
interessanti che permettono di precisare meglio i parametri
del mondo letterario e filosofico di Vittorio Catani.
Spiccano infatti nel romanzo quelle che alcuni lettori
riconosceranno forse come costanti tematiche tipiche,
prima fra tutte il contrasto tra il singolo e la realtà
circostante, qui oggettivato dalla presenza del "necro",
la malattia mortale che affligge il protagonista, ma
che alla fine risulta solo un sintomo di un più
diffuso disagio cosmologico e sociale: l'impossibilità,
in altre parole, di ottenere felicità e benessere
in questo come in qualunque altro universo retto dalle
stesse leggi naturali. Non ci si stupisce quindi al
ritrovare nel romanzo le medesime scene di violenza
e di massacro già presenti in opere precedenti,
sempre con la simile funzione di "indicatori dell'atrocità
dei reale":
(Gli universi di Moras, p. 44-45): "A pochi
metri dal limitare della banchina, i gruppi si avvidero
che le tre galee avevano già preso a muovere.
Nell'urlo delle sirene la folla si sciolse percorrendo
disordinatamente il molo, come un nido di formiche impazzite.
Vidi una madre, alla quale la folla fece rotolare per
terra il figlioletto stretto tra le braccia, continuare
a correre senza accorgersi del bimbo ormai schiacciato
dal calpestio della fiumana. Vidi uno storpio in una
rozza carrozzella di legno alzarsi faticosamente come
per miracolo e sforzarsi di correre zoppicando, spintonando
rabbiosamente la folla, scaraventando la misera carrozzella
contro chi lo ostacolava. Più lontano qualcosa
scintillava sulle teste in movimento e capii che erano
scimitarre. Alcuni raggiunsero fortunosamento il mare
e si tuffarono verso le navi, rimanendo stolidamente
pencolanti dal cordame; altri (donne, vecchi, deboli,
chiunque fosse rimasto nelle ultime file) vennero spinti
da quelli che sopraggiungevano, e precipitarono in mare.
I corpi furono travolti dal risucchio delle eliche sotto
gli sguardi impotenti, incuranti, irosi; furono maciullati
nel rombo che soffocava le grida e nella schiuma rossa."
(Il pianeta dell'entropia, "Robot" n. 22,
1978, p. 88-89): "Si guarda in giro, chiama a sé
Liana, raduna intorno gli altri. Le forze dell'ordine
pare stringano improvvisamente da tutti i lati ed ecco
che si sente il crepitare di armi, la gente si accascia
e Marco intuisce che stanno adoperando pallottole narcotiche,
allora fa per defilare dalla sua posizione ma Liana
si stacca con uno strattone da lui. LIANA! E' pazza,
pazza. Ha alcune bombe weber in mano, sta piangendo
e singhiozzando, ne lancia una dritta contro i piedipiatti,
c'è tra loro uno sbuffo di fumo nero e grasso
compresso tra i corpi mentre alcuni cadono. Marco la
vuole acchiappare ma i dimostranti premono contro, l'allontanano
da lei, Liana fa per lanciarne un'altra, forse inciampa,
la weber le scoppia proprio sul volto - dio lo vede,
lo vede - tutto il corpo di Liana si dilania
in un fiore di fuoco: DONNA È AUTOGESTIONE. Crepitare
delle armi, pianti, parossismo, boato d'inferno, un
palazzo si squarcia, l'orgia di luci cresce nell'atmosfera
come un fungo, l'asfalto traballa e si innalza verso
di lui ma Marco è colpito e si addormenta prima
ancora di crollare al suolo".
(Attentato all'utopia [prima versione de I
guastatori dell'Eden], Nova Speciale n.1, ed. Libra,
1976, pag. 44]: "Musoinfangato giace tra le pietre,
il cranio spappolato, in una pozza di sangue; i suoi
piccoli sono stati letteralmente fatti a pezzi e i resti
sono sparpagliati per tutto quel lato dello spiazzo.
Altri sono stesi per terra o addossati alle piante e
gemono forte o debolmente; Acchiappatrice-di-Farfalle,
dove sei?"
In tutti questi casi lo schema, il conflitto di base,
è identico: da un lato la società variamente
oppressiva (sia essa la dittatura delle monadi urbane
di Attentato all'utopia o lo stato italocomunista
de Il pianeta dell'entropia), dall'altro il superamento
di questa situazione attraverso un parziale abbandono
e superamento della natura umana o, indirettamente,
nella visione di un mondo in cui il conflitto d'ogni
genere non possa realizzarsi. Gli universi di Moras,
sul piano dei contenuti, non sfugge a questa ristretta
griglia di costanti: da un lato la pressione sull'individuo
(pressione più o meno leggera, a seconda del
particolare universo), dall'altro la speranza di una
fuga, di un'alternativa - sia essa o no politicizzata
-, qualcosa che abolisca lo stato di cose presente.
Non sorprende quindi che il jeu de massacre di
Antonio Moras non venga portato fino in fondo (l'ambiguissimo
finale del romanzo lascia molti dubbi in proposito),
e nemmeno sorprende l'immissione, bencé forse
falsificata, di una registrazione del paradisiaco universo
di Hayret, di cui viene detto, sì, che esso "semplicemente
non può esistere", ma con un'immediata
precisazione/limitazione: "non nel ventaglio, a
ogni modo" (pag. 90).
Per stabilire se si tratta dunque di un'evoluzione pessimistica
dei pensiero di Catani, o semplicemente della conferma
di una costante tematica, occorrerà aspettare
la prossima opera significativa dell'autore barese.
E, soprattutto, il lettore nota come, contrariamente
al giudizio comune che vorrebbe gli autori italiani
signorilmente sdegnosi di ogni fantascienza che, ohibò,
abbia contenuti "scientifici" invece di trattare
"dell'uomo", Catani presenti un fuoco continuo
di idee tecnico-scientifiche o anche sociologiche, alcune
delle quali ridotte al ruolo di semplici gadget, altre
sviluppate in modo più degno. Dal concetto stesso
d'avvio (la possibilità di esplorare un numero
praticamente infinito di universi paralleli, tanto da
poter esporre quella che è anche, come dice il
protagonista a pag. 3, "una storia sull'infinito")
in poi, il libro è quasi un tripudio di idee
a cavallo tra il tecnico, lo scientifico e il filosofico:
moduli creativi (in sostanza realtà virtuali
modificabili in diretta, col pensiero), intelligenze
artificiali, tecnologia medica avanzata, squarci del
panorama di una Puglia (alternativa) sotto glaciazione...
il tutto trattato sempre con intelligenza e competenza.
Per dirla in altri termini, cioè, Catani sa -
a differenza di tantissimi suoi colleghi, non solo italiani
- di che cosa sta parlando. Manca però, a mio
giudizio, il collegamento tra gli elementi, la creazione
di uno sfondo comune che renda ragione delle singole
parti, le quali, così lasciate, sembrano più
che altro detriti eterogenei trasportati da un fiume
in piena e accatastati alla bell'e meglio (doppia metafora
sovrapposta, ole!). Un confronto col romanzo di Aldani
è forse illuminante: laddove La croce di ghiaccio,
testo in cui pure il tempo del racconto è estremamente
disgregato, riesce a dare una certa impressione di continuità,
lo scritto di Catani sembra molto più frammentario,
incapace di creare un retroterra plausibile all'azione
- come si vede molto bene nella parte finale, in cui
Moras viene rapito da ologrammi, inserito in un gioco
suicida, liberato da un terremoto... etc. E non si tratta
tanto di implausibilità nelle peripezie, quanto
di implausibilità nello sfondo, che, mentre in
una storia di universi paralleli dovrebbe essere il
più concreto possibile (si veda ad esempio tutta
l'opera di Keith Roberts e in particolare Pavana,
o anche buona parte degli scritti ucronici di Piero
Prosperi), qui risulta piuttosto vago e sconnesso. Attendiamo
quindi Catani a ben altro impegno, nella speranza che
gli sbocchi editoriali che pare stiano finalmente aprendosi
in modo stabile per gli autori di casa nostra permettano
anche in futuro di rinnovare l'appuntamento.
Gli universi di Moras:
da Il pessimismo del futuro ne "Gli universi di
Moras"
recensione di Fabio Calabrese
"La Vallisa. Quadrimestrale di letteratura ed altro",
Bari; n. 26, agosto 1990.
Ciò che mi ha sempre colpito nella
narrativa di Vittorio Catani, è che quest'autore
è uno dei pochi completi della fantascienza:
uno scrittore che usa il dato scientifico con competenza
e serietà come punto di partenza per analisi
prevalentemente sociologiche, che giungono infine alla
dimensione interiore, al livello di uno scandaglio nella
propria (e altrui) contraddittoria, sofferente, profondamente
sentita umanità.
Questa qualità, che è facilmente riscontrabile
nei racconti e nei romanzi brevi di Catani, si ritrova
in pieno nella sua più recente fatica, Gli
universi di Moras, affatto diluita ma in qualche
modo addirittura potenziata dalla dimensione del romanzo
lungo, meritatamente vincitore del primo Premio Urania;
e va detto che la data del fascicolo - 9.02.1990 - può
essere considerata una data storica per la fantascienza
italiana: è infatti la prima volta dopo più
di trent'anni che la prestigiosa e diffusa rivista mondadoriana
pubblica un romanzo italiano in posizione di pari e
piena dignità con la produzione anglosassone.
Infatti Vittorio è riuscito in questo romanzo
a impiegare un'idea fra le più sfruttate della
fantascienza avventurosa, quella degli universi paralleli,
piegandola a un nuovo tipo di analisi psicologica che
deriva dal confronto con i "se stessi" di
altri universi, e consente di amplificare come in un
immenso gioco di specchi la rappresentazione delle proprie
aspirazioni, delle proprie pulsioni, i propri incubi,
le paure; poiché Vittorio è ben consapevole
del fatto che una narrazione che abbia qualità
letteraria, per quanto lontana dal reale possa apparire,
è prima di tutto una storia di sentimenti umani,
e che la fantascienza (almeno quella che non si risolve
in un puro gioco avventuroso-escapistico) ci parla del
futuro per indurci a guardare meglio dentro noi stessi.
Scrittore completo, Vittorio Catani è anche uno
scrittore complesso, il cui mondo interiore,
ampiamente articolato, possiede una sostanziale omogeneità
di fondo che non rende certo facile ridurlo ai suoi
elementi costitutivi. Se proprio volessimo confrontarlo
a qualche autore anglosassone, mi sembra che quello
cui può essere in qualche modo avvicinato sia
Philip K. Dick. Una complessità, va detto, che
è essenzialmente tematica e non stilistica; lo
stile anzi, mai trasandato ma sempre sobrio, cerca di
non opporre ostacoli artificiosi alla comprensione da
parte del lettore. Tuttavia, questa complessità
e "compattezza" tematica rende difficile sunteggiare
la trama del romanzo senza tradirne lo spirito.
Ne diremo a grandi linee. Antonio Gerio Moras è
un "viaggiatore" professionale dell'Unipar,
un ente governativo italiano che ha il compito di esplorare
e scandagliare gli universi paralleli. Moras si ammala
di una "malattia professionale" dei viaggiatori,
la prima malattia "esterna all'uomo" perché
esprime il "rigetto" dell'universo nei confronti
del viaggiatore, e che ha il sinistro nome di necro
(come è facile intuire, sicuramente mortale).
Se l'esito del necro è scontatamente tragico
per l'individuo, allora la sua inaspettata remissione,
che rappresenta all'inverso il rigetto dell'universo
da parte dell'individuo stesso, potrà aprire
la porta a conseguenze apocalittiche.
Tutto ciò (è chiaro che un simile sunto
rende solo un'idea estremamente vaga del romanzo) può
sembrare un'estrapolazione ardita, ma pur sempre un'illazione
tesa ad esasperare i termini del dualismo Io-mondo:
per correggere questa impressione basta esaminare più
nei dettagli le innovazioni tecnologiche che Catani
prevede per il XXI secolo e le loro implicazioni sociali,
umane, psicologiche: dai "moduli creativi",
che consentono di rivivere virtualmente esperienze trascorse
(o altrui) con una certa possibilità di rielaborazione,
alle "clon-el" (clonazioni elettroniche) che
consentono di conservare, o ricostruire, grandi personalità
del passato (per cui è possibile dialogare con
Platone, Dante, Einstein, Buddha, Nietzsche, Hitler),
ai locali della MORTE (Meccanismi Olografici di Rimozione
Traumatica dell'Es) dove si può andare incontro
al suicidio più spettacolare, piacevole o traumatico
a seconda dei gusti, fino agli sport acrobatici e pazzamente
spericolati con le àlide, automobili volanti
in uso. Catani ha colto molto bene ed estrapolato di
conseguenza una tendenza di fondo della nostra civiltà
mediatica, in cui la rappresentazione del fatto tende
sempre di più a sostituirsi al fatto stesso,
una società spettacolo onirica in cui diventa
sempre più ambiguo il limite tra realtà
e finzione, oniricamente percorsa dalla pulsione eros-thanatos,
dove la sessualità sfocia sempre più ambiguamente
nell'istinto di morte. Il libro ci parla anche dei rapporti
di Vittorio con la sessualità e con l'elemento
femminile: un particolare degno di nota che tranne il
protagonista, e Boghaz, suo alter ego di un'improbabile
Bari turchizzata (è probabilmente un'autocitazione
intenzionale, ma l'appartamento di Boghaz nella sua
Bari turca si trova in via "Kendy", così
come Vittorio abita attualmente in via Kennedy; e in
turco "kendy" significa anche "se stesso").
Non vi sono altri personaggi maschili che non siano
meramente di contorno, al contrario dei personaggi femminili
del libro, descritti con mano felice, ed emblematici
- come dicevamo - del rapporto di Catani con la sessualità,
e con l'altro sesso, rapporto non privo di problematicità:
da Belle (la partner di Moras) che, assieme ai suoi
alter ego Belle-noir e Kaunis, rappresenta le varie
sfumature dell'Eros, a Desirée, figura semimaterna
con cui il protagonista ha un rapporto vagamente edipico
dagli esiti disastrosi, a Tilly, la bambina ammalata
di leucemia, personaggio straziante e indimenticabìle,
ad Amanda, madre di Tilly, e infine Jenny.
Jenny è il robot domestico del protagonista che
si evolve nel corso della narrazione, mostrando tratti
via via più umani e più femminili (Moras
dichiara di aver scelto il nome Jenny per la sua assonanza
con "genio" senza accorgersi che si trattava
di un nome di donna, salvo poi scoprire che il cervello
è un organo "femminile"), fino a diventare
una sorta di fìgura materna, Mammajenny, il cui
aiuto diventa via via essenziale.
La filosofia di fondo del romanzo, nonostante un apparente
lieto fine, è profondamente pessimistica. "Una
ridda di universi affollava il maxischermo, rettangolini
di pochi millimetri quadrati. Immagini a migliaia convergenti
in lunghe file orizzontali ( ... ) Esclamai: "La
condizione umana! Vedi? È tutta lì, matematicamente
parlando, assomiglia a un frattale di Mandelbrot. Ingrandendo
quelle immagini puntiformi non troverai che nuovi dettagli
di sofferenza"."
In altra sede, anni fa, mi era capitato di rilevare
il pessimismo di Vittorio Catani a proposito del suo
Davanti al Palazzo di Vetro, uno dei racconti
più belli, amari e sofferti di tutta la fantascienza
italiana, e di osservare come esso non somigli per nulla
a quello narcististico, di maniera e spesso venato di
autocompiacimento, di tanti letterati di mestiere, ma
è il pessimismo di coloro che non voltano le
spalle alla realtà in cerca di consolazioni fittizie,
certi che solo da esso possa nascere la speranza. E
tanto mi sembra opportuno ripetere ora, nella convinzione
che Vittorio Catani è una delle voci più
valide della fantascienza italiana.
Alieni d'Italia, intervista
di Roberto Genovesi a Vittorio Catani, in occasione
della vincita del Premio Urania (su "L'Espresso"
n. 5-6 dell'11.02.90, pag. 125)
ALIENI D'ITALIA
di Roberto Genovesi
Finalmente gli autori italiani vedono riconosciuto
il loro lavoro. Vittorio Catani, vincitore del Premio
Urania, in questa intervista lancia un atto d'accusa.
Nota da anni a un vastissimo pubblico di lettori, "Urania"
è una delle più importanti riviste di
fantascienza in Europa. Una delle sue caratteristiche
è sempre stata quella di non pubblicare autori
italiani, ma solo autori stranieri, in gran parte inglesi
o americani. Ora però qualcosa è cambiato.
L'implicito interdetto pare essere caduto. Così,
sembra di capire, anche gli italiani sono oggi considerati
in grado di scrivere romanzi e racconti di fantascienza.
Di qualità. Ma andiamo con ordine, e vediamo
che cosa ha spinto la celebre rivista a scoprire le
"fantapenne" di casa nostra.
Durante la scorsa stagione, la Mondadori aveva deciso
di bandire un concorso per scrittori italiani di fantascienza:
il Premio Urania, appunto. Il cui vincitore avrebbe
pubblicato il suo romanzo proprio sulle pagine di "Urania".
La risposta dei lettori non si era fatta attendere:
54 romanzi italiani inediti erano giunti nella sede
Mondadori in poche settimane. E subito, un comitato
di lettori editoriali si era messo al lavoro, scegliendo
otto opere finaliste. Poi una giuria composta da Lino
Aldani (il più famoso scrittore italiano di fantascienza),
Giuseppe Lippi (curatore di "Urania" e responsabile
dei filone "Fantastico" degli Oscar Mondadori),
Gianni Montanari (ex curatore di "Urania"),
Marzio Tosello (Caporedattore della rivista) e altri
addetti ai lavori, ha proclamato vincitore della prima
edizione del concorso il romanzo di Vittorio Catani
Gli universi di Moras, che verrà pubblicato
sul numero 1120 di "Urania" (in uscita in
questi giorni).
Ma chi è il vincitore del premio? Certo, il suo
nome non dice molto al grande pubblico. Pure, da oltre
vent'anni Vittorio Catani (cinquantenne, bancario di
Bari, sposato, con due figli) è un personaggio
assai conosciuto fra gli esperti del settore. Soprattutto
per la sua instancabile attività in campo amatoriale.
E ora che il suo libro sta per uscire, siamo andati
a incontrarlo.
Parliamo di questo suo romanzo, Gli
universi di Moras: racconti come è nato, da quale
idea è partito.
"Il libro è nato dalla rielaborazione
di un romanzo breve che avevo nel cassetto da oltre
dieci anni. Lo avevo fatto leggere ad alcuni amici ed
era piaciuto a molti. E' proprio grazie al loro incitamento
che avevo deciso di rimetterci le mani. Io lo avevo
intitolato Gli universi di Antonio Moras, ma
poi l'editore ha deciso di togliere il nome di battesimo
del mio eroe. L'ho ambientato a Bari in un lontano futuro.
Immagino un mondo dove, grazie a un ente statale che
ho chiamato Uni.Par., sia possibile saltare da un universo
a un altro con la facilità di una scampagnata
di fine settimana. Il protagonista, Antonio Moras, è
un eroe negativo che approfitta di questo sistema per
combinarne di tutti i colori. E' un po' un romanzo che
vuole denunciare la piccolezza dell'uomo".
Nell'editoria di casa nostra, circola
spesso un luogo comune secondo il quale un brutto romanzo
di fantascienza americana vende comunque di più
d'un bel romanzo di fantascienza italiana. Lei cosa
ne pensa?
"Penso che, purtroppo, è
vero. Ma questo grazie a un colossale equivoco".
Quale?
"La fantascienza italiana non è
quella pubblicata fino ad ora. La migliore fantascienza
di casa nostra non scimmiotta quella statunitense. Fino
ad oggi abbiamo sempre letto autori che copiavano gli
americani e spesso lo facevano anche male. Ma esiste
tanta altra fantascienza italiana non letta dagli editori
e quindi non pubblicata. I mass media ci hanno convinto
che esiste solo "Sf" (science fiction)
made in Usa, e ciò non è vero.
Eppure il nostro mercato è fiorente. Possibilità
per i nostri autori ce ne sarebbero, ma c'è come
un muro".
Che consiglio darebbe a un giovane:
continuare a scrivere in vista della pubblicazione,
o desistere?
"Credo che gli direi di non crederci,
ai risultati. E di prepararsi a ricevere brutte sorprese".
Come nasce il suo amore per la fantascienza?
"Incominciai a leggere fumetti di
fantascienza sui primi "Topolino", poi passai
a "Urania" sulla quale praticamente mi sono
formato. I miei autori preferiti sono Silverberg, Dick,
Ballard, van Vogt, ma credo di essere stato influenzato
soprattutto da Kafka e Borges".
Scusi, ma gli scrittori di fantascienza
che ha citato, forse non casualmente, sono tutti anglosassoni...
"Già. Amo la fantascienza
"ortodossa". Mentre odio la fantascienza "hard",
quella cioè che gli americani producevano tra
gli anni Quaranta e i Cinquanta. Infine, la fantasy
mi piace, ma non troppo".
A Bari, lei ha realizzato molte iniziative
per promuovere la lettura di fantascienza...
"Sì, soprattutto ho pubblicato
qualche fanzine. Come, per esempio, "THX
1138". E un nostro sogno sarebbe quello di poter
dar vita a un teatro che metta in scena solo testi di
fantascienza".
Il testo che segue è stato
redatto da Catani espressamente per i lettori di "Intercom"
e contiene alcune precisazioni circa l'intervista su
"L'Espresso" sopra trascritta.
Ovviamente io sono tuttora grato a Roberto
Genovesi per un'intervista che, nonostante tutto, ha
avuto una ricaduta positiva notevolissima e tangibile.
Tuttavia dissentii energicamente a suo tempo, e tuttora
dissento, su le frasi e i concetti che questo "pezzo"
giornalistico mi attribuisce.
Con Roberto Genovesi avevo avuto invece una piacevolissima
intervista-chiacchierata di circa un'ora - lui da Roma,
io nel mio ufficio di Bari - nel corso della quale furono
dette moltissime cose: la maggior parte di queste -
per me alcune tra le più importanti - purtroppo
non furono riportate su L'Espresso; ma ciò
che mi infastidì e preoccupò furono lo
stravolgimento e la banalizzazione delle mie idee. Chiunque
mi conosce, sa bene che mai affermerei: "la sf
italiana non è quella pubblicata fino ad ora",
o "abbiamo sempre letto autori che copiavano gli
americani e lo facevano anche male"; come pure
"odio la fantascienza hard" (tra i miei preferiti
ci sono Clarke, Egan...), nonché altre palesi
rozzezze. Genovesi, da me successivamente interpellato,
mi assicurò che aveva montato e inoltrato un'intervista
fedele (non ho alcun motivo per dubitare). Ci sarà
stato il solito caporedattore pronto a tagliare con
l'accetta il materiale e a "migliorarlo",
per ottenere un taglio aggressivo o giornalisticamente
più adeguato...
Anche se in ritardo, me ne scuso con coloro che ho involontariamente
offeso, autori ed editori.
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