Buona fortuna, vecchio 

Domenico Gallo 

Albert Einstein passeggiava lungo la Fifth Avenue. Lo circondavano una decina di agenti della Nathan Adler Agency, una delle compagnie private che avevano rimpiazzato la CIA dopo la crisi del governo democratico seguita al bombardamento dei giacimenti petroliferi di Martyshi, in Astrakhan. La squadra di gorilla jakuza fendeva la folla che invadeva i marciapiedi e disegnava attorno a lui un piccolo vuoto di forma variabile, un vortice ansante che lo separava dalla gente ignara della sua presenza. Gli uomini della scorta erano orientali e vestiti quasi allo stesso modo: completo scuro, camicia bianca e cravatta scura. Indossavano occhiali a specchio e non parlavano mai tra loro. Bisbigliavano ideogrammi nei microfoni, tendevano i muscoli del viso, saettavano lo sguardo lungo le vie laterali, scrutavano le vetrine, si detergevano il sudore con immacolati fazzoletti di cotone bianco. Miss Nicola Eight, la sua accompagnatrice, invece era decisamente loquace. La donna era una nera, alta, che indossava un tailleur di pelle e una gonna corta; portava pesanti calzature militari che le stringevano la caviglia con fibbie d’argento. La donna gli era sempre a fianco, sovrastandolo. A Einstein ricordava una cicogna dalle piume nere, e le sue gambe lunghe e affusolate trasfiguravano in un paio di zampe che affondavano nella linea piatta di un acquitrino.

Gli uomini che lo proteggevano si fermarono di colpo e si serrarono l’un l’altro. Un gruppo di Hare Krishna salmodianti nelle tuniche arancioni scorreva indifferente lungo le mura di quella diga umana. Einstein alzò il capo, cercando di intravedere la gente che passava a poco meno di un paio di metri da lui, ma fu un interesse momentaneo. Tornò a rattrappirsi e a osservare le rughe del selciato, i bicchieri schiacciati della coca cola, i cocci ambrati della Budwaisser, i resti di un hamburger di soja da venticinque.

- Sono Hare Krishna - disse immediatamente Miss Eight. - Adepti di una setta religiosa che ha proseliti in tutto il mondo. Vivono raccogliendo elemosine.

Einstein annuì stancamente. Aveva cessato immediatamente di stupirsi, appena si era reso conto di essersi risvegliato e di stare discretamente bene. Ero morto, pensò gravemente, e ora non lo sono più. Ma il fatto di essere inaspettatamente vivo non lo rendeva felice.

Il cielo sopra di lui era un cuscino molle e umido appoggiato sopra i tetti dei grattacieli; era scuro, verdastro, screziato dalle luci dei riflettori che balenavano dagli eliporti privati annidati sui tetti. Non era né giorno né notte, solo cifre color rubino che si inseguivano sui display a guardia degli incroci.

- Il futuro... - bofonchiò Einstein tra sé e sé. - L’America.

Miss Eight si voltò verso di lui e gli sorrise, attendendo che lui le rivolgesse qualche domanda. Einstein scosse il capo e riprese a camminare trasportato dalla scia delle guardie del corpo.

- Non le interessa questa New York, professore? - chiese Miss Eight, piegando il capo verso di lui.

- Non mi interessava New York neppure quando ero vivo - replicò prontamente.

Einstein non pronunciava perfettamente l’inglese, e, specialmente quando parlava velocemente, tradiva ancora la sua origine tedesca.

- Lei è vivo, professore, deve convincersene. Non ricorda esattamente tutto del suo passato?

Einstein annuì, ma preferì abbassare ancora lo sguardo e seguire i propri pensieri, piuttosto che scrutare la folla che gli passava vicino, stupirsi delle vetrine dei negozi che offrivano merci che non conosceva, o ammirare le automobili impolverate bloccate nell’ingorgo.

- Dovevamo usare l’elicottero - sbottò Miss Eight. - Avevo ragione io. Abbiamo dovuto abbandonare l’auto...

- Stiamo facendo una passeggiata per il centro - rispose Einstein con ironia. Indossava una giacca grigia e pantaloni chiari, una camicia bianca e un panciotto. La cravatta di seta nera non mancò di stupirlo. Era identica a come la ricordava. Una mattina di non più di un mese prima, Helen Dukas, mentre stava per uscire di casa diretto all’Institute for Advanced Study, l’aveva fermato e gli aveva messo a posto il nodo della cravatta. Era accaduto un mese prima, ma tutti gli orologi che vedeva attorno a sé asserivano che erano trascorsi quasi quarantacinque anni.

- È molto pericoloso girare per strada, professore - disse Miss Eight. - I tempi sono cambiati. L’umanità è diventata molto violenta.

- L’umanità è sempre stata violenta, Miss Eight. Lei, come tutti, ha dimenticato gli orrori del passato.

- Ecco, siamo arrivati.

La squadra entrò nell’atrio di un grattacielo e lo scortò fino a un ascensore.

- Tra pochi minuti saremo in volo verso Washington. - Miss Eight aveva estratto da sotto la giacca di pelle una pistola mitragliatrice e aveva infilato il caricatore. - Le precauzioni non sono mai troppe - disse, cercando di rassicurare il vecchio che aveva deprecato la sua azione con lo sguardo.

- Abbiamo dei nemici? - chiese Einstein, infilando le mani nelle tasche dei calzoni.

- Forse.

- Io non posso più avere nemici vivi. Sono sopravvissuto a quelli di Norimberga...

- Lei è un ottimista, professore.

Un vento caldo e irrequieto spazzava il tetto. Gli uomini armati scrutavano il cielo senza stelle e sembravano cani che avessero percepito l’imminente manifestarsi di un terremoto. Si muovevano, avanti e indietro, cambiavano posizione repentinamente, agitavano le armi. Solo Miss Eight sembrava scivolare verso l’elicottero con grazia, come se danzasse. Prese Einstein sotto braccio e lo strinse a sé, mentre l’altra mano penzolava inerte lungo la coscia, stringendo la mitraglietta di plastica e ceramica.

- Ho una richiesta da avanzare - dichiarò infine Einstein.

- Sono qui per ascoltarla - rispose, spingendolo dentro l’abitacolo con decisione.

- Voglio parlare con una persona.

- Con chi? - L’espressione di Miss Eight tradì una leggera preoccupazione, e, all’improvviso sembrò meno giovane; la pelle si ramificò in un tessuto di piccole rughe che, fino a quel momento, erano state nascoste nel brillio crepuscolare.

L’elicottero si levò, alzandosi verticalmente di una decina di metri, poi si diresse verso sud.

 

Alle tre del mattino Einstein si rese conto che non si sarebbe riaddormentato. Aveva riposato poco e male, brevi intervalli in cui immagini frammentarie del passato gli rimanevano fissate sulla retina. La stanza era buia e silenziosa, dalle imposte chiuse filtrava un’impercettibile luminescenza che gli permetteva di distinguere la sagoma di un mobile, lo schienale di una sedia, il profilo elegante di una lampada poggiata su un piccolo tavolo; le tende immobili pendevano dal soffitto confondendosi nell’oscurità che inghiottiva il resto dello spazio. Se chiudeva gli occhi tornavano a incombere su di lui volti di persone che conosceva, alcuni sepolti nella sua memoria, persone a cui non ripensava da decenni. Mileva, Maja, Tagore, Bohr, sua moglie Elsa, Margot, Godel e Oppenheimer. Infine, e questo lo fece ridere, soffocando l’ilarità nel buio, gli apparve Podolsky, stranamente ringiovanito e insaccato nel suo completo grigio, con la cravatta che gli penzolava dalla tasca, che gli confidava di aver appoggiato le sue opinioni sul principio di Heisenberg solo per rispetto nei suoi confronti, ma che, in realtà, era convinto che avesse torto. Così accese la luce, per cacciare definitivamente quei fantasmi insolenti, tra cui i suoi esagitati studenti rivoluzionari degli anni di Berlino. Stette a guardare il soffitto, poi si decise ad accendere la TV. Utilizzò il telecomando, come gli aveva spiegato la solerte Miss Eight, e si esercitò nel cambio dei canali.

- Zapping... - sospirò a bassa voce, con scetticismo.

Una partita di baseball del futuro gli confermò che non avrebbe imparato le regole del gioco neppure se fosse stato immortale, poi navigò tra talkshaw, notiziari, videoclip e film. La Cina aveva fermato la sua flotta al limite delle acque territoriali giapponesi, la foresta bruciava in Vietnam e Nha Trang stava per essere evacuata, una petroliera era esplosa nel Mar Baltico dopo un attacco suicida di estremisti turchi, una star della TV era stata rapita e fatta a pezzi. Non c’era stato un gran miglioramento, in questo Miss Eight aveva ragione. Infine vide il proprio volto, poi un filmato in cui camminava sul prato antistante la clinica in cui si era svegliato. Cambiò immediatamente canale e intercettò un film porno. Una donna dai capelli rossi si destreggiava tra due uomini.

Bussarono alla porta.

- Avanti - rispose, senza avere l’accortezza di spegnere la TV.

Miss Eight entrò nella stanza. Indossava una tuta attillata nera e scarpe dai tacchi sottili che la rendevano ancora più alta. Per un attimo Einstein credette che fosse nuda, e se ne stupì, seppure si fosse reso conto che i costumi dovevano essere parecchio evoluti, poi, man mano che la donna si avvicinava a lui, cominciò a distinguere le grinze dell’indumento che accompagnavano i suoi passi.

- Ho sentito che era sveglio... Vedo che comincia ad apprezzare i costumi più liberi della nostra società - disse la donna ridendo. I suoi denti bianchi avevano lo splendore delle perle, il suo corpo spingeva la tuta e si alzava e abbassava al ritmo del suo respiro. I capelli crespi erano tagliati corti, mentre gli occhi brillavano come quelli di un animale selvatico. Einstein ne fu decisamente turbato.

- Ho controllato i nomi che mi ha dato - continuò.

- Grazie. - Einstein si riprese e assunse la sua espressione dolce e attenta. Si mise a posto gli occhiali e attese.

- Sono tutti morti. De Broglie, Bohr, Rosen, Gödel, Born, Podolsky, Infield, Heisenberg. Solo Abraham Pais è ancora vivo, ma non le vuole parlare.

- Abraham non vuole parlarmi... è impossibile. - Il suo volto si fece sofferente.

- Abbiamo insistito, ma non c’è stato verso. Non crede che lei sia tornato a vivere. Le assicuro che la nostra società, la Lucas & Sugimoto, ha usato tutti i mezzi a disposizione tranne rapirlo. Se lei lo desidera, ordinerò che venga portato qui, a tutti i costi, ma è una persona molto anziana...

- No, assolutamente no. Non dovete toccarlo. - Einstein si fece rosso in volto e gli occhiali gli caddero sulle coltri sfatte. - Abraham era un giovane squisito, educato e paziente.

Miss Eight allungò le sue dita affusolate e gli mise a posto gli occhiali.

- Esashi San ha pensato che lei voglia parlare con uno scienziato come lei. Forse vuole conoscere quali progressi sono stati ottenuti dalla fisica in questi anni.

- Queste persone io le conoscevo, hanno fatto parte della mia vita, non sono solo scienziati. - Il suo tono si fece sofferente e le parole tremavano nell’aria prima di sparire. - Perché Bohr non è stato risvegliato?

- Non lo so, non fa parte del mio lavoro. Io sono solo un’accompagnatrice, un’hostess. Oltre a lei sono stati risvegliati attori, campioni sportivi, star del cinema e della musica. Lei è l’unico scienziato che è stato rivitalizzato.

- Perché avete fatto questo?

- Non lo chieda a un’hostess, professore. - Miss Eight gli carezzò i lunghi capelli candidi e uscì dalla stanza.

Davanti a lui i tre corpi si inarcavano indiavolati.

Einstein stava fissando un monitor spento. Miss Eight si sedette e iniziò a premere i tasti del computer con sicurezza e velocità.

- Questo tipo di collegamento viene chiamato video conferenza. Le permetterà di intrattenersi con l’altra persona come se l’avesse davanti a sé.

Einstein annuì e guardò l’immagine che si formava davanti a lui. Era un uomo che poteva avere cinquant’anni, con gli occhiali, magro, la pelle del viso sembrava poggiarsi sulle ossa, come un drappo destinato a proteggere i mobili dalla polvere. L’uomo lo guardò in silenzio, gli istanti sembravano scendere da una clessidra e svolazzare lenti in un’ampolla di cristallo, come foglie scrollate dagli alberi.

- Professor Einstein... dovrò decidermi a credere che lei è davvero tornato. Mi chiamo Hawking, Stephen Hawking, insegno a Cambridge - esordì l’uomo con voce acuta.

- Tutti dicono che io sia Albert Einstein, e che lei sia il più importante fisico di questi anni - rispose Einstein con titubanza.

- Calunnie... ora lei è vivo, e io mi ritiro con piacere - disse ridendo. Il volto di Hawking si contrasse in un’espressione sofferente, ma gli occhi brillavano.

- Ora che lei è qui davanti a me non so che dirle, non so neppure perché ho accettato questa specie di telefonata. - Il tono si fece titubante, come se davanti a lui si trovasse una persona vera e non l’immagine bidimensonale di un monitor.

- Professore, la capisco. Siamo solo due pagliacci che conoscono la fisica, un po’ di fisica. Siamo allo stesso livello dell’uomo che ha il cazzo più lungo, di quello che sputa più lontano di tutti o di quello che beve più birre senza alzarsi dal tavolo. L’importante è essere i più di qualcosa, di cosa in particolare non importa a nessuno.

- È una confessione molto amara - concluse Einstein, sentendosi immediatamente a suo agio con quello sconosciuto.

L’immagine di Hawking arretrò, rivelando che l’uomo sedeva su una sedia a rotelle.

- Lei non può muoversi - disse Einstein ingenuamente.

- Già, ma sono migliorato molto. Mi stavo spegnendo, cellula dopo cellula. - Hawking rise ancora. - La medicina del nuovo millennio vanta anche qualche successo.

- Professor Hawking, mi dica la data di oggi. - Il tono della voce risultò imperioso, ed Einstein se ne stupì quando le proprie parole gli giunsero al cervello come estranee.

- 28 dicembre 1999, giorno più giorno meno. - Hawking scrollò le spalle, quasi si trattasse di qualcosa di vago, un’informazione fuggevole capace di cambiare sotto i sui occhi.

- Le credo, non posso fare altrimenti. - Einstein sembrò rattrappirsi sulla sedia, poi si riebbe all’improvviso. - Mi dica, credete ancora all’indeterminazione.

Hawking annuì gravemente, senza parlare.

- Allora non ci sono stati grandi progressi, in questi anni. - Il tono di Einstein si fece pacato, come se i due stessero chiacchierando durante le soste di una passeggiata. Per un attimo fu come se fossero soli, come quando Pais lo accompaganva a casa, rallentando i passi per non distanziarlo.

- Ora lei è tornato. Riprenderà a studiare. - Hawking sembrò rifflettere prima di riprendere a parlare. - Ho sempre pensato che lei fosse sulla strada giusta.

- Non so. - Einein corrugò lo sguardo, come se un pensiero gli fosse balenato davanti agli occhi e poi fosse, irrimediabilmente, fuggito. - Forse dovevo davvero fare l’idraulico, come avevo affermato tempo fa.

- Se potessi camminare lo farei anch’io. Potremmo metterci in società. - Hawking rise ancora.

Miss Eight si trovava seduta accanto al letto dove riposava Einstein. Le luci erano spente.

- Mi dica, io sono di proprietà della sua azienda? - chiese Einstein, violando il silenzio e il buio che li avvolgeva assoluto.

- Più o meno. - La voce di Miss Eight si levò dal nulla, come un ricordo. - Almeno per un certo periodo.

- Questo è schiavismo - sottolineò senza convinzione.

- I tempi sono cambiati; non so se in peggio, ma sono molto diversi dagli anni Cinquanta. - I rumori attorno a Miss Eight si animarono all’improvviso, come se si fosse alzata. - Da quella TV può sintonizzarsi su quasi mille canali... Di tutto il mondo, in qualsiasi lingua.

- Ho visto due guerre mondiali, l’ascesa del nazismo, i campi di sterminio, l’esplosione di Hiroshima. - Einstein sospirò profondamente. - E c’era solo la radio. La televisione non mi fa paura.

- Io ho visto la guerra del Vietnam, quella del Golfo, la guerra civile in Yugoslavia, la crisi di Hong Kong, e non sono state cose da ridere. Neppure se le vedeva solo al telegiornale.

Il silenzio calò tra di loro, come una saracinesca capace di tagliare in due la stanza. Un elicottero sembrò avvicinarsi a loro per atterrare, poi si allontanò verso l’oceano. Un telefono portatile trillò nel corridoio.

- Miss Eight, - disse Einstein mettendosi a sedere sul letto. - Farò quello che volete, parteciperò a quella trasmissione. Farò il pagliaccio per la sua azienda.

- Mi sembra una scelta ragionevole. - Miss Eight si era spostata nel buio, e si trovava dal lato opposto della camera.

- Poi potrò andarmene?

- Sì. Dal primo giorno del 2000, lei potrà fare quello che vuole.

- Andrò a Cambridge, a lavorare con quell’uomo. - Il suo tono perse la sfumatura aspra che l’accento tedesco gli conferiva. - Crede che mi vorranno?

- Certamente.

Alle 14:19:15 del 30 dicembre 1999, un commando di miliziani assoldati dalla Q Internetworking Television, uno dei canali rivali della Lucas & Sugimoto, attaccò il professor Einstein e la sua scorta. Una bomba telecomandata, sotterrata sotto l’asfalto della rampa di accesso all’autostrada, distrusse completamente la prima macchina della scorta, poi gli uomini armati della QIT spuntarono ai lati della carreggiata e sottoposero l’auto blindata a un furioso fuoco incrociato.

- Attenti, hanno un bazooka - urlò Miss Eight, mentre cercava di spostare il cadavere dell’autista. Il razzo mancò di un metro l’auto e si perse sull’autostrada, facendo strage tra i veicoli fermi in coda.

L’elicottero della L&S si cabrò sulla strada spazzando con la mitraglia e i razzi gli assalitori attestati sulla sinistra. L’auto di Einstein percorse pochi metri in retromarcia, poi una raffica la fermò definitivamente.

- Stia giù, cazzo di merda, stia giù. Ci ammazzano - urlò Miss Eight. La donna aprì una portiera e sgattaiolò fuori brandendo il mitra.

Einstein si accucciò tra i sedili e percepì una strana calma che si spandeva dentro di lui; come se stesse piovendo a dirotto, e la pioggia fosse calda e profumata, e la sensazione dei vestiti bagnati sulla pelle gli rendesse un inaspettato piacere. Fuori dall’auto sparavano, l’elicottero virò e si abbassò ancora. Un razzo avvampò poco lontano da lui, colpendo gli uomini che li avevano attaccati, poi le detonazioni si fecero più rare. Einstein si rialzò e scese dall’auto. Miss Eight e due uomini di scorta della S&L camminavano lentamente tra i corpi degli assalitori. Un uomo riverso sull’asfalto si mosse, allungò un braccio verso il guardrail per issarsi. Miss Eight gli si avvicinò da dietro e gli sparò una raffica alla schiena. Il corpo dell’uomo sussultò sotto i colpi, come se fosse stato scrollato avanti e indietro.

Einstein si appoggiò al cofano dell’auto, vicino al cadavere dell’autista straziato da una scheggia, e pianse.

- L’ha ucciso a sangue freddo. - Einstein camminava senza meta nel salotto dell’appartamento, si sedeva, si rialzava, beveva un bicchiere d’acqua, apriva un libro, lo richiudeva.

- Si è trattato di una necessità professionale. - Miss Eight sedeva su una poltrona e giocava con un braccialetto. Era rimasta lievemente ferita, una vistosa medicazione le copriva la guancia e aveva un braccio fasciato. Indossava jeans neri e una canottiera di cotone. A ogni movimento delle braccia i grossi seni scuri sembravano sul punto di sfuggire dall’indumento. - Si trattava di killer assoldati per eliminarla.

- Che professione è la sua, se deve uccidere?

- Non dovevano risvegliarla, professore. - Miss Eight si alzò e si avvicinò a Einstein. - Questo non è il suo mondo e non lo sarà mai. - Prese due bicchieri dal mobile bar e li riempì di whisky. - Beva, tanto le hanno ripulito le arterie e tutto il resto.

Einstein prese in bicchiere dalla sua mano e bevve il liquore, tremando.

- Domani sarà tutto finito, e lei salirà su un volo privato per Cambridge. Trasmesso il talk show nessun concorrente avrà interesse a farle del male - continuò la donna, riempiendo la stanza con la sua voce calda.

Il vecchio Einstein urtò un basso tavolinetto di cristallo e si versò il whisky sulla camicia. Miss Eight si alzò, come un felino richiamato all’azione dall’arrivo di un intruso, e lentamente andò verso di lui. Gli prese il bicchere e lo poggiò a terra, poi gli passò una mano sul torace.

- Le mancano poche ore, poi tutto sarà finito. Resista fino all’alba del Duemila.

Miss Eight lo strinse a sé e insinuò la lingua odorosa di liquore tra le sue labbra. Lo baciò per pochi secondi, poi lo staccò da sé. Si tolse la canottiera e la lasciò cadere sul pavimento.

Un giovane nero era seduto per terra, in un angolo dello studio. Aveva i capelli ricci e un paio di corti baffi che scendevano fino al bordo del mento. Indossava un paio di jeans e una camicia di seta rossa.

- Allora, vecchio, tu sei Einstein. - Lo sconosciuto alzò lo sguardo verso di lui.

Einstein annuì. Indossava ancora la camicia sporca di whisky.

- Ti hanno detto chi sono io? Tu sei morto prima che io diventassi qualcuno. - Il giovane continuava a parlare, anche se Einstein restava in silenzio, ritto vicino a una poltrona, senza decidersi a sedere. - Un culo nero che diventa qualcuno, qualcuno che viene resuscitato per il grande show di fine millennio. Ti sembrerà incredibile... io che non sono neppure andato a scuola, faccio l’attore assieme ad Albert Einstein.

Einstein lo guardò senza sapere che rispondere. Il giovane era sicuro di sé, e forse era ubriaco. Ogni tanto gli cadeva la testa di lato e sembrava sul punto di addormentarsi.

- Suonavi il violino, vecchio. Lo sanno tutti - continuò. - Io sono qui perché suonavo la chitarra. Forse perché la suonavo anche coi denti... - Ruttò senza vergogna.

Miss Eight entrò nella stanza senza bussare. Indossava di nuovo il tailleur di pelle, un paio di raybam le penzolavano tra i seni e dalla spalla destra le penzolava una pesante borsa. Quando i loro sguardi s’incontrarono Einstein arrossì.

- Venga professore, la accompagno nel suo camerino.

Einstein la seguì senza parlare, attraversando l’eccitazione e la frenesia dei corridoi. Si fermarono davanti a una porta.

- Entri, da questo momento non è più sotto la mia protezione.

Einstein la guardò impacciato. Il volto della donna era impassibile, come se dentro di lei battesse un cuore al silicio.

Einstein entrò e, mentre la porta si chiudeva, seppe solo dirle grazie, a bassa voce.

Miss Nicola Eight rimase qualche attimo ritta davanti alla porta chiusa, poi si scrollò, come se un brivido di freddo le avesse sferzato la schiena.

- Buona fortuna, vecchio - disse allontanandosi nel corridoio.

  



versione del:30 ottobre 1996