Tempo di Vendetta



Andrea Iovinelli

 


La porta scivolò nella parete e si richiuse subito dietro al passaggio della sagoma. L’uomo ripiombò per un breve attimo nell’oscurità fitta fino a quando il comando vocale accese la luce del piccolo monolocale. Apparve il volto rude ma ancora giovane di Son Redrum. Quando si girò, incerto sulle gambe e annebbiato dai fumi dell’alcool, si trovò di fronte alla canna di una minacciosa pistola.

- E tu... chi diavolo sei? Che fai in casa mia? - chiese Redrum accigliato, ancora confuso.

L’altro, immerso in una comoda poltrona, sorrise. Una risata amara, non divertita. Rimase in silenzio.

Redrum, vedendo la reticenza dell’altro, iniziò a scaldarsi: - Ehi, bastardo! Ti ho chiesto chi cazzo sei? Chi... come sei entrato? - e inciampando nei suoi stessi passi gli andò incontro, sempre più infervorato.

- Non fare un altro passo.

- Che dici?

- Non muoverti. È più chiaro?

- Ehi, insomma - cercando di sistemare le cose, in un momento di passeggera lucidità, - io non ti conosco, bello. Che vuoi da me? Non ti ho fatto niente... vuoi dei soldi? - frugandosi nei pantaloni sudici, in modo talmente impacciato da rovesciarne tutto il contenuto in terra.

- No, non mi conosci. Non ancora, almeno. - Si alzò dalla poltrona e stese il braccio, puntando la pistola con ancora più decisione.

- Ehi, ehi, amico, vacci piano. Parliamone.

- Non sono tuo amico.

- C-che vuoi insomma, si può sapere? - indietreggiava impaurito, confuso dalla minaccia dello sconosciuto, e finì col perdere l’equilibrio cadendo pesantemente sul pavimento.

- Cosa voglio? È semplice e dovresti averlo intuito, ormai. - Sorrise ancora, e su quell’espressione c’era tutta la malvagità di chi, cercando avidamente la vendetta, sta finalmente per soddisfarla. - Voglio la tua vita.

Gli si avvicinò, fino a fermarglisi sopra. Lo squadrò un’ultima volta dal alto e, senza un’ombra di pietà, premette il grilletto. Due spari risuonarono fragorosi nella piccola stanza disadorna.

Il sangue imbrattò oscenamente le pareti; poi iniziò a riversarsi con lentezza sul pavimento incanalandosi nel grezzo mosaico delle piastrelle.

L’assassino sorrise un’ultima volta, isterico. Il suo volto era disteso ora, finalmente appagato. Sollevato dal carico di un peso che non riusciva più a sopportare.

 

"Benvenuti al notiziario della sera di 4U-TV. Come avete appena sentito dai titoli, a due giorni di distanza dalla sentenza, non accenna a placarsi la polemica divampata in seguito alla conclusione del processo a Son Redrum. Ricordiamo che l’imputato, riconosciuto colpevole dell’omicidio delle piccola Ely Brahim, è stato condannato a quindici anni e sei mesi per riconosciuta infermità mentale, senza che venisse accolta la richiesta di condanna a morte della pubblica accusa; la pena, lo ha ribadito anche oggi in modo chiaro il presidente della Corte, dovrà essere scontata non presso un comune penitenziario, ma in una struttura adeguata ad accogliere casi clinici di simile gravità, come esplicitamente stabilito dal collegio giudicante. Ma colleghiamoci subito in diretta con il nostro inviato, per aggiornarci in dettaglio su tutti gli ultimi scottanti particolari della vicenda..."

 

La voce del mezzobusto si disperse tra i suoi confusi pensieri, rimanendo solo un fastidioso mormorio di sottofondo da cui allontanarsi il più possibile. Lars si avvicinò con passi pesanti all’ampia finestra panoramica e attivò il circuito che polarizzò solo una parte delle microsfere; l’opacità sfumò e il buio opprimente della stanza lasciò un po’ di spazio alla lieve luminescenza che filtrava dall’esterno della vetrata. Al di là, pullulante, fredda, imperturbabile, la metropoli continuava a respirare con lo stesso affanno dei suoi abitanti. Con la stessa falsa e forzata indifferenza.

Sotto il suo sguardo, dall’alto del centoduesimo piano del più alto grattacielo della città, si stendeva il gigantesco pianoro del settimo livello, un miglio esatto sopra il livello del mare. L’elitario settimo livello "a un passo dalle stelle", come recitava lo slogan.

Il paradiso esclusivo in cui veniva a rifugiarsi chiunque ne avesse le possibilità finanziarie, lasciando il resto del mondo al di fuori, sotto di sé. La gabbia dorata in cui le intoccabili personalità si chiudevano per illudersi di essere finalmente al sicuro.

Mai avrebbe creduto che qualcuno potesse arrivare a ferirlo fin lassù. Ora si chiedeva, più di ogni altra cosa, cosa sarebbe accaduto se solo avesse scelto di essere qualcun altro, di fare qualsiasi altro comunissimo mestiere.

 

"Il giudice ha commentato brevemente, e ha giustificato la sentenza addossando le colpe della mancata condanna al massimo della pena, alle infrazioni procedurali ravvisate nella raccolta e nell’esposizione degli indizi da parte della pubblica accusa. Secondo le prime indiscrezioni trapelate finora, le illegalità sarebbero collegabili a una presunta..."

 

Un rumore lieve emerse dal silenzio ovattato. Lars si volse solo quando avvertì la presenza dei passi leggeri di Sara, dietro di sé.

- COR: spegnere televisione. - Mise a posto qualche soprammobile, poi gli si avvicinò cauta: - Lars, che fai al buio...? - mormorò in tono dimesso, - vieni via da lì, dài, ho preparato qualcosa.

- Non ho fame, grazie.

- Solo un boccone. Ti devi sforzare, devi reagire, Lars. Non puoi andare avanti così.

- Vorrei essere forte come te.

Silenzio.

Sara gli si accostò e lo abbracciò forte cingendolo all’altezza della vita. Lars distolse lo sguardo dal vuoto oltre il vetro e la baciò dolcemente. Lei raccolse dalla sua guancia le lacrime che gli rigavano il volto.

- Oh... amore mio. Non puoi, non possiamo continuare a torturarci così. So che è triste e brutto dirlo; e so che Ely non sarà mai più con noi, ma dobbiamo continuare a vivere. Ehi, guardami - lo prese per il mento e lo fissò negli occhi lucidi. - Lo dobbiamo fare anche per lei. Sono sicura che lei vorrebbe così, sai?

Lars deglutì e sollevo il capo prendendola per mano. - Vieni, devo parlarti.

- Ma è pronto e si raffredderà tutto quan...

- È importante, ti prego.

Sara si accigliò, preoccupata. - Siediti - le sussurrò lui, rimanendo per lunghi momenti muto e imbarazzato, senza un capo a cui attaccarsi per iniziare a dirle ciò che aveva da confessarle.

Inspirò a fondo, rilasciò il fiato rumorosamente e poi posò con coraggio gli occhi su di lei.

- Ci sono stato, ho visto tutto - disse veloce, liberandosi.

- Lars, che stai dicendo? Non ti capisco.

- Tre settimane fa. Ho voluto vedere con i miei occhi cos’è veramente accaduto a Ely.

Sara cedette di schianto alle lacrime. - Che cosa hai fatto, Lars? - balbettò. - Perché?

- Ho usato una scheda temporale e ho assistito all’omicidio di nostra figlia.

- Sei impazzito?! Potrebbero condannarti all’ergastolo, per questo! E tu dovresti saperlo bene!

- Io ho pensato...

- E non hai pensato a me, a quello che avrei voluto io?! - gli urlò in faccia. - Hai approfittato della tua carica, hai usato gli strumenti crono-investigativi per tuoi scopi personali, te ne rendi conto? No, è evidente che non puoi, se l’hai fatto veramente.

- L’ho fatto per noi. E non pensare che sia stata una decisione facile.

- Certo, certo... e magari avresti pensato di uscirne anche pulito, vero?

- Non è quello che mi preoccupa. C’è dell’altro, Sara.

Lei si alzò furente, scura in volto, e con passò deciso si allontanò dal divano; Lars la prese per un polso cercando di trattenerla. - Aspetta, ti prego.

- Non voglio sapere nient’altro, razza di bastardo incosciente. - Il pianto divenne isterico, incontrollabile. Continuava ad agitarsi tentando di divincolarsi dall’abbraccio del marito, e in pochi attimi la lotta si tramutò in una vera e propria colluttazione che si concluse solo quando lui le sferrò un sonoro schiaffone.

- Ho ucciso Son Redrum! - le gridò addosso, desideroso di scaricarsi il peso di dosso. Sara non fiatò, ma lo allontanò con forza da sé. - Pochi minuti fa - concluse lui.

- Redrum è in carcere, non puoi averlo...

- Mi sono procurato un accesso al flusso temporale aperto, quello interdetto, e gli ho fatto visita quindici anni fa, nel suo passato, quando ancora non sapeva chi fossi. - Lei lo fissava ora con gli occhi sbarrati. - Sara, ho vendicato Ely. Ho voluto, anzi, ho dovuto farlo, o non avrei più avuto pace. Se solo tu avessi visto cosa le ha fatto quel mostro...

Sara gli si scostò lentamente, quasi senza forze, si sedette e poi si coricò rannicchiandosi lentamente. Appariva sconvolta. Estraniata, indifesa e soprattutto inconsolabile.

- Redrum secondo i calcoli morirà tra due giorni, quando le onde temporali investiranno il nostro continuum. Poi partiranno le indagini per accertare la causa del decesso e quando sguinzaglieranno i crono-investigatori... beh, scopriranno che sono l’assassino.

Lars le si avvicinò sedendosi sul bordo del divano.

- Sara, non ti abbandonerò. Non mi prenderanno, vedrai. Non sarà semplice ma conosco un modo per... uscirne.

 

 

La città splendeva, immersa nella fastosa illuminazione artificiale, con le strade invase da fiumi di persone affannate ad affogare tutte le malinconie e le noie nella fiera dell’acquisto futile. Tutti quanti esili e grigi nella loro affettata allegrezza. Musica, sorrisi e balocchi per i bambini.

Il vocìo continuo della vita in sottofondo lo invase con violenza improvvisa, e lo colpì forte alla testa. Fu costretto a fermarsi un attimo, a prendere fiato, mentre il fiume in piena lo urtava, indifferente e inconsapevole del suo e di mille altri drammi umani.

La testa, oltre a essere vittima di fitte lancinanti, gli girava vorticosamente. Lars respirò a fondo, cercò di rilassarsi e poi provò cauto a riprendere il cammino verso il suo appuntamento; si costrinse, quasi, o vi sarebbe giunto in ritardo col rischio di farsi sfuggire un’occasione che non gli si sarebbe più presentata.

Dopo pochi passi s’affacciò sulla piazza di St. Germain, sorpreso di riscoprirla in tutta la sua bellezza, addobbata e ripulita per l’occasione. Nell’ampio cerchio centrale troneggiava una spettacolare animazione olografica del Santo delle Stelle, colui che tanta prosperità aveva portato alla razza umana donandole nuovi mondi da sfruttare a piacimento. Lui passò ben distante, aggirando di proposito la folla che s’accalcava attorno al pupazzo luminoso, tra file di bancarelle di mestieranti e artisti vari. Attraversò tutto lo spiazzo fino all’altro capo, per infilarsi poi nel piccolo e buio vicolo delle Tre Code; il suo uomo l’avrebbe atteso al bar omonimo, intento nella lettura del Newdays del giorno prima.

Scoprì presto che il suo uomo in realtà era una giovane donna; dava le spalle alla strada e aveva gli occhi su un foglio plasto-elettronico: era caricato con la prima pagina del vecchio Newdays, come avevano concordato. Lars si avvicinò cauto, ancora insicuro. La ragazza, dai capelli scuri e lunghi raccolti dietro la nuca, lo squadrò da dietro i suoi occhialini, probabilmente di quelli per la visione notturna.

- Si sieda. Cosa le ordino?

Brahim lì per lì rimase immobile, sorpreso; poi s’accomodò lentamente, impacciato da non si sa quale timore. Guardandola si disse che più che una trafficante in congegni di traslazione temporale, sembrava una sostenuta professoressa di fisica o di matematica.

- Un bibita fresca. Una qualunque, grazie.

La ragazza prese il menù e fece l’ordinazione; pigiò il pollice sul circuito di pagamento, facendo uso della sua impronta digitale con sorprendente noncuranza.

- Sarà una vita d’inferno - tagliò corto lei. - È davvero sicuro di volerlo fare?

Solo allora Lars s’avvide che la donna giocherellava con un qualcosa di trasparente e di impalpabile, una specie sottile pellicola che si rigirava tra le dita, usata quasi di sicuro per il camuffamento delle impronte.

- Pensa che non ci abbia riflettuto fino a farmi scoppiare la testa? Crede che non abbia paura? Non faccio altro che pensarci, e ripensarci.

- Quando l’avrà fatto non avrà più una vita. Solo un incubo infinito. Come non ne ha mai immaginato uno. - Lo guardò, severa. Appariva sinceramente preoccupata. Poi riprese: - Io non so come sarà con precisione; so solo che non sarà piacevole e... sentivo di doverglielo dire, ecco.

- La ringrazio, ma non possiedo alternative. Mi dica solo come funziona.

Lei sospirò. - D’accordo, come vuole lei. È semplice. Da quando avrà compiuto il gesto, avrà ventitré minuti di vita a disposizione; questo per ogni singolo corso temporale in cui si ritroverà. L’apparecchio la avvertirà automaticamente, di questo almeno non deve preoccuparsi. Ma faccia attenzione: spetterà sempre e solo a lei attivare il trasferimento.

- Capisco, toccherà a me - ripeté a stesso, quasi a volerselo imprimere nella mente.

- Una distrazione le sarà fatale. Se l’onda temporale, che trasporta le "informazioni" della sua morte e che si sposta attraverso i differenti piani dimensionali, dovesse raggiungere il presente soggettivo in cui si trova, sorprendendola sul posto, sarebbe spacciato. Le è chiaro?

- Sì, lo spero. In fondo non è così complicato.

La ragazza prese la sacca consunta da dietro la sua sedia e iniziò a rovistarvi dentro. - Ricordi un’ultima cosa, altrettanto importate: il traslatore la avviserà con un ronzio cinque, due e un minuto prima che l’onda la raggiunga - e così dicendo, mentre si alzava dal tavolino, gli consegnò l’aggeggio; Lars se lo ritrovò in mano quasi senza accorgersene: una ridicola scatoletta di plastica di forma rettangolare, che aveva tutta l’aria di essere un semplice e innocuo giocattolo. - Auguri - concluse fissandolo. Si girò verso la strada, lo guardò un’ultima volta di sopra la spalla e poi si dileguò tra il fiume di passanti.

 

The City Files

 

Il noto procuratore federale vittima di un raptus omicida

Lars Brahim uccide e poi si suicida

Le indagini temporali svelano il mistero. Vendica l’assassinio di sua figlia e poi si abbandona

a una tragica fine. Brahim si sarebbe "assassinato" trasportandosi nel suo stesso passato

 

di Marcus Asvel

 

Cala il sipario sulla vicenda che ha sconvolto l’opinione pubblica in questi ultimi giorni, e finalmente si rimuovono i veli che l’avevano avvolta nel più fitto dei misteri. Il procuratore federale, Lars Brahim, è stato riconosciuto come colpevole dell’omicidio di Son Redrum (a sua volta assassino riconosciuto della figlia dell’alto magistrato), avvenuto poco più di una settimana fa. La conferma all’ipotesi che per tutti era stata la più probabile fin dall’inizio, si è avuta per voce del titolare delle indagini, il Delegato Hans Delbruck, nel corso della conferenza stampa tenutasi stamattina presso il palazzo della Procura.

"Abbiamo accertato", ha dichiarato Delbruck, "attraverso accurate indagini retro-temporali l’effettiva colpevolezza del sospettato principale, il Signor Brahim Lars. Il dottor Brahim ha compiuto l’omicidio di Son Redrum trasferendosi diciotto anni nel passato, servendosi di un traslatore illegale che gli ha permesso di accedere a uno degli universi ‘aperti’, quelli, per intenderci, le cui conseguenze hanno una diretta influenza sugli accadimenti del nostro continuum temporale, la nostra dimensione presente. Non pago di aver commesso un simile crimine", ha proseguito il Delegato, "il Brahim ha coronato la sua escalation di follia con un gesto tanto disperato quanto assolutamente inconcepibile per una mente che si possa ritenere sana ed equilibrata: il suo stesso omicidio, o suicidio, secondo i punti di vista. Per mezzo del medesimo strumento, si è traslato nel passato, appena cinque minuti indietro rispetto al suo presente, e ha fatto fuoco su se stesso uccidendosi.

"Il caso, è quindi a tutti gli effetti risolto e archiviato, non essendo il Brahim più in alcun modo perseguibile dalle vigenti leggi. Pensiamo inoltre" ha concluso, "che il castigo a cui si è condannato lo stesso Brahim sia ben peggiore di qualsiasi altra pena ipotizzabile e crediamo sia doveroso da parte del nostro Ufficio astenersi dal tormentare ulteriormente questa povera anima lacerata già a sufficienza dalla pena e dalla sofferenza".

Cos’altro aggiungere alle nostre considerazioni e alle schiette parole espresse dal Dott. Delbruck, se non la nostra compassione? Tutti noi ci sentiamo in un qualche modo solidali con il dramma vissuto da Lars Brahim e dalla sua famiglia, partecipi dello strazio e del dolore che li ha trafitti sconvolgendone le menti e la ragione; mai e poi mai potremmo quindi condannare i loro gesti o biasimare la loro vendicativa ferocia. Tutto ciò che ci resta di questa amara vicenda è solo un profondo e sincero senso di pietà per una famiglia il cui destino è stato segnato dall’atroce e crudele ritorsione dell’uomo investitosi come loro Nemesi. MA

 

   

 

Ciao Sara,

ti sono affianco, veglio su di te mentre dormi. Tutto diventa più difficile, a ogni minuto che passa. Pensavo che non sarebbe stato facile, certo, ma non credevo che sarei arrivato a maledirmi per ciò che ho fatto. Ho creduto di poter ingannare la morte, e la società che mi puniva per un’azione che ritenevo fosse giusta compiere, e invece ho ingannato solo me stesso, perché non è vita, questa. Non può esserlo.

Il costringersi a essere liberi è solo un’altra forma di prigionia; una prigione tanto pesante e dolorosa quanto l’essere costretto in catene d’acciaio. Vivere nell’angoscia continua di fuggire alla propria morte, sempre presente appena dietro le tue spalle, pronta a sorprenderti nell’ultima fatale distrazione. Non posso farcela in eterno e so che prima o poi cederò alle lusinghe di un luogo che ora mi sembra tanto migliore di questo. La tentazione di abbandonare tutto è forte, a ogni istante di più, eppure... eppure, non ne trovo il coraggio, la forza. Come non la trovai allora, perché la sola cosa che mi impedisca di arrendermi sei tu. Il pensiero di doverti lasciare e di non poterti più vedere.

È giunta l’ora, devo trasferirmi. Ti lascio, osservando il tuo viso sereno, immersa in chissà quale splendido sogno. Lo spero. Un solo minuto ancora ed è meglio che mi prepari, se davvero voglio continuare ad ammirarti.

Tuo

Lars

 

Che cosa accade ora a Brahim?

Pochi appunti per fare un po’ di chiarezza sugli avvenimenti

 

di Marcus Asvel

 

Per i lettori che non avessero una sufficiente conoscenza delle dinamiche che regolano le leggi temporali, cercheremo ora di spiegare con concetti semplici ciò che è successo e soprattutto ciò che sta avvenendo anche in questo istante, affinché si riesca ad avere un quadro della situazione più chiaro e comprensibile. Il concetto base da ricordare, fondamentale, è la capacità di spostarsi su due differenti modelli di piani temporali, a loro volta infiniti:

- il primo, quello comunemente denominato "chiuso" e che tutti usiamo abitualmente per le nostre più disparate escursioni turistiche, è, diciamo così, "distaccato" dal nostro, e le azioni che vi si compiono (di qualunque natura esse siano) non influiscono in alcun modo sul presente del nostro spazio-tempo.

- il secondo invece, quello "aperto", è interdetto a qualsiasi tipo di accesso non autorizzato (di solito è utilizzato esclusivamente per le indagini retro-temporali), perché gli eventi che vi accadono hanno la capacità di condizionare, alterandola, la nostra quotidianità, le vicende che la circondano e con cui interagiamo più o meno direttamente. Le più comuni infrazioni del codice di regolamentazione degli spazi temporali prevedono l’ergastolo; nei casi più gravi è invece prevista la pena di morte.

Ora, la dinamica che ha portato alla morte di Redrum è abbastanza facile e riassumibile in poche parole: Brahim vuole uccidere Redrum (per vendicare l’omicidio di sua figlia), ma quest’ultimo, anche perché recluso e sorvegliato strettamente, è difficilmente avvicinabile. Decide così di procurarsi un traslatore temporale illegale e si trasferisce diciotto anni indietro, nel passato "aperto" di Redrum. Lo uccide, e quando l’onda temporale (contenente le "informazioni aggiornate" sulla vita passata di Redrum) raggiunge il nostro continuum, Redrum muore.

Per l’omicidio-suicidio di Lars Brahim il discorso è invece più complesso. Brahim ha compiuto un omicidio e ha la certezza che, una volta accertata la sua colpevolezza, verrà condannato a morte. L’unica "salvezza" è uccidere se stesso in un passato aperto, allo scopo di non essere più perseguibile penalmente. Il tal modo Brahim modifica la struttura del suo continuum soggettivo e quello di tutti noi. Ma per far sì però che tale meccanismo funzioni mantenendolo in vita, egli non può farsi raggiungere dall’onda temporale che provocherebbe la sua morte, ed è così costretto a trasferirsi di continuo in differenti e paralleli piani del suo presente (e del nostro), creandone ogni volta uno nuovo che scaturisce dalla sua "esperienza personale" appena passata. Ciò è possibile perché il tempo di trasmissione dell’informazione relativa al suo avvenuto decesso, tra un piano del presente e l’altro, è di ventitré minuti; Brahim è quindi "libero" di muoversi, in anticipo rispetto all’informazione, da un universo all’altro allontanandosi dal suo presente originale lungo la "diagonale" dello spazio-tempo.

Questa la triste sorte che ha scelto per sé Lars Brahim, pur di vendicare l’omicidio di sua figlia Ely. Costretto a trasferirsi in un differente universo ogni ventitré minuti, senza potersi mai fermare. Un tormento unico e inimmaginabile, che non vorremmo augurare nemmeno al nostro peggior nemico. MA

 

È successo appena pochi istanti fa. Tremo ancora dallo spavento.

Non riesco più a dormire quando vorrei e dovrei, e il sonno mi sorprende quando meno me lo aspetto, nei posti più impensabili e scomodi. I miei sensi intorpiditi si rifiutano di assistermi... e così non ho sentito il segnale che mi avvertiva: nessuno dei tre previsti. Non so come, forse perché ormai il mio stato d’allerta è perenne, anche se inconscio, ma mi sono svegliato di soprassalto avvertendo un immediato senso di pericolo. A quel punto mancavano solo trentadue secondi alla fine. Appena in tempo, Sara.

Se penso che potrebbe accadere senza che me ne accorga... dio non voglia. Sapere di essere stati a un passo dalla morte non è semplicemente brutto, è orrendo. Vivere quei pochi secondi che ti separano dalla fine, mentre sai che si avvicinano inarrestabili. Si viene assaliti da un’angoscia che ti preme sul cuore e ti afferra per la gola; si vive la paura che la sensazione possa non lasciarti più.

Purtroppo non ti ho trovata a casa. Probabilmente sei uscita per qualche acquisto.

Volevo parlare. Vederti.

Sai, sto rimuginando, qui... tra una frase e l’altra. E a dire il vero lo faccio di continuo, ultimamente. Mi chiedo che senso abbia e se non stia sbagliando tutto. Mi dico che sono un vigliacco, un egoista, e non riesco a non pensare che ad ogni nuovo trasferimento in un nuovo universo, oltre alla mia soddisfazione nel poter continuare a vederti, dovrei anche considerare, dare più importanza al fatto che lascio dietro di me una scia infinita di vedove. Ogni volta ti tradisco e trafiggo il tuo cuore abbandonandoti per sempre. A ogni nuovo incontro mi ritrovo davanti al tuo sorriso sereno, e sono felice della tua felicità nel vedermi, mentre altrove stai piangendo per l’ennesima volta la mia scomparsa.

Basta, è davvero troppo. Mi ripeti che sto facendo la cosa giusta, ma mi sto convincendo che dovrei ignorare il tuo parere e pensare, almeno per una volta nella vita, anche al bene di chi mi è vicino. E forse tra il lasciarmi sorprendere nel sonno e il decidere coscientemente quando "farmi finire", è bene che mi decida per la seconda.

Devo solo trovare il coraggio.

Tuo per sempre,

Lars

Girovagava nelle vicinanza di casa sua, senza una meta, cercando letteralmente di ingannare il tempo. Era una bella giornata e così aveva deciso di passarla in modo sereno, senza incontrarsi con Sara, contemplando il semplice scorrere della vita.

Si accomodò su una panchina del lussureggiante Parco Centrale e aspettò che i restanti venti minuti scivolassero via indisturbati, senza tormentarsi in pensieri ingombranti.

Dopo poco gli venne incontro un giovane uomo, piuttosto mal vestito e dall’aspetto più in generale svagato e trascurato.

- Buongiorno - gli sorrise. – Lei è il dottor Lars Brahim, giusto?

Lars sbarrò gli occhi, stupito e spaventato al tempo stesso. - Forse – rispose, riprendendosi dalla sorpresa. - Lei chi... come fa a saperlo?

- Ooh... lo so perché sono giorni che la seguo. – Il sorriso si trasformò in ghigno. Lars lo guardò sederglisi affianco, poi proseguì: - Il mio nome sa qual è? Redrum. Sany Redrum, precisamente; anche se dovrebbe importagli solo il mio cognome.

Lars sbiancò, muto e paralizzato dalla rivelazione. Senza sapere che cosa fare o dire.

- Sa... ho riflettuto molto. Ho pensato, valutato, soppesato. Poi ho deciso. – Brahim gli si scostò istintivamente. – Ho deciso per la vendetta, ma per quella più sottile e atroce.

Sany Redrum sfoderò tutti i suoi denti in una risata che aveva del diabolico. E Lars, di colpo, cogliendo ciò che avrebbe dovuto intuire all’istante, scattò in piedi e corse via.

Via verso casa. Da Sara.

Una corsa forsennata, mentre i pensieri più orrendi si accavallavano e si sovrapponevano, in una sorta di perversa tortura psicologica. Tra un ipotesi e l’altra, qualche sconnessa preghiera e l’angoscia che si impadroniva di ogni cellula del suo corpo.

Attraversò lo spazio che lo separava da casa con le ali ai piedi; urtando, sbandando e urlando per farsi largo tra i passanti. Il portone, l’androne e le scale fino al primo piano, le percorse quasi con un solo balzo. Premette il pollice sul meccanismo digitale di apertura e spalancò la porta: il salotto era vuoto, la cucina pure; non gli rimase che precipitarsi al piano di sopra, in camera da letto.

Sara era distesa sul letto, sotto le lenzuola.

- Oh, dio. Fa che non sia vero – mormorò Lars, gemendo . Sara non si muoveva.

Si accostò al giaciglio trattenendo il fiato, col silenzio che gli ronzava nelle orecchie, le tempie pulsanti e il cuore che picchiava in petto.

Un lieve respiro. Lars s’accorse che il petto le si gonfiava ritmicamente. Rimase lì a guardarla per un po’, a seguire il ritmo del suo respiro. Dormiva beatamente, serena.

Finalmente rilasciò tutta l’aria che aveva trattenuto fino ad allora, in un sospiro liberatorio. Incerto sulle gambe molli, cercò a tentoni una sedia dietro di sé e vi si lasciò cadere sopra. Il traslatore ronzò: l’avviso dei cinque minuti, pensò. Poi, tirando fuori l’apparecchio dai pantaloni, s’accorse che il segnale era quello dei due minuti. Nella foga della rincorsa non aveva nemmeno sentito quello precedente.

Bello scherzo, gli aveva fatto. Ma era davvero uno scherzo o era un avvertimento, un "consiglio"? Quell’uomo chi era? Era davvero il fratello di Redrum? Tante domande senza risposta. Tanti dubbi, si disse, che non sarebbero mai dovuti esistere. E allora? Allora basta veramente. Coinvolgere fino a questo punto Sara, no. Mai più.

GNIIIIK.

Un solo minuto.

Lei non meritava la sua fine; lei aveva tutto il diritto di vivere la sua vita, di scegliere il modo migliore di farlo. E non che qualcuno altro decidesse per lei come e quando farla morire.

BIP-BIP-BIP. Trenta secondi.

Sara si mosse, tirò fuori un braccio scoprendosi parzialmente e finì per girarsi sull’altro fianco. Quel suo bel braccio liscio, morbido, snello ma sodo. Il suo profumo. Le sue dita lunghe, delicate.

Addio, Sara.

BIP-BIP. BLIIIIIMP.

Il lungo segnale d’allarme la svegliò. Lì per lì non capì, ancora assonnata. Guardò la sveglia, ma poi si rese conto di non riconoscerne il suono. Si sollevò mettendosi seduta e lo vide. Era sulla poltroncina, in una posizione scomposta, con le braccia larghe e penzolanti.

Capì. Non fiato, né pianse.

Si avvicinò, si posò sulle sue gambe e lo baciò delicatamente sulla guancia.