1968


Franco Ricciardiello


La ragazza dal vestito di raso seduta sugli scalini dell’ambulatorio medico osservava il lento traffico estivo sul lungomare di palme. Gli autisti si affacciavano dai finestrini spalancati per guardare le sue lunghe gambe lisce.

Io avevo parcheggiato all’ombra la mia 1.100. Il mangiadischi sul sedile posteriore suonava Atlantis appena uscita su 45 giri. Estrassi una Muratti dal pacchetto floscio nel taschino della camicia. "Dà fastidio?" domandai schiarendomi la gola.

La ragazza sembrò risvegliarsi da un intorpidimento dei sensi. "No..." disse, e poi aggiunse sorridendo più morbida "No, non dà fastidio."

Suo marito era ancora sdraiato sul lettino, nell’ambulatorio allestito in un container scaricato nel controviale di fronte al mare. Nessuno dei due portava la fede al dito, ma la confidenza fra di loro lasciava supporre un legame matrimoniale.

La ragazza osservò affascinata gli svedesi che presi nella tasca dei pantaloni. Tirai una boccata di fumo, gettando il fiammifero di legno in un posacenere pieno di sabbia.

"Lo sa che provocano cancro ai polmoni e malattie cardiocircolatorie?" domandò la ragazza; aggiunse "Posso?", poi allungò le dita per prendere il pacchetto di svedesi. Le automobili passavano lente nell’agosto torrido. Un ciclista che scivolava in bicicletta da un’ombra di palma all’altra si voltò a guardare le gambe della ragazza.

"Siete piemontesi?" domandai.

"Svizzeri" rispose frugando nella borsetta "Canton Ticino" si voltò per guardare il marito rimasto da solo nell’ambulatorio.

Quando lui si era sentito male stavamo percorrendo in auto la provinciale parallela al litorale, fiancheggiata da chioschi di venditori di frutta e stabilimenti balneari. Avevo fatto appena in tempo ad accostare sotto l’insegna a croce rossa dell’ambulatorio estivo che l’uomo era svenuto sul sedile posteriore della mia 1.100.

Sbadigliai nel bianco e nero del tardo pomeriggio tirreno. Donovan continuava a lamentarsi sul destino di Atlantide dal suo solco di vinile: Way down below the Ocean where I wanna be, She maybe. Ero distratto dalle gambe della ragazza seduta nel vento anacronistico che le insidiava l’orlo del vestito, ma mi sentivo controllato dal paramedico nell’ombra dell’ambulatorio. "Giornata splendida, vero?" dissi.

"Un gelato" rispose la ragazza.

"Come?" replicai credendo di non avere capito.

Lei mi additò l’insegna di plastica di un bar. Annuii.

"Che gusto?" domandai, ma si alzò per venire anche lei.

Avevo caricato i due appena fuori Roma; mi avevano chiesto un passaggio a un distributore Supercortemaggiore dove mi ero fermato per fare rifornimento. Mentre osservavo il numeratore della pompa ruotare lentamente fino a segnare i 40 litri, avevo visto avvicinarsi la ragazza dal vestito di raso bordeaux. Si era fermata a due passi da me, guardandomi interdetta come se mi riconoscesse, poi aveva domandato se ero diretto a nord.

"Torino" le avevo risposto passandomi la lingua sulle labbra asciutte. Ero certo di non conoscerla.

"Andiamo a Torino anche mio marito ed io" aveva risposto con accento leggermente alieno "Può darci un passaggio?"

Due ragazzini giocavano con biglie di vetro colorate di fronte alla porta del bar. Schiacciai con la punta delle scarpe di vernice il mozzicone della Muratti e mi fermai sulla soglia, facendo segno alla donna di precedermi, ma lei scosse il capo come se si vergognasse.

Entrai nel bar flagellato di mosche. Due vecchi ammazzavano il tempo al fresco, in un tavolino d’angolo, e la luce che entrava dalla porta sul cortiletto del retro era insopportabilmente bianca.

La ragazza volle un gelato nocciola e crema. "Che andate a fare al nord?" domandai osservando con le mani in tasca le biglie dei bambini "un gelato costa almeno 50 lire in Piemonte."

La ragazza sorrise di nuovo e assaggiò il gelato come fosse un afrodisiaco. Bevvi il mio caffè, scostandomi leggermente dal banco per tenerle d’occhio le gambe. L’uomo del bar accese la radiolina nella vetrina fra le bottiglie di liquori nazionali e d’importazione.

"Lucio Battisti" disse la ragazza con un cenno del dito "le piace?"

Mi strinsi nelle spalle. "Abbiamo cantanti migliori..."

"Quel disco, nella sua macchina" disse lei improvvisamente interessata "chi è che canta?"

"Donovan" risposi "ho anche il 33 giri, Barabajagal. Le piace la musica?"

"Donovan" ammiccò la ragazza "è quello che marciava contro la guerra in Vietnam, vero?"

"To Susan on the West Coast waiting. Ero a Londra, 3 anni fa. Lavapiatti in un ristorante italiano di Leicester Square. Donovan prese parte a quel rally contro la guerra partito da Marble Arch. C’era gente con cartelli del tipo Better to lose face than the human race, Donovan era in testa al corteo insieme a Vanessa Redgrave. Tirava un vento bastardo all’arrivo a Trafalgar Square, dove Joan Baez si è messa a cantare."

"A che ora arriveremo a Grosseto? "domandò lei mentre l’uomo del bar asciugava un bicchiere con uno straccio di tela.

Consultai l’orologio da polso "E’ svizzero" dissi mostrandoglielo come se avessimo qualcosa in comune "17 jewels. Arriveremo a Grosseto alle 7 e mezza."

La ragazza leccò il gelato. "19 e 30" tradusse "pensa che i negozi siano ancora aperti a quell’ora?"

Posai la tazzina di porcellana dozzinale. "Senta, conto di fermarmi a dormire per strada" dissi "non me la sento di guidare di notte. Se volete continuare stasera il viaggio per Torino, dovete cercare un altro passaggio."

"Mi rincresce di darle tutto questo fastidio" disse la ragazza abbassando la voce perché il barista non potesse sentire "prosegua pure da solo, mio marito ed io troveremo un altro passaggio quando starà meglio."

"Niente affatto" risposi "con questo caldo preferisco fare riposare il motore e i pneumatici."

La ragazza si illuminò. "Quando riaccende il motore, me lo fa vedere?" domandò "intendo dire, aprendo il coperchio."

"Il cofano?" risposi "se vuole... Non capisco cosa ci sia di così divertente..." aggiunsi poi voltandomi verso il bancone per sentire meglio la radiolina. "Come si chiama?" le domandai.

"Letizia" rispose mordendo l’ultimo frammento di cialda.

Tornammo in strada ma faceva troppo caldo, tanto che desiderai di avere bevuto una spuma invece del caffè. Sollevai il cofano dell’Innocenti passando le dita sul radiatore rovente.

La ragazza, Letizia, si affacciò sul motore scostandosi con le dita ciocche di capelli biondi. Inspirò a pieni polmoni l’esalazione di olio minerale e benzina. "Un motore endotermico" commentò "è meraviglioso. Va a petrolio distillato, vero?"

Mi raspai la guancia rasata male. "Sì. La benzina è distillata dal petrolio..." risposi pensoso, arretrando di un passo per guardarle i fianchi.

"Conta di fermarsi a dormire in albergo?" domandò Letizia sollevandosi dal motore "potremmo fermarci con lei, se domani continuerà il viaggio."

Lasciai ricadere il cofano. "Andiamo a vedere come sta suo marito. Se non si sente di riprendere il viaggio potremmo fermarci a dormire qui. Sono stanco."

Letizia si avviò verso l’ambulatorio, la gonna sventagliata dai colpi d’aria delle auto di passaggio. "Pensa che possiamo trovare un negozio di dischi ancora aperto?" domandò "vorrei comprare quello" aggiunse con un gesto del pollice verso la radiolina del bar.

 


 

"E’ sicura che suo marito si senta bene?" domandai sottovoce a Letizia. Ci trovavamo alla reception di un piccolo albergo sull’Aurelia appena fuori città.

"Perché?" domandò lei sinceramente stupita.

"Voglio dire... tutti quei dischi che ha comprato... Non per essere curioso, ma che lavoro fa?"

"Elettronica" rispose la ragazza accavallando le gambe con noncuranza. Accanto a lei, sul cuscino del piccolo divano di iuta dell’albergo, era posata una pila di giornali che aveva acquistato all’edicola di fronte: Grazia, Annabella, Sorrisi e Canzoni, Duepiù, Radiocorriere TV, Epoca, Le Scienze.

Mi domandai come facesse a leggerli tutti. "Avete speso almeno 50.000 lire di dischi" dissi disorientato.

"Musica italiana" tagliò corto Letizia "non si trova in Canton Ticino."

Un piccolo ventilatore di plastica verde acqua combatteva la propria battaglia persa in partenza contro l’afa serale, appoggiato sul banco delle chiavi. Mi slacciai il colletto del camiciotto, sospirando nel guardare le gambe della ragazza. "Non ha fame?" sussurrai.

Lei alzò un sopracciglio. "Aspetti che sento Arduino" rispose raccogliendo il pacco di riviste. Scomparve sulla scala, nel controluce serale della finestra ingiallita di nicotina.

Sentivo la vista annebbiata. Accesi il televisore, tornando a sedermi comodamente sul divano. Con un sibilo, la palla di luce del tubo catodico si allargò in pochi secondi a tutto schermo.

"Improvvisamente gli eventi si sono infiammati nella giornata di ieri" disse un giornalista con occhiali di celluloide "la polizia e la guardia nazionale hanno dovuto impedire ai dimostrati contro la guerra di raggiungere l’International Amphiteater della città di Chicago, dove è in corso il congresso del Partito Democratico. I giovani, alcuni dei quali sventolavano bandiere vietcong, hanno risposto con lancio di sassi e bottiglie ai manganelli e ai lacrimogeni della polizia, mentre la guardia nazionale ha addirittura impiegato baionette operando centinaia di arresti. Per domani è previsto l’arrivo di migliaia di dimostranti al raduno di Grant Park dove terrà un discorso l’attivista radicale Tom Hayden."

Sbadigliai, pensando che non mi importava nulla di quello che succedeva in America. L’uomo dell’albergo si schiarì la gola e sentii i tacchi di Letizia che scendeva le scale. "Arduino si ferma in camera," riferì ritta in piedi davanti al divano "faremmo meglio a uscire per mangiare qualcosa, lui non ha fame."

Quasi stentai a comprendere, poi mi alzai in piedi di scatto. "Noi... noi due?" balbettai arrossendo. Il proprietario dell’albergo ticchettava nervosamente con lo scatto di una penna a sfera. Prima che potessi rimettere a fuoco lo sguardo, mi accorsi che la ragazza era già uscita e mi aspettava con aria interrogativa in strada.

 


 

Quando il marito ci raggiunse stavamo finendo di mangiare il dentice, seduti nel déhors di un piccolo ristorante a cento metri dall’albergo. La sera era mite, un vento fresco saliva dalla marina portando profumo di alghe e atomi di iodio. Ero stordito dal viaggio, dal vino bianco e dalle gambe di Letizia.

Suo marito arrivò spettinato e con la barba non rasata, sedette fra noi due lanciando uno sguardo di complicità a Letizia. "Che hai fatto finora?" gli domandò lei.

"Ho ascoltato tutto" le disse "il proprietario dell’albergo mi ha prestato il suo giradischi. Dovresti sentire il doppio bianco dei Beatles, è divino. Niente a che vedere con i compact: questo è suono autentico del vinile."

"Non hai paura di rovinarli?" lo rimproverò la moglie "questi giradischi hanno un pickup duro come un aratro. Potremmo avere difficoltà a rivenderli ai collezionisti."

"Ah!" esclamai "ci sono, commerciate in dischi. Possibile che in Svizzera non si trovi la musica americana?"

"Inglese" precisò il marito fulminandomi con un’occhiata perplessa come accorgendosi solo allora che Letizia era in compagnia.

Rimpiansi l’intimità di pochi minuti prima. "Faccio due passi" dissi alzandomi e salutando con un cenno la coppia.

Ritornai rapidamente verso l’albergo. Al banco presi le chiavi di entrambe le camere e salii gli scalini due a due, con il cuore in gola per il timore che Letizia rientrasse insieme al marito. I dischi erano sparsi ovunque: sul letto matrimoniale, sul comò, sulle poltrone e sul pavimento. Lucio Battisi, Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, i Dik Dik, Mina, Giorgio Gaber, Jacques Brel, Rolling Stones, Beatles, Bob Dylan, Doors, Donovan, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, e diversi altri. Decine e decine di 33 giri, 45 giri e 78 giri.

Pensai che i due fossero pazzi, oppure che avessero clienti disposti a pagare a prezzo salato dischi reperibili in qualsiasi negozio della Svizzera italiana. Rimasi in silenzio ad origliare eventuali rumori nel corridoio, poi aprii la valigia della coppia, nell’armadio: conteneva alcuni libri nuovi di stampa, ancora con il prezzo, capi di vestiario e una decina di stecche di sigarette di marche diverse: Muratti, Marlboro, Camel, Gitanes, persino Alfa senza filtro. Trovai anche una scatoletta di cartone con sopra scritto I.U.D., e la aprii vedendo con divertimento che conteneva una spirale di rame. Intra-uterine device. Una busta di carta era piena di oggetti vari, tutti ancora nelle loro confezioni: un pettinino, pacchetti di figurine da edicola (calciatori, la vera storia del West, animali del mondo), cartoline illustrate di Roma, un fischietto da vigile urbano, lacci da scarpe, un Pinocchio di legno snodabile alto dieci centimetri, un caleidoscopio di cartone colorato.

Sotto la valigia, una scatola di cartone piena di riviste illustrate. Passeggiai perplesso per la camera da letto, cercando inutilmente qualche particolare che confermasse la provenienza svizzera della coppia.

Riportai le chiavi al bancone, sedendo a guardare l’edizione notturna del telegiornale con le notizie dal Vietnam fino al ritorno di Letizia e del marito, dopo di che li seguii risalendo in camera a dormire.

 


 

"Sta meglio?" domandai guardando l’orologio.

Letizia uscì dal bagno e vide il gesto. "Mi spiace" gli disse "so che deve ripartire, non si preoccupi per noi: troveremo un altro passaggio."

Osservai perplesso le pile di dischi sul letto. Il marito di Letizia uscì dal bagno pallido come uno straccio. "Abbiamo abusato della sua pazienza" disse con un filo di voce e un tentativo di sorriso "mi rincresce, la ringrazio di tutto."

Erano quasi le 11 del mattino. Guardando Letizia nel controluce della finestra, mi dissi che non era poi così urgente arrivare a Torino a metà pomeriggio. "Ha mangiato frutti di mare ieri sera, vero?" dissi comprensivo "non importa, se partiamo adesso potremo arrivare a Livorno per l’ora di pranzo."

Aiutai Letizia a portare giù la valigia piena di dischi e oggetti vari, e mentre Arduino pagava il conto dell’albergo caricai il baule.

"Sicuro che non siamo di disturbo?" domandò Letizia. Aveva ancora il vestitino di raso del giorno prima.

Accesi l’autoradio. "Una fonte interna all’Accademia militare di West Point che intende restare anonima" disse la voce formale di un giornalista "attribuisce la completa sorpresa con la quale l’esercito statunitense ha accolto l’offensiva del Tet a un cattivo funzionamento dei servizi di informazione americani. Gli specialisti dei servizi segreti inviati a Saigon nel maggio scorso per una indagine ufficiale avrebbero stabilito che l’intensità, il coordinamento e la successione nel tempo degli attacchi vietcong non erano stati pienamente previsti. La capacità dei comunisti di colpire così tanti obbiettivi simultaneamente è stato un altro importante elemento inatteso. I militari americani si sarebbero in sostanza cullati in un falso senso di sicurezza a causa di rapporti illusori sulle perdite nordvietnamite e vietcong e sul morale dell’avversario. L’offensiva del Tet ha colto completamente impreparato l‘esercito americano e sudvietnamita."

"Tempi sanguinosi, vero?" dissi notando nello specchietto retrovisore che Arduino si era accasciato con gli occhi chiusi sul sedile posteriore, pallido e stanco. "Avevano promesso che quella contro i tedeschi sarebbe stata l’ultima guerra, e invece continuano, dappertutto. Tra poco passeremo proprio in riva al mare. Piace il mare a voi svizzeri, vero?"

 


 

Letizia inspirava il profumo di iodio filtrato dalla pineta. Nuvole fastidiose continuavano a spegnere ed accendere il sole, e un vento di Liguria scivolava piatto verso le colline metallifere minacciando il suo vestito corto e leggero.

Guardavo la strada, fumando piano appoggiato alla macchina. Arduino, sdraiato sul sedile posteriore, ascoltava con gli occhi chiusi una radiolina con auricolare.

"Temo che le convenga lasciarci qui" disse la ragazza levandosi i capelli dagli occhi.

Feci un cenno verso suo marito. "In quelle condizioni? Non mi faccia ridere."

"Quanto manca per Grosseto?"

Sbadigliai. "20 km., direi."

Mi accorsi di stare bene. Era il primo pomeriggio di un giorno di fine agosto, nella bassa Toscana, in compagnia di una donna veramente bella. Perché avrei dovuto affrettarmi per arrivare a Torino qualche ora prima?

"Possiamo ripartire anche se dorme" disse Letizia "ma forse lei vuole mangiare..."

Ravviai il motore, l’uomo neppure si svegliò. "Mangeremo a Grosseto" dissi mentre la ragazza tornava a sedere nel sedile accanto. Estrasse qualcosa dalla borsetta, una specie di cerotto che sembrava un foglietto di metallo sottile. Tirò via una pellicola traslucida dal retro e, sporgendosi in mezzo ai sedili, applicò il grosso cerotto circolare all’interno dell’avambraccio del marito.

Osservai disorientato tutte le operazioni, badando a non uscire di strada. "Che cosa è?" domandai a Letizia quando richiuse la borsetta.

"Idrossido di alluminio" rispose laconica.

 


 

Ma a Grosseto Letizia non aveva più fame. Mangiai un panino con frittata mentre Arduino guardava passare i camion diretti a nord. Letizia passeggiava in fondo alla piazza, lungo il lato dei negozi, suscitando il nervosismo di alcuni pappagalli seduti sui gradini del monumento.

Scommetto che adesso compra qualcosa, pensai, e sorrisi indulgente con me stesso quando la ragazza entrò nella merceria d’angolo, sotto i portici.

Arduino mi fece un cenno del dito, camminando incerto verso il bar. Sedetti al volante, raccogliendo dal sedile posteriore la radiolina con auricolare che l’uomo ascoltava in continuazione.

"Perturbazioni negli anni ‘30 del XIV" disse una voce monotona nel mio orecchio "due Sacche di Mälgratz stanno viaggiando a ritroso dal ‘39 verso, presumibilmente, il ‘33. Per quanto riguarda il II avanti Cristo, il puntatore di recupero sta effettuando una iterazione ciclica a distanza di 7 giorni ogni 60 secondi. Una imprevista marea di ritorno rischia di provocare perturbazioni nel IX d.C., si consiglia un anticipo del rientro a non più tardi di 100.000 secondi a partire da ora."

Sfilai l’auricolare, cercando sul lato della radio la rotellina della frequenza, senza trovarla. Vidi che Letizia stava rientrando con la borsa di cartone di una merceria. "Ce l’ha uno specchietto?" domandò.

Avevo posato in fretta la radiolina per non farmi sorprendere a curiosare. "Se abbassa il parasole del sedile anteriore troverà lo specchietto."

La ragazza mi gettò la borsa di mano e sedette, cercando con le dita lo specchio. Estrasse da una scatoletta che portava in mano un tubetto color oro, e con un movimento a vite espulse il glande a missile di un rossetto dal colore tenue. Cominciò a ripassarsi le labbra sotto i miei occhi, ricoprendo il colore rosso vivo di prima. Non è possibile, pensai, lo fa apposta? Ci sta provando?

Gettai un occhio alla borsa di carta della merceria. Senza muovere le spalle per non che Letizia potesse vedermi nel retrovisore, allargai con due dita la borsa per controllare cosa avesse acquistato.

Trattenni il fiato. Infilai la mano nell’apertura e ne estrassi due reggicalze di pizzo bianco con l’etichetta di cartoncino verde e oro. Sentii girare la testa. La ragazza si stava ripassando le palpebre con un pervinca malinconico, non vedeva che frugavo nei suoi acquisti.

Suo marito Arduino ritornò con una dozzina di pacchetti di sigarette differenti fra le mani: Ambassador, Rothman’s, Wilson, Windsor e altri che non riconobbi. Credo che siano pazzi, pensai ritornando alla guida. E che razza di stazione ascoltano? Non sembra un radiogiornale.

"Come stai?" domandai all’uomo, che si strinse nelle spalle. Era molto pallido.

Letizia mi sorrise con le labbra vermiglie. "Che te ne pare?" domandò. Mi sembrava uguale a prima.

Cercai nel retrovisore lo sguardo di suo marito, ma si era adagiato contro lo schienale e teneva gli occhi chiusi. "Bello" sussurrai rimettendo in moto.

 


 

C’era più vento. Letizia si era messa un fazzoletto bianco e rosso sui capelli come una diva di Cinecittà, ma aveva ancora le gambe nude. Suo marito Arduino fumava con attenzione, seduto al tavolino di uno stabilimento balneare dove cucinavano gamberetti fritti e insalata di mare. Ogni dieci minuti barcollava fino ai servizi igienici di legno, di fianco alla scala che portava sul lungomare.

"Temo che arriverai in ritardo" disse Letizia raggiungendomi alla sedia a sdraio.

"Sono in vacanza" risposi "posso fare quello che voglio."

La ragazza mi osservò a braccia conserte, i capelli che le spazzolavano gli occhi perché il vento scendeva dalle colline. Aveva indossato un cardigan dello stesso colore del vestitino, con imprevedibili maniche sottili come sigarette e lunghe fino alle nocche delle dita. "Non è una donna quella che ti aspetta a Torino?" mi domandò.

Mi strinsi nelle spalle. "In qualunque posto si vada, in teoria c’è sempre una donna che aspetta. E qualunque donna sia in attesa, in verità non aspetta mai te."

Letizia rimase perplessa, poi si spostò fra i miei occhi e il sole, così che fui costretto a guardarla controluce. Non mi rispose, ma dopo mezzo minuto con le braccia conserte si voltò e senza scioglierle camminò fino alla linea di conchiglie e castelli di sabbia della battigia.

Il vento frustava gli ombrelloni e le cartacce, avvertendo che la sera era in arrivo. Gli ultimi bagnanti si arrendevano alla stanchezza dell’olio solare e raccoglievano borse e asciugamani per battere in ritirata verso le vie parallele al lungomare.

Arduino era scomparso dal tavolo del bar. Letizia disegnò un’iperbole di impronte che tagliava migliaia di altre impronte del pomeriggio, poi ritornò a raccogliere le scarpe parcheggiate contro le cabine azzurre.

"Ehi!" mi gettò una voce sezionata senza rispetto dal vento. Mi alzai sbadigliando e la raggiunsi, ma era già sulla scala di cemento frantumato dalla gramigna che portava sul lungomare. "Andiamo a cercare una pensione" disse "e se troviamo un negozio di dischi sulla strada..."

Scoppiai a ridere. "Ma come è possibile?" dissi "ancora dischi?"

Letizia si morse le labbra. "Non ti piace la musica? Rimarrà... io penso che rimarrà a lungo nella memoria di questi anni."

"La musica?" risposi incredulo "Ti sbagli. C’è una guerra, e tu pensi alla musica. La guerra in Asia e la guerra in Europa. Parigi a ferro e fuoco, i carri armati in piazza. Il maggio francese, n’est-ce pas?" La raggiunsi sul controviale.

"L’hai fatta anche tu quella guerra?" domandò lei di rimando, "hai tirato le pietre ai poliziotti, all’università? Pasolini..."

"Questa da naoi è guerriglia di provincia" risposi atteggiandomi "in Francia sì che ci sanno fare. Sartre. La Sorbona. Daniel Cohn-Bendit. Dovrei andare anch’io a gridare fratello Ho Chi Minh in strada. Mi ci vedi?"

Si fermò in mezzo alle strisce pedonali, mi squadrò da capo a piedi con espressione seria, ancora con la frangia negli occhi, e rispose "Sì, ti ci vedo."

 


 

"La battaglia di Hué?" domandò Arduino arrivando silenzioso dalla porta della reception.

Mi voltai, sorridendogli. "Sì, sono immagini di febbraio, quando Van Thieu e i marines hanno ripreso Hué."

Guardammo le immagini senza audio, perché l’altoparlante del televisore nella sala comune della pensione non funzionava. Letizia si stava mordendo le unghie, ma riuscì a dire "Hanno un certo fascino, così senza colore."

Mi domandai cosa volesse dire, ma Arduino aggiunse subito "Ricordi il film di Kubrick?"

Drizzai le antenne. "Kubrick? Orizzonti di gloria..."

Letizia scosse il capo, poi rispose senza riflettere. "No, il film sul Vietnam. Full Metal Jacket."

Arduino la fulminò con un’occhiata.

"Un film di Kubrick sul Vietnam?" dissi "è appena uscito 2001 Odissea nello spazio nelle sale cinematografiche."

"Il film è ancora in in lavorazione" rispose frettolosamente Arduino "Letizia ed io ci interessiamo anche di cinema."

Voltai appena l’occhio senza girare il capo, e notai che tentava di farle un pizzicotto al braccio per avvertirla. Pensai che era strano. "Mai sentito parlare..." borbottai "e che vuol dire?"

"Che vuol dire cosa?"

Feci un gesto del dito. "Full..."

"Full Metal Jacket" rispose Arduino a denti stretti "così i marines chiamano i proiettili con bossolo di metallo."

Letizia si alzò stirando le braccia. "Usciamo a fare due passi" disse "avrei bisogno di digerire."

Arduino sembrò cercare qualcosa sul divano sdrucito, poi tentò di alzare il volume del televisore.

"Devi girare quel pulsante" dissi vedendo che non sapeva neppure dove mettere la mano "No, quell’altro... Ma come sono fatte le TV in Svizzera?"

"Non vieni?" mi domandò Letizia, lasciandomi un’altra volta di stucco.

"Che facciamo?" domandai a suo marito, che si strinse nelle spalle e girò sul retro del televisore come per cercare di aprirlo.

Letizia raccolse il suo cardigan fuori moda dall’attaccapanni accanto a un’agave giallo nicotina. "Che aspetti?" mi domandò "non vorrai lasciarmi uscire da sola?"

La seguii in strada, nella freschezza quasi violenta della sera. Una radio stava snocciolando note di chitarra. "Cohen" disse Letizia infilando il cardigan con un movimento che sembrava un ombrello nella custodia a tubino.

"Te ne intendi, di musica..." constatai, cacciando le mani nella tasche dei pantaloni di cotone.

Si strinse nelle spalle con una smorfia.

"E... di cinema?" proseguii.

Mi precedette perso il lungomare. Le strade erano quasi deserte, i marciapiedi pieni di automobili parcheggiate per la cena.

"Come sarebbe quella storia del film di Kubrick?" dissi raggiungendola.

"Non so" rispose secca, proseguendo a braccia conserte "L’esperto di cinema è Arduino. Pensi che ci saranno zanzare?"

Riflettei sulle parole del marito, poi vidi una cabina telefonica all’angolo della strada principale che portava dal municipio al lungomare. "Devo chiamare un amico" dissi "ti spiace?"

Mi seguì addirittura dentro la cabina. Feci ruotare la porta per richiuderla e mi ritrovai stretto contro Letizia, fra i vetri sudici con il marchio SIP al contrario. Osservò con interesse il mio dito indice che ruotava il disco, contò i gettoni che inserivo nel caricatore e sillabò il numero. Aveva un profumo floreale, una fragranza quasi commestibile. Le avrei passato volentieri le labbra sul collo.

"Mario?" strillai quando mi risposero "ho pochi gettoni, scusa una domanda. Davvero Kubrick sta girando un film sul Vietnam?"

Letizia si irrigidì, trattenendo il fiato.

"Che dici?" mi rispose la voce dall’altro lato del filo "il prossimo dovrebbe essere un altro film di fantascienza, un romanzo di Anthony Burgess. Ma dove sei?"

"Niente, scusa. Ho finito i gett..." riappesi perché era caduta la linea.

"E allora?" disse Letizia con un‘espressione offesa "che volevi dimostrare?"

Era alta almeno 1,80, solo 5 centimetri meno di me. Molto alta per una donna. "Tu e tuo marito mi prendete in giro. Spiegami questa faccenda del film di Kubrick sulla battaglia di Hué."

"Il tuo amico non se ne intende" rispose con aria di sfida "parlava di Arancia Meccanica. Stanley Kubrick non farà mai quel film, il governo inglese lo giudica troppo politico."

Gonfiai le guance. "E tu come fai a saperlo?"

"E tu come fai a sapere che quella donna sarà ancora ad aspettarti, quando arriverai a Torino?" mi scimmiottò lei, poi aprì la porta della cabina. Guardai il suo vestito ondeggiare verso ponente, una Giulietta che passava a velocità elevata suonò il clacson ossessivamente.

Mi aspettò, non sembrava offesa. La affiancai in silenzio e ci dirigemmo verso la spiaggia. "Hai una sigaretta?" domandò con una voce troppo acuta di un’ottava.

Alzai un sopracciglio. "Fumi?"

Si strinse nelle spalle. Sfilai con un gesto fluido una Muratti dal taschino e le porsi gli svedesi. "Are you a Dono-fan?" recitai "Folknik sweetie, profile blurred in cigarette-smoke?"

Prese il cerino con le dita sbagliate. Glielo strofinai io, e mi stupii che non tentasse di accendere la sigaretta dalla parte del filtro.

Tirò una boccata e incrociò gli occhi. Avevo paura che cominciasse a tossire fino a cacciare il fumo dalle orecchie, invece si trattenne. Non lasciò neppure l’impronta del rossetto sul filtro.

Ci raggiunse una musica lontana verso ponente. Letizia la seguì come il pifferaio di Hamelin, ma la gente marciava in senso inverso sul lungomare.

Stava facendosi notte. La tradizione della passeggiata aveva portato in strada centinaia di turisti a osservare le luci di pescherecci lontani e a inalare l’anidride carbonica delle palme.

"Cos’è questa musica?" domandò Letizia camminando svelta.

Osservai il tratto di cenere all’estremità della sua sigaretta. "Forse una balera" risposi "d’estate si balla, in spiaggia."

Il comune, o forse un imprenditore privato, aveva montato un tendone su una grossa pedana di assi di legno, sospesa come una bassa palafitta sulla spiaggia dove un tipo con un enorme naso rosso staccava biglietti. Lessi il prezzo sul cartello che diceva FESTAGIOVANI 1968 ma Letizia aveva già in mano un pugno di banconote piegate in metà. Mi domandai se le tenesse nella tasca del cardigan. Con mio discreto imbarazzo pagò per tutti e due senza battere ciglio, quindi la seguii sotto il tendone.

C’era ancora poca gente. Ragazzi con capelli tagliati corti e orribili giacche bianche ricamate stavano suonando canzoni di Patti Pravo, qualche coppia cabotava lungo il perimetro della pista, evitando le sedie di legno pieghevoli. Ragazze con capelli a caschetto e vestiti di cotone, ragazzi con cravatta, qualcuno ostentava capelli più lunghi del collo. Il vestito più corto era quello di Letizia.

La toccai su una spalla, le indicai il banco del bar. Mi seguì docile mentre ordinavo una gassosa, la prese anche lei e pagò prima che potessi levare il portamonete di tasca. "Stasera sei mio ospite" disse, "devo sdebitarmi per il passaggio in auto e per il tempo che ti facciamo perdere."

Sedemmo in fondo alla pista, vicino a uno strappo nel tendone che ci iniettava aria di mare nella schiena. Una ragazza in pantaloni rosa era la cantante del gruppo. Letizia bevve la gassosa dal collo della bottiglia con un certo impaccio, poi mi disse "Vai a chiedergli di suonare Battisti."

"Aspetta" dissi "ti piace questa?" avevo riconosciuto dalle prime note A whiter shade of pale.

Letizia posò la bottiglietta ai piedi della sedia. "Balliamo?"

Sentii un tuffo al cuore, ma suo marito era lontano, avvolto dalle onde di marea della nausea, e Letizia aveva un collo liscio e nervoso.

Non sapeva neanche dove mettere i piedi. Invece di lasciarsi tenere la destra mi si incollò contro, allacciandomi le braccia dietro al collo. Gli altri ballerini ci osservarono con la coda dell’occhio.

Letizia girava su se stessa, ruotando sul perno della gamba destra. Dovetti seguire il suo ritmo, una specie di 2/4 leggermente sincopato rispetto al wah-wah. Poi la chitarra del gruppo intonò l’introduzione di California Dreamin’ e Letizia accelerò il ritmo.

Qualcun altro cominciò a imitare il suo passo, semplice e seducente nella sua monotonia.

Cielo grigio su, foglie gialle giù, cerco un po’ di blu dove il blu non c’è. La cantante in rosa aveva una bella voce, Letizia aveva il profumo del frutto della passione che avevo sentito per la prima volta a Londra in una tazza di tè. Pensai che non era possibile, che non avevo mai amato i Dik Dik eppure avrei voluto che Sognando la California durasse almeno 25 minuti. Invidiavo i ragazzi intorno a noi che potevano seguire con la coda dell’occhio la spirale ellittica della gonna di Letizia in movimento.

Dopo un’altra canzone Letizia spezzò il ritmo e si fermò in mezzo alla pista. "Vai a chiedere Battisti."

E io che non amavo Balla Linda andai sotto il palco a chiedere alla ragazza in rosa di cantarla. Lei mi lesse il movimento delle labbra durante il finale di harmonium e annuì.

Era entrata molta più gente, habitués di mezza età rimanevano ai bordi della pista mentre i ragazzi ballavano. Ballammo anche Battisti con il ritmo in sordina di Letizia. Altre coppia ci avevano imitati, allacciandosi più stretti, le braccia intorno al collo e alla vita.

L’ultima nota della canzone coincise con il primo colpo di grancassa di Back in the U.S.S.R.. Come quasi tutte le coppie uscimmo dalla pista, mentre pochi temerari tentavano qualche movenza psichedelica.

Letizia guardò l’orologio "Sono le 23" mi disse all’orecchio "forse vuoi tornare a riposare...?"

Che strano modo di leggere l’orologio, pensai, sembra un’annunciatrice della Rai. "Non ho fretta. Sono abituato a dormire poche ore per notte, e poi sono in vacanza."

"E quella ragazza che ti aspetta a Torino? Ma forse non c’è nessuna ragazza, non è così?"

La guardai irritato. Lei invece sembrava divertirsi. "Questi sono fatti miei" risposi "e tu, piuttosto? Sei uscita a ballare mentre tuo marito sta male in una camera d’albergo."

"Arduino non è mio marito" rispose.

Trattenni il fiato. "Cosa significa?"

Mi fece cenno di tacere. "Come si chiama questa canzone?" domandò voltando l’orecchio verso le casse acustiche.

"Quando soffia il vento, mi pare."

"Il vento" mi corresse lei.

Tornammo sulla pista di assi di legno lucide. Restammo a ballare fino oltre la mezzanotte, fino a che la voce della cantante si fece rauca e i musicisti cominciarono a steccare.

I ragazzi sgocciolarono via per ritornare alle pensioni o ai piccoli alberghi del lungomare. A malincuore, anche Letizia mi chiese di uscire perché le canzoni cominciavano a ripetersi.

"Voglio andare a vedere il mare di notte" disse abbottonando il cardigan "torna pure in albergo, se vuoi."

"No" risposi, quasi punto nell’orgoglio "ti accompagno."

Scendemmo verso il fronte del mare su una passerella di assi martellate, fino a che si persero nella sabbia. Letizia tenne in mano le scarpe di raso che affondavano come chiodi e mi precedette di due passi verso l’acqua entrando fino alla caviglia.

"E’ fredda?" domandai.

Mi guardò come se avessi parlato in turco. Planò con le piante dei piedi sulla sabbia bagnata.

"And Jesus was a sailor when He walked upon the water" cantai non proprio intonato.

"Dylan" tirò a indovinare Letizia senza voltarsi "I dreamed I saw St. Augustine."

"Sbagliato. Leonard Cohen."

Dal tendone arrivavano ancora riff sconnessi di chitarra e qualche colpo di piatti. Sulla passeggiata del lungomare erano rimaste solo poche coppiette, mentre altri ragazzi passeggiavano in solitudine sulla spiaggia buia, come granchi moribondi.

"Cosa vuole dire che Arduino non è tuo marito?" domandai raccogliendo tutto il mio coraggio.

"Vuole dire quello che ho detto" rispose Letizia scura contro la risacca "siamo solo colleghi."

Rovesciai con la punta della scarpa una conchiglia. "Perché mi avete fatto credere di essere marito e moglie?"

"Voi italiani siete così" rispose sbadigliando "sarebbe impossibile dormire nella stessa camera con un uomo senza essere considerata una puttana."

"Esagerata" la rimproverai "siamo nel ‘68."

"Difficile dimenticarlo" rispose lei quasi a se stessa. Il complesso non suonava più. Qualche automobile passava sulla provinciale appena oltre il lungomare, l’unico altro suono era il suicidio delle onde sulla spiaggia.

Raggiunsi Letizia. Aveva il collo nudo e bianco sotto la luce lontana dei caffè di riviera. "Hai freddo?" domandai.

Si strinse nelle spalle. "L’estate sta finendo" rispose "tanto vale approfittarne."

"Siamo ad agosto" dissi avvicinando il pollice alle sue labbra lucide di rossetto "avremo ancora giorni di sole..." Posai le dita sulla curva della sua guancia, il polpastrello sulle labbra. Mi stupii che non stingesse, eppure aveva una bocca così rossa...

"Che fai?" disse.

"Se Arduino non è tuo marito..." incominciai, ma si avviò verso le barche rovesciate in secca.

Le tenni dietro, raggiungendola per cingerle la vita con il mio braccio come quando avevamo ballato sotto la tenda.

C’era ancora musica, veniva dalla veranda di un ristorante. Camminammo sulla sabbia, il mio braccio intorno alla sua vita, le sue braccia conserte con le scarpe fra le dita.

Le dita di un pianista saltellavano fra i tasti di un pianoforte verticale. Riconobbi stupito La canzone di Marinella. "Questa notte non dovrebbe finire mai" commentò Letizia elettrizzata dal vento di mare.

Non era facile ballare sulla sabbia. Letizia gettò le scarpe e oscillammo a ritmo nel buio più assoluto, anche più avvinghiati che nella balera estiva.

C’era la luna e avevi gli occhi belli, lui ti baciò le labbra ed i capelli, c’era la luna e avevi gli occhi stanchi, lui pose le sue mani suoi tuoi fianchi.

"Chi sei?" domandai ai suoi capelli "da dove vieni?"

Pestammo tutta la sabbia fredda di umidità. La sua bocca era tiepida, profonda, ma mi accorsi che era tutta bagnata di lacrime.

"Le stelle" disse con gli occhi allo zenith "da tanto non le vedevo. Dove abito io c’è smog giorno e notte."

Il cielo in una stanza. Sentivo sotto le dita il movimento sincopato dei suoi glutei. L’orlo del vestito mi strofinava sui pantaloni con ostinazione. Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi.

Camminammo frenetici verso un barca, tenevo in mano il suo cardigan e lei aveva già un seno scoperto dalla spallina. Ci infilammo al riparo del legno rovesciato, dove era ancora più buio perché la luce in linea retta della luna non aveva la forza di strisciare fra la spiaggia e la barca. Letizia aveva una pelle liscia come il raso del vestito e lo stesso profumo del frutto della passione. La sua carne era soda ma cedevole. Lacerai la camicia contro una scheggia di legno, battei le spalle contro la barca, mi procurai escoriazioni ai gomiti e ai ginocchi strusciando sulla sabbia.

Letizia aveva labbra con un rossetto perenne, che non stingeva neppure sul mio collo. Aveva denti forti, e li usò. Aveva muscoli alle cosce e tentò di usarli, ma ci ripensò e si lasciò andare.

Uscimmo da sotto la barca con i capelli e le unghie pieni di sabbia. Sentivo fame e avevo una leggera nausea contemporaneamente. Letizia mi mostrò lo strappo sulla spalla della camicia, poi mi fece lo sgambetto facendomi cadere. La rincorsi mentre cercava le scarpe al buio, e quando le trovammo le riempii la bocca con un pugno di sabbia.

Per sfuggirmi corse in mare fino alla caviglia, poi la ricattai con le scarpe. Tornammo sul lungomare dove c’era un solo caffè già aperto. Pagò cappuccio e cornetto per tutti e due, poi chiese alla signora del bar di accendere la radio.

Balla Linda. Persino il rumore dello zucchero che cadeva attraverso la schiuma del caffè sembrava troppo forte.

La mattina arrivò come un raggio laser attraverso le palme. Arrivò anche un ragazzo in blue-jeans con un cartone pieno di paste alla crema, Letizia ne mangiò 6 davanti agli occhi della proprietaria che quasi non ci credeva. Cercò di fumare un’altra sigaretta, ma questa volta tossì davvero.

Il colore sulle sue labbra non si era nemmeno sbiadito. Ogni pochi minuti scrollava i capelli facendo cadere granelli di sabbia sul tavolino.

"Senti" dissi dopo avere parlato del più e del meno fino alle sei del mattino, "Cosa vai a fare a Torino? Torna a Roma con me, possiamo passare l’estate insieme."

Alzò le dita per ordinare un altro caffè, quindi schiacciò maldestramente la mezza sigaretta nel posacenere. "Non posso, sto lavorando. Devo essere di ritorno a Lugano fra 5 giorni, e prima devo passare da Torino. Ho da recuperare per conto di un cliente materiale nel negozio di dischi di suo padre."

Scossi la testa, incredulo. "Che razza di storia. E Arduino?" mi accorsi di essere geloso.

"Te l’ho detto, è un collega di lavoro."

"Tu non sei svizzera" dissi cacciando le mani nelle tasche dei pantaloni "conosco bene l’accento di Lugano."

Inghiottì il caffè ancora bollente, allungando le gambe sotto il tavolino per intrecciarle con le mie.

"Vengo con te a Lugano" dissi.

Mi guardò seria, mordendosi le labbra. Mi infuriai "Ma non senti proprio niente? Davvero sei così abituata a infilarti sotto le barche rovesciate con un uomo?"

"Zitto, scemo" mi redarguì accennando alla signora del bar che allungava l’orecchio.

Il sonno era passato, non avrei voluto ritornare in albergo per non affrontare Arduino, ma dopo avere cercato nuovamente di fumare un’altra sigaretta Letizia si alzò.

Arduino ci aspettava con le valigie accanto alla mia 1.100. Aveva già saldato il conto e appariva meno pallido della sera prima, ma aveva brutte notizie per me.

"Dobbiamo tornare a casa" disse mostrando a Letizia la radiolina senza sintonia "c’è stato un contrattempo."

Avrei voluto parlarle in privato. "Senti, vi riporto io a Roma" le sussurrai all’orecchio.

Scosse vigorosamente il capo. "No, non è possibile. Continua pure il tuo viaggio, e scusa per il tempo che ti abbiamo fatto perdere."

Arduino mise l’auricolare all’orecchio, allontanandosi per chiedere all’albergatore gli orari delle corriere per la stazione ferroviaria. "Senti, voglio il tuo numero di telefono" dissi con un groppo in gola.

Letizia sorrise. "Ti assicuro che non avrebbe senso."

Sospirai. "Dimmi la verità, Arduino è davvero tuo marito?"

Scoppiò a ridere stavolta. "No, guarda che la questione è un’altra. Ma ti prometto che mi farò viva io."

Arduino stava ritornando. "Davvero? Lo prometti?"

"Lo giuro."

 


 

64 anni fa. Non l’avevo mai dimenticata, ma trovarmela davanti così all’improvviso fu uno choc

"Che hai, papà?" domandò Lucrezia.

Rimisi lo sguardo a fuoco su di lei. "Niente" risposi, ma il mio sguardo mi contraddiceva. Tornai a guardare Letizia.

Mia figlia Lucrezia seguì il raggio laser dei miei occhi. "La conosci" domandò.

"Una volta" risposi.

Era indubitabilmente Letizia. Dimostrava 13 anni, forse 14. Mi venne in mente quel romanzo in cui una strana malattia costringe una ragazza a una regressione temporale, giorno dopo giorno indietro negli anni fino a tornare bambina, poi neonata, infine a scomparire.

Letizia ragazzina stava osservando qualcosa nella lente sinistra dei suoi occhiali. Muoveva la testa a tempo, come se stesse ascoltando un programma musicale.

Lucrezia sfilò dalla narice sinistra la sua cannuccia e la posò con cura sul piano del tavolino, poi batté tre volte con l’indice sul piccolo microfono della console. "Myosotis" disse.

"Mi rincresce" rispose una voce minuta, sintetica, "è terminato. L’offerta del giorno è fiore della passione."

Il fiore della passione. Letizia sulla sabbia. Dio mio, 64 anni fa. Mi alzai distratto, lasciando Lucrezia di stucco, e mi avvicinai al tavolo della ragazzina, che sembrò incuriosita.

"Letizia?" domandai.

Sorrise "Mi conosce?"

Mio Dio, pensai riconoscendo la sua voce. Il timbro vocale era già quello di Letizia adulta.

"Posso sedermi?" domandai accennando alla sedia libera al suo tavolino.

Disattivò con un cenno il canale, levandosi gli occhiali. "E’ un amico di mio padre?" domandò.

Sedetti, ignorando mia figlia che mi controllava curiosa. "Davvero non ricordi dove ci siamo conosciuti?"

La ragazzina scosse il capo, poi cercò negli occhi di Lucrezia al tavolino accanto se fosse uno scherzo. Un oboe malato di melancholia mirò ai nostri timpani dagli altoparlanti della mescita.

Rimanemmo in silenzio, non sapevo che dirle. Se non ricordava... Ma chi era quella ragazzina che si chiamava come quella Letizia di 64 anni prima, pochi giorni nella mia estate del ‘68?

E poi compresi. Forse impallidii perché la ragazzina batté le ciglia appena preoccupata, di certo mi si riempirono gli occhi di lacrime. "Dio..." sussurrai "Dio mio, avevi giurato..."

64 anni. Un ragazzino si affacciò dalla tenda monomolecolare della mescita, si arrestò quando mi vide al tavolo con Letizia. "Scusa" borbottai alzandomi, e ritornai al tavolo con mia figlia.

I ragazzini sedettero insieme. "Ti eri sbagliato?" sussurrò Lucrezia con un sorriso da un orecchio all’altro.

"Sbagliato?" negai "Assolutamente. L’ho conosciuta."

, pensai, l’ho conosciuta, e lei ha promesso, anzi giurato che si sarebbe rifatta viva.

"Misterioso" commentò Lucrezia incrociando gli occhi, poi la spia sulla console si accese "Ah, il mio frutto della passione. Vuoi assaggiare?"

Declinai l’invito, e mi sedetti allo schienale della poltrona a gas, che suonò una breve melodia di compressione. Osservai Letizia, soddisfatto. Soddisfatto e sconcertato, perché quel mattino antidiluviano in cui mi aveva lasciato in riva al Tirreno senza mai più rifarsi viva, quel mattino sapeva già che mi avrebbe rivisto. Perché per lei, quel nostro primo incontro casuale di quando aveva 13 anni era già avvenuto.




 

15 dicembre 1994 / 29 marzo 1995

Franco Ricciardiello