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Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono la patria di quel tipo di letteratura che va sotto il nome di fantascienza:

  • è ormai accettato il 1926 come data di nascita

  • il luogo è la rivista Amazing Stories

  • il padre è Hugo Gernsback (1884 -1967).

Nel 1929 Gernsback venderà Amazing ma fonderà una nuova rivista, Science Wonder Story dove per la prima volta apparirà il termine Science Fiction

Data per scontata, quindi, la sua origine americana, occorre sottolineare una base di partenza europea per il genere: Hugo Gernsback è un esule lussemburghese e il genere al suo inizio si fonderà soprattutto sulle opere di Jules Verne (un francese) e di H.G. Wells (un inglese). 

Si è soliti suddividere la storia della fantascienza in periodi precisi: 

 

fase dal 1926 al 1938

 

epoca delle grandi avventure con scarsa percezione del termine tecnologico e un grosso desiderio di parlare delle meravigliose sorti della tecnologia e della scienza con storie scientificamente ingenue ma che vcercavano di stupire, meravigliare e sorprendere il lettore 

 

fase dal 1938 al 1950

denominata anche età dell'oro della sf e legata alla figura di John Wood Campbell jr. (1910 - 1971) che divenuto direttore di Astounding cerca di creare un nuovo rapporto tra immaginario e scienza. Nasceranno nella prima parte di questo periodo gli scrittori che daranno una forma precisa e duratura al genere (van Vogt, Asimov, Heinlein, Sturgeon, Bradbury, Pohl, Leiber, Brown...) e Campbell spingerà questi autori a creare storie con un fondamento scientifico e con una propria plausibilità. 
Questa nuova generazione di scrittori ha un approccio più complesso al genere letterario. Non si tratta comunque di sperimentatori formali che cercheranno di innovare il modo di raccontare, ma di autori che esplorano in modo nuovo il rapporto dell'uomo con la scienza e col futuro, che ricercano una nuova etica che si confronti anche con i problemi che il progresso o la tecnologia presentano 

 

anni '50

 

è il periodo successivo alla seconda guerra mondiale e alle esplosioni atomiche: il mondo si pone domande sempre più angosciate sulle possibilità del progresso tecnologico.
Questa fase è legata soprattutto alle vicende di due riviste innovatrice: The Magazine of Fantasy & Science Fiction (F&SF) e Galaxy.
Ci si inizia a porre il problema di come raccontare una storia e soprattutto gli autori non sono più interessati alla scienza in se stessa, ma ai rapporti sociali con essa.
Nasce la fantascienza sociale e ci si interessa anche a scienze non 'hard', come psicologia, sociologia...

 

anni '60-'70

 

la fantascienza americana perde la propria spinta propulsiva e innovatrice e il grande rinnovamento nel genere viene dal movimento britannico denominato New Wave e che si diffonderà dalle pagine della britannica New World. Nascono comunque in questo periodo autori fondamentali per il futuro della fantascienza americana, come Roger Zelazny, Harlan Ellison e Robert Silverberg.

 

anni '80

 

si diffonde a macchia d'olio il movimento che verrà etichettato col nome di cyberpunk e che nasce dalla spinta rivoluzionaria della diffusione della tecnologia informatica. Termini coniati da questi autori come 'realtà virtuale' nel giro di qualche mese arrivano ad indicare cose realizzabili e alla portata di tutti.
Si ha un rapporto nuovo con la tecnologia: non più mitizzata, non più demonizzata, ma accettata per quello che è, il mezzo per salire un gradino di complessità, sia nel risolvere i problemi vecchi che nel porne di nuovi.


autori

 
testi in linea

La critica anglo-americana della fantascienza
Carlo Pagetti

Una dozzina d'anni fa, James Blish, facendo il punto sulla critica anglo-americana della fantascienza in un articolo apparso anche in Italia, su Gamma del settembre 1967, elencava solo "cinque autentici libri di critica fantascientifica"; ma, di questi cinque, due - quello di Knight, In Search of Wonder e quello dello stesso Blish, pubblicato con lo pseudonimo William Atheling, jr, The Issue at Hand - erano raccolte di recensioni, di solito succinte e comunque non molto organiche; Explorers of the Infinite (che sarebbe stato seguito in breve da Seekers of Tomorrow) di Sam Moskowitz era una serie di medaglioni biografici di sapore agiografico, seppure molto ben documentati; The Science Fiction Novel comprendeva, come specificava lo stesso Blish, "i testi di quattro conferenze tenute su invito dell'Università di Chicago e dedicate alla fantascienza come critica sociale", di valore, come ammette ancora Blish, piuttosto ineguale. Restava New Maps of Hell di Kingsley Amis, l'unica opera che avesse una sua organicità interna, malgrado le letture forse non onnicomprensive di Amis (ma chi ha letto tutta la produzione fantascientifica?) e la sua particolare sensibilità di scrittore "satirico", che gli ficeva prediligere in modo unilaterale - ma coerente - l'aspetto "sociologico" della fantascienza.

Naturalmente Blish avrebbe potuto ricordare - ma non faceva parte dei suoi propositi - che anche alcuni testi dedicati alla letteratura "maggiore" avevano dato un contributo importante a livello critico e metodologico. Sono volumi ormai di ampia circolazione anche in Italia, sebbene molti "specialisti" della fantascienza si ostinino a ignorarli: Amore e morte nel romanzo americano di Leslie Fiedler, Il romanzo americano e la sua tradizione di Richard Chase, e Anatomia della critica di Northrop Frye.

Ma, in generale, alla fine degli anni '60 gli addetti ai lavori in America e in Inghilterra avevano più di una ragione per lamentarsi della scarsa attenzione dei loro colleghi più autorevoli. Nella sua Introduzione all'antologia critica SF: The Other Side of Realism (1971), Thomas D. Clareson osservava che "nell'ultimo decennio o giù di lì la fa tascienza ha guadagnato una limitata rispettabilità critica e accademica a causa della sua preoccupazione per i temi utopico-distopici" con un riferimento abbastanza preciso a opere notevoli come From Utopia to Nightmare di Chad Walsh e The Future as Nightmare: H.G. Wells and te Anti-Utopians di Mark R. Hillegas; che, in effetti, contengono accenni abbastanza generici alla narrativa fantascientifica.

L 'accusa di genericità e pressapochismo, infatti, è una delle più giustificate che, dall'"interno", è stata rivolta all'occasionale visitatore fornito di credenziali accademiche. Nello stesso volume curato da Clareson, ancora James Blish, in On Science Fiction Criticism, un saggio che risale al 1968, scrive con una certa ironia: "Per chissà quale ragione, la maggior parte dei critici che discutono di fantascienza per un'udienza di persone colte ma non specialiste, lo fanno con una conoscenza del campo che è limitata e largamente arcaica, e che si concentra pesantemente su Jules Verne (morto nel 1905)". Prendendosela con un intervento, in realtà piuttosto presuntuoso, di Michel Butor, Blish osserva che lo scrittore francese "non menziona; alcun autore vivente di fantascienza eccetto Ray Bradbury". E noto il fastidio provato da Blish e da altri critici-scrittori fantascientifici per la fama di Bradbury, considerato un autore ai margini del genere, di facile consumo per gli estimatori più superficiali. Ma è anche vero che, per molti anni (in qualche caso fino alla comparsa di New Maps of Hell e oltre), opere come le Cronache marziane e Fahrenheit 451 hanno avuto l'effetto positivo di accostare con spirito non prevenuto alla narrativa fantascientifica molti lettori e critici. (Ciò, in parte, è anche vero, se mi è consentito l'inciso autobiografico, per il sottoscritto, che ebbe però anche la fortuna di acquistare, secoli fa, come suo primo Romanzo di Urania, Il disco di fiamma di Philip K. Dick, Solar Lottery).

Bisogna comunque riconoscere che, dall'inizio degli anni '70, il panorama critico anglo-americano si è arricchito di una serie talmente considerevole di opere dedicate alla fantascienza, che uno studio completo richiederebbe probabilmente, a sua volta, le dimensioni di un volume. Non è impossibile, anzi, che qualche giovane studioso americano stia già preparando, per il suo dottorato, una ricerca sulle diverse interpretazioni critiche a cui la fantascienza è stata sottoposta nel suo Paese. E probabile che, come è già accaduto in passato, questo ipotetico studioso tenga in scarsa considerazione le opere critiche uscite in Paesi non di lingua inglese, e, ahimé, in nessuna considerazione quelle italiane, che devono sempre fare i conti con la barriera della lingua.

Sarà qui sufficiente accennare ad alcuni sviluppi generali della critica fantascientifica di lingua inglese in questi ultimi anni, rinviando ad altra sede (ad esempio, al paginone centrale dedicato alla fantascienza dal settimanale Tuttolibri del 16 luglio 1977) per qualche informazione sulla critica italiana che pure, rispetto a quella anglo-americana, se è inferiore quantitativamente, ha saputo in più di una occasione dare un contributo valido e qualificato, fino al recentissimo Asimov, preparato per Il Castoro della Nuova Italia da Ruggero Bianchi, una monografia in cui capacità di illustrare alcuni dei problemi fondamentali della fantascienza per lettori non iniziati e precisione di analisi della narrativa asimoviana si fondono in modo eccellente.

Ma, per tornare all'America, l'arrivo massiccio di "accademici" e studiosi di narrativa "maggiore" spesso (non sempre) preparati e competenti ha modificato radicalmente il quadro della critica fantascientifica.

Innanzitutto, è emersa subito l'esigenza di affrontare il problema "Fantascienza" con un'angolatura metodologicamente più rigorosa e meno empirica o basata esclusivamente su testimonianze dirette, piacevoli ma soggettive e impressionistiche (del tipo: "Quella notte che Pohl si ubriacò c'ero anch'io e mi raccontò tutto della sua amicizia con il povero Kornbluth", oppure: "Nel numero di Galaxy che pubblicò il primo romanzo di Silverberg e il quarto racconto di Blish uscf anche una mia lettera al direttore sulla presenza degli UFO nei cieli americani durante l'elezione di Eisenhower".) Sorge, insomma, la volontà di basarsi su una "teoria generale" della fantascienza, vista come "genere" narrativo con leggi sue proprie in un rapporto ben definito con altre forme letterarie e con determinate "formule" culturali.

In questo contesto, poi, sono emerse alcune tendenze di fondo (non necessariamente irriconciliabili):

1) Una corrente socio-culturale, che vede la fantascienza in termini di ideologia e critica della società (o di certi modi di rappresentazione della società), quindi in parte, e in modo diverso, collegata agli studi sull'utopia negativa, a New Maps of Hell, agli studi di Mark Hillegas, di Thomas Clareson, direttore di Extrapolation, o di scrittori-critici come Brian Aldiss. In un certo senso, un manifesto "teorico" di questo indirizzo si può trovare ancora nella già citata antologia critica curata dal Clareson agli inizi degli anni '70, allorché Hillegas concludeva il suo intervento Science Fiction as a Cultural Phenomenon: A Re-evaluation (che risale al 1962) con l'affermazione: "C'e bisogno di continuare do ve New Maps of Hell di Amis si è interrotto e di intraprendere una ricognizione veramente comprensiva della fantascienza come critica sociaje". Un originale esempio di questo approccio, per I'ideologia religiosa che ne sta alla base, è The Shattered Ring: Science Fiction and the Quest for Meaning di Lois e Stephen Rose (1970), dove viene esaminato il rapporto della fantascienza "con la società e i problemi eterni dell'uomo, della natura e della storia".

2) Una corrente storico-letteraria, che si ricollega alle opere già menzionare di Fiedler, dello stesso Hillegas e all'antologia di testi ottocenteschi, Future Perfect, curata, poco più di dieci anni fa, da H. Bruce Franklin, una tappa fondamentale, per chi si occupa di fantascienza, nell'acquisizione di una coscienza storico-critica non puramente erudita e informativa. Questo indirizzo studia soprattutto il collegamento tra la fantascienza e il resto della narrativa americana (mancano tentativi di questo genere nell'ambito della letteratura inglese). In questo senso; talvolta l'"aspetto" fantascientifico appare subordinato ad una visione più ampia e complessa del fenomeno narrativo. Non a caso, lo scrittore fantascientifico di solito preferito da questi critici è Kurt Vonnegut. L'approccio più sofisticato è forse quello di David Ketterer in New Worlds for Old: The Apocalyptic Imagination, Science Fiction, and American Literature che accosta, con grande efficacia, autori dell'800 e contemporanei, Poe e la Le Guin, Brockden Brown e Lem, Twain e Dick, Melville e Vonnegut.

3) Una corrente "strutturale" e/o "mitopoietica", che si ricollega, comunque, di solito agli studi del critico canadese Northrop Frye e all'enorme fortuna che essi hanno avuto negli ultimi anni in tutta America. Questa tendenza si serve degli strumenti più moderni di analisi critica e dei contributi dell'antropologia e della psicoanalisi. La fantascienza emerge come una rete di miti e di complesse strutture linguistiche. L'accento è, appunto, posto sulle "strutture", sui miti e sugli archetipi culturali, con qualche pericolo di peccare in astrattezza, eccesso di teorizzazione, ipersofisticazione. Ma, nei suoi esempi più interessanti, questo tipo di critica è quella che ha rivoluzionato maggiormente la nostra percezione del "fenomeno" SF, come si può vedere in buona parte degli interventi pubblicati su SFStudies, da quelli del suo direttore (accanto a R.D. Mullen), Darko Suvin, che si richiama esplicitamente a Frye, ma non ignora neppure il contributo della critica marxista, o nel recente volume di uno dei maggiori studiosi dì problemi narrativi, Structural Fabulation: An Essay on Fiction of the Future di Robert Scholes.

Ancora meno omogeneo dei tre "indirizzi" appena indicati, è quello che potrebbe comprendere la critica degli stessi scrittori di fantascienza che, quando non è puramente aneddotica e apologetica, può dare un prezioso contributo sui metodi di lavoro, sugli indirizzi ideologici, sul problema del linguaggio. Un'antologia di testimonianze degli scrittori è stata recentemente raccolta da Reginald Bretnor in Science Fiction: Today and Tomorrow, mentre Ursula Le Guin interviene per conto suo su SF Studies e Lem, ben conosciuto in America anche per una dura polemica con la Science Ficrion Writers Association, è quasi l'unico a occuparsi dei rapporti tra la fantascienza e la scienza (o, piuttosto, la filosofia della scienza).

Esistono, infatti, malgrado gli sviluppi qui documentati, numerosi settori critici dove è sempre possibile un approfondimento, a cominciare dal terreno ancora quasi vergine della sociologia della fantascienza, che studi in modo sistematico il rapporto scrittori-lettori, le reazioni dei lettori, la loro composizione sociale, la "politica" delle case editrici (e, perché no, i finanziamenti o i profitti su cui si reggono).

Nello stesso tempo, continuano a uscire studi dedicati ad aspetti della letteratura o della narrativa, che, pur toccando marginalmente o non toccando affatto la fantascienza, forniscono tuttavia preziose indicazioni metodologiche o teoriche. Senza una conoscenza di queste opere, come dieci-quindici anni fa di quelle di Fiedler, Chase, Frye, il critico di fantascienza rischia di rimanere tagliato fuori rispetto ai più recenti risultati della ricerca letteraria. Ci limitiamo ad alcuni titoli, di per sé abbastanza indicativi: Faust in Literature di f W Smead (1975) Adventure, Mystery and Romance. Formula Stories as Art and Popular Culture di John G. Cawelti (1976), The Secular Scripture. A Study of the Structure of Romance di Northrop Frye (1976). Ognuno di questi testi meriterebbe un discorso a parte, e accanto ad essi non sfigurerebbe almeno un libro del nostro Celati, Finzioni occidentali. Fabulazione comicità e scrittura pubblicato da Finaudi nel1975.

Nello stesso tempo, continuano i riconoscimenti più "ufficiali" che, in un certo senso, codificano quanto è giù acquisito, come l'inserimento di un volume dedicato alla Science Fiction e curato da Mark Rose nella prestigiosa collana (conosciuta dagli studenti universitari di letteratura inglese e americana di tutto il mondo) dei "Twentieth Century Views" edito nel 1976 dalla Prentice-Hall. Non sorprendentemente, in questa antologia, i contributi critici, che vanno da Amis a Suvin, da CS. Lewis a Scholes, da Lem a Ketterer, seguono un criterio ecumenico e rappresentativo di un po' di tutti gli indirizzi più moderni.

Questa complessità di approcci critici ha ridimensionato il più tradizionale discorso storico-biografico-informativo, caro a Moskowitz e ai suoi seguaci. Anche se alla fantascienza continuano ad accostarsi generazioni di lettori giovani e desiderosi di cognizioni basilari, è evidente che sempre meno occorre fornire semplici informazioni le quali, del resto, si possono sempre reperire in manuali opportunamente aggiornati come in quello - "preistorico" - di L. Sprague de Camp (SF Handbook) o nelle biografie di Moskowitz, o nelle cronache cronologiche del francese Sadoul. Lo "storico" è ormai costretto a rifiutare mere elencazioni e a dare una sua precisa interpretazione del "fenomeno", come hanno cercato di fare Brian Aldiss in Billion Year Spree, rivalutando Frankenstein di Mary Shelley e la narrativa degli anni '30 - '40, o i Panshin, con il loro tentativo di sostituire all'estetica del realismo strumenti più aggiornati di classificazione e valutazione. È sempre più difficile, però, evitare le secche della genericità e della compilazione, anche per chi è o è stato un "protagonista", come si può vedere nel pur piacevole The Universe Makers di Donald Wollheim. Lo stesso Scholes, quando ha sentito il bisogno di ripercorrere le varie tappe della fantascienza, insieme a Eric Rabkin, nel recentissimo Science Fiction. History Science Vision, si e affidato a un nuovo metodo, affiancando a una più tradizionale "storia" della fantascienza, l'analisi di dieci testi "significativi" dal 1818 al 1976.

In conclusione: occorreranno sempre onesti manuali informativi e riepilogativi - tanto più, ahimé, se la fantascienza verrà divorata e digerita da quelle istituzioni necessarie ma pestilenziali che sono i Corsi Universitari (chi è senza peccato scagli la prima pietra) tuttavia un serio e preciso discorso critico richiederà sempre più un tipo di approccio diverso e molto più articolato. La fantascienza non è più un ricco pascolo inesplorato, dove ci si può spensieratamente avventurare sulla base di una tesi di laurea "insolita", di un certo numero di letture "specialistiche" (magari neppure nell'originale), della frequentazione di ambienti più o meno "rappresentativi", o con lo spirito del dilettante piluccone pronto a sfruttare qualche nuova moda o aperto a intellettualistiche esercitazioni (sulla pelle dei suoi studenti o dei suoi lettori). Occorre, oltre alla indispensabile conoscenza dei testi narrativi e critici fondamentali (nella lingua originale), un aggiornamento teorico e metodologico specifico e, nello stesso tempo, non diverso da quello richiesto per lo studio di qualsiasi altro settore della letteratura.

Carlo Pagetti

Settembre '77