È questa vita un lampo 

Domenico Gallo 

...VISPAREREMOINBOCCA...

Le vie risuonano delle frasi scandite e ripetute, degli umori improvvisi del corteo, della coralità di clacson delle automobili bloccate sulla linea delle vie laterali, di echi e riverberi. La moltitudine si propaga ora lenta ora rapida, mutevole nel suo procedere come le bizzose direzioni intraprese da un gatto. I negozi sono chiusi, le saracinesche abbassate; padroni e commessi rintanati dentro in attesa che tutto finisca, che il corteo passi come un temporale d'estate. I celerini presidiano gli incroci, e, sopra gli elmetti, i lacrimogeni innestati appaiono come un gruppo fluviale di canne di bambù flesse da un vento molle. Quando il corteo passa, le canne si scompaginano improvvisamente alle intimazioni del loro graduato e cercano un nuovo ordine, una nuova brezza o una calma, in qualche altro luogo. Un poliziotto in borghese che indossa casco e giubbotto antiproiettile, impugna una pistola che tiene rivolta verso il basso, a minacciare il selciato. Qualcuno davanti a noi tende le dita della mano a richiamare ondeggianti una improbabile vendetta.

...LAFIAMMASULCAPPELLO...

Una vecchia incredula urla al nostro passare; la sporta le pesa in mano. Una mezza dozzina di volantini accartocciati le fioccano addosso. Le canne in agguato si piegano scompostamente, rallentano e danno qualche metro all'ultima fila serrata. L'autombulanza taglia prima l'aria che la strada, poi le pietre iniziano a volare rimbalzando sull'asfalto; il giornalaio abbandona l'edicola mentre i giornali prendono fuoco.

S'è fatto uno scuro improvviso. Che nube più spessa di traverso s'è messa al sole?

La primavera finisce il primo giorno di caldo, quando ci si ritrova improvvisamente sudati e ci si rammarica di non aver indossato indumenti più leggeri. I colori del giardino ritrovano una inaspettata esistenza e piante credute morte per tutto l'inverno sono addirittura in fiore. La strada dove abito, una leggera discesa, è poco frequentata; i rari veicoli che passano esagerano la loro velocità, vendicandosi dei rallentamenti subiti altrove. Una corsa che dura poco, fino alla curva che mi chiude la visuale per immettersi nella strada principale. Un ambulante africano passa rasentando il muraglione, mi saluta e sorride l'invito alle sue merci. Io gli rivolgo un cenno amichevole, ma volgo lo sguardo altrove, affinché illuso non attraversi e si avvicini speranzoso alla mia finestra. Passa il piccolo autobus che a stento trova strada tra due auto parcheggiate fuori posto. Un colpo deciso di clacson intima a un'utilitaria di lasciare il passo.

Stiamo per entrare in luglio e la casa è destinata a diventare troppo calda; file di persiane serrate, gruppi di posteggi liberi, i cartelli appesi a scolorire sulle saracinesche dei negozi chiusi. Le sirene degli antifurto attendono la prima burrasca estiva per scatenarsi nella notte.

Solo pochi giorni fa il treno giungeva a Milano Centrale in orario, alle 9:10. La musica del walkman si interruppe all'improvviso, il quintetto di Miles Davis aveva riposto i suoi strumenti, e le frasi sibilanti degli altoparlanti divennero distinguibili. Cambiai cd in fretta, temendo stupidamente di essere l'ultimo ad abbandonare il marciapiede e di attirare così l'interesse del personale della stazione.

Monteverdi prese posto dopo il jazz e dopo il breve interludio delle dissonanze della Stazione Centrale, Selva morale e spirituale. Che coincidenza incredibile scendere verso l'atrio e sentire la musica adeguarsi a ciò che vedevo davanti a me, aprirsi come lo spazio, da angusto che era quello dello scompartimento, come fosse una colonna sonora studiata a lungo: lo scalone precipitava verso il basso e mi allarmava con il grandioso spazio coperto. Gloria in execelsis Deo. Le voci della stazione erano forti e improvvise, tanto da costringermi ad aumentare il volume del walkman per regredirle. Una nera imponente mi passò davanti; indossava un tailleur e un cappello rosso, controfigura di una cantante jazz. Superate le corsie dei taxi uscii nel chiarore del mattino, inforcai gli occhiali da sole mentre mi dirigevo verso il capolinea del numero cinque. Un'impenetrabile barriera di alluminio zincato chiudeva un largo settore della piazza antistante la stazione. Tu solus Dominum, tu solus Altissimum. Un uomo dormiva tra i rifiuti e i mazzi di erba gialla. Quattro piccioni gli stavano attorno, le oscene zampe rosse raschiavano tra la polvere e i mozziconi. La piccola folla uscita dai treni correva verso il lavoro, guardava avanti, s'affrettava; un passo svelto che precede di un ritmo la corsa leggera. Seguaci del Wa. Io ero in anticipo, atteso da Antonio che probabilmente si stava svegliando in quel momento; il mio passo studiato per non arrivare troppo presto, disposto a perdere un tram, mi permise di osservare quel corpo immobile, mi fece sperare di coglierne un cenno di movimento, il fremere del respiro, un borbottio che allontanasse gli uccelli. Lo lasciai dietro di me andando incontro a un gruppo seduto sul granito basso che delimita l'aiuola. Barboni già cotti dal sole come marinai, di età indefinita, e tossici, ormai tutti più giovani di me. Una ragazza si alzò portandosi dietro i segni di una brutta notte. Se de bell'occhi ardenti. Stringeva in mano una busta trasparente contenente delle matite da trucco. Cadenzava male i suoi passi e la gente si scostava bruscamente qualche metro prima, creando attorno a lei un vuoto molle che la seguiva. Superai la fermata dell'autobus e costeggiai le aiuole spartitraffico, in attesa del momento opportuno per attraversare verso i portici. Il tram numero cinque mi passò davanti, ma non mi lanciai all'inseguimento. Attesi che il traffico si dilatasse. Al mio fianco una croce di marmo scura era stata adagiata orizzontale, semi nascosta dai cespi rinsecchiti. Un operaio, con il volto protetto da una maschera, saldava tra i binari, incurante delle automobili che gli passavano a fianco. Forse Formentini si stava fregando le mani. Di vanitade il cuore.

Sacrifici, Sacrifici, Sacrifici, Sacrifici, Sacrifici, Sacrifici, Sacrifici, Sacrifici.

Gli operai ci tengono fuori dalla piazza: i nostri padri, gli zii, gli amici di famiglia. Metalmeccanici dagli elmetti gialli, portuali con la fascia rossa annodata attorno al braccio. Il padre di un mio compagno di scuola tiene a fatica tra le braccia un mazzo di manici di piccone che distribuisce ai suoi maturi coetanei. Ho perso di vista suo figlio, che fino a poco fa era da questa parte della piazza.

Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia.

Fascisti, Fascisti

Fascisti, Fascisti

Fascisti, Fascisti.

Ci si fronteggia con gli stessi slogan, nel caos, volano sputi e urla, poi la pressione da dietro si fa più forte e si cozza contro i bastoni incrociati e contro quei corpi, braccio sotto braccio. Gli altoparlanti richiamano a una calma che non sarebbe più esistita.

Via, via la nuova polizia.

Una formica zigzagheggia sul piano graffiato del davanzale. La soffio via assieme alla polvere e a un petalo seccato di geranio, poi passo i polpastrelli sulla superfice porosa e calda. Una macchia scura si è allargata irregolarmente penetrando all'interno del marmo. Lorenzo si fa sentire e reclama la mia presenza. Quando si sveglia passa prima alcuni minuti a stirarsi con gli occhi ancora chiusi, poi esprime qualche vagito, quasi volesse assicurarsi che è ancora tutto come quando si è addormentato, che ha ancora il suo corpo e ancora la sua voce. Esaurito il suo rituale, piange. Sono le diciassette in punto. Il mio bimbo è soddisfatto di essere stato preso in braccio e ruota la testa seguendo nella stanza qualcosa che vede solo lui. Torniamo verso il davanzale a guardare la strada: Luca sta arrivando. Sale lento la scala e si guarda attorno, probabilmente non è mai stato qui prima d'ora. Si ferma, si accende una sigaretta e si sporge dal muraglione. Ha i capelli rossi, è magro, indossa un paio di jeans e una maglietta bianca: né scritte né disegni. Continua a fumare, si muove di un passo, guarda il cielo. Non sembra cambiato molto; quando si avvicinerà potrò distinguerne il naso aquilino e sciogliere ogni dubbio sulla sua identità. Sembra indeciso sul da farsi, forse sta considerando la possibilità di tornare indietro, poi getta la sigaretta giù dal muraglione, in un bel giardino curato, e si avvia verso di me. Mi ritraggo dentro la stanza, che ora mi sembra fresca e buia, e attendo il trillare acuto e sgradevole del campanello. Il bimbo intanto si è riassopito. Speriamo...

"Stasera esci di nuovo?" Mio padre non si sarebbe mai tolto quell'eco meridionale che rendeva il suo dialetto provvisorio e un po' ridicolo. Io invece, nato qui, l'avevo imparato sin da bambino, andando all'Arci e all'Anpi, ascoltando i vecchi litigare attorno alle bocce e alle carte. Mio padre chiudeva nella sua voce la sua piccola storia, tutte le sottomissioni e le difficoltà subite che ora dimenticava per principio.

"Sì." Il formaggio si raddensa galleggiando nel brodo caldo.

"Ma non hai sonno, la mattina quando ti alzi per andare a scuola?" Un rumore familiare accompagna il lento sorbire, i cucchiai incocciano la porcellana, l'acqua scende nei bicchieri; la crosta sbriciolata del pane è sparsa per tutta la tovaglia. La famiglia Gallo consuma i pasti serali con un'ingenuità popolare, seguendo un galateo ridotto al minimo: i gomiti sinistri sono appoggiati sul tavolo, i tovaglioli usati per i casi gravi, i rumori delle stoviglie sbattute tra loro maldestramente, la televisione onnipresente salmodia notiziari che riverberano contro i vetri della finestra.

"I professori dicono che è bravo... tranne che in latino." Mia madre teme il silenzio più di ogni altra cosa. Forse intuisce drammi interiori da letteratura russa; pensa che il silenzio consenta loro di venire a galla ed esplodere.

"La professoressa di scienze dice che studia il minimo indispensabile per prendere sei"

Mio padre guarda dentro il ventre opalino della bottiglia d'acqua.

"E tu, Elisa, come vai a scuola?"

Si rivolge a mia sorella come fosse una parente che sia stata lontana mesi, e che deve colmare nel ristretto tempo della cena tutta una vita vissuta a sua insaputa. Invece non la vede che da qualche ora. Potrebbe chiederle notizie dell'asma, del ginocchio o del suo fidanzatino con cui l'ha intravista l'estate scorsa a passeggio.

E anche Elisa è così brava, così portata per il disegno e per le lettere. Sono tutti così bravi i piccoli Gallo...

"Ciao." Ho atteso qualche istante prima di aprire, fingendo di essere stato sorpreso, di non attenderlo e di non essermi appostato dietro le tende a osservare la strada. "Entra."

"Ciao." Luca osserva distrattamente l'arredamento dietro di me, i suoi occhi si muovono ignorandomi. Faccio un passo indietro e lui si infila nell'ingresso. Faccio strada e mi segue in sala.

"Come va?"

Scrolla le spalle. È decisamente magro, i capelli rossi sono fitti e tenuti molto corti; nessuno ancora screziato di bianco. Ha un'aria pulita, nonostante il caldo. Su un avambraccio, si intravede un tatuaggio artigianale, forse un tao o un simbolo anarchico sbiadito.

Luca si accorge della mia curiosità seguendomi lo sguardo, mi porge il braccio e l'ulna spinge la pelle verso l'esterno.

"È un tatuaggio." La sua pelle è rugosa e maculata di nei.

Luca si volta verso lo stereo, guarda i titoli dei cd, ne estrae uno, lo gira tra le mani, poi lo rimette a posto.

"Credevo che ti piacesse il rock..."

"Sì, tempo fa. Ora sento jazz o classica..."

"Cosa vuoi da me? Perché mi hai cercato?" Non mi lascia finire la frase, il cui contenuto, del resto, non interessa né me né lui. Si è preparato questa domanda, ci ha pensato da quando mi sono fatto vivo, da quando sono riapparso dal nulla. Ormai ha indugiato troppo.

"Ti ho visto per strada. Ero fermo al semaforo e ti ho visto mentre caricavi dei cesti di pane su un'ape."

Il libeccio spingeva le nuvole contro le case sui pendii e le pozzanghere resistevano da giorni nei selciati irregolari della strada senza evaporare. Quel semaforo è sempre rosso, non c'è modo di trovarlo verde, sincronizzato in modo tale da rompere il rettilineo; lì si suole attendere e osservare i passanti che attraversano. Da lì puoi guardare i visi senza imbarazzo, i vestiti, le forme procaci, la stanchezza, i bambini tenuti stretti per mano che attendono il momento dell'attraversamento per divincolarsi. Luca usciva dal piccolo negozio e caricava i cesti di plastica bianca pieni di pane su un motofurgone. Era a due metri da me, avrei potuto chiamarlo, anche solo fare un cenno per catturarne l'attenzione; Luca scrutava la strada indifferente. L'incrocio si congela: le automobili svoltano a sinistra, la gente assiepata nell'autobus osserva. Forse si rendeva conto di essere un piccolo diversivo alla noia dell'itinerario: trasse un cesto vuoto dal cassone con una mano, lo scosse. Riuscivo a notare l'intreccio della plastica del cesto che imitava il disegno del vimini, ed era graffiata, e nelle incisioni si immaginava facilmente l'accumularsi di una sporcizia non più asportabile. Ti accendesti una sigaretta, quante te ne ho visto fumare in quel pur breve periodo in cui ci siamo frequentati. Verde, attendevi un nuovo rosso per caricare altro pane, gettare il mozzicone acceso per terra, tra la spazzatura incastrata sotto il bordo del marciapiede, oppure saresti entrato nell'abitacolo bruciando il semaforo e fendendo i ritardatari nell'attraversare.

"Tutto qui, ti ho visto e ho ripensato alle nostre storie di quindici anni fa." Abbiamo solo trentacinque anni e già riusciamo a concepire un passato più che decennale.

"Quindici anni fa... ero all'istituto tecnico. Tu già all'università."

"Sì." Questo sì inutile è addirittura sottolineato da un deciso gesto del capo. Luca si avvicina alla finestra e guarda fuori.

"Mi hai visto arrivare?"

"Sì."

I giardini pubblici vicini all'ospedale sono chiusi in un isola di cemento delimitata da due corsie. Pochi alberi e insalubri panchine, i cestini traboccanti di rifiuti. È sera. Me ne sto a leggere Lotta Continua abbarbicato su una panchina; qualche metro a fianco Luca, Michele e Agostino rollano la seconda canna della serata. Alzo gli occhi dal giornale che leggo per disperazione e noia. Li guardo.

"Ancora... Che palle."

"E smettila...." Agostino è aggressivo e risponde subito, senza pensare.

Riprendo a leggere le lettere al giornale.

"Sentite questa..."

"E basta...." Il secchio di colla e il rotolo dei manifesti attendono la fine dei sospiri e delle constatazioni d'estasi. Un filo d'acqua scende dalla fontanella.

"Vuoi ascoltare qualcosa?

"Perché mi hai cercato... per fare una chiacchierata? Chissà quante altre volte mi avrai visto?

"Non molte. Ultimamente, invece, ti ho incrociato più spesso."

"Sono stato via qualche anno." Luca si infila in bocca una sigaretta; non mi chiede se può fumare. La barba che spunta appena è fitta: ha un cicatrice sul mento che non ricordo, forse è l'esito di una ferita recente. Si avvicina alla finestra e butta la cenere verso l'aiuola.

"Lo so. Mi è capitato di leggere su un quotidiano che ti avevano arrestato." Non lo guardo neppure, i miei occhi rincorrono i dorsi dei libri ben allineati sui ripiani; il bordo curvo della lampada rivela essere un'ellisse che non avevo ancora notato.

"Che stronzi." Luca scuote le spalle. "Ti ricordi perché mi avevano preso?"

"Spaccio."

"Che schifo..." Mi guarda talmente fisso che non riesco a distogliermi da lui. La sclera è sottilmente innervata di capillari, l'iride è nocciola, le labbra screpolate. "Mi vuoi dire questo... Che schifo... che dopo tanti discorsi sul fumo che socializza... Invece... eroina..."

"No, non ti ho cercato per questo... per rinfacciarti i tuoi errori." Luca deglutisce e ha uno sguardo che sembra buono. "Vederti trasportare il pane, lavorare, oziare tra un cesto e l'altro, mi ha fatto capire che ne eri uscito."

Silenzio, poi passa un motorino che rompe l'aria.

"Mi fa piacere che te ne sia tirato fuori."

Luca sbuffa, ma il verso muta in una risata soffocata. "Due anni in comunità... mia madre si è dissanguata. Ha chiesto soldi a mia sorella, agli amici, persino a mio padre." Prende una sedia per lo schienale e la fa girare, un gesto simile a quello che fa con il cesto vuoto del pane. "Ho bruciato decine di milioni, forse più di cento. Dovessi restituirli avrei da lavorare all'infinito." Si siede, schiaccia la sigaretta ancora lunga nel posacenere.

"E Rossana?"

Silenzio. Questa volta il motorino non passa e la stanza si riempie di piccoli rumori: l'orologio, il ronzio elettrico dell'interruttore, il frusciare dei jeans sulla sedia, il respiro. Dietro di lui, le cifre verdi dell'orologio digitale lampeggiono un'ora sbagliata. 21:19.

"È morta?" Chiedo.

"Sì, ma non come credi te." Estrae una sigaretta dal pacchetto che ha appoggiato sul tavolo, ma non la infila in bocca, la batte su un ginocchio. "Investita. A Ravenna, d'estate. Me lo ha detto mia sorella due anni dopo." Ora la sigaretta è tra le labbra. "Era notte, cercava di fermare dei camion."

Riesco a immaginare molto bene la scena. I tir che sfrecciano lungo una qualche superstrada a tre corsie, l'afa, le lattine di birra ghiacciata che volano scolate dai finestrini, la musica interrotta dai messaggi in gergo, le erbaccie ai lati della careggiata e sulla linea spartitraffico. Lungo la riga gialla le puttane chiamano i camionisti per indurli a fermarsi. Rossana si è tinta i capelli di un bel biondo dai riflessi ramati, indossa una gonna corta a fiori e una camicia aperta che lascia uscire i seni. Sei stanca Rossana, nessuno si è ancora fermato, e la notte si accorcia. Il trucco si è impastato per il caldo e per la polvere, i piedi sporchi, il corpo sudato.

Rossana parla velocemente, intercalando le sue tesi di continui cioé. Economia e Commercio si trova in un viale in ripida discesa, due file di ippocastani frondosi nascondono la luce dei lampioni; grosse macchie scure inghiottiscono i passanti e le automobili posteggiate. La piccola assemblea prosegue controllata a distanza dall'auto civetta della questura. Tutti intervengono per passare il tempo mentre il freddo serale si fa sentire. Le luci dell'istituto sono quasi tutte spente e il custode presidia l'entrata: il suo frenetico andirivieni ne tradisce la crescente preoccupazione. Poi i ciellini escono. Per primo fa capolino il prete, poi, a poco a poco, si riuniscono in una quindicina. Stanno fermi per un paio di minuti nell'androne attorno al prete e al custode, come pulcini all'ombra della chioccia. Ci guardano in silenzio; e noi, interrotta immediatamente l'assemblea volante, guardiamo loro. Il custode chiude il portone in fretta e li abbandona prendendo la salita, scomparendo nei giardini poco distanti. Ora il gruppo si muove lento, rasenta il muro tapezzato di manifesti. L'auto civetta accende il motore e si avvia in discesa. La nostra assemblea termina senza che una parola venga detta. Qualcuno si spinge la sciarpa sul naso, Rossana si copre il viso con un foulard colorato. Ci muoviamo rapidi e silenziosi, qualcuno si accuccia sotto le auto in sosta e in un attimo alcuni bastoni passano di mano in mano. I ciellini accelerano, poi uno che indossa un cappotto grigio si mette a correre disperato. La calma già sfilacciata strappa e tutti, noi e loro, corriamo. L'auto impazzisce, si mette di traverso e blocca il traffico. Un ciao gli finisce contro con rumore. Due giovani escono subito dall'auto e si gettano contro di noi cercando di afferrare concitatamente qualcuno. Emiliano si sta divincolando, trattenuto per una manica, e io e Rossana lo tiriamo via. C'è chi rompe un vetro del bar, chi spara in aria. Una discesa ripida di mattoni rossi ancora viscidi della pioggia del giorno prima porta in centro. In basso echi di clacson e le lucine rosse delle auto ferme. A ridosso di un portone ci si accanisce contro un ombra che a terra rotola lentamente verso il basso. Gli assesto un calcio in una coscia e mi fermo. Piange, è grasso e tasta per terra in cerca di qualcosa. Appoggia una mano e tenta di rialzarsi. Rossana si fa largo tra me ed Emiliano e gli dà una bastonata in un braccio. Un'altra in testa. Spari, forse in aria, e finalmente una sirena turba la sera. I compagni arrivano di corsa e proseguono verso il traffico.

Viaviavia

Li seguiamo trafelati gettando i bastoni e le pietre dove capita.

"Non mi chiedere niente di nessuno. Non so niente. Se qualcuno mi passa a fianco per strada finge di non vedermi. Meglio così..."

"È finita. Sono passati quindici anni...." Mi lascio andare tra i cuscini turchesi del divano, poi mi irrigidisco e mi alzo in piedi. "Dovremmo parlare di quegli anni, non nasconderci. Non dobbiamo dimenticare né vergognarci..." Sospirai e un lieve tremore mi coglie nelle guance. "La storia... è tutto passato alla storia."

"Non dire stronzate. Non me ne frega un cazzo di quello che è successo."

"Forse a te. Hai avuto una vita molto dura... dopo."

"Ho avuto la vita che mi è capitata." Ha alzato la voce, forse non se ne è reso conto. La sua calma evapora poco a poco. "Una vita di merda, ma non tanto peggiore di quella che avevo prima, durante le lotte degli anni '70." La frase si conclude in tono canzonatorio, come se stesse rispondendo a un'intervista di Zavoli. "Non ho rimpianti, Nico. Te lo assicuro: NON HO RIMPIANTI. Abbiamo perso, non potevamo vincere, e forse è stato addirittura meglio... e basta."

Dio, vorrei che si alzasse e se ne andasse, che mi lasciasse solo. Non so che dire, vorrei in bocca una frase breve che confutasse tutto questo, capace di ridurlo al silenzio e di metterlo in imbarazzo. Qualche citazione tra virgolette.

Sono le sei e venti, poca gente in giro; un incerto chiarore spinge dal limitare di un tetto. La spazzatura attende di essere ritirata e una piramide di cellofan nero giganteggia tra due auto posteggiate. La BMW marrone è posteggiata in curva, stretta tra altre due auto; uscire dal posteggio sarà difficoltoso, lento. Luca legge il giornale e fuma, io osservo le poche finestre illuminate davanti a noi, cercando una sagoma che che a sua volta ci osservi con sospetto. Arriva Rossana, vestita elegante, passo svelto ma non di corsa. Luca piega il giornale e se lo mette in tasca, mi rivolge un cenno con la testa. Infilo la mano in tasca e il contenuto mi sembra inverosimilmente pesante. Rossana è a pochi metri, ci guarda e abbassa due volte la testa, gravemente: sì. Ci muovimo lenti verso di lei, Luca ha messo la mano destra in tasca, distinguo uno scatto metallico tra i rumori dell'alba. Rossana ci incrocia. "Tocca a voi," sospira. Ecco, lo stronzo sta arrivando, ha le chiavi dell'auto in mano, si liscia i baffi, poi infila una chiave nell'orecchio e fa pulizia. Cammino verso di lui voltato verso il lato opposto al suo; cammino e mi nascondo.

"In realtà ti ho chiamato perché ti voglio dire una cosa. Qualcosa che non sai."

Tremula la fiammella scossa da una brezza fresca che attraversa la casa.

"Da un certo momento in poi, in quegli anni, fui colto da una grande insoddisfazione. Le cose andavano sempre peggio e io pensavo che bisognasse reagire. Pensavo che dovessimo... dovessimo cambiare stile."

Luca mi guarda senza vergogna, curioso. Deglutisco. Un'anguilla grigia si alza dalla brace della sigaretta, si infrange nell'aria, scompare.

"Cosa?"

"C'era un tipo, uno stronzo. Un geometra tutto sorrisi: un democristiano. Uno con le mani in pasta in tutto quello che poteva, anche tangenti e ricatti ai negozi. Venditore di favori. Un tipo di quelli che stanno nell'ombra. Sarebbe stato comunista in Russia, nazista in Germania ai tempi di Hitler; allora era democristiano. Mi faceva schifo, una repulsione fisica incontrollabile. Inoltre mi aveva preso di mira; ma era un vigliacco. Per potermi fregare si interessava a me, cercava di farmi piccoli piaceri. Sempre gentile, untuoso: uno che cerca di corromperti poco alla volta. Ti metteva le mani sulla spalla e ti riversava addosso l'alito di quello che aveva mangiato. Insomma..."

"Chi era?"

"Non lo conoscevi. Un tipo così"

"E allora?"

"Gli volevo sparare. Volevo fare un attentato."

Luca mi guarda e le guance cambiano poco a poco espressione, si rilassano man mano che inquadra quello che gli ho detto in cerca di un significato più profondo di quello che gli sembra di intendere sul momento.

"Tutto qua?" Sorride fino a ridere.

"Avevo già recuperato due pistole." Mi sento stupido mentre parlo. Quelle frasi che tante volte avevo ripetuto dentro di me e che mi erano parse sempre intense, drammatiche, terribili, ora sono stupide e innocue. "Pensavo che questa gente fosse proprio quella che ti rende la vita invivibile, più dei politici, dei segretari di partito. Tutti troppo lontani. Li chiamavo gli aguzzini della vita quotidiana, capi reparto, capi ufficio, capi ripartizione, capi di qualunque cazzata. Ogni giorno ti tendono una piccola trappola e si inventano un dispetto per te. Sentono di esistere solo se esercitano il loro piccolo potere su qualcuno, contro qualcuno. È la gente comune che ti uccide... giorno per giorno."

Luca si mette una mano tra i capelli poi scende a massaggiarsi il collo.

"E io dovevo venire con te a tirare contro il tuo stupido ruffiano?"

"Sì, noi due... e Rossana..." Proseguire è difficile. "Avevo immaginato la scena un sacco di volte, anche dopo anni, stravolgendola di continuo."

"Perché non me l'hai detto allora?"

"Non si sembravate affidabili." Mi viene difficile guardarlo e gli occhi corrono a inseguire i mosaici del pavimento. "Per gli spinelli. Eravate sempre a farvi le canne. In ogni momento..." Rido, ride anche lui.

"E non hai fatto niente?"

"No, le pistole le ho cacciate via. In un bidone della spazzatura, circa un anno dopo. Le avevo comprate risparmiando i soldi che mi regalava mia nonna."

"E lo stronzo?"

"Lo stronzo sta bene. Belle macchine, jeep, station vagon, pancia prominente che deborda dai calzoni, i baffi ingrigiti, i capelli sempre unti, tenuti lunghi alla De Michelis. Se la spassa. Ora sarà già iscritto alla lega. È rimasto uno stronzo." Sospiro. A volte il tempo è un elastico, si tende, si sbianca assottigliandosi. "È andata bene così. Ci siamo salvati. Ho salvato la mia vita e la vostra."

Lorenzo piange. Senza una spiegazione abbandono Luca e vado nella stanza del piccolo. Si è svegliato, forse ha fatto un brutto sogno. Luca mi ha seguito e lo trovo a fianco me che, nella penombra, osserva il bambino.

Lorenzo si è quietato, mi accenna un sorriso, ma questa serenità dura un attimo e piange di nuovo. Lo prendo in braccio.

"Quanto ha?"

"Tre mesi. Lorenzo ha tre mesi"

Il bimbo tende una manina in direzione di Luca. Lui tiene la sigaretta accesa dietro alla schiena; si avvicina e gli porge un dito magro. Lorenzo sta per afferrarlo, ma Luca lo toglie e arretra di un passo.

"Dai, prendilo in braccio"

"No."

Sembra che la penombra della stanza lo avviluppi e lo copra.

"No, meglio di no." Ripete dalla sua zona scura. Mi gira intorno ed esce dalla stanza.

Luca mi guarda; dietro di lui l'entrata dell'itis dai muri sporchi, i manifesti strappati, le scritte ricoperte, corrette, camuffate decine di volte, i vetri polverosi e unti, il nastro adesivo, le circolari ingiallite dalla luce. Gli studenti entrano chiacchierando, fumando, cantando, guardandosi, spingendosi, facendo oscillare le borse militari, strascicando i piedi, sognando le donne che non ci sono. Luca mi guarda e non dice niente, come al solito.

Siamo tornati in sala: Luca che fuma, io e il bimbo che si è accoccolato sulla spalla.

"Sono malato." Ridacchia e mi sembra tornato quello che mi ricordavo. Finalmente questa voce mi risulta familiare. "Non ne sono uscito come credevi." Gironzola per la stanza, prende un cd appoggiato sopra il tavolo.

"Posso?"

Annuisco. Il bambino sulle spalle sembra che si sia riaddormentato.

"Anch'io sento meno rock di un tempo. In comunità c'era una bella raccolta di dischi, molto varia." Il cd scivola dentro il lettore. "La musica mi faceva compagnia."

La musica inizia.

"Monteverdi." Almeno riesco a dire qualcosa. "Selva morale e spirituale. L'ho ascoltato a Milano, scendendo dal treno. Che cosa strana..."

Silenzio.

"Cosa?"

"Niente... cazzate."

Stiamo un po' a guardarci, ad ascoltare la musica, a cercare di distinguere le parole in latino, a scrutare fuori dalla finestra. Non abbiamo neppure sete.

"Me ne vado." Luca si dirige verso la porta di casa senza consentire alcun indugio. "Ciao."

"Mi dispiace," dico lentamente, ascoltando il tono di quello che mi esce di bocca, prestando attenzione alle mie poche parole come se fossero state pronunciate da un altro.

"Anche a me," e sogghigna.

Gli prendo la mano e gliela stringo forte. Sento le sue ossa, le nocche, i tendini, la pelle.

"Ciao."

Se n'è andato. La porta è chiusa, la musica sembra quasi si sia alzata da sola e ora risuona in tutta la casa. Poso il bimbo nel suo lettino.

Sono nel bagno e mi lavo scrupolosamente le mani. Prendo l'alcol dall'armadietto e me lo spruzzo sulle palme arrossate dall'acqua troppo calda. Le lavo ancora con il sapone.

Suona il campanello.

Luca mi guarda sorridente, ma trapela da lui qualcosa d'amaro. Come il sapore inaspettato di un frutto guasto addentato con troppo convinzione.

Gli faccio cenno di entrare, ma scuote dolcemente la testa e mi ringrazia.

"Sai cosa penso?"

"No, dimmi." Nascondo le mani dietro la schiena temendo che si senta l'odore del disinfettante.

"Non hai salvato uncazzo... Cioè... non hai salvato nessuno di noi. Se tu ce l'avessi detto... se ti fossimo sembrati affidabili... io mi sarei salvato. Forse." Ha un groppo in gola che gli strozza le parole, che le fa vibrare nell'aria ferma dell'androne. "Il tuo stronzo sarebbe morto, ci avrebbero messo dentro di sicuro." Carezza distrattamente una foglia del ficus che arreda il portone. "Qualche anno di galera, forse una decina, ma io mi sarei salvato."

Si volta e scende le scale. Le scapole appuntite tendono leggermente la maglietta e sembrano due allette che spingono da sotto la pelle. Due larghe chiazze di sudore gli adombrano le ascelle. Il portone si richiude e così la porta di casa.

La musica risuona nell'appartamento come se fosse vuoto.

È questa vita un lampo

Ch'all'apparir dispare

In questo mortal campo.

Che se miro il passato,

E già morto il futuro ancor non nato,

Il presente sparito

Non ben anco apparito.