Conclusione


I capitoli precedenti hanno tentato di mostrare la natura deterministica di gran parte della SF distopica. Il tentativo è stato fatto per riconoscere temi particolari e per dimostrare che tali temi, pur sorgendo da prospettive culturali da lungo stabilite, non sono più adeguate. Più che mai gli interessi delle politiche postmoderne rinviano alla construttibilità non soltanto delle istituzioni culturali, ma anche dei corpi fisici, dei paradigmi scientifici e del nostro senso dell'auto-valore. Patricia Warrick spiega la SF distopica in termini di teoria di sistemi. Propone che la SF, come letteratura di idee, sia da considerarsi in termini di pensiero scientifico moderno, piuttosto che della scienza che non è più attuale.

In parte la SF è sensibile a rinnovare questi modi di pensiero. Accetta la sfida che l'umanità e la sua tecnologia non sono discontinue, non più di quanto la terra sia discontinua dal cielo (dimostrato falso da Copernico), gli umani siano discontinui dagli animali (Darwin) o la mente razionale cosciente sia discontinua dal subconscio irrazionale (Freud) (1). Vista così, la simbiosi tra umanità e tecnologia fa parte di una tradizione, parte di un continuum vecchio quanto l'umanità stessa. Non si pretende che il legame tra l'umanità e la tecnologia sia in qualche modo meno problematico dell'evoluzione e o della psicologia freudiana, ma di sicuro è la miglior teoria che si possa attualmente avere.

La frizione che si riconosce tra umanità e tecnologia va risolta più presto che si può. McKenzie Wark, lettore alla Macquarie University, dice che:

Racconti Tech Noir sono popolari perchè offrono soluzioni immaginarie alla tecnofobia... offrono soluzioni ai problemi irrisolti del mondo del lavoro... piuttosto che avere la tecnologia e suoi prodotti che ci aiutano a vivere, sembra che viviamo per servire la tecnologia e i suoi prodotti. [...] film Tecno Noir ci aiutano ad immaginare le dimensioni del problema. Ci aiutano a definire gli aspetti e ci rassicurano sul fatto che abbiamo ragione ad essere preoccupati. (2)

L'affermazione di Wark illumina uno dei problemi con la maggior parte della SF distopica: rassicura la gente col fatto che 'ha ragione ad essere preoccupata'. E' anche troppo facile passare dal 'preoccupato' ad un rifiuto completamente conservatore dei prodotti tecnologici. Una grossa parte della tecnofobia è scaturita dalle bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki. L'essenza della sf 'distopica' è questa: dice, pessimisticamente, che i problemi con la tecnologia porteranno inevitabilmente alla distruzione definitiva dell'umanità. Ma, come dismostrato, questo richiede una prospettiva deterministica della natura, umana e no. Idelamente la SF dovrebbe incoraggiare la gente ad essere interessata ai problemi della tecnologia. Senza dubbio dovrebbe aiutarci ad 'immaginare le dimensioni del problema' e 'definire i rimedi'. Ma dovrebbe farlo in modo tale da suggerire che sia possibile una soluzione umanamente accettabile. Questo richiede un approccio alla tecnologia reale, anti-utopistico e non un approccio immaginario, distruttivo e basato sul conflitto.

Donna Haraway ha dimostrato il valore di guardare alla 'scienza' secondo i valori culturali della dominazione e la possibilità di riconsiderarla in termini più egualitari, più umanamente accettabili. Afferma che "In senso stretto, la scienza è il nostro mito." (3). Se è così, allora le storie del mito devono impegnarsi ad essere mostruose per dimostrare i nuovi limiti della mitologia e non ripetere semplicemente le vecchie preoccupazioni. Arthur C. Clarke ha usato un personaggio in 2010, il seguito di 2001: A Space Odyssey, per dirlo in modo più semplice:

L'essere basati sul carbonio o sul silicio non fa alcuna differenza, dovremmo essere tutti trattati col dovuto rispetto. (4)

L'umanità, comunque, non ha bisogno di deus ex machina come alieni, monoliti, dei o demoni per imparare questa lezione. Ha bisogno semplicemente della volontà e del coraggio per esplorare i limiti in espansione della nuova mitologia, con attenzione e cooperazione.


NOTE

1. Bruce Mazlish, citato in Patricia S. Warrick, The Cybernetic Imagination in Science Fiction, Cambridge Mass., The MIT press, 1980, pag. 204 áá

2. McKensie Wark, Technofear, The Magazine of the Commission for the Future, summer 1991/2, 50-53, pag. 53 áá

3. Donna J Haraway, Simians, Cyborgs and Women, New York, 1991, pag. 42 áá

4. il personaggio che parla è il dottor Chandra (Bob Balaban) il creatore di HAL. L'argomento è se gli umano devono mentire ad HAL per convincerlo a salvare gli umani, a costo della sua stessa esistenza. áá



 
   
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